Lineamenti della strategia stragista. Golpismo e stragismo. Depistaggio e disinformazione – terza parte

Le stragi, dunque, verosimilmente, sono state commesse materialmente da persone inserite in quegli ambienti di destra cooptati nel disegno di stabilizzazione del sistema per mezzo della destabilizzazione di cui sopra si è parlato, spinte da dinamiche contingenti (diverse per i diversi attentati o gruppi di attentati temporalmente contigui), ad accelerarne e drammatizzarne alcune fasi critiche. Ma i moventi e le aspettative di molti degli appartenenti a quegli ambienti erano certamente diversi da quelli delle forze che li avevano mossi, come diversi erano gli interessi della politica estera statunitense rispetto a quelli dei fascisti e dei nazisti utilizzati in chiave antisovietica nel dopoguerra in alcune regioni del mondo.

Chi, poi, abbia collocato l’ordigno micidiale sul Treno ITALICUS ed abbia predisposto il timer in modo di fare una strage; chi poi abbia abbandonato la valigia con l’esplosivo nella stazione di Bologna; chi, insomma, abbia dato l’impulso finale al conseguimento dell’ evento dì strage; chi abbia preferito disseminare la morte, piuttosto che limitarsi a un attentato senza vittime è questione che è rimasta aperta, ma la cui soluzione è certamente nell’ ambito del dilemma che -seppur a fini difensivi- pone Valerio FIORAVANTI innanzi ai giudici della Corte di Assise di Appello di Bologna: “noi siamo cresciuti da sempre con l’unico grande dubbio se le stragi (siano state) opera di un appuntato dei Servizi Segreti infiltrato nell’ ambiente di estrema destra o se era uno di estrema destra che tentasse di infiltrarsi negli apparati dei Servizi Segreti…” (dalla trascrizione dell’ interrogatorio 3.11.93 di Valerio FIORAVANTI alla Corte d’ Assise d’ Appello di Bologna).

Nel contesto sopra ricordato le stragi hanno avuto sostanzialmente due diverse funzioni (l’ una -che si potrebbe definire operativa-di attuazione del piano di destabilizzazione premessa a una successiva restaurazione cui si è già accennato; l’altra di cruento strumento di comunicazione di messaggi all’ opinione pubblica e alle diverse componenti della compagine golpista – stragista).

La funzione che abbiamo definito operativa ha avuto un rilievo progressivamente decrescente dalla strage di Piazza Fontana a quella di Bologna del 2.8.80 ed è verosimilmente insussistente – almeno così come qui definita- nell’ attentato al rapido 904 del 1984; la seconda funzione, al contrario, aumenta progressivamente di rilievo mano a mano che si va avanti nel tempo. Forse apparirà singolare che un messaggio richieda la morte di tanti innocenti, ma a parte che ciò risulta da alcune qualificate fonti processuali e da analisi svolte da soggetti interni all’ area in discussione, a ben guardare ogni atto violento di intimidazione o di ricatto ha il senso appunto, di comunicare, con la durezza necessaria, il messaggio voluto. Ed a ben riflettere, inoltre, in un’area dove poteri occulti si alleano e si contrappongono, dove lo strumento dell’ attentato o dell’omicidio fa parte della prassi, l’unico messaggio veramente univoco può esser dato con azioni forti, col sangue.

Il messaggio contenuto negli atti di strage consiste primariamente nell’ affermazione -da parte degli autori- dell’ esistenza di un potere, il potere di uccidere indiscriminatamente e impunemente, il potere di seminare terrore, il potere di indurre disordine. Le stragi, nella loro cruenta oggettività dicono dell’ esistenza di una forza in grado di destabilizzare le fragili strutture su cui si fonda una razionale convivenza fra i consociati e di far irrompere nelle strutture sociali un potere che -apparentemente irrazionale e incomprensibile- tende lucidamente alla propria autoaffermazione. Tale messaggio primario implicito nell’ atto -consistente in sintesi in una prova di potenza terroristica (o forse meglio ancora in una sorta di ’moderno regicidio, prova della vulnerabilità del popolo sovrano che formalmente governa in democrazia)- si coniuga sempre con un messaggio ulteriore, più specifico, legato alle contingenze e rivolto esclusivamente ad alcuni in grado di comprenderlo.

Così ad esempio, con la strage dell’ ITALICUS, verosimilmente, una frazione dell’ alleanza golpista – stragista ha voluto dichiarare la propria volontà di proseguire 1 ‘ originario progetto e di forzare i tempi di un colpo di stato ormai atteso da anni; e ciò nonostante lo sfaldamento dell’ originaria alleanza conseguente al mutato quadro internazionale, reso evidente ad es. dalla caduta -di poco anteriore- della dittatura militare greca e del regime di SALAZAR in Portogallo. Con la strage di Bologna dell’80, poi, si accentua ulteriormente la valenza di messaggio interno fra le diverse componenti della vecchia compagine stragista – golpista. Secondo fonti qualificate la strage è infatti servita fra l’altro a ricompattare e a ricondurre sotto, un controllo unitario la miriade di gruppetti e di eversori di destra che avevano operato negli anni precedenti e -a un livello superiore- a dare un avvertimento a quegli ambienti -già coinvolti nel golpismo degli anni settanta- che stavano progressivamente prendendo le distanze dai vecchi complici.

La strage del rapido 904, infine, ha più che altro il senso di una cruenta citazione (le modalità e il luogo del fatto richiamano evidentemente l’attentato al Treno ITALICUS), oltre che una serie di obiettivi che la collocano al di fuori del discorso che si sta qui svolgendo. A questo punto -evidenziato quali siano stati i soggetti e gli obiettivi della strategia stragista- occorre prendere in considerazione i limiti e gli ostacoli che hanno incontrato i processi per strage; e ciò perché anche dall’ analisi di ciò che ne ha ostacolato la conoscenza si possono ricavare elementi utili a meglio individuare gli ambiti in cui tale strategia è stata elaborata; strategia che pone come premessa essenziale la necessità che i responsabili non vengano individuati e come corollario che il livello di destabilizzazione prodotto dalla strage sia mantenuto elevato attraverso campagne di disinformazione e attraverso la produzione di conflitti fra le istituzioni coinvolte nella ricerca della verità (Magistratura, Forze di Polizia, Servizi ecc.) in modo da screditarle innanzi all’ opinione pubblica.

Il punto di partenza è dato dal fatto che apparati dello Stato e importanti settori politici sin dagli anni dell’ immediato dopoguerra si sono compromessi in attività occulte ed estremamente spregiudicate (per tutti valga l’ esempio della c.d. provocazione di Camerino del 1972) volte a screditare e contenere le forze della sinistra e si sono compromessi con soggetti politici e uomini della destra più estrema.

Alle indagini per strage si è sempre quindi contrapposta la necessità di celare queste imbarazzanti situazioni (tanto più imbarazzanti per uno stato che con la propria Carta Costituzionale ha posto una netta censura col passato regime). In questo contesto sono state quindi sistematicamente praticate operazioni di depistaggio, termine giornalistico -quest’ ultimo- utilizzato per indicare il preordinato sviamento delle indagini dal loro obiettivo. I depistaggi rappresentano una costante dei processi per strage: in tutti i processi hanno svolto un ruolo decisivo per assicurare 1′ impunità ai colpevoli o se non altro per allungare di anni le istruttorie e per contaminare gli elementi di prova genuini. I depistaggi sono avvenuti con modalità molteplici (la pista anarchica per Piazza Fontana; la pista rossa e poi la c. d. pista “gialla” (delinquenza comune) per Peteano; la pista c. d. CIOLINI (dal nome del teste) per l’istruttoria relativa alla strage di Bologna; e ancora per Bologna la c. d. pista internazionale), immettendo nelle istruttorie testimoni falsi, formando informative di fantasia, facendo rinvenire esplosivi e documenti manipolati ecc., in una cinica partita fra chi cercava la verità e chi voleva nasconderla.

In questa stessa istruttoria le operazioni di sviamento delle indagini o comunque di un loro condizionamento si sono succedute e sono state rilevate con significativa scansione: il caso TUMINELLO, il caso BONGIOVANNI, le manovre di MANNUCCI BENINCASA, le dichiarazioni di SINIBALDI, le convulse menzogne di CIOLINI, il depistaggio di CARMINATI, la subornazione di Nara LAZZERINI.

E tutte queste operazioni, si è visto, hanno una comune ed accertata origine in un ambiente in cui convivono Servizi Segreti, logge massoniche e organizzazioni criminali al loro servizio. La relazione dell’Onorevole COLAIANNI sulle stragi meno recenti approvata dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi in data 23 febbraio 1994 così si esprime: “…dunque possiamo concludere che in diversi casi le stragi appaiono differenziarsi tra loro per logica politica, per provenienza, per modalità di esecuzioni, ma in comune mantengono sempre un elemento: l’attività depistatoria di una parte degli apparati dello Stato… Se spesso non è stato possibile individuare mandanti ed esecutori delle stragi, in compenso, frequentemente si è potuta riconoscere la mano di chi operava per nascondere la verità”.

Sentenza Italicus bis pag 38-42