Il rientro del Centro studi ON nel MSI – seconda parte

Vinciguerra ha confermato la ragione del rientro, avendola appresa nell’ottobre 1969 durante una riunione di tutti i responsabili dei centri di ON, convocata per ratificare la decisione già assunta di rientrare nel MSI. Nell’occasione venne detto che occorreva “aprire l’ombrello” nel senso che si preparava una rappresaglia contro la destra e far parte di un partito rappresentato in Parlamento sarebbe stata una garanzia per i militanti di ON.

Per quanto riguarda il gruppo mestrino, anche Siciliano e Vianello hanno ricondotto la decisione di rientrare nel partito ad esigenze di tutela dei militanti ordinovisti rispetto alle iniziative repressive che si stavano prospettando. Il primo ha dichiarato che nel corso di una riunione plenaria di ON del Triveneto, gli venne annunciata la necessità di rientrare nell’ MSI onde “aprire l’ombrello ”, nel senso di trovare riparo sotto l’ala del partito. Il secondo dichiarò in indagini preliminari che il motivo del ritorno nell’MSI era indicato dai dirigenti in modo esplicito come la necessità di avere copertura da imminenti iniziative giudiziarie.

Bonazzi e Calore appresero delle motivazioni di quella decisione da esponenti ordinovisti che parteciparono a quella fase politica. In particolare, Azzi e Concutelli riferirono a Bonazzi che il Centro studi ON era rientrato nell’MSI su decisione di Rauti, per tutelare gli aderenti da possibili conseguenze nei confronti dei militanti ordinovisti. Calore apprese da Signorelli che la scelta della maggioranza del Centro Studi di confluire nell’MSI, fu determinata dal fatto che i dirigenti ordinovisti ritenevano prossima una campagna repressiva nei confronti della destra e che fosse necessario non disperdere energie in gruppi extraparlamentari.

Queste indicazioni, contestate a Rauti dal P.M. nel corso dell’esame dibattimentale, sono state dallo stesso smentite. Rauti, pur avendo ammesso che vi era una situazione politica generale che induceva a trovare una collocazione istituzionale di ON, ha ribadito di essere sempre stato favorevole al rientro nell’MSI, soggiungendo tale scelta fu essenzialmente determinata dal buon rapporto con Almirante. Con riferimento alla riunioni del gruppo dirigente del Centro studi precedenti a quella estiva nella quale fu sancito il rientro, Rauti ha ammesso l’esistenza di forti resistenze da parte di alcuni esponenti del direttorio nazionale, ma ha confermato che la sua posizione politica era stata, durante tutto il 1969, favorevole al rientro nel partito e ha escluso di mai espresso nella primavera-estate del 1969 c la convinzione che non vi erano le condizioni per l’unificazione delle forze. In conclusione, Rauti ha ribadito che l’unico problema per i dirigenti di ON era la garanzia di rientrare con dignità politica nell’MSI, ottenuta la quale (con l’affidamento di incarichi, la nascita di una rivista culturale, l’attribuzione dell’ufficio stampa), i dissidenti si ridussero ad una piccola frangia che non rientrò nel partito e costituì il Movimento politico ON.

Questo è il quadro delle prove acquisite sulla vicenda qui valutata: da un lato Rauti ha ripetutamente ribadito che la decisione fu esclusivamente dettata da ragioni politiche interne al partito, dall’altro molti testimoni che vissero quelle vicende o che le appresero da esponenti di ON, hanno individuato la ragione del rientro nella necessità di “aprire l’ombrello”76. Non è fondamentale in questo processo stabilire con certezza se Rauti avesse acquisito informazioni da apparati istituzionali che prefigurassero uno scenario preoccupante per le forze estremiste di destra e se, conseguentemente, abbia ritenuto opportuno, per una scelta tattica, confluire nell’MSI e tutelare i militanti della sua corrente. Certo è che molti altri ordinovisti accettarono quella decisione convinti della necessità di garantirsi una protezione rispetto all’iniziativa repressiva che si stava prospettando nei loro confronti. L’espressione “aprire l’ombrello” definisce bene la condizione in cui alcuni gruppi locali di ON o alcuni militanti all’interno di altri gruppi decisero di attuare attraverso la confluenza nell’MSI.

Incentrando l’attenzione sui gruppi veneti (quello padovano, quello udinese, quello triestino e quello veneziano-mestrino) e su quello milanese capeggiato da Rognoni (ma analoghe considerazioni avrebbero potuto svolgersi su altri sodalizi locali, come quello romano capeggiato da Signorelli, se in questo dibattimento fossero state acquisite notizie specifiche in merito alle sue attività), la garanzia derivante dall’appartenenza ad un partito che aveva rappresentanza parlamentare ed istituzionale, non può che essere interpretata in rapporto con le iniziative politiche che quei gruppi stavano realizzando nel 1969, i progetti agli stessi riconducibili, la prosecuzione negli anni ’70 della strategia eversiva descritta nel precedente capitolo.

Tutti gli ordinovisti veneti di cui si è trattato in questo processo intesero la garanzia del rientro come possibilità di proseguire nella strategia eversiva in atto nel 1969, tanto che Maggi e Romani a Venezia, Zorzi, Siciliano e Vianello a Mestre, Vinciguerra ad Udine, Neami, Portolan e Bressan a Trieste, tutti esponenti del Centro studi ON, rientrarono nell’MSI. A Padova, Fachini operava già nel partito con posizioni politiche ritenute incompatibili da molti missini padovani e Freda fu contattato proprio dai veneziani perché partecipasse alle iniziative organizzate in occasione del rientro e rientrasse anch’egli nell’MSI. A Milano, Rognoni attivò i suoi rapporti con gli ordinovisti proprio quando la decisione di rientrare nell’MSI stava per essere attuata, e lui, militante con la “doppia tessera”, proseguì la politica eversiva ordinovista all’interno delle strutture del partito.

In questo quadro è del tutto irrilevante accertare se quel progetto tattico fu condiviso dai vertici del Centro studi ON e in particolare da Pino Rauti, le cui smentite sul punto sono state per un verso “deboli” (avendo egli ammesso che fu valutato il contesto politico generale nel quale i militanti della sua organizzazioni si sarebbero venuti a trovare in quel periodo storico), per altro verso sono state contrastate da molte dichiarazioni meno “interessate” delle sue, che hanno ricondotto proprio a Rauti la valutazione tattica di quella decisione politica. D’altronde, non può ignorarsi che Rauti mantenne con gli ordinovisti veneti un rapporto di intensa collaborazione politica e, secondo alcune indicazioni testimoniali, si rese responsabile di comportamenti che lasciano sospettare una contiguità con quell’area politica eversiva di cui in questo processo sono stati acquisiti elementi indiziari consistenti. Ma non è questo l’oggetto del processo.

Sentenza corte di assise 2001 strage di piazza Fontana pag 595-599

Annunci