Marco Pannella – audizione in commissione stragi 28.01.1998

PANNELLA. (…)Eravamo, credo, nel settembre 1977, in località Trevi, vicino a Foligno, dove andavamo a fare i nostri seminari mensili, i quattro parlamentari eletti, i quattro supplenti che avevamo, più tutto lo staff del Partito radicale. A un certo punto, mentre siamo riuniti, il direttore dell’albergo dice: “C’è qualcuno per lei al telefono, onorevole”. “Sono il generale Mino”. Non so se ho risposto: “Sì, e io sono mio nonno”, o non so che cosa. “Sono il generale Mino. Sono all’uscita della bretella della superstrada. Onorevole, veramente ho urgenza di vederla”. E’ un momento un po’ brutto per noi il settembre 1977, perché siamo accusati di essere radical-fascisti, radical-terroristi, radical-comunisti, radical-brigatisti. E questo lo possiamo documentare.

FRAGALA’.  Era il settembre 1977?

PANNELLA. Sì, settembre 1977. La data credo dovremmo andarla a prendere all’albergo o alla polizia o dagli atti parlamentari; un giorno o l’altro la ritroviamo ma comunque erano quei giorni. Franco De Cataldo con la sua macchina mi accompagna, perché glielo avevo chiesto: “Vediamo un po’ di che cosa si tratta”. Andiamo nel luogo dell’appuntamento, due o quattro chilometri più in là dell’albergo, e in effetti a un certo punto sul ciglio della strada con una macchina civile – che a me, che non mi intendo di macchine, sembrava una 1100, e che invece era poco di più – c’era, piccolo con due piccoli come lui, due carabinieri, il generale Mino. Io l’avevo conosciuto in un’altra occasione, una volta che stavo facendo uno sciopero della sete all’Hotel Minerva, venne un signore che mi disse: “Io sono il generale Mino”. Lì gli avrò detto sicuramente: “Sì, e io non so che cosa sono”, visto che era persona che non conoscevo. Mi disse: “Ho promesso a mia sorella di venirle a dire che lei deve bere”. Succedono queste cose. Sono sceso dagli ultimi piani, le lavanderie, che mi ospitavano, e così conobbi Mino. Non l’avevo più visto, però quella volta stemmo a parlare due o tre ore e dissi molte cose.

PRESIDENTE. Quando vi incontraste nel settembre che cosa vi siete detti?

PANNELLA. Appunto: arrivammo, scendemmo e mi disse: “Come sta? Onorevole, attraversiamo. Non voglio parlare nemmeno vicino alla macchina; sa, può darsi che pure la macchina abbia orecchie”. Siamo andati dall’altra parte e mi ha detto: “Senta, onorevole, c’entra sempre mia sorella… No, scherzo”, ha aggiunto. “Che cosa c’è?”, ho chiesto. “Sono venuto a supplicarla, onorevole, di accettare immediatamente una scorta, e una scorta di carabinieri”. “No, lei è gentile, è bravo”, ma pensavo: “Ma guarda un po’, questo è il Comandante generale dell’Arma e intanto viene all’Hotel Minerva a riferirmi che la sorella gli ha chiesto di dirmi che devo bere”. E poi avevamo parlato di tutto, di Giorgiana Masi e di molte cose; lui dimostrò, quando venne, di essere molto al corrente di tutte le cose che stavamo facendo, ed erano tante in quel momento in Parlamento e fuori. Certo, aveva ben presenti anche la storia della P2 e altre cose. Disse: “Senta, lei lo deve fare. Non posso dirle molto di più. Ma lei ha tempo?”. “Sì, ho tempo”. Pregai De Cataldo di andare a tranquillizzare gli altri compagni, perché non avevamo certo i telefonini; e lui -dopo aver spiegato agli altri che era vero che ero stato chiamato – ritornò e siamo restati. Il generale mi disse: “Guardi, onorevole, io la capisco, la conosco però – vede – ieri ho giurato a me stesso e ho dato anche ordini e disposizioni che non userò più l’elicottero per qualsiasi ragione”. Quale era il nesso? “E’ per dirle che se io prendo per me una decisione di questo genere, per gli stessi motivi le chiedo di accettare la scorta. Io l’ho fatto; lo faccia anche lei. Le voglio poi dire altre cose poiché ci siamo visti. Innanzi tutto ho presentato al Ministro – posso dirlo, non è un segreto – due proposte di riforma dell’Arma: una con il mio parere favorevole, un’altra, succinta, con il mio parere rispettosamente sfavorevole”. La prima riguardava l’operazione di ammodernamento, ma di ricambio anche, dei quadri dirigenti dell’Arma; l’altra era la nostra proposta di disarmo dell’Arma. Infatti, c’era allora il disarmo della Polizia e la nostra posizione era favorevole anche ad un disarmo della Finanza e dei Carabinieri. Mi disse: “Ho presentato anche questa, però con un parere sfavorevole perché riteniamo che non si possa fare. Questo per dirle come siamo attenti. Sa, i ragazzi, le truppe” – e chi conosceva il generale Mino sa che aveva sempre il punto di riferimento dei carabinieri di base – “le vogliono molto bene, queste cose le capiscono. Noi sappiamo che lei lo fa per loro”. In terzo luogo mi disse: “Guardi, onorevole, se le dico di prendere la scorta mi deve ascoltare. In più ci rivedremo tra due settimane, perché purtroppo nella questione relativa a Giorgiana Masi ho dovuto constatare che lei ha e ha avuto ragione”. Continuò: “Non mi dica di no. Io devo tornare a Roma. Non ho nemmeno detto che sono venuto qui. Guardi, comunque tutti quelli a novembre vanno via”, e qui intendeva sicuramente tutti i generali a lui ostili di cui avevamo parlato, probabilmente Ferrara. Mi disse “tutti quelli” come se io li avessi ben presenti; è chiaro che tendeva a presentare se stesso come un generale repubblicano (usava questo termine, “un generale repubblicano”) e un generale fedele, leale. Questo, torno a dirlo, avveniva il 15 o il 18 settembre. Come è noto, il generale Mino muore il successivo 31 ottobre, quindi circa 45 giorni dopo, durante un volo in elicottero. Io, appena lo venni a sapere – e non ricordo se era in corso una seduta dell’Aula a Montecitorio o se mi trovavo in Commissione – presi subito la parola e raccontai quanto vi sto dicendo adesso, come risulta dagli atti parlamentari. Lo dissi anche nel corso di tribune politiche in televisione, ma nessuno mi rispose. Dopodiché, al funerale del generale Mino a Santa Maria degli Angeli – dico francamente che rimasi stupito che venisse fatto in chiesa perché lui, per come si presentava, ero un massone, un po’ ingenuo e simpatico: faceva degli ammiccamenti ed altre cose che trovavo anche un tantino demodé – ricordo che quando arrivai c’erano alcune persone che mi guardavano un po’ male, ma vidi venirmi incontro un amico, anche lui carabiniere, l’allora capitano Varisco, che come sappiamo dopo due anni venne assassinato anche lui (anche sul suo conto potrei raccontare alcune cose, ma lasciamo perdere), che mi ringraziò e mi disse che non potevo mancare e che lui non era sorpreso anche se un po’ commosso, come lo ero anche io. Mi invitò a entrare in chiesa ma io risposi di no anche perché avevo individuato alcuni di quegli alti ufficiali dei quali non godevo sicuramente la simpatia e che sicuramente non godevano nemmeno la mia fiducia. Quindi rimasi fuori e non entrai per la cerimonia; venni poi a sapere che girava voce che c’era un parlamentare che raccontava a Radio Radicale – che già esisteva e faceva le dirette dal Parlamento – queste cose. Io mi precipitai ad Otranto, Mantova e Lecce, a far presente questa situazione. Poi dopo venne fuori che – se non vado errato – era il generale Ferrara a condurre l’inchiesta. Io non venni chiamato per l’inchiesta amministrativa, per quella del generale Ferrara, per l’inchiesta politica e nemmeno dalle Commissioni: niente, zero. Ma erano allora gli americani o i russi? O la partitocrazia? O un regime? Andiamo oltre. Ho sempre parlato dell’assassinio del comandante generale dell’Arma dei carabinieri; sono quindi esattamente vent’anni e due mesi che lo faccio. Oggi c’è la vostra Commissione, a seguito dell’iniziativa della Presidenza, e in questa occasione posso raccontare per la centesima volta questa cosa. Io l’ho detta ai primi di novembre del 1977 in Parlamento – è agli atti – nonché alla radio ed ai congressi. Mi si diceva: “Ma come, tu sei il radicale amico del comandante generale e vai a dire queste cose?”. Forse, signor presidente, l’interrogativo è: perché? Per il resto la spiegazione può essere magari la più banale. Certo, sono strano e siamo sempre stati strani, ma forse anche un tantino attendibili per quanto riguarda le cose che raccontiamo, matti o non matti: oggi è la prima volta che abbiamo l’onore di poter parlare di questo argomento. Di questi errori, però, ve ne sono stati molti altri.

PRESIDENTE. Dove cade l’elicottero del generale Mino?

PANNELLA. In Calabria, a Monte Covello; l’onorevole Fragalà conosce molto bene la vicenda da questo punto di vista, anche meglio di me, perché credo che sull’elicottero si trovasse suo suocero, anche lui deceduto a seguito dell’incidente. Per cui io mi sono trovato, radicale, antimilitarista, eccetera, ad essere l’unico che continuava a dire: “ma c’era un comandante generale dell’Arma dei carabinieri su quell’elicottero … “. Io l’ho detto ovviamente a quelli che erano i miei amici.

PRESIDENTE. Quale autorità giudiziaria svolge l’inchiesta?

FRAGALA’. Quella di Catanzaro ed archivia l’istruttoria sommaria nel giro di due mesi. Poi c’è l’inchiesta dell’Aeronautica.

PANNELLA. E poi c’è l’inchiesta amministrativa che viene affidata al generale Ferrara. Ma di cosa stiamo parlando? Io ho sentito su Radio Radicale dei generali dei Carabinieri – mi sembra si trattasse del Capo di stato maggiore – che dicevano che siccome il generale Mino era della P2 – e parlo di sicuro di atti parlamentari perché si trattava di una diretta dalle Commissioni – loro si riunivano per vanificare gli ordini del Comandante generale, riferendone al generale Ferrara, e che erano riuniti insieme per difendere la Repubblica contro il golpismo del generale Mino.

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