L’istruttoria Italicus bis – seconda parte

Tale era la situazione delle istruttorie, allorquando, nel luglio agosto del 1990 fu portata a conoscenza dell’ opinione pubblica l’esistenza -all’interno del Servizio Segreto Militare- di una struttura di guerra non convenzionale denominata ” GLADIO “, dotata di depositi di armi, esplosivi ecc., che secondo la versione ufficiale era destinata ad attivarsi in caso di invasione dell’ Italia da parte dell’ Unione Sovietica con la costituzione di nuclei di resistenza e la predisposizione di una rete di comunicazione .

Lo svelamento di una siffatta struttura apparve di estremo interesse in tutti i processi per strage allora ancora aperti in primo luogo poiché già in precedenza molteplici elementi avevano fatto ritenere l’esistenza di collegamenti fra lo stragismo che aveva insanguinato l’Italia dal 1969 in avanti e oscure strategie di provocazione, disinformazione ecc. che avevano visto coinvolti eversori di destra assieme a esponenti dei Servizi Segreti nel contesto di attività anticomuniste e in secondo luogo poiché la versione che “GLADIO” avesse unicamente una funzione anti- invasione apparve ben presto smentita da numerosi e concordanti indizi (ad esempio la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle Stragi), nella relazione sull’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio di data 22 aprile 1992, così si esprime:

“…non vi è alcuna giustificazione per GLADIO. Né all’inizio né alla fine. Vi è invece un accrescimento della sua pericolosità e della sua illegittimità con il passare degli anni. Non tutto ciò’ che è accaduto negli anni torbidi della nostra storia recente va addebitato a GLADIO. Ma GLADIO è stata una componente di quella strategia che, immettendo nel sistema elementi di tensione, ha giustificato la necessità di opportuni interventi stabilizzatori. Alla magistratura spetta di individuare quali di questi interventi abbiano avuto rilevanza penale…”.

Inoltre, anche le dichiarazioni di VINCIGUERRA avevano adombrato l’esistenza di strutture composte da estremisti di destra ed operanti in funzione anticomunista per conto dei Servizi Segreti. Unitamente al G. I. di Brescia si effettuò dunque un accesso presso i locali della 7° Divisione del S.I.S.M.I. ove venne acquisita copia di documentazione “GLADIO”, già sottoposta a sequestro dalla Procura della Repubblica di Roma.

Successivamente vennero richiesti ai Servizi Segreti, al Ministero degli Interni ed al Comando Generale dei Carabinieri numerosi atti, al fine di riscontrare le connessioni fra l’eversione di destra e le strutture di guerra non convenzionale che avevano operato in Italia al tempo in cui era in atto la strategia stragista. Era in corso detta attività istruttoria allorquando fece il suo ingresso nel processo un altro inquietante personaggio, tale Guglielmo SINIBALDI, già operante nel sottobosco del mondo finanziario, informatore di polizia legato all’ ambiente della Banda della Magliana.

Questi certo ben conosceva alcuni ambienti della destra romana e certo aveva conoscenza di molti aspetti delle indagini sino ad allora svolte sulla strage di Bologna e così riuscì ad imbastire un complesso di dichiarazioni particolarmente insidiose in quanto contenenti numerosi elementi di verosimiglianza.

Alcuni vistosi errori del SINIBALDI, tuttavia, svelarono la sua macchinazione. La sua posizione venne stralciata e venne rinviato a giudizio per calunnia ed altro. Circa lo scopo e i contenuti di questa iniziativa depistante si dirà meglio in una parte successiva di questa esposizione. Poco dopo l’intrusione nell’ istruttoria di Guglielmo SINIBALDI, venne tratto in arresto a Firenze il noto Elio CIOLINI. Questi aveva sconvolto la prima istruttoria per la strage di Bologna con allucinanti dichiarazioni che attribuivano la responsabilità di tale fatto criminoso al DELLE CHIAIE (che il Ciolini aveva personalmente conosciuto in Sud America) e ad una Loggia massonica di Montecarlo cui, assieme al GELLI, avrebbero appartenuto qualificati esponenti del mondo politico e finanziario italiano.

L’!impatto sull’ istruttoria era stato enorme e le indagini sulla strage avevano rischiato di arenarsi definitivamente. Il disegno depistante del CIOLINI, tuttavia, era venuto alla luce, tant’è che -contumace in quanto latitante all’estero- era stato condannato per calunnia a gravi pene detentive, inflittegli dalle autorità giudiziarie di Bologna e di Firenze. Rientrato in Italia e infine catturato, si trattava di accertare per conto di chi avesse agito e chi doveva coprire con la sua sconcertante e spregiudicata attività di sviamento delle indagini.

Elio CIOLINI, tuttavia, non smentì i suoi precedenti ed il tentativo compiuto si rivelò inutile, oltre che -ancora una volta – pericoloso per la credibilità dell’ istruttoria. Proseguivano, intanto, le indagini sul versante dei Servizi Segreti, con ulteriori acquisizioni di atti ai sensi dell’art. 342 C. P. P. e, infine, con 1′ incriminazione del Capo Centro S.I.S.M.I. di Firenze, il Col. Federigo MANNUCCI BENINCASA.

La sua posizione verrà analiticamente trattata in un’ altra parte di questo provvedimento. Qui basta accennare al fatto che il predetto ufficiale, che già negli anni 70 era stato in contatto col terrorista toscano Augusto CAUCHI e ne aveva favorito la latitanza, si era reso responsabile dell’invio di scritti anonimi concernenti l’omicidio di Mino PECORELLI e la strage di Bologna (con i quali attribuiva a Licio GELLI responsabilità in entrambi i reati).

omicidio pecorelli

Numerose acquisizioni processuali fanno ritenere che almeno quest’ ultimo anonimo non costituisse un seppur irrituale contributo alle indagini, bensì rappresentasse un’ articolazione di un complesso disegno depistante, ben sintetizzato al capo di rubrica, collegato all’ ulteriore azione di sviamento infine portata a compimento dal CIOLINI e finalizzato, non già a perseguire il GELLI per sue specifiche responsabilità, quanto piuttosto a costruire uno schermo -fatto di accuse indimostrabili e di atti suggestivi ma privi di qualsiasi valore processuale- dietro il quale tenere celate le vere responsabilità del GELLI e dietro il quale proteggere i responsabili dell’ attentato.

Le indagini relative alla posizione del MANNUCCI BENINCASA comportarono un accesso alla sede del centro C.S. di Firenze e la perquisizione delle abitazioni dell’ imputato. Presso il centro di Firenze venne rinvenuta, fra l’altro, documentazione dalla quale emerse che il MANNUCCI BENINCASA ed il Col. SPAMPINATO -perito esplosivista nel processo per la strage di Bologna- avevano comunicato i risultati di detta perizia al Gen. SANTOVITO, direttore del S.I.S.M.I., ufficiale che successivamente risulterà implicato in attività di depistaggio delle indagini e, in particolare nell’ operazione tristemente nota con la denominazione “Terrore sui Treni” nel cui contesto ufficiali del servizio segreto avevano simulato il rinvenimento, su di un treno, di armi, documenti ed esplosivi che loro stessi vi avevano fatto collocare.

E’ importante notare che le sostanze esplosive rinvenute in quel contesto sono del tutto identiche a quelle utilizzate per la strage di Bologna e che l’operazione “Terrore sui Treni” aveva una funzione di sviamento delle indagini, in quanto volta ad avvalorare una fantomatica pista internazionale delineata grazie al materiale documentale collocato sul treno assieme agli esplosivi ed a una serie di false informative.

 

Sentenza Italicus bis pag 26-29