L’istruttoria Italicus bis – terza parte

A questo punto occorre notare come le indagini sul MANNUCCI BENINCASA si intrecciarono con un altro filone di indagini, pertinente anch’ esso all’ operazione “Terrore sui Treni”. Infatti, il 24.1.92 , venne tratto in arresto a Caracas e quindi estradato in Italia tale Maurizio ABBATINO, esponente di spicco della banda della Magliana, organizzazione criminale quest’ultima- strettamente collegata al gruppo di eversori facenti capo a Valerio FIORAVANTI(che come si è visto nel precedente capitolo è ritenuto uno degli autori della strage) e utilizzata ripetutamente dai Servizi Segreti quale agenzia per la gestione di “dirty affairs”.

L’ ABBATINO divenne un collaboratore di giustizia e, fra le molte altre cose, riferì che Massimo CARMINATI, personaggio legato sia alla Banda della Magliana che ai. N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari) di Valerio FIORAVANTI, si era impossessato, senza mai più restituirlo, di un mitra M.A.B., appartenente alla dotazione della banda, mitra che poi venne identificato nell’ analoga arma che era stata collocata in’ una vettura del treno Taranto-Milano (assieme, come si è già visto, a documenti e a sostanze esplosive) per realizzare l’ operazione “Terrore  sui Treni”.

STRAGE BOLOGNA: FIORAVANTI E GELLI INEDITI IN DOCUMENTARIO

Il CARMINATI, svolti gli accertamenti del caso, venne tratto in arresto per i delitti di cui in rubrica. Occorre segnalare che l’ABBATINO non si limitò a parlare del mitra cui si è accennato, ma fece riferimento anche ad altri oggetti (un fucile, caricatori, proiettili, passamontagna, guanti, micce) nella disponibilità della banda e del tutto analoghi a oggetti dello stesso genere rinvenuti sul treno.

L’ABBATINO, inoltre, descrisse dei rudimentali ordigni esplosivi entrati in uso presso la Banda della Magliana, consistenti in dei barattoli per conserva riempiti di esplosivo e con il coperchio forato al centro per farvi passare una miccia. Analoghi barattoli erano stati collocati sul treno Taranto-Milano con all’ interno dell’ esplosivo identico a quello usato per la strage di Bologna. A questo punto si verificarono due singolari circostanze che saranno oggetto di ogni possibile tentativo di comprensione. Il 10.3.93 infatti, i Carabinieri di Firenze rinvennero -in un appartamentino in uso al centro C.S. di Firenze (e di fatto nella disponibilità del MANNUCCI BENINCASA)- armi, munizioni ed altri oggetti, fra i quali due barattoli metallici, vuoti, con un buco al centro del coperchio, analoghi dunque a quelli del treno.

In data 5.5.93 , poi, tale OSMANI Guelfo -falsario, arrestato per traffici di stupefacenti- nel contesto di più ampie dichiarazioni rese con intento collaborativo affermò che il MANNUCCI BENINCASA che ben conosceva ed al quale, per parecchi anni, aveva prestato la propria opera, aveva detenuto -all’ interno del bagagliaio della propria auto- alcuni barattoli, forati al centro e muniti di miccia, da lui OSMANI casualmente notati.

Si ricordi che il MANNUCCI -e ciò risulta inconfutabilmente sulla base di elementi documentali- aveva passato al Gen. SANTOVITO (Direttore del Servizio, affiliato alla P.2 e certo implicato nell’ operazione “Terrore sui Treni”) la composizione dell’ esplosivo utilizzato per la strage di Bologna ed era stato presente a Bologna in occasione del rinvenimento delle armi e degli esplosivi sul treno Taranto-Milano senza che la sua funzione di Capo Centro di Firenze gliene desse motivo.

Quale valore annettere alle dichiarazioni di OSMANI e al rinvenimento delle armi (e dei barattoli) di Firenze verrà detto trattando specificamente la posizione del MANNUCCI BENINCASA; qui occorre solo rilevare che Guelfo OSMANI risultò in stretto contatto, anzi in un vero e proprio rapporto di amicizia, col Capitano Antonio LABRUNA, già iscritto alla P.2 e già braccio destro del Gen. Gianadelio MALETTI in una struttura del Servizio Segreto Militare denominata N.O.D. (si ricordi che sia il MALETTI che il LABRUNA sono stati condannati con sentenza passata in giudicato per il favoreggiamento e la procurata evasione di Marco POZZAN, cui -nel corso delle indagini per Piazza Fontana- avevano procurato un passaporto intestato a persona affiliata alla P.2 e che il LABRUNA aveva procurato altresì un passaporto falso a Maurizio GIORGI).

Anche LABRUNA aveva assunto un atteggiamento parzialmente collaborativo, e le sue dichiarazioni, quelle dell’ OSMANI ed un complesso di ulteriori elementi di prova già acquisiti nel corso delle indagini sulle stragi avevano portato a delineare una struttura interna al servizio cui risultarono riferibili tutta una serie di attività di provocazione, disinformazione, depistaggio ecc..

Si era intanto rilevato che il LABRUNA, pochi giorni dopo la deposizione resa al G.I che scrive , si era recato a far visita a Licio GELLI ed aveva avuto un lungo colloquio con lui. Si trattava a questo punto di chiarire gli effettivi rapporti fra il MANNUCCI BENINCASA da un lato e il LABRUNA e l’OSMANI dall’altro e di chiarire i rapporti fra i predetti ed il GELLI, anche al fine di meglio comprendere il movente del MANNUCCI BENINCASA nell’esecuzione dei reati a lui ascritti (v. motivazione dei decreti di intercettazione telefonica di data 29.6.93) relative alle utenze in uso all’OSMANI, al LABRUNA e al GELLI. Venne così disposta una serie di intercettazioni telefoniche, fra le quali l’intercettazione dell’ utenza del GELLI e di quelle dell’ OSMANI.

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Queste ultime portarono all’ ascolto di numerose conversazioni fra l’OSMANI, il LABRUNA e tale Salvatore PIRAS (già dipendente della D.I.G.O.S. di Roma), conversazioni d’ interesse di altri procedimenti e perciò trasmesse alle competenti autorità, giudiziarie. L’ intercettazione effettuata sul GELLI, invece, svelò un’ ulteriore insidia cui stava andando incontro l’accertamento della verità sulla strage del 2.8.80. Venne infatti ascoltata una conversazione in cui il GELLI, parlando con una sua amica di Bologna, tale MASSARI Nunzia, affermava di avere trovato ” un altro personaggio tipo MONTORZI….”(vedi rapporto U.I.G.O.S. Arezzo di data 11.4.88 e seguenti).

Per apprezzare il senso -e la rilevanza per i procedimenti relativi alla strage- di tale frase, occorre ricordare che l’avv. Roberto MONTORZI, già difensore di parte civile nel primo processo per l’attentato del 2.8.80 (processo nel quale il Gelli era imputato per associazione sovversiva), aveva avuto un incontro col predetto GELLI presso la sua abitazione di Arezzo, dopodiché aveva rinunciato al mandato difensivo ricevuto ed aveva pesantemente attaccato l’ istruttoria ed alcuni magistrati bolognesi, ponendo perciò le premesse di una durissima campagna di stampa delegittimante le indagini e il processo. E ciò proprio mentre era in corso il dibattimento per la strage del 2 Agosto innanzi alla Corte d’ Assise d’ Appello di Bologna che, come si è visto in precedenza, annullerà la maggior parte delle condanne inflitte in primo grado, e fra queste anche quella del GELLI.
Fatta questa premessa -e tenuto conto del fatto che al tempo in cui venne intercettata quella telefonata era da poco cominciato innanzi alla Corte di Assise di Appello di Bologna il secondo procedimento di appello- risulta evidente il motivo della preoccupazione generata negli inquirenti dalla frase intercettata.
Da altra conversazione telefonica effettuata sull’ utenza del GELLI risultò poi che la persona indicata come “un altro MONTORZI” non poteva essere altri che tale Mara LAZZERINI, teste d’accusa nella prima istruttoria. Costei, già intima del GELLI, aveva fra l’altro segnalato agli inquirenti la sussistenza di rapporti mai riconosciuti dal capo della P.2. e -in particolare- aveva parlato di telefonate intercorse fra il GELLI e Stefano DELLE CHIAIE, telefonate di particolare importanza ai fini dell’ accusa in quanto comprovanti l’ esistenza di un rapporto diretto fra due dei principali imputati dei delitto associativo { v. cap. XX, ff. 251 e ss. del rapp. n. 3468 – 181 CC. Bologna).

Dall’ attività istruttoria dispiegata a seguito delle telefonate sopra dette, risultò che la LAZZERINI aveva scritto al GELLI un biglietto di rappacificazione cui questi aveva risposto con la richiesta -formulata telefonicamente- di ritrattare le dichiarazioni fatte a suo tempo: solo a queste condizioni la LAZZERINI avrebbe avuto il suo “perdono ” (e l’ aiuto per un figlio che versava in difficoltà economiche).

La subornazione della LAZZERINI da parte di GELLI nel delicato contesto determinato dalla contemporanea celebrazione del secondo processo di appello risultò avvalorata da esiti di perquisizioni, dichiarazioni di testi ecc. e gli atti furono quindi stralciati e inviati alla Procura presso la Pretura territorialmente competente. A questo punto va ricordato che, precedentemente a queste ultime emergenze, l’Ufficio, in data 11.10.’93, aveva disposto la riunione del procedimento relativo all’ ITALICUS e di quello relativo alla strage di Bologna, e ciò per ragioni soggettive e probatorie (in entrambe le istruttorie risultavano imputati BALLAN, DELLE CHIAIE e TILGHER; i fatti ascritti al BONGIOVANNI erano di interesse comune alle due istruttorie; le illecite attività del MANNUCCI BENINCASA riguardavano parte fatti risaliente al 1974 e parte le indagini concernenti la strage di Bologna del 2.8.1980).

Nel frattempo erano in corso ulteriori attività di indagine. In particolare continuavano le acquisizioni di atti presso i Servizi e cominciavano a venire a maturazione i frutti di un vasto lavoro investigativo svolto da tempo dal R.O.S dei Carabinieri. (…). Venne inoltre disposta una perizia storico-archivistica sulla documentazione acquisita dal S.I.S.M.I..

Nel corso dell’ istruttoria, inoltre, emersero elementi concernenti le posizioni degli imputati del primo procedimento perla strage di Bologna, che furono di volta in volta trasmessi alla Procura Generale per l’eventuale versamento nell’ istruttoria dibattimentale, fra questi si ricorda per la sua notevole rilevanza la deposizione di Giuseppe DE BELLIS, dirigente di Terza Posizione per l’Emilia-Romagna.

Sentenza Italicus bis pag 29-32

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