Il movente golpista dell’estrema destra – sentenza appello Italicus

E’ notorio che il 1974 fu caratterizzato dal referendum popolare sul divorzio, preceduto da una campagna elettorale aspra e radicalizzata che con­trappose in modo netto due schieramenti. In primavera, nel momento di maggior tensione, iniziò una serie di attentati terroristici, via via sempre più gravi, rivendicati da Ordine Nero. In Toscana, il 21 aprile, si ebbe l’attentato di Vaiano, primo attacco alla linea ferroviaria Firenze-Bologna. Seguì a Brescia la gravissima strage di Piazza della Loggia, poi a Pian del Rascino la sparatoria in cui perse la vita Giancarlo Esposti, il quale – secondo quanto Sergio Calore avrebbe appreso dal Signorelli, dal Concutelli e dal Fachini cfr. punto 81° dell’esposizione in fatto – era in procinto di recarsi a Roma per attentate al la vita del Presidente della Repubblica, colpendolo spettacolarmente a fucilate durante la parata del 2 giugno. Può pensarsi che ognuno di questi fatti fosse fine a sé stesso?

Gli elementi raccolti consentono dì dare ima risposta decisamente negativa. Gli attentati erano tutti in funzione di un colpo di stato previsto per la primavera-estate ’74, con l’intervento “normalizzatore” di militari in una situazione di tensione portata ai gradi estremi. E valga il vero. Sergio Calore, nell’interrogatorio del 28 mag­gio 1985 al C.I. di Bologna (cfr. Vol.B, pos.Calore), riferisce che il Signorelli dall’autunno del ’73 gli aveva parlato di un colpo di stato che avrebbe dovuto aver luogo nella primavera-estate del ’74 con l’appoggio di ufficiali “nazionalsocialisti” di stanza nel settore nord-est. In seguito Franco Freda, parlandone, gli aveva detto di aver appreso dal Giannettini come il Signo­relli avesse svolto per conto del SID un lavoro di schedatura degli ufficiali dell’Esercito dell’area Nord-Est, acquistandosi benemerenze e stima nello ambiente dei servizi segreti.

Il Signorelli – parlandogli del prossimo golpe – gli aveva precisato che sarebbe stato contattato dal­l’ufficiale “I” del suo reparto (all’epoca il Calore prestava servizio militare) ed utilizzato per l’in­dividuazione, la cattura e l’eventuale eliminazione di avversari politici. Il golpe – secondo il Signorelli – sarebbe stato preceduto da una compagna di at­tentati da rivendicare con sigle diverse. Infatti, “allorché ebbero luogo gli attentati firmati Ordine Nero, si dava del tutto per scontato il fatto che facessero parte della campagna di attentati preparatorio del golpe”. Come si è evidenziato in narrativa – punto 77° – Carlo Fumagalli ha riferito in termini analoghi di un progetto di colpo di stato portato avanti nel ’73-‘74. Il golpe prevedeva attentati (Fumagalli avrebbe dovuto colpire dei tralicci in Valtellina) e l’intervento “normalizzatore” dell’Esercito e dell’Arma dei Carabinieri.

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Vincenzo Vinciguerra a sua volta, nel suo in­terrogatorio del 6.5.1985 al G.I. dott.Zorzi, così si è espresso sullo stesso tema: “ben chiara è l’area a cui vanno riferite le scelte e le operazioni di strage, compresa quella di Brescia. Per quanto è a mia conoscenza, tale area va individuata nel gruppo di Ordine Nuovo, collegato con ambienti di potere ed apparati dello Stato; area che vedeva nella strage lo strumento per cercare la punta mas­sima di disordine al fine dì ristabilire l’ordine”.

Lo stesso Vinciguerra ha diffusamente parlato del tentativo di golpe (cfr. l’esposizione in fatto, punto 78°), evidenziando ancora come fosse previsto, dopo una serie di attentati e dopo l’omicidio del­l’avv.Valsecchi, un intervento dell’Esercito e dell’Arma dei C.C. che riportasse la situazione alla normalità. Era fatale che un piano eversivo di tali pro­porzioni, coinvolgente ambienti vasti come quello militare e dell’estrema destra extraparlamentare, in qualche modo trapelasse. Si “richiamano al riguardo gli episodi Carnacina ed Hotel Locarno (punto 4°, c ed a dell’esposizione in fatto) dai quali risulta come in ambienti vicini al M.S.I. fosse diffusa l’aspettativa di un imminente colpo di stato. Ve n’era poi precisa la consapevolezza negli ambienti ordinovisti.

L’episodio Bono può essere svalutato quanto si vuole per ciò che attiene alla rivendicazione, che può essere frutto di un’iniziativa personale e maniacale dello stesso Bono. Non può però disconoscersi i che il discorso fatto dal Bono ai Faccioli la sera del 3 agosto, a poche ore dalla strage, dà la stura al fondato sospetto che nell’ambiente ordinovista bolognese vi fosse non solo l’aspettativa di un golpe, ma la consapevolezza dell’imminente attentato al treno Italicus. Dopo le rivelazioni del Fianchini, sarebbe stato quindi veramente opportuno indagare sui rapporti fra il gruppo Tuti da una parte, il Bono, il Bartoli, il Barbieri, ed in genere tutta l’ambiente ordinovista bolognese dall’altro.

L’essersi fermati ad un mero controllo degli alibi è stato un grave errore nella prospettiva istruttoria, una volta che le rivelazioni del Fian­chini avevano gettato un ampio spiraglio di luce sugli esecutori materiali della strage e si impone va quindi l’esigenza di identificare eventuali connivenze o complicità. Sullo stesso tema’ Angelo Izzo, riferendo confidenze fattegli in carcere dal Tuti, cosi si è espresso: “All’ultima riunione di cui ho parlato, seguirono due. concentramenti di forze in località di montagna della Toscana. Si trattò di riunioni con armi ed attrezzature belliche, effettuate, in at­tesa di un immediato colpo di stato; riunioni simi­li, a dire del Tuti, si verificarono in tutta Ita­lia…” (cfr. Vol.B, pos.Izzo, interrogatorio del- 1*8.5.1985 al G.I. di Bologna, fol.6, nonché il punto 82° della narrativa).

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Lo stesso Tuti, in un articolo pubblicato su “Quex”, adduce che nell’estate ’74 aveva sempre a portata di mano un fucile d’assalto per darsi alla macchia, riscontrando così nel modo più diretto le confidenze riferite dall’Izzo. Sostiene il Tuti – ed in questa sede lo ha costantemente ribadito – essersi trattato di un atteggiamento difensivo, nella consapevolezza di come le forze golpiste, una volta ottenuto il loro scopo, avrebbero inevitabilmente preso le distanze dalle frange più avanzate nel loro stesso schieramento.

Si tratta, nella valutazione della Corte di una impostazione, in larga parte simile a quella con cui il Vinciguerra giunge ad escludere che le stragi possano essere opera di elementi di destra (cfr. il punto 73° dell’esposizione in fatto), che non convince sia sul piano storico che su quello della verosimiglianza. Tutte le rivoluzioni, conseguito il potere, hanno visto il prevalere di istanze normalizzatri­ci, con il sacrificio degli estremisti favorevoli al permanere delle tensioni rivoluzionarie. Per re­stare in tema, il fenomeno si verificò anche in Italia dopo i fatti dell’ottobre 1922, quando le “squadre” fasciste vennero inquadrate e controllate in una più ampia struttura, con una graduale emargina­zione dei loro leaders.

Ciò non toglie che gli estremisti hanno sempre partecipato ai movimenti rivoluzionari, che senza di loro resterebbero al livello delle stolide e verbose esercitazioni dialettiche dei teorici. L’estremista è attratto dalla possibilità dell’azione diretta e vi partecipa anche se si rende conto che il momento rivoluzionario è fatalmente destinato a finire nella normalizzazione di un potere, che di rivoluzionario conserverà spesso soltanto il nome.

Non è quindi la consapevolezza di una successiva normalizzazione che può condurre, sul piano storico, a negare la partecipazione dell’estrema destra eversiva ai progetti di golpe ed in particolare a quello dell’estate ’74. Del resto lo stesso Vinciguerra finirà per ammettere il coinvolgimento di rilevanti forze di de­stra, condizionate – a suo avviso – dai servizi di sicurezza dello stato. La verità è però che se può considerarsi largamente acquisita l’infiltrazione dei servizi di sicurezza negli ambienti eversivi di destra, ciò va vi sto in funzione dei compiti istituzionali dei servizi e dell’esigenza di tenere sotto controllo gli ambienti stessi. Che i servizi di sicurezza abbiano avuto a loro volta pericolose deviazioni; che i capi dei servizi stessi si siano legati ad ambien­ti massonici non alieni da tentazioni eversive, son dati ormai ampiamente acquisiti e storicamente sicuri.

Se però dal piano storico si passa a quello giudiziario, avendo doverosamente riguardo alle prove raccolte ed acquisite a questo processo, deve riconoscersi che non vi sono elementi per ascrivere ai servizi segreti né un intervento – diretto od indiretto- nella preparazione e nell’esecuzione della strage, né una successiva attività di depistaggio e di copertura.

Sentenza appello Italicus pag 301-308

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