Antonino Filastò – dichiarazioni 03.07.1981

(…)
Risponde a verità che il 10/6 u.s., ma sulla data non potrei giurarci, fu mandata in onda una mia intervista, nel corso del T.G.2 delle 20,45, registrata qualche giorno prima in un albergo di Livorno. L’argomento della intervista riguardava il mio intervento quale patrono di due Parti Civili costituite nel celebrando processo della strage dell’Italicus. Dal momento che alcuni degli imputati del suddetto processo è ormai acclarato che avevano fatto parte della cellula nera aretina ed essendo stato celebrato in Arezzo il proc. penale a carico di numerosi affiliati aretini e non al suddetto gruppo eversivo, il discorso dell’intervistatore, richiamandosi ovviamente alla nota vicenda P2, mi portò a rispondere ad alcune sue domande relative alla possibilità che la loggia P2 avesse, tramite alcuni suoi affiliati, avuto a che fare con la strage del treno Italicus, al che sono quasi certo che ho risposto così mi pare, che si trattava di una valida ipotesi di lavoro; che nel corso dell’inchiesta del Dr. Vella, questo magistrato aveva manifestato esplicitamente di essersi trovato di fronte a delle dif­ficoltà, che gli avevano impedito di approfondire in maniera più esauriente tutta quanta l’indagine.

filastò

Io espressi all’intervistatore il mio convincimento, innanzi tutto, di non condividere le conclusioni del giudice Vella perché, secondo me, tutto quanto era il risultato della mancata confluenza in un unico processo di tutte le inchieste (attentato alla Casa del Popolo di Moiano e processo contro Ordine Nero di Bologna, processo a carico di Franci ed altri c/o Corte d’Assise di Arezzo, processo relativo agli esplosivi di Terontola, processo relativo all’omicidio del giudice Occorsio, processo relativo a un gruppo di rapinatori e a una serie di attività criminose svolte a Firenze fino al ‘75 definito impropriamente dalla stampa come il processo del «Drago Nero», che hanno trovato sbocco in altrettanti, separati, processi. A questo punto il giornalista mi pose la precisa domanda se rite­nevo che la loggia P2, attraverso alcuni dei suoi affiliati avesse avuto a che fare e se qualche magistrato, collegato con la loggia, avesse tenuto un atteggiamento di scarsa collaborazione con i giudici che indagavano con il delitto sopra ricordato.

Io risposi di sì e a precisa domanda se quindi si doveva considerare responsabile di qualche attività non collaborativa con gli organi inquirenti, io risposi affermativamente e ri­cordo che precisai usando la parola intralcio.
L’intervistatore ribatté chiedendomi se ritenevo che la magistratura aretina avesse intralciato le indagini, ed io risposi che intendevo riferirmi non all’intero corpo dei magistrati di Arezzo, ma ad un solo giudice. L’intervistatore mi chiese se quest’ultimo poteva identificarsi nel dr. Marsili, genero del Gelli, ed io risposi di sì. Questa ultima precisazione ed anche larghissima parte dell’intervista non è stata mandata in onda.

Batani, Benardelli e Bumbaca

D.R. il mio convincimento su quanto sopra espresso si fonda soprattutto su tutto quanto ho potuto appurare dal 1976 in poi e soprattutto da tutta la documentazione reperibile all’in­terno dell’istruttoria formale condotta dal giudice Vella di Bologna nonché dall’istruttoria, seguita passo-passo da me personalmente, relativa alle indagini sul “Drago nero”. Per meglio precisare, il mio intervento professionale nell’inchiesta sulla strage del treno Italicus è maturato nel corso del processo, appunto sulla inchiesta cosiddetta del “Drago nero”. Nella documentazione che lascio alla S.V. si possono cogliere notevoli spunti,  a mio avviso, giustificativi di quanto ho dichiarato alla TV. In particolar modo all’episodio che riguarda il commissario dr. De Francesco e il vice questore Carlucci; altrettanto importante è lo spunto che si può ricavare da un passo della requisitoria finale del dr. Persico; sono di notevole rilievo le dichiarazioni di Fianchini Aurelio, nonché della giornalista del giornale “Panorama” Bonsanti, di Del Dottore Mau­rizio; il confronto fra Massimo Batani e Luciano Franci dell’8.9.1976; le dichiarazioni della De Bellis Alessandra moglie di Cauchi Augusto e per certi versi anche la missiva proveniente dalla Procura della Repubblica di Arezzo e diretta al Cons. Istrut. Dr. Vella del 22.12.1975. Consegno anche fotocopia degli appunti della citata intervista televisiva. (…)

Vito Miceli – Dichiarazioni 03.11.1981

Sono stato capo del SID dal 16.10.1970 al 30.7.1974. Nel suddetto periodo ho avuto alcuni contatti con Salvini e Gelli, contatti da me ricercati per motivi di servizio. Si trattava infatti di acquisire direttamente elementi di giudizio sulla attività e sugli obiettivi della massoneria. In quel periodo non si è fatto mai alcun riferimento alla P2. In relazione alla attività della massoneria ho acquisito elementi per affermare che sia Gelli sia Salvini, come capi massonici, svolgevano la loro opera di proselitismo alla luce del sole e che, come capi massonici, avevano contatti con le massime autorità della Stato e con esponenti politici.

vito-miceli2

Né Gelli, né Salvini hanno mai rivolto richieste di alcun tipo né fornito informazioni su altri argomenti diversi dalla massoneria. Il Salvini e il Gelli mi hanno proposto di entrare nella massoneria ed io per perseguire gli obiettivi del mio servizio manifestai la mia generica adesione. Non ho mai usato quote o contributi di qualsiasi forma, né ho fornito foto né ho ricevuto tessere. Questo mio rapporto, motivato da ragioni di servizio, ha avuto termine nel luglio ’74 quando, appunto, ho lasciato il Sid.

L.C.S.

Angelo Rizzoli – intervista Sette 1999

(…)

D: Fu allora che a lei venne l’idea di iscriversi alla P2?

R: Prendo a prestito da Tayllerand: “E’ stato peggio di un delitto, è stato un errore”.

D: Un errore mica da poco.

R: Tutti i Grandi Maestri della Massoneria, Gamberini, Salvini, Battelli, Corona, mi avevano assicurato: “Stia tranquillo si tratta di una loggia perfettamente regolare”.

D: Ma perché si è iscritto?

R: Ero completamente digiuno di contatti politici. Iscrivermi alla massoneria – mi dissero – mi avrebbe facilitato. Era descritta come una specie di circolo elitario. A Roma Gelli era conosciuto da tutti. E tutti, segretari di partito, ministri, tutti mi dissero: è una persona straordinaria, è bravissimo, se ne fidi.

D: Chi le diceva questo?

R: Nella Dc tutti, nel Psi tutti, nel Psdi tutti, nel Pri e nel Pli molti.

D: E nel Pci?

R: Nel Pci nessuno. Noi avevamo difficoltà con le banche alle quali era stato suggerito di non finanziarci più. Nei giorni precedenti al Natale del 1975 incontrai Gelli nello studio dell’avvocato Ortolani,
in via Condotti. Trovai ad aspettarlo il direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro, il presidente  della Banca Commerciale, il direttore generale del Monte dei Paschi, il presidente del Banco Ambrosiano. Tutti col regalino di Natale.

D: Parterre de roi.

R: Sembravano i Re Magi con il bambinello. Io avevo 30 anni. Queste persone non ero mai riuscito a vederle nonostante mi chiamassi Rizzoli. Le trovai tutte insieme in fila per omaggiare Gelli. Ebbi la sensazione di trovarmi davanti a un potere reale. Questo mi convinse.

D: E quando andava all’Excelsior?

R: Ci andavo un paio di volte all’anno. C’era la hall piena di questuanti eccellenti.

D: Chi per esempio.

R: Nella hall o fuori della hall li ho incontrati tutti. Tranne i comunisti tutti. (…)

http://interviste.sabellifioretti.it/?p=878