Il rapporto tra Gelli e Delle Chiaie (Italicus bis) – prima parte

Si è già detto per quali ragioni, nel corso dell’ istruttoria, si è giunti a sottoporre a intercettazione le utenze telefoniche di OSMANI, LABRUNA e GELLI.

Occorreva cercare di comprendere quali fossero gli effettivi rapporti fra il MANNUCCI BENINCASA da un lato e il LABRUNA e l’OSMANI dall’altro e di chiarire i rapporti fra i predetti ed il GELLI, anche al fine di meglio comprendere il movente del MANNUCCI BENINCASA nell’esecuzione dei reati a lui ascritti (v. motivazione dei decreti di intercettazione telefonica di data 29.6.93 relative alle utenze in uso all’OSMANI, al LABRUNA e al GELLI).

Ciò tenuto conto, fra L’ altro, del fatto che il LABRUNA si era recato ad incontrare GELLI proprio pochi giorni dopo la deposizione resa a questo G. I.. In particolare, era apparsa invero poco credibile la spiegazione data dal LABRUNA, il quale aveva sostenuto che la visita a GELLI era dovuta all’ intento di procurare a tale Sanni TOCCACELI utili contatti per il suo commercio di capi di abbigliamento. Infatti il TOCCACELI, secondo il LABRUNA diretto interessato all’aiuto di GELLI, era stato lasciato all’ esterno della residenza di quest’ ultimo, in attesa che si concludesse il lungo colloquio intercorso fra gli altri due, sicché appariva ragionevole ritenere che nel corso di questo fossero stati trattati ben altri argomenti (v. dep. TOCCACELI 2.6.1993). Le intercettazioni risultarono infruttuose per gli scopi anzidetti, tuttavia, come si è notato nel corso del secondo capitolo, consentirono di sventare un’ ulteriore insidia che si stava preparando per i processi concernenti la strage di Bologna del 2.8.80.

Venne infatti intercettata una conversazione fra GELLI e un’amica bolognese, Nunzia MASSARI, durante la quale i primo aveva affermato di avere trovato “un altro personaggio tipo MONTORZI…” (vedi rapporto U.I.G.O.S. Arezzo di data 11.4.88 e seguenti). Si è già visto nel secondo capitolo per quale motivo la frase sopra riportata abbia sollecitato l’attenzione degli inquirenti e come da altra conversazione telefonica intercettata sull’utenza del GELLI sia poi risultato che la persona indicata come “un altro MONTORZI” non poteva essere altri che tale Nara LAZZERINI, teste d’accusa nella prima istruttoria.

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La LAZZERINI, in passato, era stata intima di GELLI ed aveva avuto l’opportunità di rilevare alcuni suoi contatti particolarmente significativi ai fini dell’ indagine per la strage del 2.8.80 e da lui sempre negati, fra i quali appunto quelli telefonici col DELLE CHIAIE (v. cap. IX, ff. 251 e ss. del rapp. n. 3468-181 dei Carabinieri Bologna).

Poiché le conversazioni telefoniche in questione facevano riferimento ad una corrispondenza in corso fra GELLI e la LAZZERINI, si dispose la perquisizione delle abitazioni di entrambi e vennero sequestrate presso il GELLI due lettere ed un biglietto (quest’ ultimo datato 16.9.93 e le lettere in date successive) di pugno della donna. Il biglietto aveva un contenuto generico; una prima lettera conteneva riferimenti alla deposizione resa nella prima istruttoria per la strage, e in particolare faceva riferimento a forme di coartazione cui la donna asseriva di essere stata sottoposta dagli inquirenti, quasi a giustificare così i suoi comportamenti precedenti nei confronti del GELLI; la terza era di contenuto esclusivamente personale. Immediatamente sentita come testimone, Nara LAZZERINI così spiegava l’intera vicenda:

“…Io e mio figlio abbiamo una società di produzione televisiva denominata N. G. L. con sede a Roma in via Archimede nr. 67. Questa società sta passando un momento di grave difficoltà, come tutti gli operatori del settore. Accadde allora che mio figlio Gianluca, parecchio tempo fa decise di recarsi a Villa Wanda a trovare GELLI per chiedergli se poteva fornirgli un qualche aiuto. In particolare stavamo producendo un film per Rete Italia, ma la produzione era stata bloccata dallo stesso BERLUSCONI, a dire del predetto per mancanza di fondi. Il film sarebbe costato 4 miliardi e poteva perciò rappresentare una buona occasione di lavoro per la società. Avevamo già preparato il tutto con un investimento di 275 milioni che BERLUSCONI ci ha pagato, ma improvvisamente l’iniziativa venne bloccata. Mio figlio venne registrato dal personale che sorveglia Villa Wanda cui consegnò la carta d’identità…Il colloquio durò una ventina di minuti e il GELLI disse che in quel momento non poteva fare niente e che semmai potevamo rifarci vivi. Successivamente non ebbi più sue notizie. Colgo l’occasione per precisare che sino ad allora non avevo più avuto nessun genere di contatto con con il GELLI. Nonostante le deposizioni fatte nel processo per la strage di Bologna avvertivo, sul piano personale, dopo così tanto tempo, il desiderio di rimettermi in contatto con lui anche perchè speravo ancora in un suo aiuto e speravo un chiarimento fra noi. Così gli mandai il biglietto datato Pisa 16.9.93 che mi viene esibito. Dopo qualche tempo il GELLI mi telefonò. Io che non lo sentivo da tanto tempo non riconobbi neppure la voce. Subito mi disse che era diventato ancora più forte che in passato e mi disse che poteva fare molto per me. Pose però una condizione. Mi chiese infatti di mandargli una lettera col timbro postale di Pisa con la quale smentissi tutte le dichiarazioni testimoniali a suo tempo rese. Naturalmente nella lettera non dovevo fare menzione del fatto che lui stesso l’aveva richiesta. La telefonata durò parecchio, precisamente 50 minuti. GELLI nel corso della telefonata diceva che chiamava da casa. In realtà non so da dove chiamasse. Fra le altre cose mi chiese se avevo ancora ritagli di giornali del tempo. Io gli ‘chiesi cosa avrei dovuto scrivere nella lettera che pretendeva; gli dissi che non avevo il testo delle mie deposizioni e che non avrei saputo cosa fare. Lui allora mi disse di riguardarmi i giornali del tempo. Ricordo che fra l’altro mi disse che nella lettera avrei dovuto scrivere che non avevo conosciuto PAZIENZA; che lui non era mai andato in Sicilia; che non avevo visto valigie di soldi transitare dall’Excelsior; che non mi trovavo all’Excelsior quando ci fu il rapimento MORO ed altre cose che ora non ricordo. In sintesi mi chiese di scrivergli che non era vero tutto quello che io avevo detto quando ero stata sentita come testimone. Inoltre mi accusò di essermi fatta pagare dall’Espresso per un’intervista rilasciata a detto giornale, intervista cheio in realtà non feci. Io gli dissi che non sapevo come fare a scrivere la lettera che mi era richiesta e gli proposi di incontrarci. Lui disse che prima dovevo mandare la lettera e che solo successivamente avremmo potuto incontrarci… Io non mi sentivo di ritrattare le mie dichiarazioni perchè erano vere e non avevo alcuna intenzione di assecondare il disegno di GELLI, anche se comunque, come ho già detto prima, avevo il desiderio di ristabilire un contatto con lui ed avere un chiarimento a livello personale. Si tratta di cose strettamente personali che non riguardano la Giustizia e comunque ero dispiaciuta che potesse odiarmi ancora a distanza di tanti anni. La vicenda di GELLI mi ha toccato in vario modo a livello personale anche perchè fui io a presentare Vito ALECCI a GELLI. Vito ALECCI era il mio compagno e si suicidò il 5.3.’85 a seguito di vicissitudini personali e professionali conseguenti al fatto che il suo nome compariva nelle liste della P2.
Nel corso della conversazione telefonica di cui sopra ho parlato il GELLI mi disse anche che una volta ricevuta la lettera che mi aveva richiesto avrebbe potuto prestarmi il suo aiuto circa la situazione della N. G. L.. Successivamente ancora mi ritelefonò. Mi disse che aveva ricevuto la mia lettera, ma che non l’aveva ancora letta; che avrebbe dovuto leggerla, confrontarla con i giornali del tempo e con le cassette registrate recanti le mie deposizioni e che successivamente ancora mi avrebbe fatto sapere qualcosa. Evidentemente, comunque, la mia lettera del 23.9. era del tutto inutile ai suoi fini, come peraltro quella successiva del 24.10.93 che attiene argomenti più personali.
Vedo che è stato evidenziato, nella mia del 23.9, il passo dove dico che due agenti della D.I.G.O.S. di Pisa mi prelevarono con la forza. In realtà fu una situazione per me allucinante, anche se non mi venne usata nessuna violenza. Io non volevo andare, ma alla fine di fronte alle insistenze dei due mi rassegnai pur rammaricandomi che non mi avessero neppure dato la possibilità di telefonare ai miei figli.
Le mie dichiarazioni furono sempre verbalizzate fedelmente e le ho confermate a diverse Autorità Giudiziarie. Sono stata interrogata da tantissimi magistrati, fra i quali il Dr. FALCONE. Come Lei sa, inoltre, ho confermato le mie dichiarazioni anche in sede dibattimentale. Io ho sempre detto la verità per quel tanto che potevo sapere… Prendo visione della trascrizione di P. G. della conversazione del 6.10.93 intercettata sull’utenza del GELLI e mi riconosco come la sua interlocutrice.. Si tratta della seconda telefonata di cui ho parlato in questa deposizione.
La lettera datata 23.9 l’ho effettivamente spedita soltanto in data 28, come peraltro risulta dai timbro sulla busta. Dal timbro rilevo che è pervenuta ad Arezzo il 29.9. e la seconda telefonata col GELLI è del 6.10.93… Prima ho solo accennato al latto che avevo ricevuto una sua telefonata (la prima) e che non mi era piaciuta per niente. L’ho detto a mia figlia, che sopraggiunse al piano superiore della mia abitazione proprio subito dopo che avevo ricevuto la telefonata. Di questa ho inoltre parlato a mia madre, che mi ha raccomandato di lasciar perdere queste vecchie cose (LAZZERINI Nara al G. I., 28.10.1993).

 

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 398-401

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