La dinamica dell’omicidio Pecorelli – seconda parte

L’esame dei periti che avevano eseguito la perizia balistica/necroscopica aggiungevano altri particolari e cioè che:

  • la morte di Carmine Pecorelli non era stata istantanea, ma dal momento degli spari a quello del decesso erano trascorsi circa 10 minuti.
  • La pistola che aveva sparato oltre a quelle indicate prima poteva essere anche la Beretta mod. 81 che, a seguito degli ulteriori accertamenti svolti dal perito nel corso degli anni, aveva mostrato di avere la possibilità di un inserimento del silenziatore sul vivo di volata (del resto Valerio Fioravanti al momento del suo arresto era in possesso proprio di una Beretta su cui era possibile applicare un silenziatore artigianale).

Sulla base di tali elementi rileva la Corte che non è possibile allo stato, né ulteriori indagini potrebbero supplire alla carenza probatoria, stabilire esattamente la dinamica dei fatti perché la posizione del corpo, come constatata al momento dell’arrivo dei tecnici per la rilevazione dei dati obbiettivi, non era sicuramente quella risultante al momento dell’evento per essere stati spostati da Franca Mangiavacca i bossoli dei proiettili, per essere stato spostato il corpo della vittima, per essere state aperte le portiere e il cassetto del vano porta oggetti.

E’ tuttavia possibile affermare con certezza, e queste sono le considerazioni più importanti, che la sera del 20.3.1979 aveva sparato una sola pistola calibro 7,65 munita di silenziatore che era stata caricata con proiettili misti marca Gevelot e marca Fiocchi.

La sequenza degli spari, tutti effettuati attraverso il cristallo della portiera anteriore sinistra, come rettamente posto in luce dai periti Ugolini e Calabresi per la presenza di microcristalli di vetro sui proiettili estratti dal corpo di Pecorelli, indicava che il corpo è stato attinto per primo al volto con un proiettili Fiocchi, successivamente al torace da un altro proiettile Fiocchi e da un proiettile Gevelot e alla schiena dal secondo proiettile Gevelot.

Il tramite dei fori indica anche che mentre il primo proiettile è stato esploso quando Pecorelli era in posizione eretta, gli altri sono stati esplosi quando Pecorelli era quanto meno girato verso il lato destro se non addirittura piegato. Ciò non contrasta con quanto riferito dai testi Franca Mangiavacca, Paolo Patrizi e Ciro Formuso perché, come hanno posto in evidenza i periti, la morte non è stata istantanea e Carmine Pecorelli può essersi rialzato dopo essere stato colpito.
La circostanza che i colpi sono stati sparati da una sola pistola dà anche conferma alla affermazione di Mangiavacca di avere visto una sola persona vicina alla vettura quando era transitata la prima volta all’incrocio di via Orazio.

La impossibilità di ricostruire esattamente la dinamica dell’omicidio non esclude che venga sgombrato il campo da alcune considerazioni che hanno fatto aleggiare ipotesi misteriose sul processo. Il riferimento è alla presenza di una auto alfa Romeo nei pressi della redazione di OP, ai movimenti di Franca Mangiavacca e Paolo Patrizi dal momento della scoperta del cadavere all’arrivo dei carabinieri, alla presenza dello stesso Ciro Formuso sul luogo del delitto, alle modalità di ingresso nella sede di OP, alla presenza di persone misteriose nella stessa sede diverse dagli ufficiali di polizia giudiziaria e dai pubblici ministeri, alle modalità di apertura della cassaforte esistente nella sede di OP, ad un ruolo di Claudio Vitalone la sera del delitto.

Ritiene la corte che si tratta di mere ipotesi che non hanno trovato conferma sul piano processuale o che sono state smentite dalle risultanze emerse a dibattimento.
Un elemento comune per le varie ipotesi prospettate è dato dal lasso di tempo trascorso dal fatto che sicuramente ha sbiadito i ricordi e dal clamore che l’omicidio ha creato (se ne è parlato spesso sulla stampa e sui mass media in generale) per cui può esserci stata una sovrapposizione o una trasposizione di ricordi che può avere generato errori nei ricordi. Ciò detto, si osserva.

  • Circa la presenza di una vettura alfa Romeo 1750, auto comune all’epoca, è riferita dal capitano Antonino Tomaselli il quale ha richiamato la testimonianza di tale Franco Santini, resa a un Maresciallo della Compagnia San Pietro, il quale alle ore 20.30 circa si era recato in Via Orazio a parcheggiare una motoretta, e aveva notato l’alfa Romeo 1750 con tre persone. Nulla è emerso per poter affermare, al di là di una mera coincidenza temporale, che gli occupanti della vettura fossero coinvolti nell’omicidio.
  • Circa i movimenti di Franca Mangiavacca e Paolo Patrizi dal momento della loro uscita dalla redazione di OP al momento del loro trasferimento presso la caserma dei carabinieri per essere interrogati. È ben vero che all’apparenza vi sono delle discrasie e che la presenza di Paolo Patrizi non è stata notata da Ciro Formuso, ma ciò, come già detto, può essere il frutto del lungo lasso di tempo trascorso dal giorno del fatto al momento in cui hanno reso la testimonianza avanti a questa corte. Nulla autorizza a ritenere che in quel frangente uno dei due sia risalito nella sede di OP e che di lì abbia sottratto documenti importanti (tale è il senso delle numerose domande che sono state fatte ai due testimoni sul punto); anzi dalla testimonianza del capitano Tomaselli e del tenente Mascia emerge che i due erano in stato di agitazione dovuta alla morte di Carmine Pecorelli che aveva influito notevolmente sulla loro tranquillità d’animo e ciò può avere influito nella distorsione dei ricordi.
  • L’effettiva presenza di Ciro Formuso sul luogo dell’omicidio emerge dagli atti del fascicolo esistente presso la questura di Roma da cui si evince che la comunicazione della morte di Carmine Pecorelli era pervenuta al centro operativo tramite il brigadiere DI SANTO della sala operativa dei carabinieri il quale aveva riferito anche che la segnalazione era pervenuta dall’allievo ufficiale Ciro Formuso alle ore 21.00 12 (a ciò deve aggiungersi la testimonianza del capitano Tomaselli il quale aveva appreso della presenza di Ciro Formuso dai giornali i quali lo indicavano come colui che era intervenuto sul posto chiamato da Franca Mangiavacca).
  • Circa le modalità di ingresso nella sede di Op e la presenza di persone nella sede che avrebbero aperto la porta emerge dagli atti che fin dalle ore 22,30 del 20/3/1979 la polizia giudiziaria era in possesso delle chiavi della sede di Op perché rinvenute nella disponibilità di Carmine Pecorelli al momento della sua morte; evidente quindi, poiché le chiavi erano solo nel possesso di Franca Mangiavacca e Carmine Pecorelli e la prima non era presente al momento della apertura della sede, che personale della polizia ha provveduto ad aprire la sede di OP con le chiavi rinvenute nella macchina di Carmine Pecorelli.

Quanto detto trova conferma nella comunicazione della questura di Roma del 1.4.1994 in cui si dà atto da un lato che nessun servizio di pattuglia fu fatto dall’agente Michelangelo Pirelli (colui che secondo alcuni avrebbe detto che si era recato presso la sede di Op ma ne era stato mandato via da persone che si trovavano all’interno )la sera del 20.3.1979.

Circa un ruolo di Claudio Vitalone la sera del delitto, esso alla luce delle risultanze processuali va escluso. Sul punto le fonti di prova, complessivamente valutate, permettono di affermare, anche se sulla base di ricordi a volte confusi, che la sera del 20.3.1979 a casa di Maria Di Bernardo (meglio nota come Maria Palma dal nome del marito) vi era stata una cena a cui avevano partecipato Domenico Sica, Walter Bonino, Claudio Vitalone, Antonio Varisco, Giovanni De Matteo con le rispettive consorti.
La circostanza è ricordata da Walter Bonino, da Maria Di Bernardo, da Giovanni De Matteo, da Domenico Sica e da Pia Lastaria e indirettamente è confermata, anche se relativamente al solo Antonio Varisco, da Cristina Nosella che in quel periodo aveva una relazione sentimentale con questo ultimo.

E’ stato sostenuto che l’occasione in cui si sarebbe verificata la cena con la presenza contemporanea di Sica, De Matteo e Claudio Vitalone a casa di Maria Di Bernardo non è quella della uccisione di Pecorelli, ma quella del 23.1.1979 in cui dai predetti tre PM era stato effettuato di un sopralluogo a Ornano, dove si sospettava che vi fosse un covo di terroristi. La circostanza del sopralluogo è vera, ma non si identifica con la cena tenutasi a casa di Maria Di Bernardo la sera dell’omicidio di Pecorelli. Depongono in tal senso la testimonianza di Sica, il quale ricorda esattamente che in una sola occasione in cui era ospite di Di Bernardo ha interrotto la cena ed è pacifico che Sica è intervenuto sul luogo del delitto a seguito della chiamata effettuata dall’allora tenente Alfieri che si era recato a casa di Maria Di Bernardo a prelevarlo, e di Pia Lastaria la quale, anche se a contestazione, ha confermato quanto dichiarato nelle indagini preliminari e cioè che a Ornano erano andati suo marito, Sica e Claudio Vitalone e che suo marito era ritornato a casa di Maria Di Bernardo dopo il sopralluogo mentre nel caso dell’uccisione di Pecorelli suo marito era stato dissuaso dall’andare sul luogo dell’omicidio dai sostituti Sica e Vitalone. In tal senso si spiega anche l’affermazione di Sica di avere avuto delega orale a trattare il caso, delega regolarizzata successivamente alla formazione del fascicolo di ufficio.

Né la partecipazione a tale cena di De Matteo e della moglie, basata quanto al primo sulla mancata annotazione dell’evento sulla sua agenda e quanto alla seconda sulla mancanza di ricordi perché è lo stesso De Matteo che ammette che non tutto ciò che gli accadeva era segnato sull’agenda mentre la seconda ha, a contestazione, confermato quanto dichiarato nelle indagini preliminari e cioè di essere stata presente a quella cena.
Ma la presenza di Claudio Vitalone a casa di Maria Di Bernardo la sera dell’omicidio Pecorelli non significa nulla atteso che non vi è prova di una qualsiasi attività da parte di quest’ultimo quella sera.
Né incide sulla valutazione del dato processuale il fatto, asserito da Maria Di Bernardo che quella sera era pervenuta una telefonata per Claudio Vitalone con cui si annunziava la morte di Pecorelli. Invero dalla deposizione del tenente Alfieri si ha la prova che egli aveva parlato con Sica, da lui cercato su espressa indicazione del suo comandante Cornacchia, prima nella sua abitazione e poi a casa di Maria Di Bernardo.

Circostanza questa confermata dalla deposizione di Walter Bonino da cui si evince che la telefonata che comunicava la morte di Carmine Pecorelli era arrivata a Sica mentre stavano per andare a tavola e fu da questi detta perché doveva andare via con Varisco. E’ ben vero che potrebbero essere giunte a casa Di Bernardo due telefonate, ma di ciò non vi è prova alcuna (la stessa Di Bernardo parla di una sola telefonata) e l’affermazione di Maria Di Bernardo di una telefona da lei presa dal centralinista e diretta a Vitalone, il quale subito dopo le avrebbe detto che Pecorelli era un poco di buono, può essere anche frutto di una sovrapposizione di ricordi (non va dimenticato che le cene di Claudio Vitalone a casa di maria Di Bernardo non erano un evento raro) risultando sulla base di una altra informazione data da Walter Bonino e cioè che subito dopo che era stata comunicata la morte di Pecorelli, Maria Di Bernardo si era appartata in una stanza e al ritorno aveva detto che Carmine Pecorelli non era uno stinco di santo, ma non sa dire da chi avesse appreso la notizia.
Questa ultima affermazione se da un lato conferma indirettamente quanto detto da Maria Di Bernardo, e cioè di avere appreso da Claudio Vitalone le qualità morali di Carmine Pecorelli non conferma anche l’arrivo di una seconda telefonata annunziante la morte di Pecorelli.

Conseguentemente l’affermazione di una repentina uscita di Vitalone insieme a Sica e Varisco, non ricordata da nessuno dei presenti se non dalla sola Di Bernardo (Bonino ricorda in effetti, pur non avendo motivo di dubitare di quanto affermato da Di Bernardo, che ad andare via erano stati i soli Varisco e Sica e non anche Vitalone), non può ricollegarsi che alla stessa occasione, diversa da quella della sera dell’omicidio Pecorelli, in cui effettivamente era stato richiesto l’intervento di Vitalone il quale aveva dovuto abbandonare la cena.

Sentenza di primo grado omicidio Pecorelli 1999

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