Maurizio Abbatino – dichiarazioni 03.12.1992

Adr: negli anni Settanta, nella zona dell’ Alberone si riunivano varie “batterie” di rapinatori, provenienti anche dal Testaccio. Ne facevano parte, oltre ad alcune persone che non conosco, Massaria Maurizio, detto “Rospetto” de Simone Alfredo, detto “il secco”, i tre “ciccioni” , cioe’ Maragnoli ettore, pietro “il Pupo” , e mi sembra Gasperini Luciano – questi tre, persone particolarmente riconoscibili per la mole corporea, svolgevano piu’ che altro il ruolo di basisti e di ricettatori – De Angelis Angelo, detto “il Catena” , De Angelis Massimino o De Santis, De Pedis Enrico, Pernasetti Raffaele, Castellani Mariano, D’Ortenzi Mariano e Caracciolo Luigi detto “Gigione” .

Tutti costoro affidavano le armi a Giuseppucci Franco chiamato allora “il Fornaretto” , ancora incensurato e che godeva della fiducia di tutti. Questi le custodiva all’ interno di una roulotte di sua proprieta’ che teneva parcheggiata al Gianicolo. Se mal ricordo, nel 1974 o 1975, tale roulotte venne scoperta dalla polizia o dai carabinieri e sequestrata. Nell’ occasione Giuseppucci Franco venne arrestato e mi sembra ce se la fosse cavata, dopo qualche mese di detenzione, perche’ la roulotte aveva un vetro rotto e, pertanto, riusci’ a dimostrare di non sapere nulla delle armi che vi erano contenute. Probabilmente quelle trovate nella roulotte non erano tutte le armi che Giuseppucci custodiva, visto che qualche tempo dopo la sua scarcerazione si verifico’ l’ episodio del furto del “maggiolone” VW, del quale ho parlato, che fece si che si aggregasse con lo stesso. Anche io all’ epoca frequentavo l’ ambiente dei rapinatori della Magliana, del trullo e del portuense, ambiente nel quale gravitavano Ciardi Walter, Cola Aldo, Romano Rocco, Fioralisi Paolo e Moxeda Norita e successivamente anche Piconi Giovanni, Danesi Renzo, Mastropietro Enzo e Castelletti Emilio.
Nel corso del tempo si erano cementati i rapporti tra me, Piconi Giovanni, Danesi Renzo, Mastropietro Enzo ed Castelletti Emilio, ma non costituivano quella che in gergo viene chiamata “batteria” , cioe’ un nucleo legato da vincoli di esclusivita’ e solidarieta’ , in altre parole non ci eravamo ancora imposti l’ obbligo di operare esclusivamente tra noi, ne’ di ripartire i proventi delle operazioni con chi non vi avesse partecipato. La “batteria” si costitui’ tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze gia’ riferite, con Giuseppucci Franco. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusivita’ e di solidarieta’ . Pertanto, pur potendo prendere parte, tutti insieme o alcuni di noi a rapine o altre operazioni – come ad esempio il tentato sequestro Pratesi – organizzate da altre “batterie” , doveva pero’ trattarsi di operazioni lucrose, tali da consentire la ripartizione della “stecca” tra tutti i componenti del gruppo.
L’ aver costituito una “batteria” – parlo di “batteria” perche’ in un primo momento ci dedicavamo quasi esclusivamente alle rapine – comporto’ che ognuno di noi apportasse le armi di cui disponeva, che venivano custodite inizialmente da incensurati ai quali ci rivolgevamo per questioni di sicurezza e di fiducia o da familiari o in appartamenti disabitati di cui alcuni di noi, io ad esempio ne avevo uno in via Pescaglia, nel quale poi ando’ ad abitare paradisi Giorgio – avevano la disponibilita’.
Nel frattempo la “batteria” si trasformo’ in “banda” e si allargo’, come ho gia’ riferito, integrando altri partecipi – come ad esempio Colafigli Marcello, paradisi Giorgio e Sicilia Claudio – ed altri gruppi – come quello di Acilia e i “testaccini” – di tal che’ si rese necessario provvedere altrimenti alla custodia delle armi.

Adr: la differenza tra “batteria” e “banda”, oltre che nel diverso numero di partecipi, minore nella prima rispetto alla seconda, sta anche nel ventaglio piu’ ampio di interessi criminosi della “banda”, rispetto alla “batteria”, la quale si dedica alla commissione di un unico tipo di reati, ad esempio le rapine.
La “banda”, peraltro, comporta l’ esistenza di vincoli piu’ stretti tra i partecipi, vincoli che si traducono in obblighi maggiori di solidarietà tra gli associati, i quali sono, pertanto, maggiormente impegnati e tenuti a prendere in comune ogni decisione, senza possibilita’ di sottrarsi dal dare esecuzione alle stesse. Ad esempio, la vendetta nei confronti dei Proietti, o l’ omicidio di Selis e Leccese, o in generale tutti gli omicidi di cui ho parlato, riconducibili alla banda, in quanto funzionali ad assicurarsi il rispetto da parte delle altre organizzazioni operanti su Roma e ad imporre un predominio il piu’ possibile incontrastato sul territorio, vennero di volta in volta decisi da tutti coloro che facevano parte della banda nel momento della esecuzione, di volta in volta affidata a chi aveva maggiori capacita’ per assicurarne il successo con il minor rischio sia personale che collettivo, soprattutto sotto il profilo preminente di assicurarsi l’ impunita’.
Questo comportava che tutti si era parimenti compromessi, quindi tutti parimenti motivati ad aiutare chi fosse stato colto in flagranza o comunque arrestato o incriminato, sia a limitare i danni processuali, sia ad avere la tranquillita’ di assistenza a se’ e ai familiari. Inoltre, una volta costituiti in banda, sempre al fine di garantirsi l’ impunita’, ci imponemmo l’obbligo di non avere stretti legami di tipo operativo con gruppi esterni, che non fossero funzionali all’ accrescimento dei profitti e dello sviluppo delle attivita’ programmate, il che, unitamente alla pari compromissione, assicurava la massima impermeabilita’ della nostra banda, nel senso che nessuno poteva agevolmente venire a conoscere i particolari delle azioni a noi riconducibili.

Adr: prima di parlare di come le armi venivano custodite, quando il quantitativo di esse divenne tale da non poter piu’ essere lasciato in un posto qualunque e nella custodia di chicchessia, ritengo opportuno chiarire di come la banda se le procurava.
Dal momento che la banda inizio’ a commerciare l’ eroina, con gli acquirenti che ho gia’ in precedenza indicati, si era raggiunto l’ accordo che essi recuperassero tutte le armi delle quali fossero venuti in possesso i ladri con cui avevano contatti. Si trattava, nella maggior parte dei casi, di armi proventi di furto in appartamenti, talvolta di vere e proprie collezioni. Si ricorreva a questi metodi di approvvigionamento in quanto l’ uso di quelle armi non comportava il rischio che si risalisse a noi. Si aveva anche l’ accortezza di sbarazzarsi delle armi usate nel corso di operazioni nonche’ si evitava di detenere armi delle quali ci si fosse appropriati nel corso di esse, proprio al fine di non essere mai colti in possesso di armi “sporche”.
L’ adozione di tali precauzioni, in un periodo come quello tra il 1978 e il 1982, nel quale la banda era impegnata, per come ho gia’ riferito in una serie di sanguinose operazioni, imponeva la necessita’ di disporre di un notevole quantitativo di armi di riserva. Nel momento stesso in cui stringemmo rapporti con il gruppo di Acilia, che si integro’ nel nostro, avemmo anche l’ occasione di conoscere il prof Semerari Aldo.
In una posizione marginale all’ interno della banda si trovava all’ epoca D’Ortenzi Alessandro, il quale pur non avendo partecipato mai, neppure a livello decisionale, ad attivita’ criminali di tipo violento con noi, dimostrava peraltro una certa disponibilita’ a farci partecipi delle sue conoscenze, allorche’ queste fossero risultate utili per gli scopi dell’organizzazione. Per questi servizi D’Ortenzi riceveva in cambio denaro o favori.

D’Ortenzi Alessandro, dati i suoi trascorsi giudiziari ed in certa familiarita’ con specialisti in psichiatria e direttori di OPG, si era dapprima dato da fare per consentire a Selis Nicolino, su incarico della banda, di ottenere delle licenze. Fu in tale occasione che istituì il contatto tra la banda ed il prof Semerari. Quest’ ultimo, atteso il suo impegno sul fronte eversivo e terroristico, a noi noto, aveva da parte sua interesse a metterci in collegamento con gli ordinovisti che a quel tempo operavano su Roma. Pertanto, grazie al contatto istituito da D’Ortenzi, si fece una riunione nella villa di De Felice Fabio, per discutere i possibili scambi di favori tra la nostra banda ed i terroristi di destra che facevano capo al Semerari.

La villa in cui avvenne l’ incontro – il quale si svolse in epoca immediatamente successiva alla soppressione Del Duca Grazioli, quindi piu’ o meno nella seconda meta’ del 1978 – si trovava nelle campagne del reatino, non saprei dire con precisione se si trattasse di poggio mirteto, essa era a ridosso di un monte, aveva soffitti, ricordo, molto alti, vi erano dei lavori in corso per la realizzazione di una fontana con cascata. All’ incontro, per la banda, partecipammo io, Colafigli Marcello, Piconi Giovanni e Giuseppucci Franco. Era presente D’Ortenzi. Oltre al de felice ricordo presenti all’ incontro il prof Semerari e Aleandri Paoletto.

Nell’ occasione, fermo restando il nostro assoluto disinteresse per le prospettazioni ideologiche di Semerari Aldo – per quanto potei constatare frequentando Giuseppucci Franco, questi aveva delle spiccate simpatie per il fascismo, deteneva dischi riproducenti discorsi di mussolini, medaglie e gagliardetti, tuttavia questa sua infatuazione non ne condizionava minimamente l’ azione, ne’ lo conduceva a perdere di vista gli interessi e gli scopi della banda che erano tutt’altro che politici – si valuto’ la praticabilita’ di una collaborazione tra noi ed i terroristi neri, finalizzata, per quanto li riguardava, al finanziamento delle attivita’ di tipo piu’ propriamente politico.

In particolare si raggiunse una sorta di accordo di massima per la commissione in comune di sequestri di persona a scopo di estorsione e di rapine. A differenza di quanto poi mi fu dato di constatare rispetto ai terroristi di destra piu’ giovani, Semerari, De Felice e Aleandri non vedevano di cattivo occhio la possibilita’ di operare, sempre al fine del finanziamento dell’ attivita’ rivoluzionaria, nel settore della commercializzazione della droga.
Nell’ incontro in questione, tuttavia, non si ando’ oltre ad un accordo di massima, quel che e’ certo non si raggiunse un vero e proprio patto operativo. A noi comunque interessava mantenere i contatti, in considerazione dell’ influenza del Semerari nel settore giudiziario, essendo egli un famoso e stimato perito medico – legale psichiatrico. Successivamente a tale incontro ebbi modo di recarmi piu’ volte presso lo studio in Roma del Semerari, in compagnia di Toscano Edoardo, di Colafigli Marcello e Giuseppucci Franco. Presso lo studio del Semerari, incontrai talvolta anche Aleandri. Tali visite, fatte talvolta anche con il D’Ortenzi, non erano legate esclusivamente ad interessi professionali del Semerari, ma avevano piu’ che altro lo scopo di mantenere le relazioni allacciate nella prospettiva che potessero tornarci utili.
In tali occasioni di incontro ci venne prospettata la possibilita’ di eseguire un sequestro di persona, ma le informazioni che gli ordinovisti avevano raccolto erano ancora del tutto insufficienti per poter valutare la praticabilita’ del progetto.
L’ amicizia che si era instaurata col Semerari e con Aleandri a seguito di tali incontri, apparve utile nel momento in cui la banda entro’ nel fuoco dell’ attenzione della polizia e della magistratura in quanto occorreva affidare in mani sicure le armi di cui disponevamo, nella prospettiva di qualche azione poliziesca nei nostri confronti, rispetto alla quale sarebbe stato difficile limitare i danni se trovati in possesso delle armi stesse.

Alle ore 19 l’ interrogatorio viene sospeso e rinviato per la prosecuzione alle ore 9 e seguenti di domani 04.12.92.

 

L.C.S. .

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