Luciano Benardelli e gli elementi che lo riguardano su piazza della Loggia

Sempre nei termini e sul piano di una sostanziale insufficienza di prove viene a collocarsi il discorso riguardante Benardelli Bruno Luciano.
Anche a costui – come a Zani (a Esposti – alla memoria – e a Cauchi) – è stato giudiziariamente ed ormai incontestabilmente attribuito (vedi la ripetutamente citata sent. 14.2.84 Ass. App. Bologna) un ruolo di vertice all’interno del gruppo eversivo “Ordine Nero” (che, sotto le proprie insegne, aveva raccolto elementi che in precedenza avevano militato o ancora ufficialmente militavano sotto altre sigle: Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, la sempre clandestina formazione delle SAM, che sappiamo essere stata una creatura dell’infaticabile Esposti); gruppo eversivo che come già si è detto – si diede un’unica ragion d’essere: quella di perpetrare attentati con impiego di esplosivi; e che tale “nobile” scopo sociale tradusse realmente in atto, anche con micidiali esplosioni aventi i caratteri della strage.
Né va dimenticato che la figura del Benardelli affiora – “ad un livello di responsabilità analogo a quello dell’Esposti, del Ballan e del Rognoni” – nel discorso fatto da Viccei Valerio (v. ad es. Fald. “D/2”, Vol. VI, f. 1137) sulla cellula ascolana capeggiata da Gianni Nardi, sui legami organici di questa con la “casa madre” milanese, e sui progetti specificamente stragisti di tale complessiva aggregazione terroristica.
E, come Zani ed Esposti, così anche il Benardelli si era costituita (a Rocca San Giovanni, come già si è visto più volte) la sua brava dotazione di (assolutamente analogo) esplosivo (Kg. 39 di ANFO) e di detonatori elettrici (identici – anche nella marca – a quelli rinvenuti a Pian di Rascino). Si è visto esser stato proprio lui, del resto, a procurare all’Esposti (poco prima del trasferimento del gruppo terroristico da Roiano di Campli a Pian del Rascino) i 50 Kg. di ANFO poi rinvenuti in tale ultima località (unitamente ad una quindicina di chili di gelignite S.A. identica a quella dell’attentato di Silvi Marina).
E il processo reca e offre tracce più che apprezzabili di altre consegne di esplosivi da parte del Benardelli: quelle al suo grande amico Ferri Cesare, descritte e riferite anch’esse (come quelle all’Esposti) dal Danieletti. Trattasi dell’episodio del rischiosissimo viaggio in treno (dall’Abruzzo a Milano con una valigetta piena di esplosivo), che il Danieletti sostiene essere stato oggetto di una delle varie confidenze fattegli in carcere dal Ferri e che ben si concilia (in difetto di accettabili e decenti spiegazioni alternative) con la non contestata e documentalmente provata presenza in Ortona(località a pochissimi chilometri da Lanciano e Rocca S. Giovanni) del Ferri dal 20 al 22.3.1974 (date dell’ameno soggiorno presso il Motel “Del Volante”, noto per la sua “tranquillità”).
E trattasi altresì dell’episodio – “verosimilmente distinto” dal precedente (come giustamente si osserva a pag. 254 della sent. 23.5.87) – del cadaverico pallore che, secondo il racconto del Danieletti colse Ciccone Guido nel carcere di Rieti allorché, terminato il periodo di isolamento, fu possibile leggere i giornali ( ivi compresi quelli del periodo di isolamento, procurati dalla sorella del Vivirito ) e si venne così a sapere dell’implicazione di Ferri Cesare nelle indagini sulla strage di Brescia: Ciccone sbiancò perché espressamente associò la cosa a una consegna di esplosivo al Ferri da parte del Benardelli, avvenuta poco prima dell’eccidio di Piazza della Loggia, e disse di nutrire perciò il fortissimo timore che si potesse in qualche modo risalire al Benardelli ed anche a lui.
Al riguardo non è certo superfluo rammentare che all’udienza 16.3.87 del dibattimento Ferri (v. Fald. “D/3”, Vol. IV, ff. 595-599), il Ciccone (abbandonando la rigida negativa assunta in istruttoria) non ha trovato di meglio da dire che, avendo egli la barba, il Danieletti non avrebbe potuto vederlo (sic!!!) “sbiancare” e che comunque non gli “risulta di avere detto quella frase dopo avere letto della strage di Brescia e di Ferri” (argomenti che, dunque, non gli erano affatto sfuggiti nella lettura dei giornali di quel periodo).
Come pure non è superfluo riportare testualmente (per la loro efficacia espressiva) i seguenti passi del confronto Danieletti – D’Intino in data 23.10.86 dinanzi al G.I. ed al P.M. di Firenze, sfortunatamente ed inopportunamente interrotto sul più bello (v. Fald. “D/3”, Vol. II, ff. 2l0-21l):
– Danieletti: “Nel ‘74 Alessandro, senti, noi siamo venuti a conoscenza con una certa, direi, sicurezza del fatto. Tu non puoi non rammentare anche se è successo molto tempo fa, anche se io l’avevo un po’ obliato questo fatto perché è passato molto tempo. Non puoi non rammentare la questione di Ciccone, perchè eri presente …”;
– D’Intino: “Ciccone? quale questione Ciccone? …”
– Danieletti: “La questione di Ciccone quando noi eravamo in cella in quattro: io, te, Vivirito e Ciccone”;
– D’Intino: “Si”;
– Danieletti: “E quando Ciccone sbiancò perchè, vedendo mi sembra la foto di Cesare, ti ricordi questo?”;
– D’Intino: “Si”;
– Danieletti: “Ti ricordi questo particolare? Esatto?”;
– D’Intino: “Vedendo le foto di Cesare?”;
– Danieletti: “Ricordi che sbiancò?”;
– D’Intino: “Ma in riferimento al fatto che Cesare aveva fatto la strage?”;
– Danieletti: “In riferimento al fatto della strage”;
– D’Intino: “Sinceramente io non lo ricordo” (dunque non l’ha escluso).

A questo punto, purtroppo, l’interessantissimo dialogo è stato interrotto. Non sarà allora un caso che (come ebbe acutamente ad osservare il P.M. che scrisse i motivi d’appello avverso la sentenza 23.5.87: v. Fald. “N/1” , Vol. IV, doc. 5, pag. 37), “con riferimento appunto alla strage di Brescia, proprio Benardelli, in una intervista al settimanale “L’Europeo” pubblicata nell’ottobre del ‘74 (“D/2”, All. I, 226 ss.: l’attribuzione è definitivamente accertata dalla sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna 14.2.84 in N/1”, Vol. IV, doc. 2, e comunque certa in base alla dichiarata paternità di quella del luglio precedente, affatto consonante) abbia potuto affermare:
“la strage di Brescia potremmo averla fatta noi (dei gruppi per l’Ordine Nero) da un punto di vista teorico perché era una azione militare; insomma, dico, ammazzare dieci comunisti, i comunisti hanno ammazzato decine di camerati, amen. Niente di male”, dove il condizionale e la sfumatura “ottica” erano evidentemente d’obbligo”.

Quello stesso Benardelli che (lo si è visto) il 16.6.74 (immediatamente prima di darsi alla fuga) in quel colloquio riservato col Cap. D’Ovidio del SID ebbe a dire che il gruppo Esposti si era andato ad acquattare sui monti del reatino in attesa di scendere in campo aperto (al pari di altri gruppi consimili) sull’onda di una “azione dimostrativa” che doveva essere attuata in alta Italia e che doveva fungere da “detonatore” di dinamiche insurrezionali e golpiste.
E in alta Italia – appunto – alle 10.12 del 28.5.74 esplose un certo cestino metallico portarifiuti nei pressi del quale, pochi minuti prima della deflagrazione, era transitato un giovane, che aveva attirato l’attenzione di una signora, la teste Scremin Ennia (Fald. “D/2”, f. 865), pronunciando – rivolto ad altro giovane che gli era al fianco – la frase “Hai pronta la bomba?”:
la teste (che solo a tragedia avvenuta si rese conto del peso di quelle parole) sostiene di essersi ben fissata nella memoria le fattezze di quel giovane e ha ravvisato una certa rassomiglianza – guarda caso – tra il medesimo e le immagini di Luciano Benardelli di cui alle fotografie pubblicate su “L’Europeo” dell’11.7.74 da lei esaminate con attenzione in sede di testimonianza (si ricordi che Ermanno Buzzi in uno dei due dattiloscritti a firma apocrifa Falsaci Angelo – prove documentali del suo agitarsi in un momento in cui ancora non è stata depositata la requisitoria dell’istruttoria Bonati e dunque il futuro per lui si mantiene fosco – sostiene che la bomba era “stata messa nella spazzatura da uno di Milano e da uno di Lanciano”: v. Fald. “O” -1).
Del resto, non pare proprio vi sia prova che il Benardelli quel giorno fosse a Lanciano o a Rocca S. Giovanni: il dentista presso il quale all’epoca lavorava come odontotecnico, il Dr. Francesco D’Agostino (v. la relativa testim. in Fald. “D/2”) non ha potuto attestare con certezza la circostanza; e di contro, l’amico e coimputato Ciccone (v. Fald. “D/1”, f. 291) ha dichiarato che spesso e volentieri il Benardelli spariva dalla circolazione, anche trascurando impegni ed appuntamenti di lavoro, come a lui – Ciccone – era personalmente capitato di verificare (“… fui in cura da lui per risistemarmi la bocca e rammento che qualche volta successe che io mi ero presentato come da appuntamenti presi ed egli non ci fosse”).
È però innegabile – d’altro canto – che tutti questi elementi (taluni dei quali meramente suggestivi) non consentono un inoltro degli atti alla fase del giudizio e dunque, impongono di emettere, allo stato, pronunzia di proscioglimento per non aver commesso il fatto pure nei confronti di Benardelli Bruno Luciano.

Sentenza/Ordinanza Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi 1993

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