“Semerari è un intrigo di Stato” – “La Repubblica” 21.5.1985

Da chi e perchè venne assassinato Aldo Semerari? In quale dei tanti risvolti segreti della sua vita si nasconde la chiave di lettura per svelare il mistero della sua morte? Fino al 28 agosto 1980, Aldo Semerari era un criminologo notissimo e stimato, autore di perizie psichiatriche d’ alta scuola, docente universitario, simpatizzante di destra dopo essere stato, fino ai primi anni Cinquanta, marxista convinto. Poi, da quella data, il tracollo. Arrestato per associazione sovversiva nell’ ambito delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna, coinvolto negli omicidi Leandri e Amato, opera dei terroristi neri, risultato iscritto alla Loggia P2 e in stretti rapporti con Licio Gelli, nonchè legato alla camorra e ai servizi segreti. Scarcerato circa un anno dopo, Semerari vive nel terrore di essere ucciso. Il 27 marzo ‘ 82 va a Napoli per un appuntamento con Pupetta Maresca e con il suo uomo, Umberto Ammaturo, allora latitante. Scompare. Il primo aprile, il suo cadavere con la testa tagliata di netto viene trovato abbandonato in un’ auto ad Ottaviano, nei pressi del castello di Raffaele Cutolo.

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La sua storia è tra le tante, una più inquietante dell’ altra, contenute nelle migliaia di pagine di un processo che prenderà il via qui a Bologna giovedì 30 e che si preannuncia “storico” perchè tocca e attraversa tutti i grandi misteri d’ Italia degli ultimi anni, rafforzando l’ ipotesi che un unico filo leghi e avviluppi le trame del “Superesse” o “Sismi parallelo” e della P2 di Gelli, le sanguinose imprese del terrorismo nero e i loschi affari di mafia e camorra. Apparentemente, il caso Semerari non ha nulla a che fare con il processo, in cui sono imputati il generale Pietro Musumeci, il colonnello Giuseppe Belmonte, il latitante Licio Gelli e il detenuto “americano” Francesco Pazienza (parti civili i familiari delle vittime della strage del 2 agosto ‘ 80). Ma centinaia di pagine del fascicolo processuale sono dedicate al criminologo romano e alla sua misteriosa morte. Che Semerari si sentisse e fosse minacciato è un dato ormai acquisito. Ma da chi? Dai neri, dalla camorra, dai servizi segreti? Dice la moglie, Elda Colasanti: “Quando mi mostravo preoccupata per i suoi rapporti con la camorra, mi rassicurava dicendomi che difendeva entrambe le organizzazioni (la Nuova camorra e la Nuova famiglia; n.d.r.), per cui non aveva timori di vendette. Portava sempre la pistola con sè ma non volle mai indossare un giubbotto antiproiettile che gli aveva fatto recapitare il generale Grassini (allora capo del Sisde; n.d.r.) raccomandandogli di stare attento”.

La sua assistente, Maria Grazia De Stefano: “Semerari aveva molta paura poichè, secondo quanto più volte mi diceva, a suo giudizio “erano convinti” che avesse parlato in carcere e che fosse stato liberato poichè aveva fatto i nomi in riferimento agli autori della strage di Bologna. Alludeva, come mi spiegò, alle stesse persone che erano state arrestate con lui. Mi riferì anche di essere stato aggredito nel carcere di Reggio Emilia e che un suo compagno gli aveva infilato un ago in pancia”. Il suo avvocato, Franco Cuttica: “…Egli temeva per la sua vita e mi disse, più di una volta, che temeva di essere ammazzato dentro il carcere… Ma non temeva vendette provenienti dalla delinquenza comune organizzata… L’ unico timore era rappresentato dai servizi segreti. Egli infatti era convinto che i servizi pensassero che lui era al corrente di episodi molto riservati e compromettenti e che per questo motivo la sua vita era in pericolo”. L’ avvocato Renato Era, indicato come confidente dei servizi segreti ed amministratore delegato della clinica “Villa Mafalda”, dove Semerari si fece ricoverare una volta tornato in libertà: “Dopo la scarcerazione, Semerari appariva preoccupatissimo e riteneva di essere in pericolo costante. I suoi ex amici camerati, diceva, attentavano alla sua vita. Mi disse anche che aveva subìto un’ aggressione in carcere con tentativo di accoltellamento da parte di altri detenuti”. Semerari dunque, tra la fine dell’ 81 e gli inizi dell’ 82, temeva per la sua vita. A volere la sua eliminazione potevano essere i “camerati” oppure, come sostiene invece il suo avvocato, i servizi segreti. Ma il criminologo aveva anche stretti rapporti con la camorra. Aveva eseguito varie perizie psichiatriche su Raffaele Cutolo, doveva fare lo stesso sull’ uomo di Pupetta Maresca, Umberto Ammaturo. Secondo Giovanni Pandico, il superpentito della camorra, c’ è assai di più: Semerari era affiliato all’ organizzazione di Cutolo e a farlo assassinare fu proprio don Rafele. Interrogato il 13 febbraio scorso, l’ uomo-computer dice: “Per quanto possa apparire strano, devo affermare che tanto Semerari che Ammaturo erano associati alla Nco… Nel 1970, seppi da Cutolo nel carcere di Poggioreale che Semerari era stato da lui direttamente legalizzato nel manicomio giudiziario di Aversa. Semerari ricevette la legalizzazione ad honorem, che era un tipo di affiliazione che si usava per “le facce pulite”, ossia per persone pubblicamente apprezzate e rispettate”.

Il risentimento, così lo chiama Pandico, di Cutolo verso Semerari cominciò subito dopo la liberazione di Cirillo, quando i vertici della Nco ritennero che i patti non erano stati rispettati. Cutolo cominciò a sospettare, tra gli altri, di Semerari “che proprio in quel periodo, benchè convocato da Cutolo ad Ascoli Piceno per fornire spiegazioni di quello che stava accadendo, non si era presentato”. In seguito, Semerari non rispose all’ invito di Cutolo di fare qualcosa perchè il figlio Roberto fosse tolto dall’ isolamento. Cutolo “andò su tutte le furie”, spedì da Semerari l’ avvocato Enrico Madonna (oggi latitante; n.d.r.) e questi riferì che il criminologo “gli aveva risposto di lasciarlo in pace perchè lui non voleva più avere a che fare con noi”. “Cutolo era molto adirato ed esclamò: ma si è dimenticato chi sono io? Non volle cenare… Credo che da quel momento Cutolo decise definitivamente di uccidere Semerari… Non doveva essere un omicidio qualsiasi, doveva avere un valore esemplare. Doveva essere anche un avvertimento a quelli della politica che riteneva lo avessero “tradito” per il caso Cirillo”. Pandico va avanti: “Cutolo decise dunque che al cadavere doveva essere tagliata la testa, che sul corpo dovevano essere conservate le lettere, poi ritrovate, e che, dopo qualche giorno dalla scomparsa, per sollecitare l’ attenzione dell’ opinione pubblica, il corpo doveva essere ritrovato presso il castello di Ottaviano di sua proprietà. La lettera nella quale Semerari si accusava di avere passato la notizia falsa alla giornalista de “l’ Unità” Marina Maresca doveva avere il significato di collegamento dell’ omicidio con il caso Cirillo, servire come avvertimento ai politici che avevano trattato la liberazione. Cutolo volle che la lettera all’ “Unità” contenesse degli errori di sintassi perchè si pensasse che fosse stata estorta ad un Semerari terrorizzato nelle mani dei suoi sequestratori”. “Per l’ esecuzione dell’ omicidio, Cutolo decise di incaricare Umberto Ammaturo tramite l’ avvocato Madonna. Ammaturo, contrariamente a quello che si pensa di lui, era infatti un cutoliano da sempre… Era inserito anche nella Nuova famiglia e perciò la sua appartenenza alla Nco doveva restare segreta. In sostanza per noi era un confidente inserito nella Nuova famiglia”.

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