Il rientro del Centro studi ON nel MSI – prima parte

Di questa vicenda si è già trattato in altre parti della motivazione, ricostruendo, pur in sintesi, la storia del Centro studi ON, i contrasti politici che diedero origine a quel movimento, i rapporti conflittuali con l’MSI ancora acutissimi nel 1968 (cioè in occasione della campagna per la scheda bianca alle elezioni politiche sostenuta dal Centro studi ON). Molte indicazioni non richiedono, quindi, uno specifico accertamento probatorio in questo capitolo, apparendo sufficiente rievocare la fase conclusiva dell’esperienza politica del Centro studi ON collocata nel 1969. La questione rilevante nella valutazione della decisione assunta dagli organi dirigenti del Centro studi ON di confluire nell’MSI riguarda le motivazioni politiche che indussero l’assunzione di tale scelta. Nel dibattimento sono stati sentiti come testimoni una parte dei massimi esponenti di quel gruppo, alcuni dei quali hanno sostenuto che la scelta del rientro fu determinata dalla modifica del quadro politico­ interno al partito, caratterizzato dall’assunzione della carica di segretario da parte di Giorgio Almirante e dalla adesione di quest’ultimo ad alcune posizioni proprie dell’area ordinovista, ma alcuni altri esponenti hanno decisamente contestato la ricostruzione sostenuta essenzialmente da Rauti.

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Vi è da rilevare che Rauti, pur fondando i motivi della decisione assunta da ON sul mutamento della posizione politica dell’MSI, non ha escluso che altre ragioni legate al contesto politico-sociale del Paese avevano indotto a trovare nel partito una protezione per i giovani militanti del Centro studi. Così Rauti ha risposto alle domande rivoltegli dal P.M.:

P.M. – Senta, ci sono state anche altre ragioni, oltre a quelle di cui ci ha parlato fino ad adesso, che l’hanno indotta, nell’estate del ’69, a compiere questa scelta?

I.R. C. – Certo. Non guardavo soltanto alla situazione interna del Movimento Sociale; guardavo ovviamente, poiché nessuno vive in una campana di vetro, guardavo la situazione generale del Paese. Mi sembrava evidente che andavano montando stati d’animo di tensione e di conflittualità accentuata, nel cui contesto un gruppo extra parlamentare, perché tale era il nostro, anche se di natura culturale, avrebbe potuto correre seri rischi, perché la nostra era una struttura basata sui giovani, un periodo di tensioni sociali, dimostrazioni e scioperi, e la struttura poteva facilmente sfuggirci di mano; svolgere attività nel partito, essendo venuto meno le cause che dal partito ci avevano portato fuori, mi pareva più rassicurante per tutti noi.

P.M. – Ci vuole specificare meglio con il fatto che la struttura composta di giov…prevalentemente di giovani, che facevano parte del Centro Studi Ordine Nuovo potesse sfuggirvi di mano? Cosa intendeva dire?

I.R.C. – Una struttura, diciamo, che fosse composta prevalentemente di giovani, questo lo sapevamo, perché ovviamente – come dire? – tutta la classe dirigente era rimasta nel Movimento Sociale, sia con Michelini e sia intorno ad Almirante. A noi era rimasta l’area giovanile, con la quale lavoravamo. L’area giovanile aveva dimostrato – come dire? – alcuni limiti nel senso della mobilità, un giovane oggi ci sta, si iscrive, è attivista è entusiasta, sei mesi dopo fa il militare, sì sposa, si fidanza, trova un posto… e quindi una vera e propria struttura noi, dopo anni, non è che pensassimo di averla. Se aggiungiamo a questo il fatto che la situazione in Italia si andava complicando, e questo era dì cronaca evidente, allora io pensai che essendosi determinati, torno a ripetere, condizioni oggettive politiche che a me sembravano favorevoli all’interno del Movimento Sociale, un ritorno a vele spiegate con molti saluti e con molti affetti, con incarichi di responsabilità, tanto che divenni, dopo poco io divenni vice segretario del partito con Almirante.

P.M. – Dottor Rauti, che cosa intendeva dire che la struttura giovanile che componeva il vostro movimento potesse sfuggirvi di mano?

I.R.C. – Beh, sa che…

AVV. TUSA – Signor Presidente, scusi, io mi oppongo a questa domanda, perché…

I.R.C. – Ha fatto la domanda, mi faccia rispondere. Che cosa pensavo? Sono sensazioni.

I.R.C. – Io dissi, constatai, lo dissi ai nostri dirigenti, perché ne parlammo e riparlammo come… più i gruppi sono piccoli e più di queste cose si parla; io dissi a più riprese che dopo molti anni dovevamo constatare che avevamo un ambiente esclusivamente giovanile, come tale – come dire? – friabile, nel senso che andava e veniva, senza una vera struttura organizzata, perché non partecipando alle elezioni, anzi avendo sostenuto spesso la tesi della scheda bianca, noi non avevamo dei candidati eletti, non avevamo consiglieri comunali, non avevamo consiglieri provinciali, che sono poi quelli che fissano un po’ le strutture del partito in senso locale, e quindi eravamo un’associazione volontaristica in cui si entrava e si usciva con eccessiva… con grande facilità. Una struttura del genere, in un momento politico sonnacchioso e normale, va beh, poco male, fa il possibile, in una situazione che andava mostrando evidenti e preoccupanti segni di tensione, poneva anche in prospettiva istintivamente altri pericoli, ed allora dissi: “Sono venuti meno i motivi che ci hanno portato fuori dal Movimento Sociale”. Lo stesso Michelini, prima di morire – io parlai con Michelini – mi chiamò dopo moltissimi anni, io sapevo che… anche lui sapeva che stava per morire, aveva il tumore, mi disse: “Ma perché non rientri nel partito? Abbiamo tanti giovani, eccetera, puoi fare… “, lo stesso Michelini sarebbe stato favorevole. Dopo la morte di Michelini Almirante fece un appello pubblico al ricompattamento di tutte le forze, le frange ed i gruppi che si erano allontanati dal Movimento Sociale nel corso degli anni della lunga e contestata gestione di Michelini. Per questo mi convinsi che esistevano i presupposti politici franchi e leali per i quali noi potessimo rientrare nel Movimento Sociale. Ci fu chi dissi di sì, ci fu chi disse di no, ci fu… qualcuno di quelli che disse di no riuscii a convincerlo e lo portai nel partito, altri non furono d’accordo e se ne andarono.

P.M. – Dottor Rauti, Lei pensava o temeva che gruppi del suo movimento potessero compiere azioni violente in quel periodo?

I.R.C. – No, no. Però -come dire? – un movimento extra parlamentare, formato di giovani senza esponenti locali, senza un solo parlamentare, un solo consigliere comunale, un solo… nessuna presenza nei livelli istituzionali, poteva facilmente essere risucchiato, ecco, nell’atmosfera di disordine che si andava creando, e quindi anche una certa preoccupazione, ma proprio direi anche di natura paterna nei confronti dei ragazzi.

P.M. – Quindi anche compiere azioni violente?

I.R.C. – Che loro potessero commettere, certamente no; che loro potessero essere vìttima di episodi di violenza, questo sì.

P.M. – Allora le devo dire quello che Lei aveva detto, che abbiamo verbalizzato…

I.R.C. – Sì, mi dica.

P.M. – …il 2 giugno ‘98, sempre a questo… in ordine a questo discorso. “La decisione di rientrare nel partito venne determinata sia dal fatto che la segreteria Almirante prometteva di essere più vicina alle nostre posizioni, sia dal fatto che militando in un partito rappresentato in Parlamento si correvano meno rischi ad essere esposti alle attenzioni politiche violente di cui cominciavano a vedersi avvisaglie. Voglio meglio precisare che la base del nostro gruppo era costituita quasi esclusivamente da giovani, quindi facilmente esposti a lasciarsi coinvolgere anche in situazioni violente, anche senza colpa; mentre, se tanti giovani fossero stati inquadrati in un partito, vi sarebbero state meno possibilità di coinvolgimenti pericolosi”,

I.R.C. – “Coinvolgere”… dia Lei il significato che crede, insomma.

P.M. – Queste sono dichiarazioni sue, Dottor Rauti.

I.R.C. – Avvocato, parliamo del 1969? Tutti sappiamo cosa accadeva in quegli anni, in cui si scriveva sui muri “Uccidere un fascista non era un reato”, dimostrazioni, disordini, assalti nelle case. Una struttura giovanile può essere coinvolta nel senso che può anche reagire poi, anche a titolo di autodifesa; ma io questo non è che lo prevedessi, pensavo ad una situazione – come dire? – allarmante dal punto di vista dell’ordine pubblico, con, a mio avviso, evidenti e gravi carenze anche delle strutture statali, era un rischio maggiore di quello che avevamo affrontato negli anni precedenti, ergo anche per questo motivo, ma soprattutto per quello c’erano i presupposti politici, non vedevo perché non si dovesse rientrare nel Movimento

Sociale; e devo dire che il 90 per cento accolse questo ragionamento e rientrò nel Movimento Sociale.”. Indicazioni analoghe a quelle di Rauti (che cioè privilegiano le motivazioni politiche interne all’MSI) sono state rese da Sermonti, il quale ha ricollegato la decisione del rientro al mutamento di linea politica da parte di Almirante, pur precisando di non aver condiviso quella scelta della maggioranza del Centro studi; anche Molin ha fatto riferimento al recupero delle posizioni ordinoviste da parte del nuovo segretario dell’MSI, e Barbaro ha semplicemente descritto la scelta di rientrare nel partito ricollegandola all’assunzione da parte di Almirante della carica di segretario. Di ben altro tenore sono le dichiarazioni che altri esponenti di ON hanno reso sulla vicenda del rientro nel partito.

Francia ha specificamente ricostruito quella vicenda, vissuta dall’interno degli organismi dirigenti del Centro studi ON: nell’aprile 1969 vi fu un direttorio nazionale che deliberò di non accettare l’invito rivolto da Almirante a Rauti di rientrare nell’MSI, ma durante una successiva riunione del mese di giugno, alla quale Francia non partecipò, Rauti decise di rientrare nel partito, senza addurre motivazioni specifiche su quel mutamento di posizione. Francia seppe indirettamente che Rauti si era convinto a rientrare perché Almirante aveva promesso l’attribuzione ad ON di importanti incarichi, anche se la dissidenza manifestatasi all’interno del Centro studi determinò il mancato rispetto di quelle promesse. In anni successivi Francia apprese da militanti ordinovisti che Rauti motivò la scelta di rientrare nell’MSI con la necessità di mettersi sotto l’ombrello protettivo del partito.

Stimamiglio ha sostanzialmente confermato che per gli ordinovisti quella decisione fu improvvisa ed inaspettata, ricostruendo le vicende sue personali nell’ambito del Centro studi ON a cavallo dell’estate 1969. Il teste ha innanzitutto dichiarato che fu del tutto sorpreso e amareggiato dal “voltafaccia” di Rauti, il quale nel giro di un mese cambiò radicalmente linea politica: a luglio, durante il campo paramilitare di Treconfini, dichiarò che non sarebbe stato possibile rientrare nell’MSI, le cui posizioni politiche erano inconciliabili con ON; a settembre inviò una lettera nella quale manifestò agli ordinovisti la scelta, peraltro già assunta, del rientro, non condivisa da Stimamiglio, che per questo interruppe definitivamente i rapporti con Rauti. Con riferimento alle ragioni di quella decisione, Stimamiglio ha riferito di aver appreso alcuni anni dopo da esponenti ordinovisti quali Massagrande, Fachini, Signorelli e Spiazzi che la decisione di Rauti era dipesa dal fatto che alcuni personaggi politici o appartenenti alle istituzioni avevano prospettato che, se non fosse rientrato nell’MSI, sarebbe stato coinvolto nel progetto eversivo culminato nella strage di piazza Fontana.

Sentenza corte di assise 2001 strage di piazza Fontana pag 591-595

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