Il Golpe Borghese e l’omicidio Pecorelli

La vicenda giudiziaria del c.d. Golpe Borghese, che ha interessato Carmine Pecorelli, è nata su impulso di Giulio Andreotti, ministro della difesa all’epoca, il quale avuta notizia dal generale Gianadelio Maletti del servizio segreto (Sid) di una attività golpista di Valerio Borghese e del coinvolgimento in esso del generale Vito Miceli, suo predecessore, aveva trasmesso il rapporto fornito dal Sid alla autorità giudiziaria. Dell’indagine era stato incaricato il sostituto procuratore della repubblica di Roma Claudio Vitalone. Carmine Pecorelli era in possesso di documenti segreti -anche a riconferma della qualità delle fonti informative di OP- da cui emergeva che era a conoscenza dell’entrata nel ministero dell’interno di golpisti che si erano impadroniti di alcuni mitra, e aveva preso netta posizione in favore del generale Vito Miceli sostenendo che dal rapporto originale e completo erano stati eliminati i nomi di politici e di alti funzionari che avevano aderito al golpe e precisava ancora che l’originario dossier era stato regolarmente inviato dal generale Vito Miceli alla magistratura ma da questa era stato restituito preferendo lavorare su ipotesi minori.

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Ciò è tanto vero che Pecorelli dopo l’assoluzione del generale Vito Miceli per il golpe Borghese, aveva riproposto la serie di interventi che a partire dal 1974 aveva svolto sulla pagine di OP a favore del generale Vito Miceli e aveva ripubblicato nel n. 1 del 1979 di OP il dossier “Il malloppone”, cioè il dossier completo inviato dal Sid alla magistratura e non quelli ridotti sui quali la magistratura aveva condotto la sua indagine. Nei suoi articoli Carmine Pecorelli aveva sempre sostenuto che il coinvolgimento del generale Vito Miceli nel c.d. Golpe Borghese era stato frutto di un piano di Giulio Andreotti per continuare ad esercitare il potere e che per attuare tale piano aveva scientemente omesso di mandare alla autorità giudiziaria tutte le informative del generale Vito Miceli sul golpe (tra i documenti pubblicati vi sono due lettere di Giulio Andreotti e nella seconda questi dava atto dell’omesso invio di altro materiale facente parte della originaria informativa) e si era servito di Claudio Vitalone per colpire Vito Miceli.

Carmine Pecorelli aveva affermato in particolare che l’inchiesta sul golpe Borghese era in realtà un golpe bianco di un gruppo di politici che strumentalizzando una parte della magistratura politicizzata voleva continuare a mantenere il potere e indicava nello stretto rapporto tra Giulio Andreotti e Claudio Vitalone lo strumento attraverso il quale cui primo otteneva il suo scopo e aveva inquadrato tutta la vicenda del coinvolgimento di Vito Miceli nel golpe Borghese nella più ampia vicenda Giannettini/SID/Miceli/Maletti relativo al ruolo ricoperto dal primo nella c.d. strage di Piazza Fontana attribuendo a Giulio Andreotti e non a Rumor la decisione di opporre il segreto di stato sull’appartenenza di Guido Giannettini al Sid; egli, poi, aveva richiamato l’attenzione su uno strano furto subito da Aldo Moro nel 1975 relativo a documenti che si dicevano inerenti al c.d. golpe Borghese; documenti che avrebbero dimostrato come il golpe borghese fosse stata una farsa montata da Giulio Andreotti.

Quanto detto a proposito del c.d. Golpe Borghese viene da Pecorelli messo in relazione alla organizzazione dei servizi segreti che in quel periodo il governo presieduto da Giulio Andreotti aveva approvato sino a mettere in luce come lo smantellamento dei vecchi servizi segreti (SID) era a tutto vantaggio dello stesso Giulio Andreotti, capo del governo e in secondo luogo di Francesco Cossiga, ministro dell’interno all’epoca, i quali avevano messo a capo dei servizi personaggi politici abituati al compromesso mentre i servizi segreti dovevano essere un fatto tecnico. In particolare faceva riferimento ad una vecchia storia del Sifar e al golpe di De Lorenzo che era scoppiato, secondo Carmine Pecorelli, perché Aldo Moro aveva allontanato nel 1966 Giulio Andreotti dal ministero della difesa per assegnargli quello dell’industria e riteneva che lo scandalo Sifar era stato il primo scandalo studiato a tavolino dall’alto sotto la regia degli Stati Uniti d’America, che puntavano sul partito socialista, e di Giulio Andreotti che voleva vendicarsi di De Lorenzo (capo del Sifar) che si era rivelato uomo di Moro. Carmine Pecorelli tornava una l’ultima volta sul ruolo dei servizi segreti e commentando la condanna al processo per la strage di Piazza Fontana di Gianadelio Maletti e Antonio La Bruna per falsa testimonianza non comprendeva l’assoluzione di Viezzer al contrario di Antonio La Bruna e Gianadelio Maletti e il motivo per cui i due condannati avrebbero dovuto coprire Giannettini che era una fonte importante nel processo per il golpe borghese (in relazione al caso Giannettini/SID/Maletti/ Miceli/Andreotti). Come si vede il “c.d. Golpe Borghese”, oggettivamente, porta a Giulio Andreotti e a Claudio Vitalone.

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Al primo perché è indicato come l’artefice delle disavventure del generale Vito Miceli avendo trasmesso alla magistratura il dossier sul c.d. Golpe Borghese e al secondo perché di quel processo ne era stato il PM. Esso però anche soggettivamente porta ai due imputati perché Carmine Pecorelli attribuisce a Giulio Andreotti la responsabilità di avere usato il generale Vito Miceli come capro espiatorio per tutelare la propria posizione di ministro della difesa che aveva opposto il segreto di stato sulla appartenenza del giornalista Guido Giannettini, imputato a Catanzaro per la “c.d. strage di Piazza Fontana”, al Sid e a Claudio Vitalone la responsabilità di avere condotto l’istruttoria del processo secondo le direttive di Andreotti di cui era la longa manus al palazzo di giustizia di Roma; una conduzione della istruttoria pilotata che aveva comportato l’assoluzione per alcuno dei golpisti e la condanna per altri.

Le note di Pecorelli sull’argomento sono numerosissime e caustiche e tali da suscitare il risentimento e la rabbia di chi è bersaglio di tali articoli; risentimento e rabbia che devono avere colpito maggiormente Claudio Vitalone accusato di non essere imparziale ma docile strumento nelle mani del suo mentore politico Giulio Andreotti.

Non va peraltro dimenticato che il “c.d. Golpe Borghese” ha interessato anche la mafia siciliana che era stata chiamata a partecipare ad esso e ad intervenire qualora fosse stato necessario ricorrere alla forza ma che di fatto aveva rifiutato l’offerta anche se alcuni membri della organizzazione criminale, a titolo personale, furono tra coloro che erano entrati nel ministero degli interni e avevano prelevato dei mitra. Si fa riferimento a quel Natale Rimi che, uomo d’onore della famiglia di Alcamo, era stato trasferito dal comune di Alcamo alla regione Lazio ed era particolarmente interessato alla sorte della vicenda giudiziaria che vedeva il padre Vincenzo ed il fratello Filippo coinvolti nell’omicidio di tale Lupo Leali e per il quale avevano subito una condanna, anche se non definitiva, alla pena dell’ergastolo (di ciò occorrerà parlare in seguito in relazione all’incontro raccontato da Tommaso Buscetta tra Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti e all’interessamento riferito da alcuni testi di Andreotti per le sorti del processo a carico di Rimi Vincenzo e Filippo).

Il caso del c.d. Golpe Borghese” era, benché all’epoca fosse finito il processo e Claudio Vitalone fosse stato trasferito alla procura generale presso la corte di appello di Roma, ancora attuale in relazione al contenuto del dossier Moro di cui all’epoca si conosceva solo l’edizione trovata nel covo delle brigate rosse scoperto a Milano nel settembre 1978 in via Montenevoso.

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Infatti il dossier, definito per comodità memoriale Moro 1978, contiene analisi e conclusioni sul ruolo di Giulio Andreotti in relazione al c.d. Golpe De Lorenzo e al golpe Borghese, e in genere al rapporto tra Giulio Andreotti e i servizi segreti che ricalcano fedelmente le conclusioni espresse da Carmine Pecorelli nell’articolo pubblicato su OP del 28/3/1978, durante il sequestro dell’on. Aldo Moro, “Chi ha smantellato i servizi segreti” e “il memoriale questo è vero e questo è falso” pubblicato prima che gli organi istituzionali provvedessero a rendere pubblico il memoriale Moro 1978.

Segno questo che Carmine Pecorelli era in grado di arrivare a fonti diverse da quelle ufficiali per conoscere notizie sul sequestro di Aldo Moro senza che ciò significasse che fosse in possesso di copia del memoriale.  Quanto appena detto, e cioè che Pecorelli poteva attingere a notizie riservate sul contenuto degli scritti di Moro (su ciò si tornerà meglio in seguito) rende il c.d. Golpe Borghese, nella accezione che la corte ne ha dato, un valido movente per la uccisione del giornalista Carmine Pecorelli.

Sentenza omicidio Pecorelli primo grado pag 73-78

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