Le responsabilità di Avanguardia Nazionale sugli attentati del 21-22 ottobre – quarta parte

Le parti dei congegni a tempo repertate in entrambi gli episodi descritti non riportano tracce ascrivibili ad una esplosione.
Se si considera che nella detonazione si genera un’onda di scoppio alla quale è associata la maggior parte dell’energia sia sotto forma dell’energia dell’esplosione sia sotto forma di calore sia sotto forma di energia cinetica associata all’onda, non sembra credibile che proprio le parti poste a diretto contatto dell’esplosivo non rechino su di loro gli effetti dello stesso, tenendo presente i contemporanei danni apportati alle altre parti coinvolte nei due attentati (binari e vagoni ferroviari). Per quanto concerne, poi, il primo episodio, gli spezzoni di miccia detonante repertati non sono compatibili con la loro presenza nell’ordigno esploso”.
In sostanza, nonostante la gravità delle due esplosioni che hanno causato seri danni ai binari e alla massicciata, sono stati rinvenuti integri sui
binari ove era avvenuto l’attentato di Velletri oltre tre metri di miccia detonante, un tipo di miccia che dovrebbe esplodere immediatamente e
consumarsi subito e con grande velocità, tanto da essere usata normalmente per collegare fra loro varie cariche proprio al fine di provocarne l’esplosione simultanea.
Inoltre, dopo entrambi gli attentati, le sveglie e le batterie sono state rinvenute pressochè integre e senza le deformazioni tipiche che dovrebbe
causare un’esplosione e senza segni di annerimento. La batteria repertata sui binari nei pressi di Velletri si presentava perdipiù con i reofori dei detonatori collegati e ancora integri nonostante che essi subiscano ovviamente per primi l’onda esplosiva.
Vi è quindi il grave sospetto che sia a Velletri sia a Latina quanto repertato dagli operanti sui binari non avesse avuto nulla a che fare con
le due esplosioni, ma fosse uno specchietto per le allodole deposto subito dopo le esplosioni stesse dagli attentatori o chi per essi, al fine di depistare le indagini e occultare le vere modalità di innesco dei congegni: forse, in entrambi i casi un timer frammentatosi a seguito
dell’esplosione e difficilmente distinguibile dalle altre schegge rimaste sul terreno. Ovviamente il ritrovamento delle sveglie, delle batterie e delle micce, fornendo una immediata spiegazione delle modalità di innesco dei congegni, avrebbe in tal caso reso assai improbabile che gli operanti
intervenuti sul posto approfondissero l’esame dei minuti frammenti dispersi sul terreno.
E’ solo un’ipotesi, ma suffragata dalla singolare integrità di quanto repertato e dal fatto che l’utilizzo di uno strumento sicuro e sofisticato come un timer garantiva la buona riuscita dei due attentati, ma esponeva gli attentatori ad altri pericoli. Esaminando infatti gli articoli di stampa pubblicati in quei giorni dai principali quotidiani (che danno ampio risalto anche nelle prime pagine alla catena di attentati del 21/22 ottobre 1972), si può infatti notare che, proprio pochi giorni prima degli attentati, il 19.10.1972, sul Corriere della Sera compare in prima pagina un ampio articolo in cui si dà notizia della formale contestazione a Franco Freda, da parte degli inquirenti milanesi, dell’elemento d’accusa costituito dall’acquisto dei 50 timers e tale articolo è corredato dalla fotografia appunto di un timer e del relativo dischetto segnatempo (vol.25, fasc.3, f.5).
E’ quindi possibile che la comparsa di tale articolo abbia reso quantomai imbarazzante per gli attentatori l’utilizzo di simili congegni e che le
tracce di tale tipo di innesco dovessero necessariamente essere fatte sparire spostando l’attenzione su più comuni sveglie e micce, deposte sui
binari a breve distanza dal luogo dell’esplosione subito dopo l’esecuzione degli attentati.
Del resto tale manovra non sarebbe stata di difficile esecuzione tenendo presente che le forze dell’ordine sono intervenute sul posto a
considerevole distanza di tempo dalle esplosioni, cioè a notte fonda, e che anche le prime rilevazioni sono state certamente in qualche modo ostacolate dall’oscurità.
Non può nemmeno escludersi, in via di ipotesi, che le cellule di A.N. che dovevano operare a Latina e a Velletri disponessero dei timers, ma,
giunte al momento della fase operativa, abbiano ritenuto più prudente, proprio in ragione dell’attenzione che il recupero di qualche frammento
(o dell’intero timer in caso di mancata esplosione) avrebbe attirato, ripiegare su un altro tipo di innesco.
E’ possibile che tale cambiamento di programma, essendo i due attentati comunque andati a buon fine, non sia stato comunicato ai vertici politici dell’organizzazione e che dunque Stefano Delle Chiaie abbia fatto a Vinciguerra la confidenza da questi riferita nella convinzione che i
timers messi nella disponibilità della struttura operativa di A.N. fossero stati effettivamente utilizzati a Latina e a Velletri.
In sostanza, della confidenza di Stefano Delle Chiaie non è stato possibile acquisire un riscontro diretto, ma è del tutto verosimile che i
timers siano stati consegnati ai nuclei che dovevano agire la notte fra il 21 e il 22 ottobre 1972 e che tali congegni siano stati usati in uno o
più degli attentati di quella notte o che dovessero esserlo almeno secondo il piano che era stato prestabilito.
Del resto, la presenza di timers aleggia sugli attentati ai treni diretti a Reggio Calabria così come aleggia la presenza in qualità di “investigatore” di un ufficiale dei Carabinieri dedito in quei giorni, nella zona di Camerino, alla costruzione di una “brillante” operazione di depistaggio.
Sul quotidiano “Paese Sera” del 22.11.1972 era infatti comparso un articolo, firmato dal corrispondente di Camerino, Domenico Fedeli, nel
quale il giornalista, con un forte rilievo anche nel titolo, affermava che in quei giorni a Camerino era trapelata una notizia importante.
Il timer rinvenuto in occasione dell’attentato del 21 ottobre nei pressi di Latina sarebbe infatti risultato uguale ai due timers sequestrati
l’11.11.1972 nel casolare di Svolte di Fiungo, nei pressi di Camerino, e anche l’esplosivo comparso nei due episodi sarebbe risultato dello stesso
tipo (vol.25, fasc.4, f.9).
Inoltre, sempre secondo il giornalista, il capitano D’OVIDIO, accompagnato da un sottufficiale anch’egli appartenente alla Compagnia dei Carabinieri di Camerino, nei giorni precedenti alla pubblicazione dell’articolo avrebbe effettuato una “trasferta” a Roma, Latina e Reggio
Calabria per ricostruire i collegamenti fra i due episodi avvenuti a circa 20 giorni di distanza.
La notizie è singolare in quanto sui binari, dopo l’attentato avvenuto a Cisterna di Latina, almeno “ufficialmente” non è stato sequestrato alcun
timer o frammento di timer e, d’altra parte, i due timers “rinvenuti” nel casolare di Svolte di Fiungo erano due residuati bellici di fabbricazione
tedesca, inutilizzabili, come la perizia svolta all’epoca ha evidenziato, per innescare ordigni esplosivi.
Sembra quasi che, seppur non “ufficialmente, in quei giorni fosse corsa voce della presenza di timers o frammenti di essi sui binari colpiti la
notte del 21.10.1972 e d’altra parte è singolare l’interessamento del capitano D’Ovidio ad episodi così distanti geograficamente, come se in
qualche modo si volesse collegare la “provocazione” di Camerino – concertata con l’apporto dello stesso cap. D’Ovidio – con gli attentati
avvenuti venti giorni dopo.

Peraltro, sempre secondo il giornalista, la pista seguita dal cap. D’Ovidio con la trasferta a Reggio Calabria sarebbe quella delle “trame nere” e della presenza presso l’Università di Camerino di molti elementi della destra reggina, forse responsabili di entrambi gli episodi, circostanza questa che non coincide con l’indirizzo impresso alle indagini dal cap. D’Ovidio in relazione all’arsenale di Svolte di Fiungo.
Il capitano D’Ovidio, nel corso dell’interrogatorio in data 23.3.1994, ha negato di aver svolto alcuna indagine, in qualsiasi direzione, sugli
attentati ai treni avvenuti la notte del 21.10.1972 (ff.2-3).
Peraltro, il giornalista Domenico Fedeli, sentito in qualità di testimone su delega di questo Ufficio in data 14.7.1993 dalla polizia giudiziaria
di Camerino, ha affermato di aver ricevuto le notizie riportate nel suo articolo, compresa la trasferta a Latina e Reggio Calabria, dallo stesso
capitano D’Ovidio che egli conosceva personalmente (vol.25, fasc.4, f.33).
Nessun ulteriore approfondimento è possibile anche in quanto Domenico Fedeli, già ricoverato in ospedale per gravi problemi cardiaci nel momento in cui era stato sentito, è deceduto poco tempo dopo. Resta la stranezza, all’interno del quadro complessivo degli avvenimenti di quei giorni, della confidenza del capitano D’Ovidio al giornalista, verità o vanteria che fosse, e del fatto che in qualche modo della presenza di un timer sui binari fosse in quei giorni corsa voce. La ricerca di riscontri testimoniali alla confidenza fatta da Stefano Delle Chiaie a Vincenzo Vinciguerra ha consentito l’acquisizione di una conferma indiretta, ma di rilevantissima importanza, grazie all’ulteriore deposizione resa dall’avanguardista di Reggio Calabria Carmine DOMINICI in data 29.9.1994. Delle importantissime dichiarazioni di Carmine Dominici sulla struttura occulta di A.N. in Calabria si è già ampiamente parlato nella parte sesta di questa ordinanza (capitolo 41), così come è già stata ampiamente esposta la vicenda dei timers elettronici, di proprietà di A.N., fatti rinvenire all’inizio del 1976 alla Guardia di Finanza dal confidente del colonnello Mannucci, Bruno GALATI (cap.42).
La deposizione di Carmine Dominici in data 29.9.1994 da un lato conferma il racconto del colonnello Mannucci sul rinvenimento dei timers
elettronici e sulla loro riconducibilità alla struttura di A.N. (d’altra parte lo stesso Dominici aveva ricevuto un timer dello stesso tipo dal
marchese ZERBI), ma sopratutto aggiunge una circostanza di assoluta novità con riferimento alla disponibilità da parte di A.N., già nel
1969/1970, di timers non sofisticati come quelli detenuti successivamente e quindi di timers a funzionamento elettrico come quelli usati per gli
attentati del 12 dicembre 1969. Racconta infatti Carmine Dominici (ff.1-2):
“”””……A D.R.: Bruno Galati era persona di destra, militante della Giovane Italia, organizzazione nella quale militava il fratello Antonio.
Il Galati aveva una venerazione smodata per Ciccio FRANCO.
Galati era incensurato e non appariscente, anche se di corporatura molto robusta a causa di una disfunzione diabetica. Era stato titolare, assieme al fratello, di una concessionaria Gestetner. Galati era l’uomo che, per conto di ZERBI, deteneva i timers e gli esplosivi prima che questi ultimi fossero detenuti da me stesso. Antonio Galati, invece, era uomo utilizzato per gli scontri di piazza. Un giorno del 1969 o 1970, Zerbi si rivolse a me chiedendomi consiglio su come comportarsi, in quanto Galati non voleva restituire gli esplosivi e i timers che gli erano stati affidati. Io mi offersi di risolvere il problema, ma Zerbi mi disse che prima bisognava informare Roma.
Ciò probabilmente perchè la periferia non doveva assolutamente apparire autonoma rispetto al centro. Difatti scesero da Roma Carmine PALLADINO e Tonino FIORE. Li portai al Roof Garden di Reggio Calabria, locale frequentato dagli avanguardisti e anche dal Galati. Questi, entratovi, si avvide dei due romani e si allontanò per circa un quarto d’ora per poi fare rientro. Notai, rivedendolo, che aveva un revolver infilato nei pantaloni, dietro la schiena, così, quando Fiore e Palladino lo affrontarono e Galati tentò di estrarre l’arma, ebbi facile gioco ad afferrargli il braccio e a farla cadere.
Ci fu un litigio verbale molto acceso al termine del quale Galati non restituì il materiale. Non vi furono conseguenze in quanto mi adoperai affinchè i romani non ricorressero alla violenza, in quanto non gradivo che beghe interne fossero risolte da estranei. Non sono in grado di indicare in quale luogo Galati detenesse il materiale. Dopo tale episodio, il ruolo di Galati fu assunto da me, ma non tenni mai dei timers, eccezion fatta per il singolo timer elettronico dell’episodio CUDA, già noto al G.I. di Milano””””.

La testimonianza di Carmine Dominici consente di trarre conclusioni di grande rilievo ed in perfetta sintonia con il complessivo quadro probatorio.
La struttura calabrese di A.N., nel periodo intercorso fra la strage di Piazza Fontana e gli attentati ai treni dell’ottobre 1972, deteneva dei timers che provenivano dalla struttura centrale romana. Quando vi era stata la necessità di di recuperarli dal loro custode, Bruno Galati, si erano mossi da Roma due fedelissimi di Stefano Delle Chiaie, Tonino Fiore e Carmine Palladino, entrambi citati nella relazione di Guido PAGLIA e, il secondo, ucciso molti anni dopo in carcere da Pierluigi CONCUTELLI affinchè non rivelasse, nella fase di un cedimento in cui si trovava, i molti segreti di cui era depositario.
Si tratta, con ogni probabilità, dei timers o di parte dei timers utilizzati per gli attentati del 12 dicembre 1969 ed è quindi del tutto verosimile che Avanguardia Nazionale, responsabile o corresponsabile, secondo le dichiarazioni di Vinciguerra, di entrambe le campagne di attentati, ne abbia utilizzato qualcuno anche per gli attentati ai treni del 21/22 ottobre 1972.
Trova così una indiretta conferma l’importante confidenza di Stefano Delle Chiaie e, attraverso il racconto di Carmine Dominici, si aggiunge
altresì un nuovo tassello agli elementi indiziari che legano Avanguardia Nazionale alla strage di Piazza Fontana. Infine, Angelo IZZO, nel corso della sua più completa ricostruzione dell’esperienza nella destra eversiva romana fornita dopo la sua cattura e il suo rientro in Italia nell’autunno del 1994, ha parlato del coinvolgimento dell'”UOVO DEL DRAGO”, cui apparteneva, negli attentati ai treni diretti a Reggio Calabria (int.31.1.1995, ff.6-7):
“”””……Intorno all’ottobre 1972, ci fu una grande manifestazione sindacale che mi pare portò circa 500.000 persone a Reggio Calabria e negli ambienti di estrema destra questa manifestazione era vista come il fumo negli occhi in quanto, specialmente l’ambiente di Avanguardia
Nazionale, considerava l’arrivo di operai e sindacalisti a Reggio Calabria una vera e propria offesa. Nei giorni precedenti la manifestazione, io e GHIRA fummo convocati da DANTINI in un appartamento di Corso Trieste, che sono sicuramente in grado di rintracciare, ove avvenivano abitualmente riunioni riservate di area Fronte Studentesco o Avanguardia Nazionale……
DANTINI ci disse che si stavano preparando degli attentati sulle linee ferroviarie per bloccare l’afflusso dei manifestanti a Reggio Calabria;
inizialmente si era addirittura parlato di fare saltare per aria proprio il convoglio che portava gli operai e i sindacalisti.
Si diceva anche che sarebbero dovute arrivare delle mine anticarro da collocare sui binari.
Io e GHIRA dovevamo aspettare una telefonata di DANTINI che ci avrebbe detto in particolare cosa dovevamo fare. Dopo alcuni giorni GHIRA venne a casa mia dicendo che aveva parlato con DANTINI e che il giorno dopo sarei dovuto andare alla sezione del M.S.I. di Via Alessandria a prendere un certo CESARETTI che io fino a quel momento conoscevo solo come appartenente all’area Ordine n Nuovo / M.S.I., e avrei dovuto portarlo nell’appartamento di Corso Trieste.
Mi sembra che fosse una mattina di un giorno festivo in quanto solitamente la federazione era aperta solo il pomeriggio nei giorni feriali mentre in quelli festivi al pomeriggio era chiusa e la mattina era aperta.
Il mio compito era anche quello di fare in maniera che, nel caso in cui CESARETTI fosse stato pedinato, facendo dei giri viziosi fossimo sicuri di sganciarci.
Io e CESARETTI, che aveva una Giulia, andammo in Corso Trieste dove ci attendevano GHIRA e DANTINI con un grosso borsone e salirono sulla nostra macchina. Andammo a parcheggiare in una strada semidisabitata dietro Piazza Istria e DANTINI disse che nel borsone c’erano le bombe e ci chiese se eravamo armati.
Ci fece vedere il borsone nel quale vidi due ordigni che così posso descrivere: si trattava di due latte, piene di tritolo come disse DANTINI, e ci fece vedere anche due detonatori a miccia e due a innesco chimico (questi ultimi fatti artigianalmente con due preservativi nei quali si versava dell’acido) da utilizzare in alternativa a seconda delle esigenze.
Scherzando DANTINI ci disse di non mettere, durante il viaggio, nella borsa con l’esplosivo i detonatori poichè si trattava di “un matrimonio
che non si deve fare”. Ci fu uno scambio di battute sul fatto che dovevamo portare noi le bombe fino in Calabria quando invece i calabresi
avrebbero potuto fare da soli, ma DANTINI disse che le bombe come le faceva lui non le faceva nessuno. DANTINI disse che CESARETTI sapeva dove i ragazzi di Avanguardia calabresi ci aspettavano, ma poichè io non ero armato in quanto nessuno me ne aveva detto la necessità, si convenne che era meglio che in Calabria andassero solo GHIRA e CESARETTI che invece erano armati. Io quindi restai con DANTINI e scesi con lui dalla macchina mentre GHIRA e CESARETTI partirono.
Ovviamente al ritorno mi feci raccontare da ANDREA GHIRA come era andata. Mi disse che erano arrivato in un paese nei pressi di Lamezia Terme dove, in campagna, erano attesi da un gruppo di calabresi con un paio di macchine.
Con costoro si erano recati lungo la linea ferroviaria dove collocarono, in due punti non distanti fra loro, le bombe che esplosero facendo saltare un pezzo di binario. Ricordo che GHIRA mi disse scherzosamente di non avere conosciuto in quella occasione FEFE’ ZERBI nonostante fosse chiaro che il gruppo di calabresi con cui avevano fatto il lavoro era diretto appunto dallo stesso ZERBI in quella regione.
A domanda dell’Ufficio: in merito ai rapporti DELLE CHIAIE/DANTINI posso dire che nell’ambiente si parlava di un’inimicizia personale fra STEFANO DELLE CHIAIE e ENZO MARIA DANTINI risalente ai tempi della vecchia AVANGUARDIA quando DANTINI era delle Formazioni Nazionali.
Tuttavia, ad esempio, sul finire degli anni ’60 a Roma i progenitori di LOTTA DI POPOLO, cioè il MOVIMENTO STUDENTESCO di Giurisprudenza, di cui facevano parte tutti gli uomini di DELLE CHIAIE (cioè DI GENNARO, GHIACCI, DI LUIA e altri) erano in strettissimi rapporti con DANTINI. In ogni caso, nel 1972, in occasione di una riunione segreta a casa dell’onorevole ERNESTO DE MARZIO, vidi discutere insieme di progetti comuni DANTINI e DELLE CHIAIE; inoltre il luogotenente di DANTINI, ALBERTO PASCUCCI, era il capo di A.N. del quartiere Trieste/Nomentano……””””.
Il racconto di Angelo Izzo è del tutto verosimile in quanto la messa in atto di una campagna di attentati che si distendeva dal Lazio alla Calabria ed obbediva ad un preciso piano politico (innescare a Reggio Calabria incidenti gravissimi e far precipitare quindi la situazione dell’ordine pubblico) poteva ragionevolmente comportare l’intervento, a fianco di A.N., di un esperto in esplosivi come l’ing. Enzo Maria DANTINI e del suo Uovo del Drago, i nuovi “soldati anticomunisti” eredi dei sabotatori della Repubblica Sociale Italiana e pronti ad intervenire al momento opportuno come i gruppi lasciati nelle zone liberate (o “occupate”) dagli Alleati.
Stefano Delle Chiaie, con informazione di garanzia ed invito a comparire emesso in data 9.12.1993 da questo Ufficio, è stato formalmente indiziato dell’organizzazione, nella sua veste di dirigente e responsabile di Avanguardia Nazionale, della serie di attentati avvenuti in danno dei convogli ferroviari diretti a Reggio Calabria (capi da 16/a a 21 di rubrica). Invitato a comparire per il giorno 17.12.1993, egli ha preferito non presentarsi.
Alla luce degli elementi emersi, si impone nei suoi confronti una dichiarazione di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, essendo ormai per tale ragione estinti i reati di danneggiamento aggravato, lesioni personali e detenzione e porto di esplosivi, prospettabili in relazione a tali attentati.
Copia delle testimonianze e degli accertamenti relativi a tali episodi deve comunque essere trasmessa alla Procura della Repubblica di Reggio
Calabria, unitamente agli altri atti riguardanti la struttura occulta di Avanguardia Nazionale operante in tale regione, al fine di valutare con
maggior completezza la sussistenza di reati associativi, anche alla luce degli elementi recentemente emersi nelle indagini condotte da tale Procura.
Anche nei confronti di Angelo Izzo deve essere emessa sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione in ordine ai reati di cui ai capi 18), 19), 20), 21) e 22), stante la sua parziale corresponsabilità nel reperimento e nel trasporto dell’esplosivo, mentre l’approfondimento delle posizioni delle altre persone indicate dallo stesso Izzo deve essere demandato alla Procura della Repubblica di Roma cui tutte le dichiarazioni di Izzo sono già state trasmesse per competenza.

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