Alessandro Danieletti – dichiarazioni 8.11.1985 prima parte

Alla fine ho risolto il mio conflitto decidendo di dirvi le altre cose che sapevo, pur consapevole dei rischi che ne potevano conseguire per me e per altri. Ho deciso di farlo per due ragioni: la prima, e per me piu’ importante, e’ quella di liberarmi definitivamente di tutte le scorte del passato, completando quel processo di rigenerazione personale che da tempo avevo ormai avviato e che non poteva non comprendere anche la rivelazione della verita’ su un episodio che da undici anni mi pesava e mi tenevo dentro; la seconda sta nel fatto che, se non avessi rivelato quell’episodio, non avrei potuto dare una piena e valida spiegazione delle altre cose che sapevo e so in ordine alla strage di Brescia, o meglio del modo e del perche’ ne venni a conoscenza. Ribadisco che io, ben prima che me ne parlasse la Marilisa nei termini che ho gia’ indicato ero a conoscenza del fatto che Ferri Cesare era stato l’ autore della strage di Brescia.

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Ne ero a conoscenza perche’, come ho gia’ accennato, fu egli stesso ad ammetterlo con me in occasione del nostro primo incontro avvenuto nel carcere bolognese di San Giovanni in monte nel 1976. Ricordo che eravamo al passeggio. Devo a questo punto precisare che in realta’ vi era stato un precedente incontro tra me e il Ferri, sempre in quel carcere, ove io arrivai nel gennaio1976. Quando arrivai già sapevo che lì si trovava Ferri Cesare, in quanto provenivo da Milano ove si era a conoscenza della dislocazione dei detenuti di destra nei vari carceri. Per la precisione devo aggiungere che non arrivai direttamente a Bologna da Milano, ma da Civitavecchia ove ero stato momentaneamente trasferito a seguito di una rivolta o meglio a seguito di un grosso sfollamento disposto in conseguenza di disordini avvenuti a San Vittore. La mia destinazione sarebbe stata quella dell’ Asinara. Per evitare di finire in tale carcere, scrissi al giudice Zincani un messaggio a modello 13 dicendogli che avevo delle rivelazioni da fare.

Scrissi al giudice Zincani perche’ poco prima ero stato raggiunto da un suo mandato di cattura per ordine nero. Il dr Zincani mi fece trasferire a Bologna ove appunto arrivai nel gennaio del 1976, sapendo come ho detto, che li’ c’ era Ferri. Voglio precisare che arrivai a Bologna solo per evitare di andare all’ Asinara e solo perche’ a tal fine mi rivolsi al giudice che mi aveva poco prima spiccato un mandato di cattura, e non gia’ perche’ avessi interesse ad incontrarmi col Ferri che neppure conoscevo di persona fino a quel momento: solo sapevo che era li’ perche’ la cosa mi era nota gia’ a Milano. Arrivato a Bologna venni poi interrogato dal giudice Zincani al quale svelai la vera ragione di quel mio messaggio: il giudice si arrabbio’ ma credo che ebbe poi della comprensione per quel mio gesto o comunque ne capi’ le ragioni, tant’ e’ che mi lascio’ a Bologna. Se non ricordo male, io misi a verbale nell’interrogatorio con Zincani la vera ragione del messaggio che gli avevo mandato. Poco dopo il mio arrivo nel carcere di Bologna, chiesi alle guardie l’ indicazione della cella di Ferri, perche’ non conoscevo nessuno e perche’ sapevo, o almeno mi risultava che non vi fossero altri detenuti di destra e tanto meno di Milano. Ebbi dunque modo di recarmi in quella cella e di fare conoscenza con Ferri.
Lo riconobbi perche’ ricordavo sue fotografie pubblicate dai giornali ci presentammo. In cella con Ferri in quel momento, voglio dire in quei giorni, vi erano un certo Mazzeo Riccardo (che poi diventerà un mio grande amico), un ragazzo americano abbastanza giovane, di nome Andy, e un’altra persona che non ricordo, anche perche’ mi pare che il giorno successivo usci’ dal carcere, liberando un posto in quella cella, che andai ad occupare io. Dopo quel primissimo incontro con Ferri mi rividi al passeggio. Avevamo delle cose da dirci, delle quali solo al passeggio si poteva parlare e non certo in cella in presenza di altri. Ci si lascio’ dunque con l’ intesa di rivederci al passeggio.

Ora siceramente non ricordo se le cose che in seguito diro’ vennero fuori gia’ in occasione di quel primo passeggio insieme, ma mi paredi si’; se cosi’ non fu, certo avvenne in uno dei giorni immediatamente successivi. Il discorso inizio’ perche’ Cesare era mosso da un grande interesse di sapere da me come erano andate effettivamente le cose a Pian di Rascino (credo che egli avesse gia’ avuto occasione di parlare quanto meno col D’Intino, verso il quale peraltro, come ho gia’ detto, non nutriva certo simpatia, ma voleva evidentemente sentire anche la mia versione), ed inoltre gli premeva sapere da me cose che eventualmente avesse detto Esposti Giancarlo su di lui e su brescia. Ricordo che mi sottopose ad un fuoco di fila di domande e per soddisfare la sua curiosita’ ed il suo interesse, fece leva ed utilizzo’ la conoscenza che mostrava di avere di un grave fatto che mi aveva coinvolto, e cioe’ l’ omicidio del Parco Lambro.
Mi disse che ne era a conoscenza in quanto gliene aveva direttamente parlato Pastori Mario, e cioe’ il protagonista di quell’ episodio. Mi preciso’ che pastori gliene aveva parlato a San Vittore. Pastori era detenuto a san vittore per il fatto della casa dello studente ed era stato arrestato il giorno stesso di quel fatto. Usci’ per scadenza termini nel dicembre 1975 a conclusione del processo di primo grado. Sia per il Pastori che per me fu disposta la scarcerazione per scadenza termini in quanto il reato fu derubricato da tentato omicidio in lesioni colpose, essendosi in effetti trattato di un colpo di rimbalzo; fummo condannati a tre anni e undici mesi (oltre alle lesioni, i nostri addebiti comprendevano il furto dell’auto usata nella occasione e i reati di armi), successivamente ridotti in appello. Io ovviamente rimasi in carcere per altra causa, mentre Pastori usci’. Poiche’ quando arrivai io a san vittore nel novembre – dicembre 1975 Ferri non c’ era, evidentemente quel colloquio tra il pastori ed il Ferri sul fatto del Parco Lambro era avvenuto in precedenza. Per quanto a me risulta, il Ferri e il pastori in liberta’ non si erano mai conosciuti. Tornando al colloquio tra me ed il Ferri, devo dire che Ferri mostro di sapere tutto del fatto del Parco Lambro, cosa che mi fu rivelata da alcuni accenni che egli fece, del tutto inequivocabili. Io ammisi che le cose stavano in quei termini e gli parlai io stesso di quel fatto. Ripeto che questo fu l’ argomento che egli utilizzò per indurmi a parlare di Pian del Rascino e delle cose che poteva avermi detto Esposti Giancarlo. Vi era anche un altro punto che gli stava a cuore e che affronto’ con me dopo una iniziale fase di studio si trattava delle cose dette da D’Intino dopo il noto conflitto a fuoco. Ci fu una fase di studio perche’ Ferri, sapendo indubbiamente chi fossi, non mi conosceva e ignorava quali legami vi fossero trame e il D’Intino, verso il quale aveva chiaramente motivi di rancore.

Alessandro D'Intino

Mi chiese cosa pensassi del fatto che D’Intino a Pian di Rascino avesse tirato fuori il suo nome, con tutto quello che da cio’ consegui’ in termini di rischio per lui. Chiaramente si attendeva un giudizio negativo da parte mia ed infatti non potei dargli torto riguardo a quel comportamento di D’Intino, anche se gli feci presente che D’Intino fece il suo nome, cosi’ come quello di altri, tanto per fare dei nomi perche’ aveva il fucile puntato in faccia.
Ferri non accetto’ minimamente questo tipo di spiegazione e ribadi’ il suo livore nei confronti di D’Intino, sia perche’ non ammetteva che pure in una situazione come quella che gli avevo descritto D’Intino si fosse lasciato andare facendo dei nomi, sia soprattutto perche’ aveva fatto proprio il suo nome, con la conseguenza di fargli correre un enorme rischio, era poi venuta fuori la sua fotografia sui giornali ed egli era stato riconosciuto da un prete. In sostanza disse che per colpa di quel cretino di d’intino c’era stato il rischio che si rovinasse una cosa che lui Ferri aveva fatto alla perfezione. A Ferri non parve accettabile la giustificazione che io diedi al comportamento di D’Intino, anche perche’ mi fece osservare che invece io, pur col fucile puntato contro come D’Intino e pur essendo un po’ l’ ultimo arrivato, di nomi non ne avevo fatti, neppure a casaccio. Io certo non gli potei replicare che da me nomi non uscirono perche’ non ne avevo da fare; Chiaramente in quel momento mi conveniva fare la figura di colui che aveva taciuto, anche in una situazione drammatica.
A questo punto tengo a precisare che nel primo colloquio che ebbi in quel carcere di Bologna vennero toccati un po’ tutti i temi che in parte ho gia’ riferito e di seguito sviluppero’, temi che vennero poi ripresi in successivi colloqui che avemmo in quella comune carcerazione. Io ed il Ferri infatti rimanemmo insieme per un certo periodo, anche se non a lungo in quel carcere, condividendo quasi subito anche la stessa cella. E’ chiaro che a distanza di tanto tempo non sono in grado di riportare nella loro successione e concatenazione tutti gli argomenti che furono oggetto dei nostri colloqui. Li’ riferisco nel loro insieme e non esattamente nell’ordine in cui vennero affrontati e discussi. Ho detto che Ferri mostro’ un notevole interesse per le cose che poteva avermi detto esposti negli ultimi giorni della sua vita, e piu’ in generale per la vicenda di Pian di Rascino, per le cose che accaddero in quei giorni, per le persone che ci capito’ di vedere e contattare. Questi grosso modo furono gli argomenti iniziali affrontati dal Ferri.

Rispondendo al fuoco di fila delle sue domande, ricordo che gli raccontai che finimmo a Pian di Rascino abbastanza per caso, che esposti aveva in animo di compiere un grosso attentato (al riguardo riferii le stesse cose che ho detto a voi), un attentato che avrebbe superato, per la sua entita’, anche la strage diBrescia; Che avevamo piu’ volte incontrato Benardelli Luciano, il quale ci aveva fornito parte dell’ esplosivo; che nei discorsi fatti a Pian di Rascino dopo la strage di Brescia, Esposti aveva detto che la strage l’ aveva potuta fare solo lui, il Ferri (in cio’ chiaramente bleffai, perche’ come ho gia’ detto, a pian di rascino si fecero solo delle congetture; anzi preciso che furono D’Intino, Vivirito ed esposti a fare quelle congetture che riguardavano non solo Ferri ma anche Zani, anche se vi fu una particolare insistenza sul nome di Ferri da parte di una dei tre che ora non riesco a ricordare). A fronte di tale ultima cosa Ferri inizialmente si scherni’, ma poi fini’ per ammettere di avere fatto la strage di Brescia tanto che, non rammento se nel primissimo colloquio o in quelli successivi, aggiunse che l’ aveva fatta da solo. Non solo, ma, con una evidente punta di compiacimento, sottolineo’ il fatto che era una strage andata a segno, in quanto aveva colpito degli avversari politici senza coinvolgere gente qualsiasi. L’ unico rammarico manifestato con me dal Ferri riguardo’ il fatto che la bomba colpi’ solo avversari politici e non anche le forze dell’ ordine.

Mi disse inoltre che l’ esplosivo o meglio che dell’ esplosivo era stato rifornito in precedenza a lui e allo Zani in un certo quantitativo, che capii essere abbastanza cospicuo, da esposti giancarlo. Cio’ Ferri disse nell’ ambito dello stesso colloquio in cui vennero fuori quelle cose sulla strage di brescia che sopra ho riferito, per cui io fui portato a ritenere che mi avesse parlato proprio dell’ esplosivo di Brescia.

A questo punto si da’ atto che l’ avvocato Orlandi ed il segretario si allontanano per altri impegni. L’ ufficio avverte l’ avvocato Orlandi che il presente interrogatorio, sempre che il Danieletti vi acconsenta, continuera’ ancora per un po’ e che verra’ poi ripreso domani alle ore 9.15.