“Un memoriale sulla P2, poi il suicidio”

Un memoriale indirizzato ai giudici milanesi Pierluigi Dell’Osso e Bruno Siclari sullo scandalo della P2: ecco a che cosa stava lavorando il tenente colonnello della finanza Luciano Rossi prima di uccidersi. Questo memoriale è stato ritrovato tra le sue carte, ma è incompleto: si interrompe alla ventesima riga. Non c’è più nessun dubbio, quindi, che la morte dell’alto ufficiale sia in qualche modo legata alla vicenda P2.
Luciano Rossi, prima di spararsi con fredda determinazione un colpo della sua « Beretta » alla tempia, stava cercando di fare arrivare qualche notizia, qualche informazione, qualche messaggio ai giudici. I due magistrati milanesi lo avevano convocato a Milano il 27 maggio scorso ed
erano rimasti assai soddisfatti del colloquio. Rossi era stato definito un testimone prezioso e pronto a collaborare. L’ufficiale aveva risposto ai giudici su faccende sulle quali doveva essere ben informato grazie ai delicati incarichi coperti: la “tranche” dell’inchiesta P2 legata al colossale scandalo dei petroli e l’incidente nel quale aveva trovato la morte, in circostanze mai chiarite, Salvatore Florio, colonnello della Finanza pure lui.
Sul contenuto del promemoria che Rossi voleva affidare ai giudici non si conoscono molti particolari. Nemmeno sulla lettera che il tenente colonnello Rossi aveva inviato ad un suo caro amico, l’avvocato Giovanni Borrelli, si sa molto. Sembra però che nella lettera Rossi esprimesse gravissime preoccupazioni per la sua persona: scriveva di una « trappola », di un « gioco più grande di lui ».
Ulteriori chiarimenti s quanto Rossi aveva rivelato nella sua testimonianza milanese  sarebbero invece gli argomenti del memoriale lasciato a
metà. Il colonnello non è riuscito per una misteriosa ragione a portarlo a termine.
Questo particolare clamoroso aggiunge altri inquietanti interrogativi all’intricato giallo. Perché tanti buchi nella ricostruzione degli ultimi giorni di vita del colonnello Rossi? Viene mantenuto uno stretto riserbo anche su dettagli che apparentemente non sembrano rilevanti per scoprire
la verità su questa sconcertante vicenda. Un riserbo che spesso sembra più vicino all’imbarazzo e la cosa non è certo rassicurante. Quel che
è certo è che il 5 giugno sopraggiunte una circostanza tanto grave da convincere il colonnello al suicidio. Forse la telefonata che qualcuno fece al colonnello nei suo ufficio della caserma « Cadorna », poco prima che si sparasse. Su questo punto il sostituto procuratore Alberto Macchia ha interrogato numerosi colleghi e superiori di Rossi.
Da ieri intanto a studiare quello che Rossi è riuscito a scrivere nel suo dossier, oltre al sostituto procuratore Macchia e al procuratore capo Gallucci, ci sono anche i magistrati milanesi, gli stessi che per Rossi erano i legittimi destinatari del messaggio. Il procuratore Macchia ha trasmesso tutti gli atti dell’inchiesta sul suicidio dell’ufficiale della Finanza. Li ha dati anche all’altro magistrato impegnato nell’inchiesta romana sulla P2, Domenico Sica.
La carriera del tenente colonnello Luciano Rossi si intreccia in più di un’occasione con le gravissime vicende sulle quali stanno indagando
sia i magistrati romani sia quelli milanesi.
Luciano Rossi, in Finanza dal ’60 ha lavorato prima a Ravenna, poi è stato trasferito a Roma, nel chiacchierato ufficio «I» ai servizi segreti della Finanza. Sulla costa adriatica, in quegli anni, cominciò a prosperare la colossale truffa dei
petroli esentasse, scoppiata solo nell’autunno dell’80. l successivo incarico assegnato a Luciano Rossi, fino al ’77, il più delicato di quelli assunti nella sua brillante carriera, fu proprio quello nella sede romana del servizio segreto della Finanza. Nel frattempo il colonnello Florio
aveva appena lasciato questi stessi uffici, dopo aver «litigato» con Raffaele Giudice, l’ex comandante della Finanza ora in carcere per il contrabbando di petrolio. Florio fu trasferito a Genova e qualche tempo dopo morì nello stranissimo incidente sull’auto-Brennero. Anche Rossi dopo poco fu trasferito, a Napoli dove si impegnò in grandi operazioni contro la droga e il contrabbando. Quando ritornò a Roma nel ’78 diresse con successo anche nella capitale operazioni antidroga. Lavorava in un superservizio antidroga che coordina insieme polizia, finanza e carabinieri. Con i servizi segreti sembrava non avesse più niente a che fare. Negli ultimi anni però è andato più volte in Libia, ufficialmente per indagare sul traffico internazionale dell’eroina. Sotto questo incarico ufficiale forse continuava ad occuparsi di altri affari, più segreti e delicati? Sta di fatto che il petrolio, anni prima oggetto del colossale traffico, veniva proprio dalla Libia.

Marina Maresca – “L’Unità” 10.06.1981

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