Carlo Digilio – dichiarazioni 19.02.1994

”….La persona a cui facevo riferimento all’interno di questa attività mi chiese di prendere contatto con un professore di Vittorio Veneto che aveva bisogno di una persona come me esperta in armi, ma non conosciuta politicamente in tale zona e non contrassegnata da una precisa militanza politica.  Mi recai quindi a Vittorio Veneto ove conobbi il professore che si chiamava Professor FRANCO….
Costui …. aveva combattuto per la Repubblica Sociale Italiana tanto da essere appunto il responsabile della locale sezione degli ex combattenti della R.S.I. Il professore mi disse che avrei dovuto controllare una certa situazione proprio grazie alla mia esperienza in fatto di armi.
Avrei dovuto poi riferirgli ed egli stesso avrebbe poi riferito alla Struttura cui facevamo riferimento. Mi disse quindi di andare a Treviso in una libreria di cui non ricordo più il nome, gestita da GIOVANNI VENTURA e di chiedere di costui. Così feci e conobbi VENTURA, in un primo momento un po’ diffidente, ma poi abbastanza presto affabile. Mi espose il suo problema che consisteva nella catalogazione e risistemazione di quella che lui chiamava una “collezione di armi”.
Capii subito che VENTURA non capiva niente di armi. Ci incontrammo quindi una seconda volta, di lì a pochi giorni, e mi accompagnò con la sua macchina, una Mini Minor rossa, partendo da Treviso sul posto che dovevamo raggiungere. Si trattava di un casolare un po’ isolato in provincia di Treviso che all’occorrenza saprei indicare.
Ricordo che VENTURA con la sua macchinetta correva a rotta di collo. Arrivammo quindi in una casetta modesta, isolata, in fondo ad un viottolo e vi trovammo un’altra persona che mi riservo di indicare, persona che si fece riconoscere e che io vedevo per la prima volta proprio in quella occasione. All’interno di questo casolare, costituito da due stanze al piano terreno, c’era nella prima stanza a destra qualcosa coperto da un telo ed era una stampatrice che loro stessi indicarono come “la vecchia”. VENTURA disse proprio all’altro: “Stai facendo la guardia alla vecchia?”.
Nella stanza a sinistra, lungo il muro del lato destro, sotto un telo c’era ammassato un quantitativo di armi in una gran confusione, alcune intere, alcune smontate e c’erano anche alcune cassette di munizioni e di caricatori. Sembravano buttate lì di fretta per una ulteriore sistemazione. Ricordo dei moschetti MAUSER, dei M.A.B., un fucile semiautomatico tedesco di precisione, qualche STEN e una mitragliatrice MG 42 e cinque o sei cassette di cartucce per questa mitragliatrice. E poi c’erano altre cartucce di vario tipo.
C’erano vari tipi di armi e tanti tipi di cartucce. Ricordo che VENTURA si preoccupava della intercambiabilità di queste cartucce.
Talune armi, come ho detto, erano smontate e attaccate con del nastro isolante.
Io mi misi a fare questo lavoro di catalogazione e sistemazione occupandomi anche del rimontaggio, quando era possibile, della armi smontate. C’era veramente di tutto, anche delle pistole dell’800 ad avancarica. Il casolare era circondato da un muretto e ciò non consentiva a nessuno, anche a chi fosse passato di lì per caso, di vedere cosa vi fosse all’interno. Ad un certo punto, essendo ora di pranzo, VENTURA uscì con la macchina per andare a prendere dei panini in un paese vicino e l’altro rimase fuori dal casolare di guardia.
Mi avevano detto che i sacchi che si notavano sul lato sinistro della stanza dove c’erano le armi, erano un paio di sacchi di juta e un paio di plastica, contenevano del concime chimico e che mi dissero di lasciare perdere.
In effetti dall’aspetto poteva sembrare così, ma io sfruttai quei pochi minuti per rendermi conto di cosa ci fosse realmente.
Nei due sacchi di juta c’erano due cassette metalliche color verdastro, di tipo militare, che io aprii rapidamente e dentro le quali c’erano dei candelotti di tritolo di quelli in uso all’Esercito, ricoperti di carta con il vano cilindrico, da un lato protetto da un velo di carta, per introdurvi il detonatore.
Ricordo che per controllare che non fossero di plastico ne ho preso in mano qualcuno che ho battuto leggermente sullo spigolo della cassetta e davano il suono secco dei candelotti di tritolo che avevo visto durante il servizio militare. Sotto le cassette c’erano anche alcune mine anticarro ancora con la loro custodia metallica e integre. I sacchi di plastica, che stavano davanti a quelli di juta e che erano quelli che potevano sembrare contenere il concime, contenevano invece in totale una ventina di chili di una sostanza a scaglie di colore rosaceo che era un tipo di esplosivo che non sarei in grado di definire. Non mi azzardai a prenderne un campione poichè temevo di essere controllato all’uscita, come in effetti poi avvenne. Sfruttai quei pochi minuti anche per smontare il percussore della mitragliatrice MG 42 che consideravo l’arma più pericolosa nelle loro mani e che ritenevo necessario neutralizzare.
Nascosi il percussore, che è molto piccolo, in un calzino.
D’altro canto la mancanza del percussore non viene notata dall’esterno e quindi ero tranquillo del fatto che non se ne sarebbero accorti.
A domanda dell’Ufficio, tra armi corte e lunghe saranno state una quarantina di cui, a mio avviso, quasi la metà erano pero non utilizzabili.
I due ritornarono, dissi loro che avevo fatto un controllo sommario e comunque non completo, e VENTURA mi disse che comunque aveva fretta e che si sarebbe potuto completare l’inventario in seguito in data da stabilirsi.
All’uscita, effettivamente, la seconda persona, come io temevo, disse a VENTURA che nonostante l’amicizia e la fiducia dovevo essere comunque perquisito cosa che fece facendomi vuotare le tasche. Io reagii manifestando il mio disappunto, ma non mi opposi.
Non trovarono quindi il percussore che avevo nascosto tra le dita dei piedi. Con VENTURA tornai quindi in macchina Treviso e li ci lasciammo. Relazionai accuratamente il professore, così come mi era stato richiesto, e gli consegnai il percussore segnalandogli anche la pericolosità della situazione che avevo notato grazie al mio esame dei sacchi che avevo fatto all’insaputa dei due….”

ventura

Specifica di Carlo Digilio – dichiarazioni 05.03.1994:

”….Sciogliendo la riserva del precedente interrogatorio, posso dire che la persona che si trovava nel casolare a fare la guardia era Delfo ZORZI…. In relazione alle armi che ho visto, posso precisare, oltre a quelle che ho già elencato nel precedente interrogatorio, che c’era una machinen pistol SCHMEISSER MP40 nonchè un fucile cal.8 semiautomatico di precisione, di fabbricazione tedesca del 1943, G43 MAUSER…. Per quanto concerne l’esplosivo, la sostanza a scaglie di cui ho accennato era bianca con riflessi rosacei….”

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