Arnaldo Forlani – audizione commissione stragi 18.04.1997 – prima parte

(…)
PRESIDENTE.
Il rischio di cui lei parla lo vedo. Riconosco di avere una cultura antagonista a quella del senatore Andreotti, nel senso che il senatore Andreotti – lo abbiamo visto nelle due lunghe audizioni che si sono svolte in questi giorni – aderisce talmente alla specificità del singolo evento da finire per rendere quasi impossibile la possibilità di mettere insieme i vari particolari e di vedere quale è il disegno comune. C’è una prospettiva di tanta adesione al particolare, al certo, al reale, all’aspetto apparente delle cose, che poi le varie contraddizioni finiscono per non essere spiegate. Ammetto che invece io tendo ad una semplificazione, ricostruendo per grandi linee, il che implica sempre la possibilità di qualche forzatura. Ma non penso che mi si possa addebitare il facile manicheismo della fase nuova rispetto alla fase precedente. Infatti nella parte conclusiva della mia relazione scrivo testualmente: “E’ dovere peraltro riconoscere che le forze politiche di Governo” – e il suo partito è stata la principale forza di Governo del Paese – “in ragione di una sempre crescente interiorizzazione dei valori democratici, abbiano agito in modo tale da frenare, neutralizzare e infine sconfiggere le spinte verso l’involuzione autoritaria dell’ordinamento repubblicano”. Mi sembra un giudizio preciso che è stato anche discusso come eccessivamente benevolo.

Le vorrei rivolgere la seguente domanda. Non si sarebbe potuto fare niente di più e di meglio perché il Paese, per tutto questo, non pagasse fino in fondo il prezzo di sangue che poi ha pagato? Questo è un fatto certo, non è un giudizio negativo. Ieri ho letto al senatore Andreotti una frase, da lui stesso pronunciata davanti ad un’altra Commissione di inchiesta, e ricordo che lui è stato Ministro della difesa per sette anni a cominciare dal 1959: “Le prime cose che mi spiegarono degli esperti fu che un Ministro della difesa che volesse avere prestigio non doveva occuparsi né di servizi segreti né di forniture”. Ci ha poi spiegato che quando è ritornato al Ministero della difesa nel 1974 decise di occuparsi fortemente dei Servizi. Se la decisione fosse stata presa prima probabilmente le cose non sarebbero andate meglio? Quando Aldo Moro nel suo memoriale parla di “indulgenze e connivenze” anche — l’anche è una mia aggiunta perché nel memoriale non c’è – “di settori della Democrazia cristiana, con la strategia della tensione”, non dice qualcosa che la spinge, non personalmente ma come uomo di vertice di quel partito, almeno ad una marginale autocritica, a dire di sì, che c’erano stati momenti in almeno qualcuno di noi ha pensato che l’evoluzione italiana potesse essere altra, che forse le richieste che provenivano dall’elettorato moderato non dovessero essere contrastate fino in fondo e che quindi abbiamo lasciato spazio a redini non sufficientemente tirate agli apparati di sicurezza? Un personaggio come Umberto D’Amato non è stato tollerato con connivenza ed indulgenza? Maletti ci ha detto che nel 1974 gli spiegarono che c’era una Costituzione democratica ma che fino a quel momento non gli aveva neanche detto – i politici si intende – se dovevano battersi o meno per difendere la Costituzione. L’ammiraglio Martini ci ha detto: “Questo è un paese dove per cinquant’anni ai servizi segreti stranieri abbiamo fatto fare quello che volevamo”. Maletti ci ha detto: “Sì, ma fino al 1974 l’input che ci veniva era più di lotta politica interna, sorvegliamo Tizio e Caio o le abitudini sessuali di Sempronio. Capisco che i processi alla storia hanno un senso relativo, però noi abbiamo responsabilità verso un paese che ha pagato un prezzo di sangue a tutto questo.

FORLANI. Quando io parlo del rischio che nella ricostruzione di un periodo storico prevalgano oramai le tendenze alla delegittimazione del passato e all’accreditamento del presente, non mi riferisco alla sua ipotesi di relazione, mi riferisco ad un generale andamento positivo. Anche per le persone che vengono interrogate oggi dalla Commissione parlamentare, secondo me balza evidente questa tendenza a parlare e riferire in un certo modo.

PRESIDENTE. Andreotti ci ha parlato a questo proposito di “maddalenismo” come se oggi fossero tutte Maddalene pentite; sì, però Maddalena aveva peccato.

FORLANI. La tendenza a compiacere e ad assecondare quella che si suppone possa essere la convinzione e il convincimento di chi interroga. Quindi, anche da parte di Maletti od altri, come si fa ad affermare “non eravamo educati, istruiti, orientati all’osservanza dei valori posti a fondamento della Costituzione?”.

PRESIDENTE. Però non penso che questo trovi conferma in quello che Andreotti ha detto non a noi, ma in una precedente Commissione, di se stesso: “mi fu spiegato che non mi dovevo occupare né di servizi segreti, né di forniture,”. Io ho detto ieri al senatore Andreotti che mi sembravano due cose sbagliatissime: un Ministro della difesa si deve occupare (con l’ordinamento di allora, poi dopo è stato tutto attribuito alla responsabilità della Presidenza del Consiglio dei ministri) del servizio segreto militare ed anche delle forniture, perché le forniture militari, come il caso Lockheed oggi può essere letto, potevano essere anche grosse occasioni di finanziamento straniero a forze politiche interne.

FORLANI. Che ci sia un dato permanente e di caratterizzazione della particolare attività dei servizi segreti nella storia di ogni paese, credo lo si debba tener presente. Cioè, se noi siamo all’interno di un sistema di alleanze fondato anche su un patto di integrazione militare, i servizi segreti hanno un loro collegamento e uno spazio, diciamo, di autonomia per gli aspetti operativi, rispetto ai quali non sempre il potere politico può arrivare ad osservare e a controllare in modo puntuale. Questo sì, ma che ci sia stato un atteggiamento di disinvoltura da parte del potere politico, questo non me la sentirei di affermarlo. Come sempre nelle cose, ci sono dei periodi di maggiore efficienza, di maggiore attenzione e dei periodi se non di inerzia, magari di eccessiva fiducia rispetto a dei servizi che devono avere un certo loro margine di autonomia. Però, almeno per l’esperienza che ho fatto al Ministero della difesa, ricordo che c’era, da parte del responsabile del servizio, un riferimento abbastanza puntuale.

PRESIDENTE. Sì, però lei viene dopo la svolta di Andreotti; lei va al Ministero della difesa dopo che Andreotti aveva cambiato atteggiamento.

FORLANI. Dall’autunno del 1974 al 1976, un periodo che è stato segnato da avvenimenti così drammatici, che hanno messo a dura prova l’efficienza o meno dei servizi e dei dispositivi di sicurezza.

PRESIDENTE. Voglio però sottolineare questa differenza. Mentre lei parla di fatti drammatici, che sono piazza Fontana, Peteano, l’Italicus, Brescia, la spiegazione che ha dato il senatore Andreotti sii tutto il problema era la Commissione Alessi, che aveva detto quello che aveva, detto sul caso dei 1964. Trovo più realistica la sua spiegazione di quella di Andreotti.

FORLANI. Andreotti è stato sempre uomo di governo, quindi ha semmai una propensione maggiore alla concretezza, al dettaglio, ai fatti. Io sono stato prevalentemente uomo di partito, almeno come responsabilità di direzione, anche se ho avuto impegni di governo vari e rilevanti. Nel nostro impegno di partito dovevano avere una visione generale, la preoccupazione diretta a comprendere i problemi nella loro dimensione anche in un certo senso, planetaria. I nostri collegamenti ci portavano, ad esempio, a tener conto molto della vicenda cilena, di ciò che era avvenuto in Grecia, dei rapporti che i gruppi eversivi intrecciavano sul piano internazionale, e quindi i rischi di involuzione e di una fase regressiva nella vicenda del paese sono stati sempre un motivo conduttore, un riferimento di fondo del nostro impegno.

PRESIDENTE. Ho capito e la ringrazio. Perché tutta questa audizione non finisca per essere un dibattito culturale cosa che mi appassiona, però forse non è propria di una Commissione di inchiesta le vorrei fare solo qualche domanda. E’ noto che lei, nel novembre dei ’72, in un pubblico comizio a La Spezia, pronunciò parole molto gravi. In particolare lei disse: “E’ stato operato il tentativo più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla liberazione ad oggi. Questo tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno, ma anche di ordine internazionale, questo tentativo non è finito. Noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso”. Ora su questa sua frase la pubblicistica di settore si è spesso sbizzarrita, diciamo che è un reperto bibliografico estremamente ricorrente; e normalmente viene accompagnato da un commento: che lei non abbia mai chiarito che cosa veramente volesse dire. Ora io voglio darle atto che questo non è vero, perché lei fu udito dalla Commissione sulla P2, che le fece questa specifica domanda ed è vero che lei inizialmente tenta di dare una spiegazione di tipo elettoralistico alla frase: “stavo facendo un comizio elettorale, era una fase in cui il Movimento sociale era in forte crescita di voti, e quindi io volevo lanciare questo segnale: state attenti, la risposta all’anticomunismo siamo noi nella democrazia, non può essere il Movimento sociale, anzi, se non ci consentite di governare il paese, in realtà aprite una via all’ingovernabilità e quindi a un successo del comunismo”. Però poi nel corso di quella audizione lei dice una serie di cose, che somigliano molto a quello che ci ha detto oggi, però particolareggiate, per cui io, che in questi giorni ho voluto rileggere con attenzione quella sua audizione, mi sono fatto questa esemplificazione che se le parole fossero un disegno e quello che lei disse in quell’occasione potesse essere vergato su una carta trasparente, e quel disegno venisse poi sovrapposto al disegno che emerge dalla proposta di relazione, essi combaciano perfettamente. Nel senso che lei li delinea una serie di linee portanti che poi quello che c’è nella mia proposta di relazione arricchisce di particolari, pur lasciando ancora molti spazi vuoti. Quindi io le do atto di questo, che ormai sono passati degli anni e il quadro interno e internazionale è completamente cambiato; io mi voglio augurare che lei voglia oggi aiutarci a completare qualcuno dei vuoti che ci sono nel disegno. Quindi le faccio delle domande e vorrei delle risposte precise. Tenga presente che noi oggi sappiamo, ce lo ha confermato anche Andreotti, che il golpe Borghese fu una cosa seria. Giorni fa Sogno ha pubblicamente detto che nel 1974 c’era effettivamente un disegno di involuzione autoritaria di cui egli era partecipe. Pertanto i due fatti del 1970 e 1974 accavallano la data in cui lei parla. Infatti lei dice che è avvenuto ma non è ancora finito, golpe Borghese e golpeBianco del 1974. Pertanto, oggi, anche alla stregua delle conoscenze ulteriori che abbiamo acquisito, le chiedo a chi si riferisse quando parlava di tentativo della destra reazionaria.

FORLANI. Il tentativo di golpe Borghese è del dicembre del 1970, la notte dell’Immacolata. Non c’è stato solo quel fatto. E’ un periodo che va dal “Boia chi molla” di Reggio Calabria ai disordini de L’Aquila, dagli attentati sui treni alla strage di piazza Fontana. Certo è difficile non vedere nel golpe Borghese aspetti velleitari, e anche ridicoli. Ma chi ha conoscenza degli avvenimenti che hanno segnato anche la storia e le vicende tragiche del secolo che ci apprestiamo a concludere sa che spesso fatti sconvolgenti avvengono con punti di partenza magari di scarso rilievo. L’assalto al Palazzo d’inverno, la presa della Bastiglia, la stessa marcia su Rorna, non erano di per sé fatti così sconvolgenti, di generale mobilitazione e inarrestabili.

PRESIDENTE. Però ci sono le condizioni storico-politiche per cui il fatto riesce; infatti la marcia su Roma non venne contrastata. Se avessero schierato l’esercito non avrebbe avuto successo.

FORLANI. Certo. Pertanto a mio avviso era giusto un atteggiamento di allarme e inquietudine anche rispetto a fatti che potevano apparire velleitari o cialtroneschi.

PRESIDENTE. Quando lei parla di radici organizzative e finanziarie consistenti a cosa si riferisce? Può chiarire meglio questo aspetto?

FORLANI. Riandando a quel mio intervento nella campagna elettorale per il rinnovo dei consigli comunali nel novembre 1972, ricordo che poco prima c’era stato un dibattito alla Camera nel corso del quale erano intervenuti i maggiori esponenti dei diversi partiti. La preoccupazione, che poi ho tradotto nell’intervento pubblico, aveva trovato un denominatore comune, un concorso di voci sul piano parlamentare. Avevo avuto colloqui con vari segretari di partito. Nel dibattito era intervenuto con toni molto preoccupati e severi l’onorevole Berlinguer, con il quale anche avevo parlato in quella occasione.

PRESIDENTE. E’ noto che il Pci aveva una sua rete informativa interna. Quindi le preoccupazioni di Berlinguer provenivano da fatti reali o, per lo meno, da informazioni che aveva ricevuto.

FORLANI. Voglio dire però che allora rimasi ancora più preoccupato da quanto mi fu detto dal segretario del Movimento sociale italiano, Almirante, che volle un incontro riservato con me. Mi impressionò molto quello che mi disse Almirante: era molto preoccupato e voleva avvertire che movimenti che si stavano verificando nel paese e tentativi vari di eversione ed antisistema non solo sfuggivano completamente alle sue possibilità di controllo; ma si ponevano del tutto in antitesi con la sua posizione e voleva rendere ben chiaro che avremmo commesso tutti un errore madornale nel ritenere che ci fosse un qualche collegamento tra questi fenomeni e la posizione complessiva, strategica e di linea politica del Movimento sociale italiano, che poi in quel periodo era diventato Destra Nazionale. Il mio intervento è dunque da interpretare come un allarme, come un monito, diretto a rendere avvertita l’opinione pubblica e segnare, nel contempo, in modo preciso anche all’interno e all’esterno per i nostri alleati che la posizione della Democrazia cristiana non poteva e non doveva prestarsi ad equivoci di sorta. In Italia, qualsiasi cosa fosse avvenuta, la linea della Democrazia cristiana avrebbe continuato a muoversi secondo questa direttrice di fondo: contrastare il comunismo ma senza venir meno agli impegni di tenuta e difesa del metodo e del sistema democratico. Vorrei anche aggiungere che la trascrizione del mio intervento così come fu riportata da “Paese Sera” non corrisponde esattamente alle cose da me dette in quel comizio. Ho fatto un raffronto fra ciò che riporta il “Paese Sera”, poi ripreso da “L’Unità” e da altri giornali,. con il resoconto più ampio da “Il Popolo”. Non c’è una esatta corrispondenza letterale con le espressioni riportate da “Paese Sera”, ma il senso comunque è quello.

PRESIDENTE. Quando parla di “radici finanziarie”, c’era un riferimento a vicende che avevano interessato anche la storia dei Servizi? Penso al suicidio, che ha lasciato sempre tanti punti interrogativi, del colonnello Rocca all’ufficio RI.

FORLANI. Non pensavo a quello, ma a gruppi eversivi di destra che (ne avevo avuto la conferma da Almirante) si ponevano anche in netta contraddizione rispetto alla linea della destra nazionale.

PRESIDENTE. E da chi erano finanziati? Questo, Almirante glielo disse?

FORLANI. Si diceva che questi gruppi avevano uno stretto collegamento con i regimi totalitari dell’area mediterranea, quindi Grecia, Spagna e Portogallo.

PRESIDENTE. Questo combacia con alcune delle cose che ci ha detto Maletti. Quindi erano queste le solidarietà internazionali o lei pensava che ci potessero anche essere settori, anche minoritari, dell’amministrazione americana che non sarebbero stati sfavorevoli ad una evoluzione della situazione italiana sul modello greco o turco?

FORLANI. Certamente si tratta di fatti che potevano trovare qualche corrispondenza in preoccupazioni anche interne all’alleanza atlantica. E’ chiaro che le posizioni dell’Italia, della Spagna, della Grecia e della Turchia erano considerate nevralgiche, vulnerabili e particolarmente importanti. Era dunque possibile che questi fatti eversivi di destra potessero trovare una qualche corrispondenza all’interno di certi settori; di qui la nostra preoccupazione ed anche l’atteggiamento, di allarme, di avvertimento e in qualche modo di deterrenza rispetto a fatti stessi.

PRESIDENTE. Quanto alle solidarietà interne? Pongo questa domanda poiché il senatore Andreotti ci ha detto di essere sempre stato sicuro della sostanziale fedeltà democratica delle Forze armate. Questo giudizio ci è stato dato anche dal generale Maletti, che però ha detto che ciò era vero fino ad un certo punto e che lui aveva notizie che proprio in quegli anni un diplomatico americano “girava” per il Nord-Est d’Italia cercando di solleticare volontà revanchiste in quadri intermedi dell’esercito. L’ulteriore domanda che le pongo e che mi pongo è questa: il principe Borghese non era una sprovveduto, ma che aveva un passato alle spalle…

FRAGALA’. Aveva anche delle difficoltà finanziarie!

PRESIDENTE. Sì aveva anche difficoltà finanziarie, che sono note!

FORLANI. Aveva un passato.

FRAGALA’. Tutti abbiamo un passato alle spalle!

PRESIDENTE. Però era un uomo che aveva partecipato con un ruolo tutto particolare alla guerra di Resistenza, che era stato salvato dai Servizi occidentali e quindi conosceva anche l’aspetto segreto del potere.

FORLANI. Era un uomo che aveva coraggio.

PRESIDENTE. Era un uomo coraggioso, ma non era uno sprovveduto. Lui parte e si ferma nel tentativo di golpe; su quali solidarietà politiche e militari contava, che vengono meno, o sulle quali aveva fatto forse imprudentemente affidamento? Un affidamento, però, ci doveva essere: non posso pensare che intendesse fare il colpo di Stato con le guardie forestali. A parte poi le complicità che ci sono potute essere per il fatto del trafugamento delle armi dal Ministero dell’interno, dal Viminale.

FORLANI. Sono d’accordo con quanto ha detto Andreotti. Credo che sostanzialmente nei quadri centrali, di responsabilità, ma anche nei quadri intermedi, nella generalità delle Forze armate, sul sistema complessivo di sicurezza del Paese non ci siano stati cedimenti: credo che la tenuta e la lealtà delle Forze armate rispetto al sistema democratico sia un fatto sicuro, direi costitutivo, radicato ormai nel costume. Quindi, Borghese avrà interpretato con una certa faciloneria qualche atteggiamento di amicizia, di simpatia personale o magari qualche frase di taluno ed abbia immaginato trovare una corrispondenza che in realtà non aveva basi reali.

PRESIDENTE. Ma secondo lei, perché avviene l’arresto del movimento? Andreotti ci ha detto che probabilmente ciò è avvenuto perché Almirante gli dice: “Noi non ti seguiamo”; ma mi sembra difficile che potessero fidare sul Movimento sociale. Certo, se non lo seguiva nemmeno il Movimento sociale, si sarebbe trattato di un’impresa disperata.

FORLANI. E’ sicuro che non l’avrebbe seguito! Almirante certamente non lo avrebbe seguito.

PRESIDENTE. E quindi su quali affidamenti politici o militari poteva contare? Per esempio, l’ammiraglio Torrisi, secondo lei, era coinvolto in tutta la vicenda? Miceli aveva un ruolo indubbiamente ambiguo, tanto è vero che fu anche processato per questo: poi lo ritroviamo in Parlamento.

FORLANI. Non credo che sia venuta meno la loro lealtà. Penso che nei servizi segreti ci siano atteggiamenti individuali che possono apparire ambigui, a volte, per necessità di ufficio, in un certo senso. Ma non credo che sia mancata, la lealtà né da parte di questi responsabili dei servizi, né tanto meno negli organi direttivi e responsabili delle Forze armate: Esercito, Aviazione e Marina. Nessuno ha potuto dare una spiegazione sicura di questo atteggiamento di Borghese improvvisamente rinunciatario. Probabilmente la sola spiegazione logica è che è partito per un’impresa che non aveva una base realistica, e alla prova dei fatti ha constatato questo dato di fatto e si è ritirato.

PRESIDENTE. Beh, ci fa la figura dello sprovveduto: questo dobbiamo ammetterlo!

FORLANI. Anche dello sprovveduto. Credo sia un’osservazione che deriva dal senso comune anche se, come gli inglesi, sono convinto che il senso comune sia una cosa piuttosto rara.

PRESIDENTE. Sarà che non ne sono dotato ma non è una spiegazione che mi convince pienamente. Penso anche io che nell’insieme la fedeltà democratica delle Forze armate fosse sicura; che in qualche elemento delle Forze armate non ci fosse mi sembra altrettanto certo. Risulta addirittura che il colonnello Spiazzi spostò truppe in quello stesso giorno.

FORLANI. Fu il solo caso. Si trattò di un movimento poco definibile, Spiazzi ha incolonnato dei militari verso Sesto San Giovanni.

PRESIDENTE. La Forestale invece si mosse, entrò a Roma armata. L’altro fece un movimento non perfettamente percepibile, però c’è stato.

FORLANI. E ci fu allarme e preoccupazione…

PRESIDENTE. Volevo aggiungere che nei fatti c’era questa fedeltà democratica, questa volontà di non passare all’azione e di non assumere rischi. Tuttavia dobbiamo dire anche che nelle parole non era così: chiunque abbia conosciuto quegli ambienti in quegli anni sa che spesso i discorsi che si facevano erano di segno diverso, che la tentazione del pronunciamento a livello verbale era piuttosto frequente. Questo può aver fatto nascere affidamenti.

FORLANI. In parte certamente queste cose possono avere concorso. Non è escluso nemmeno che nei suoi collegamenti internazionali qualcuno all’esterno che abbia detto che era opportuno muoversi, prendere qualche iniziativa, perché poi le solidarietà sarebbero intervenute. Questo è molto probabile, è un’ipotesi che si può fare. Ma che nel complesso l’impresa sia stata improvvisata, condotta (e sconfessata) in modo sconsiderato, cervellotico, questo mi sembra evidente.

PRESIDENTE. Passiamo ad un altro aspetto. A quanto ho capito, lei, diventato Ministro della difesa continua nella linea che era stata segnata dal suo immediato predecessore, il senatore, Andreotti. Quali direttive diede per colpire i nuclei eversivi di destra e i loro eventuali protettori istituzionali da Ministro della difesa?

FORLANI. Le direttive più che del Ministro della difesa erano del Governo nella sua collegialità, le direttive sono state sempre risolute e severe. Immaginare che possa esserci stata una qualche arrendevolezza o compiacenza da parte nostra, da parte dei politici investiti di responsabilità direttive e di governo nei confronti dei fatti eversivi di segno nero o di segno rosso, sarebbe veramente un divagare, un andare fuor d’opera.Ci possono essere stati dei periodi in cui queste direttive sono state tradotte nei fatti con maggiore efficienza e risolutezza e altri periodi nei quali, almeno alla luce dei risultati mancati, può essere apparsa una certa inefficienza. Questo è possibile ma non nelle direttive che sono state sempre di assoluta risolutezza e di grande coerenza.

PRESIDENTE. Sul “sempre” ho qualche perplessità perché mi sembra che gli atti che abbiamo lo smentiscano. Dal 1974 in poi mi sembra invece che possiamo dire che questo è avvenuto per quanto riguarda la destra. Veniamo ora ad un altro profilo, a quello del contrasto con l’eversione di sinistra. Nell’ottobre del 1975 viene a cessare (diciamo così per adesso) l’incarico di Capo del reparto D del Sid del generale Gian Adelio Maletti. II senatore Andreotti qui ha confermato quello che lei dice nell’audizione a cui facevo riferimento prima alla Commissione P2, cioè che in realtà si trattò di una sostanziale promozione. Il dubbio è che promoveatur ut amoveatur, che fosse in realtà più che promosso, rimosso sostanzialmente. Risulta che il generale Maletti in quel periodo era allarmato per una possibile recrudescenza del terrorismo di sinistra. Lui ce lo ha confermato, disse che ne informò il Ministro dell’interno, il ministro Gui, addirittura con un documento scritto di due pagine in cui si diceva che le Brigate rosse in quel momento avevano ricevuto gravi colpi ma che si stessero riorganizzando e che potessero addirittura perdere il connotato di gruppi ideologici di sinistra, che avrebbero alzato il tiro, cominciando a sparare alle gambe e poi non soltanto alle gambe. Fino a quel momento le Brigate rosse non avevano mai ucciso: cominciano a farlo con l’omicidio Coco. Il generale Maletti ci ha detto che in quel periodo la sua impressione era che il mondo politico italiano non fosse attento al pericolo che veniva dal terrorismo di sinistra, così come nel periodo anteriore non era stato attento al pericolo che poteva venire dal terrorismo di destra. Lui ci ha detto che non crede che lo si sia voluto promuovere ma piuttosto che lo si sia voluto rimuovere. Ci ha detto anche di aver ritenuto che lei abbia preso questa decisione sull’inputche le veniva da altro grosso dirigente della Democrazia cristiana, uomo di grande potere in quel momento. Il riferimento al senatore Andreotti ci è sembrato abbastanza trasparente. Ci ha detto anche di aver vivacemente protestato con lei per quella decisione e di ritenere estremamente probabile che ci fosse stata una influenza americana. A chi gli ha fatto vedere una certa contraddizione in quest’ultima osservazione – perché se lui rappresentava all’interno dei Servizi la linea israeliana e contrastava Miceli che invece interpretava la linea filo-libica, filo-araba, ciò sembrerebbe non verosimile – lui ha risposto che non contava niente, ha fatto capire che ciò che in quel momento non era gradito era la sua linea di allarme nei confronti del terrorismo di sinistra. Devo dire che in quegli anni si percepisce chiaramente un abbassamento della guardia nei confronti del terrorismo di sinistra. Ne hanno parlato magistrati come Caselli che indagavano: viene sciolto il nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa e non si è mai capito perché; viene successivamente sciolto anche l’Ispettorato antiterrorismo di Santillo e anche questo non ha spiegazione; sta nei fatti che nel momento in cui le Brigate rosse raggiungono il maggior momento offensivo con il sequestro di Moro, l’uccisione della sua scorta e la successiva uccisione di Moro stesso, lo Stato sembra abbastanza disarmato. Cosa ci può dire su questo episodio particolare della protesta di Maletti? Egli ci dice: “Mentre ero in missione all’estero il ministro Forlani mi fece comunicare che dovevo rientrare d’urgenza per prendere il comando di divisione. Il ministro Forlani stesso poco prima della mia partenza per questa missione mi aveva detto, quando mi ero presentato a lui per chiedergli se ci fossero trasferimenti in vista, di non preoccuparmi perché sarei rimasto ancora per qualche tempo. Come mai questa improvvisa decisione? Non certo su richiesta del Capo di Stato Maggiore dell’esercito, non certo per sua decisione e non certo per decisione o richiesta dell’ammiraglio Casardi. Penso che la decisione sia stata presa da Forlani per incarico di un altro grosso dirigente della Democrazia cristiana, uomo di grande potere in quel momento”.

FORLANI. Non riesco a dare una spiegazione di queste cose dette dal generale Maletti perché se avessero un senso logico bisognerebbe concludere che c’era da parte nostra un atteggiamento di remissione o di arrendevolezza o di compiacenza nei confronti del terrorismo rosso.

PRESIDENTE. Mi scuso della brutalità della dichiarazione, ma parlerei di sfruttamento militaristico. Se si ammazzava un magistrato, si spostavano dei voti in senso moderato.

FORLANI. Beh …Ricordo la vicenda del generale Maletti in termini molto semplici. Lui era da molto tempo al reparto D, tanto è vero che aveva la consapevolezza di dover assumere il comando di una divisione. Venne appunto a trovarmi per sentire, sapendo che il suo periodo di permanenza all’ufficio D era terminato, se aveva ancora a disposizione del tempo, in quanto aveva in corso degli impegni e delle missioni da compiere. In quella circostanza gli dissi che avrebbe potuto disporre ancora di un breve periodo. Da parte mia c’era un atteggiamento nei confronti del generale Maletti di considerazione e stima. Quindi non vi è stato niente di drammatico, ma l’assegnazione di un comando che era dettata dalle esigenze proprie dello Stato Maggiore. Quando non si va al comando dopo un certo periodo, una serie di altre nomine rimane bloccata e questo crea malumori e proteste. Tutto qui.

PRESIDENTE. Ma è vero che in un successivo colloquio lui protestò?

FORLANI. No. Quando gli comunicai che doveva assumere il comando della divisione – mi sembra – dei granatieri di Sardegna manifestò, ma con grande correttezza ed in modo assai contenuto, il suo disappunto, perché aveva una serie di attività in corso. Gli dissi che le avrebbe trasmesse al suo successore e che sarebbe continuato il suo impegno di collaborazione, nel senso che anche trasferendosi al comando dei granatieri di Sardegna, con sede a Roma, avrebbe potuto benissimo comunicare al suo successore notizie utili e quanto necessario perché poi l’attività continuasse a svolgersi nel modo più efficace. Comunque non vi fu niente di drammatico e escludo di aver adottato questo provvedimento, ripeto di normalità, per input o per intervento di persone esterne al mondo militare e tanto meno di Andreotti. Poi Andreotti perché avrebbe dovuto intervenire? Caso mai la voce corrente, era che il rapporto di Maletti con Andreotti fosse di grande…

PRESIDENTE. Fosse stretto.

FORLANI. …reciproca fiducia, di grande rispetto reciproco. Anzi si diceva che Miceli fosse l’uomo di Moro e invece Maletti…

PRESIDENTE. Sì, lo sappiamo. Le volevo chiedere un’altra cosa. Di quei due episodi a cui ho fatto riferimento, cioè lo scioglimento del nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa e dell’Ispettorato di Santillo, lei sa dare una spiegazione? La Commissione di inchiesta sulla strage di via Fani e sull’omicidio di Moro ha detto che sembravano due fatti inspiegabili, visto che le Brigate rosse erano in una fase di riorganizzazione.

FORLANI. No. Sarà stata dovuta a valutazioni e alla ricerca di soluzioni di maggior efficienza e di maggior corrispondenza alle direttive. Però su questo non saprei dare una spiegazione. Ciò che mi sento di poter dire con sicurezza e serenità, è che non è immaginabile che possa essere venuto meno da parte nostra, o abbia avuto un qualche cedimento, la direttiva generale di lotta e di contrasto al terrorismo.

http://www.parlamento.it/parlam/bicam/terror/stenografici/steno15.htm

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