Arnaldo Forlani – audizione commissione stragi 18.04.1997 – seconda parte

PRESIDENTE. Vorrei farle due ultime domande, prima di lasciare la parola ai colleghi. Nel 1975, rispondendo ad una interrogazione di un deputato del Movimento sociale italiano, Niccolai, lei, a proposito di possibili operazioni del Governo a favore di terroristi arabi, affermò: “L’Aeronautica militare ha categoricamente smentito di aver programmato o effettuato le operazioni di trasporto con aereo militare di terroristi arabi cui fa riferimento l’interrogante”. Poi invece si è scoperto che i terroristi arabi erano stati rispediti in Libia; il generale Maletti ancora protesta (perché ha continuato a protestare per questa operazione nella audizione che noi abbiamo avuto a Johannesburg) per l’Argo 16, e c’è l’ipotesi molto probabile che l’Argo 16 sia stato addirittura abbattuto dal Mossad per ritorsione rispetto a questa sua utilizzazione. Aggiungo: l’Argo 16 era un aereo di cui si serviva la Gladio. Lei non disse la verità a Niccolai per un superiore interesse dello Stato, o l’Aeronautica l’aveva male informata?

FORLANI. Ho comunicato in sede parlamentare quello che mi era stato comunicato dall’Aeronautica militare. Rispondendo non potevo in quel momento che stare a ciò che mi veniva comunicato.

PRESIDENTE. Oggi, confrontando gli esiti solo apparentemente contrastanti della Commissione Anselmi (dico solo apparentemente perché forse è possibile una chiave di lettura diversa, che poi le proporrò sulla P2) la sua valutazione del fenomeno della P2 qual è? Che cosa è stata? Un luogo di ogni nequizia, come è descritto nella relazione della Commissione Anselmi? Un circolo di affaristi e di carrieristi, qual è l’esito giudiziario? O, secondo un’ipotesi della mia proposta di relazione, che Maletti ci ha confermato, un forte centro di irradiazione atlantica, americana in particolare?

FORLANI. Un po’ di tutto, a mezza strada. Un centro un po’ velleitario o un po’ mitomane, che cercava di accreditarsi presso gli organi di direzione dello Stato e anche in sede internazionale. Un’associazione che nelle intenzioni di chi la guidava doveva servire come strumento di pressione nei confronti delle istituzioni in sede nazionale, di affidamento sul piano internazionale, nei confronti degli Stati Uniti e degli altri paesi dell’Occidente, e poi come ombrello anche di interessi. Direi un fenomeno che non doveva essere né sottovalutato, né sopravvalutato, anche perché mi è sembrato, per le osservazioni che ho potuto fare, per le informazioni che ho avuto in quel periodo, che l’appartenenza di molti a quest’associazione era il risultato di vere e proprie leggerezze e non certo di consegne e di convinzione, finalizzate al sovvertimento delle istituzioni.

PRESIDENTE. Però io faccio questa osservazione: per chi conosce la massoneria è difficile dire se ci sono categorie nel vasto mondo delle cooperazioni che siano più massoniche di altre, che so, i dottori commercialisti più degli avvocati, o gli avvocati più dei dottori commercialisti, eccetera. Io non penso che faccia parte della tradizione militare d’Italia una grossa quantità di affiliazioni massoniche, può darsi che mi sbagli. Quello che mi colpisce è che lì c’erano politici, c’erano medici in forte numero, c’erano giornalisti, c’era uno spaccato della società italiana, però tutti i vertici militari erano della P2. Quindi gli apparati di forze dello Stato stavano tutti lì con i loro vertici. Quando io dico un centro di irradiazione atlantica penso a questo, come se iscriversi alla P2 fosse una specie di nulla osta dì sicurezza; si attestava la fedeltà ad un sistema da parte degli uomini che, proprio per essere ai vertici degli apparati di forza, in quel sistema avevano un ruolo essenziale. Questa è una ricostruzione che non mi sembra forzata.

FORLANI. Date le caratteristiche e l‘identikit di questa associazione – io non conosco bene il mondo della massoneria perché non me ne sono mai occupato – per quello che se ne sa, secondo la valutazione corrente, questa si differenziava dalle altre associazioni massoniche. Ad esempio, uno dei caratteri era l’oltranzismo atlantico, che comunque chiaramente veniva ostentato. Questo come fatto di accreditamento, perché chi li guidava poi voleva avere entrature soprattutto in queste direzioni.

PRESIDENTE. Questa mi sembra una spiegazione intelligente. Io sono entrato nel mondo della politica dopo il crollo dei muri. La cosa che mi sorprende, leggendo gli atti della P2, è che non vi è mai il riferimento alla situazione internazionale; sembra che l’Italia fosse un nomade che viveva staccata dal resto del mondo. Quasi come se ci fosse una rimozione di qualcosa che non potesse essere nominato.

FORLANI. Che ci fosse la tendenza in molti gruppi, e in questo in modo particolare, ad apparire comunque, nella valutazione anche della leadership statunitense, più fidati, più realisti del re, quindi più atlantici rispetto all’atteggiamento del mondo politico italiano, questo è evidente.

PRESIDENTE. La spiegazione che lei fornisce è intelligente: Gelli si accreditava presso gli Usa perché aveva, tutti i vertici militari nella Loggia di cui era segretario amministrativo e, nello stesso tempo, egli si accreditava presso i vertici americani come fiduciario americano. E’ una spiegazione che salta agli occhi: solo chi non vuole non la vede.

FORLANI. Poi ci sono i fattori di trascinamento, cioè si iscrive uno e trascina anche l’altro.

PRESIDENTE. Mi rendo conto, infatti scatta anche la gelosia di carriera: poiché tizio si è iscritto lo faccio anche io, altrimenti gli americani pensano che di quello ci si può fidare e di me no e dunque io non faccio carriera. Mi sembrano fenomeni abbastanza comprensibili, non per banalizzare ma per capire cosa è la P2 e cercare di mettere insieme due esiti istituzionali, che altrimenti possono far sembrare il paese schizzofrenico. Volevo porle un’ultima domanda. Il 27 maggio 1981, nel corso di una riunione da lei presieduta, alla quale parteciparono i Ministri della difesa, dell’interno e delle finanze, i capi dei servizi segreti e altri alti ufficiali, i dirigenti militari il cui nome compariva nelle liste furono provvisoriamente collocati in ferie. La decisione mi sembra saggia, a vederla oggi, ma per quale motivo fu consentito al generale Santovito di tornare nel Servizio per riordinare le carte? Ciò non ha forse potuto permettergli di far sparire con tranquillità documenti importanti che potrebbero riallacciarsi a quello che dicevamo prima relativamente alla P2 come luogo di oltranzismo atlantico?

FORLANI. Non ricordo questo particolare, ma con ogni probabilità si tratta di esigenze funzionali di servizio, di trasmissione di notizie e carte a chi avrebbe dovuto continuare l’attività.

PRESIDENTE. Per quanto mi riguarda ho terminato. Se mi consente una valutazione personale, sono soddisfatto della sua audizione in quanto anche nei punti di dissenso tra le sue valutazioni e le mie, è un dissenso con il quale riesco a confrontarmi. Chi invece continua a dirci che non si capisce niente, che non sì è capito niente, che bisogna continuare ad indagare per un’altra decina di anni, si colloca su una posizione con la quale non riesco a dialettizzare. Infatti mi sembra che altrimenti la permanenza di questa Commissione sia una specie di lavacro verso il Paese: non possiamo dire perché sono avvenute le stragi e perché i colpevoli non sono stati individuati perché non lo sappiamo, tanto è vero che c’è una Commissione di inchiesta che continua ad indagare su ciò.

Presidenza del Vice Presidente GRIMALDI

De LUCA Athos. In quegli anni ero studente e vedevo alla televisione lei, il senatore Andreotti ed altri, che poi sono stati e saranno auditi da questa Commissione. Ai miei occhi di studente liceale in quegli anni voi eravate lo Stato italiano, la Repubblica italiana. C’era questa coincidenza: la Democrazia cristiana amava identificarsi nello Stato, è stata anche una strategia del partito. Avete ricoperto in quegli anni ruoli strategici; ieri dicevamo di Andreotti che con il suo curriculum – anche il suo é abbastanza prestigioso – sicuramente era la persona che in quegli anni non doveva avere segreti e cioè tutto quello che lo Stato democratico e repubblicano poteva e doveva sapere per difendere la Repubblica quelle persone avevano gli strumenti per saperlo. Fatta questa premessa, lei ha detto che ci può essere un rischio in questa ricostruzione storica, anche se in realtà il presidente Pellegrino e noi non dobbiamo scrivere un libro da pubblicare ma una relazione per individuare i responsabili delle stragi. Infatti la Commissione si chiama Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi: questo è il nostro compito, non quello di fare ricostruzioni storiche ma di individuare i responsabili delle stragi. Per questo è stato rinnovato il mandato e questa è la nostra delega e proprio a tali fini abbiamo anche dei poteri: mi sembra che lei sia vincolato da un giuramento per le sue dichiarazioni in Commissione. Lei diceva che c’era un rischio perché oggi si è portati a delegittimare il passato e dire che noi rappresentiamo il corso nuovo e che nel passato quella classe politica ha commesso alcuni errori e adesso noi dobbiamo riportare la verità ma il prezzo è la delegittimazione (come i figli che nella loro vita hanno bisogno ad un certo momento di negare i padri o ribellarsi per affermare la loro personalità); e quindi che questa classe dirigente dovesse in qualche modo “assassinare” il passato per legittimarsi a diventare la nuova Repubblica. Ma tenga conto, onorevole Forlani, che c’è un altro rischio, forse meno psicologico e più concreto, e cioè che i protagonisti di quella classe politica e di quegli anni, di cui lei è un rappresentante autorevole, siano portati a fare un’altra cosa: a difendere tutto quell’operato, quella classe politica, ed anche – non so se si possa ancora dire – quel passato della Democrazia cristiana. Si tratta di un rischio, se non pari, forse più cogente, di quelli che vengono attribuiti a noi.

FORLANI. Solo che non sono più eguali le parti. Come nel mondo della giustizia, tra accusa e difesa c’è una sperequazione.

DE LUCA Athos. Quantitativa, onorevole Forlani.

FORLANI. E’ il sistema nel suo complesso, infatti non mi riferisco solo alla classe dirigente politica: è il sistema che ormai, con le sue possibilità di orientamento dell’opinione pubblica, ha un potere di influenza, orientativo, assai maggiore degli uomini del passato che ormai non hanno possibilità di intervento sulla scena.

DE LUCA Athos, Credo che gli uomini del passato, non so se lei si ascrive tra essi…

FORLANI. Sì, della prima Repubblica.

DE LUCA Athos. Credo che invece gli uomini del passato… forse la sfida che abbiamo accettato come Commissione è proprio questa: è stata chiesta la proroga per sfidare la dicotomia e cioè per appurare la verità non postuma, quando la generazione che ne è stata protagonista non ci sarà più, ma per farlo al momento in cui quella classe dirigente esiste ancora, ha e vuole svolgere ancora un ruolo nella Repubblica. Lei dice che quella classe politica non ha più potere, ma non è così. Io credo che questa sede possa offrirle la possibilità di svolgere un ruolo molto importante. Il mio rammarico, invece, è che lei si rifiuta di svolgerlo e che non ci dà la possibilità di dare continuità al suo essere stato uomo di Stato allora ritenendo che solo voi potreste oggi rafforzare la democrazia. Infatti una democrazia matura e forte, credo, sia quella che riesca a non avere più scheletri nell’armadio a fare luce sulle stragi anche arrivando al paradosso di dire: quel sangue versato è stato il minimo che si è riusciti a fare con quelle contraddizioni e responsabilità.

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

DE LUCA Athos. Anche se devo darle atto che su alcune cose è stato chiaro, il salto di qualità che almeno io mi aspettavo (forse perché, come ricordava ieri sera il presidente Pellegrino, ho qualche anno in meno e comunque questa è la mia prima esperienza parlamentare ed ho una dose di maggiore fiducia o ottimismo in alcuni organi), lei non ce lo ha offerto. Le pongo poi questa domanda. Lei pensa o fa parte di coloro che pensano che continuare a scavare in quegli anni è inutile, perché si tirano fuori solo asti o veleni o questioni che oggi non servono più alla nostra Repubblica, e quindi ritiene che allo stato attuale (immagino che avrà letto la relazione che ha predisposto il presidente Pellegrino e che deve essere ultimata anche alla luce di queste ultime audizioni) sostanzialmente siamo pervenuti al nocciolo, ad individuare responsabilità e che quindi i compiti di questa Commissione sono stati sostanzialmente svolti? Cosa ritiene che, in questo scenario e dalla sua audizione di questa mattina, noi dobbiamo desumere? Che responsabilità politiche non ve ne furono? Che non ve ne furono neppure da parte dei Servizi? Che quel che è accaduto, quel sangue versato, è frutto di attività di gruppi isolati almeno da questi soggetti (i Servizi, i politici e lo Stato)? Se così è, se cioè è valida questa terza ipotesi (che “salverebbe” un po’ la classe dirigente dell’epoca), questi “gruppuscoli” avrebbero potuto… Lei ha sostenuto poc’anzi che in realtà la bontà della riuscita dell’azione delle Brigate rosse nel caso Moro è dovuta al fatto che era stata preparata da lungo tempo e con grande perfezione: mi permetto di dirle che io potrei dedicare magari tutta la mia vita ad un progetto di quel genere, ma non mi sembra che il tempo da dedicare ad un progetto possa essere considerato un requisito, né ritengo possa garantire l’efficacia della portata del progetto stesso. E sempre se si ritiene valida la terza ipotesi, quella dei gruppuscoli, questi erano funzionali al Governo dì quegli anni della Democrazia cristiana?

Mi spiego meglio. In realtà il colpo di Stato, la svolta a destra in Italia non serviva, perché la Dc di allora garantiva con la politica degli opposti estremismi gli americani e la stabilità, purché però accadesse,ad adiuvandum, che durante questo Governo della Dc, considerato che su tante questioni c’era fermento (pensiamo agli aspetti sociali di quegli anni: c’erano una bomba da una parte, qualcos’altro dall’altra) si potesse esorcizzare certe situazioni: bisognava votare per questo partito proprio perché teneva lontani i pericoli sia di destra che di sinistra. Questa, però, sarebbe una lettura storica non molto interna ad una classe di potere che vuole rimanere al potere e quindi si colloca in questa lettura. Concludo osservando che, secondo me, questa reticenza c’era. La sfida che abbiamo lanciato e che anch’io personalmente mi sento di lanciarle, onorevole Forlani, è relativa al fatto che non so se noi o lei avremo altre occasioni come questa, formale ed ufficiale, con una classe dirigente di colleghi che hanno un mandato dallo Stato per affrontare e dire certe cose nella sede e nel momento giusti. Lei, a questo riguardo, si riferiva al rischio dei momenti di transizione: credo che offriremmo un grande contributo ed un grande servizio alla Repubblica – della quale si sta anche cercando di aggiornare la Carta costituzionale e che dopo mezzo secolo cerca di rispondere ai cittadini – se riuscissimo a fare quello che si dice di voler fare in tutte le campagne elettorali (e che forse sosteneva anche il suo partito): “far luce sulle stragi, perché un Paese democratico non può avere questi scheletri nell’armadio”. Concludo sperando che in quest’ultima parte dell’audizione lei possa darci una speranza di fiducia su questo fronte, non tanto a noi o a me, ma alle nuove generazioni della nostra Repubblica.

FORLANI. Non credo di poter aggiungere molto alle cose che ho già detto. E’ certo che non ci può che essere un atteggiamento positivo, di apprezzamento rispetto all’impegno della Commissione, che deve essere condiviso da noi e da tutti: quello di ricercare il più possibile la verita’ in ordine alle vicende che sono rimaste in parte inspiegabili, avvolte dalla nebbia o segnate da contraddizioni e ambiguità che non ne hanno consentito la piena comprensione. Dal mio punto di vista vorrei però aggiungere che nessuno può essere più interessato a questo di noi, di chi quelle esperienze le ha vissute e all’interno di quei fatti ha dovuto operare. Certo, per raggiungere la verità (per tornare al discorso sulle caratteristiche dei periodi di transizione), come dice Kafka nei suoi romanzi, “bisogna che ci sia la buona volontà”; non basta la disponibilità di chi è stato nel passato, bisogna che ci sia la buona volontà anche dell’interlocutore del presente, in chi ricerca nel presente la spiegazione di questi fatti. A mio avviso non ci sono stati dei punti di direzione nella vita politica del Paese che non fossero in linea. con le direttive di risolutezza e coerenza nella lotta ai tentativi di eversione, da qualsiasi parte questi provenissero. Ciò non significa che non possano essere registrati momenti, periodi di maggiore efficienza, con successi e risultati, e invece vicende che non hanno avuto sbocco e soluzione.

PRESIDENTE. Tendendo sempre a sintetizzare le questioni: la tensione era una cosa e la strategia della tensione era un’altra, era una utilizzazione della tensione ad un fine di stabilizzazione in senso moderato. Che in Italia ci sia stata una strategia della tensione, Moro lo riconosce, parla dì responsabilità nazionali e internazionali. Parlando del suo partito, della Democrazia cristiana, dice “connivenze e indulgenze”. Penso che quel riferimento esclusivo alla Democrazia cristiana sia stato ingiusto, si spiega nella logica del processo che gli veniva fatto come Presidente di quel partito. In realtà anche recentemente il presidente Cossiga ha parlato di un “partito arnerikano” e ci ha detto che va. scritto rigidamente così, con la lettera “k”, che non significa quindi una responsabilità del Governo Usa ma è come se ci fosse in Italia, anche nel ceto politico in maniera trasversale alle forze politiche del centro un “partito amerikano”, un partito di oltranzismo atlantico che voleva utilizzare la tensione per una involuzione di tipo autoritario (come anche lei ha detto) delle istituzioni democratiche.

Quel giudizio di Moro, sia pure espresso in condizioni tragiche e difficilissime, lei lo condivide? C’è stata in Italia una strategia della tensione? C’è stato questo partito “amerikano”? Voglio ricordare a me stesso che il termine “strategia della tensione” nasce in Italia in una polemica interna al mondo socialista, una polemica fra il partito socialista e il partito socialdemocratico (chiamiamolo così) subito dopo la scissione. Su questo vorrei sapere se lei può aggiungerci qualcosa, qualche nome; alcuni sono noti come Ivan Matteo Lombardo e Pacciardi ma altri? Nei partiti, ovunque, la lotta politica ha la sua specificità e i suoi contrasti. Ieri il senatore Andreotti diceva che si diventa ministro della difesa o dell’interno quasi per caso, perché qualcuno prega una persona di assumere il ministero. Noi sappiamo che non è così anche per diventare sottosegretario vi sono pressioni da una parte e dall’altra e contrasti: questo avviene nella seconda Repubblica e quindi immagino che sia avvenuto anche nella prima. Le parole dì Moro sono molto precise: egli parla di un fine politico che non sì realizza e che sta all’interno dì quello che ci dice lei. Alla fine però la direzione politica prevalente fu per sconfiggere la strategia della tensione, ma chi l’aveva messa in campo?

FORLANI. Che ci siano state tentazioni più o meno velleitarie dì condizionamento dei partiti, del mondo politico, posizioni più oltranziste rispetto a quelle assunte, registrate e approvate in sede rappresentativa, democratica, parlamentare e di Governo, che queste tentazioni o questi fatti siano intervenuti, è fuori di dubbio. Quello che a me interessa sottolineare e rendere chiaro è che rispetto a questa realtà l’atteggiamento responsabile dei governi e del partito di maggioranza relativa ha avuto una sua coerenza di fondo che non è mai venuta meno. Queste sono le convinzioni che io traggo dalla mia esperienza.

PRESIDENTE. Le do atto che poi la storia del Paese alla fine dimostra che le cose andarono così. Su questo non vi è dubbio ma il contrasto tra chi era? Nomi e persone.

FORLANI. Lei stesso ha menzionato personaggi che anche se avevano una loro rilevanza di prestigio, di esperienza personale, però non avevano un grande seguito nel Paese.

PRESIDENTE. Lei non ci può aggiungere altri nomi?

FORLANI. A parte che Pacciardi non si capisce bene come possa essere collocato su un certo versante, perché era indubbia la sua fedeltà ad una linea democratica; e poi sosteneva riforme istituzionali che mi pare adesso siano di grande attualità…

PRESIDENTE. Lei è una persona indubbiamente fine, colta e intelligente e lo ha dimostrato anche oggi ma, mi consenta, una valutazione di questo tipo è un errore politico e storico. Dire che Gelli era presidenzialista e quindi chi oggi è presidenzialista è iscritto alla P2 è un falso sillogismo…

FORLANI. Parlavo di Pacciardi.

PRESIDENTE. Sarebbe come dire che chi oggi pensa ad una soluzione istituzionale come quella a cui pensava Pacciardi sia assimilabile. Anche Calamandrei e Dossetti erano presidenzialisti nella prima fase dell’Assemblea Costituente: lo facevano evidentemente perché ritenevano che il parlamentarismo fosse stata una delle cause della nascita del regime. Allora la soluzione presidenziale era una forma di contrasto con l’ascesa del movimento operaio ma, direi più in generale, con una democrazia che diventava esigente come, se non sbaglio, disse proprio Moro. Oggi è l’idea che in un mondo sempre più tecnocratico o la politica si affida alla delega o il mandato finisce di essere tale e la stessa democrazia finisce per prendere contenuti diversi. Scelte istituzionali assumono significato diverso a seconda delle motivazioni e dei momenti storici in cui vengono proposte. Io volevo sapere, all’interno del suo partito, a chi poteva riferirsi Moro quando parlava di “connivenze o indulgenze”?

FORLANI. Insisto sul fatto (perché non è irrilevante) che Moro scrive queste cose in condizioni del tutto particolari e lei giustamente lo ha ricordato. All’interno della Democrazia cristiana dove pure il confronto, la dialettica fra i gruppi e le correnti è stata sempre piuttosto vivace, posizioni di questo genere bisognerebbe andarle a cercare con il lanternino, se si dovessero fare dei nomi. Parlavo prima di Pacciardi: era un personaggio di sicura vocazione democratica. La sua storia, la sua partecipazione alla guerra civile in Spagna, le sue battaglie per la Repubblica in Italia…

PRESIDENTE. Qui ci mettiamo su un crinale delicato perché anche Sogno era stato un partigiano bianco ed anche Fumagalli…

FORLANI. Infatti sono posizioni che rimangono molto problematiche e discutibili anche oggi.

PRESIDENTE Le volevo fare una domanda precisa: in sede giudiziaria è stata avanzata l’ipotesi che nel contesto eversivo da cui viene lo stragismo ci fosse un affidamento dovuto al fatto che, dopo un grave fatto di sangue come la strage di piazza Fontana, il presidente dei Consiglio Rumor avrebbe potuto dichiarare lo stato d’emergenza. Di conseguenza l’attentato del 1973 in via Fatebenefratelli sarebbe stata la punizione per una solidarietà che poi non era scattata. Può dirci qualcosa su questo?

FORLANI. Alla luce delle mie convinzioni e della conoscenza che ho di fatti e di persone, sì tratta di cose del tutto prive di significato, di cose dissennate. Immaginare che dietro alla strategia della tensione ci fosse una qualche direttiva che potesse far capo…

PRESIDENTE. Non una direttiva. Ho chiesto agli uffici se possiamo acquisire dalla Rai le cassette del discorso televisivo che egli fece dopo la strage di piazza Fontana: ricordo l’immagine di un uomo lacerato dalla tensione estrema. In una persona fragile la valutazione se la dichiarazione di uno stato di emergenza fosse una necessità non può essere balenata come un’ipotesi possibile, e quindi aver dato luogo ad un affidamento?

FORLANI. No, Rumor non era uomo che potesse assumere decisioni di questo genere se non passando attraverso il filtro di una collegialità e di una discussione democratica in seno al suo partito.

PRESIDENTE. Penso anche io che fosse così, ma lo ha mai proposto? Lei ricorda, ad esempio che all’interno del suo partito ci sia stato mai qualcuno che ha preso posizione in questo senso dicendo così non si poteva andare avanti, che il disordine era troppo e che vi era una fase in cui qualche garanzia costituzionale doveva venire meno per poter in questo modo consolidare in prospettiva futura ima evoluzione democratica?

FORLANI. No. Certamente in qualche occasione di dibattito, come immagino accada all’interno di tutti i partiti, si sono enucleate delle posizioni di maggiore reattività o di maggiore aggressività rispetto a fatti o a fenomeni eversivi, ma il risultato del confronto e della discussione si è tradotto sempre in linee che sono peraltro anche ben rappresentate da quel mio intervento fatto come segretario politico della Democrazia cristiana. Sono stato segretario della Democrazia cristiana in periodi diversi, abbastanza lontani, riguardano una parte considerevole della mia vita, cioè circa sette anni. Allora ritengo di poter affermare che c’è stata una linea di grande coerenza su questo terreno.

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