Milano: altri nove ordini di cattura per i disordini del “giovedì nero”

Altri nove ordini di cattura sono stati emessi dal dottor Viola, il magistrato che dirige l’inchiesta sui disordini del 12 aprile e l’assassinio dell’agente di polizia, dilaniato da una bomba a mano scagliata dai fascisti. Sei sono stati eseguiti. A San Vittore sono finiti, accusati di radunata sediziosa e resistenza alla forza pubblica, il missino Romano La Russa, figlio del senatore del Msi Antonino La Russa; Giorgio Muggiani, esponente del Msi, «famoso» per aver partecipato, con l’ex parlamentare missino Domenico Leccisi, al trafugamento della salma di Mussolini; Alberto Stabilini, militante del «Fronte della gioventù»; Cesare Ferri, Amedeo Lancella, Mario Di Giovanni: tutti di «Avanguardia nazionale», uno dei gruppuscoli della destra extraparlamentare.

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Per gli stessi reati sono ricercati i « sanbabilini » Gaetano La Scala e Cristiano Rosati Piancastelli, scomparsi da parecchi giorni, ed un terzo personaggio di cui non è stata rivelata l’identità. Secondo voci non controllate, potrebbe essere Ignazio La Russa, segretario provinciale del «Fronte della gioventù». Nel pomeriggio, il dottor Viola, dopo un lungo interrogatorio, ha arrestato per reticenza Sergio Frittoli, responsabile dei quadri delle organizzazioni giovanili del Msi, lo stesso che «denunciò» al dirigente missino Gianluigi Radice i responsabili delle bombe di via Bellotti (Loi e Murelli), come aveva confermato, nei giorni scorsi, il sen. Nencioni, dicendo che Frittoli «aveva visto o intuito qualcosa» prima che scoppiassero i disordini. Per questo, aveva spiegato il senatore missino, «gli era stato facile, saputo cos’era accaduto, risalire ai probabili responsabili». Ne aveva parlato con Radice, «incontrato per caso»; questi si era consultato con l’onorevole Servello e, subito dopo, aveva telefonato in questura. In seguito, Radice era finito in carcere per reticenza, poiché si era rifiutato di rivelare al magistrato il nome di chi gli aveva dato le indicazioni. Ne era uscito quando Frittoli si era presentato «spontaneamente». Oggi è toccato a lui entrare a San Vittore, dove sarà interrogato domani pomeriggio. Stamane il giudice Viola aveva interrogato, nel carcere milanese, Marco Petriccione, arrestato nei giorni scorsi per radunata sediziosa e resistenza. Poi a Palazzo di giustizia si è incontrato con il procuratore generale Salvatore Paulesu. Il colloquio tra i due magistrati si è protratto per oltre un’ora.

Al termine, Viola ha accettato di rispondere alle nostre domande. «A che punto è l’inchiesta?».
«Tutto il discorso ora è da fare a Genova». Il sostituto procuratore ha aggiunto che si recherà nel capoluogo ligure in settimana (forse mercoledì) per interrogare Nico Azzi e gli altri terroristi neri rinchiusi a Marassi per il fallito attentato al treno del 7 aprile.
«Quali saranno le sue azioni, dopo?».
«Verso la metà di maggio chiederò la formalizzazione dell’istruttoria. In quell’occasione provvedere a fare tutte le richieste necessarie».
«Anche l’autorizzazione a procedere contro qualche parlamentare missino?».
A questa domanda Viola non ha risposto. Si è parlato poi della legge Scelba, approvata nel 1952, che affida alla magistratura il compito di individuare i caratteri che fanno di un partito un «partito fascista». Questa legge prevede pene fino a quattro anni di reclusione, per chi «in modo occulto o manifesto, svolga attività politiche che si richiamino con atti o con parole, al partito fascista o alla repubblica dì Salò». In merito, il dottor Viola ha detto: «Non dimentico mai la legge Scelba».

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Sullo stesso argomento abbiamo interrogato poco dopo il procuratore generale Paulesu. Gli è stato chiesto un parere sulle dichiarazioni del presidente della Repubblica, Leone, e del presidente della Corte Costituzionale, Bonifacio, in merito all’applicazione della leggo Scelba. «Condivido in pieno lo spirito e la sostanza delle due interviste, in quanto la legge Scelba è la traduzione in legge di un principio, sancito dalla Costituzione, che vieta la ricostituzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Il magistrato ha proseguito: «Presso questa procura esistono già molti elementi che possono fare ravvisare la ricostituzione del partito fascista. Vi ricordo che esiste una richiesta di autorizzazione a procedere contro l’onorevole Almirante, alla quale il Parlamento non ha ancora dato risposta ». Si tratta di una richiesta presentata, circa un anno fa, dal procuratore generale della Repubblica di Milano, Bianchi D’Espinosa, e basata su una larga documentazione raccolta dal magistrato, la quale comproverebbe gli stretti legami «sempre esistiti» tra Msi e neofascismo. Il dottor Bianchi D’Espinosa morì poche settimane dopo aver completato l’inchiesta e il suo lavoro viene ora portato avanti dal sostituto procuratore Bonelli.

Il dottor Paulesu ha ricordato che «esiste un procedimento in cui è coinvolto anche l’on. Petronio, che a quell’epoca non era ancora deputato». Dell’inchiesta sugli incidenti del 12 aprile e l’assassinio dell’agente Marino ha detto: «Tutto può accadere in questa vicenda; il dottor Viola mi informa per telefono più volte al giorno ».
«Ritiene che l’omicidio dell’agente Marino possa rientrare nell’istruttoria sulla ricostituzione del partito fascista?».
«E’ possibile che, attraverso le indagini del dottor Viola, si possa arrivare a questa conclusione. Questa inchiesta, anzi, è una strada».

La responsabilità del Msi si delinea, dunque, con sempre maggiore chiarezza. Nonostante le «sconfessioni» del senatore Nencioni, che attribuiva la paternità dei disordini agli ultras della destra extraparlamentare, da lui definiti «nemici del partito», ogni giorno l’elenco degli arresti si arricchisce di nomi di iscritti al Msi o militanti nelle organizzazioni giovanili. I ragazzi in carcere hanno incominciato a parlare. Escono fuori i nomi grossi. Le accuse di questi «sanbabilini» riguardano alcuni dirigenti del Msi (l’onorevole Petronio e l’onorevole Servello sono stati chiamati in causa apertamente). Mentre Viola procede nel suo lavoro senza un attimo di sosta, a Milano carabinieri e polizia scoprono un deposito d’esplosivo dietro l’altro. Ieri mattina a Cologno Monzese — a circa un chilometro dal traliccio di Segrate sul quale morì Feltrinelli — è stata trovata una valigia con esplosivo. La dinamite era avvolta in un giornale con la data del 12 marzo ’72 (il giorno prima della morte dell’editore). Appare evidente a questo punto, che si tratta di un maldestro tentativo per confondere le tracce e sviare l’attenzione degli inquirenti.

La Stampa 01.05.1973

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