Le possibili connessioni con la strage alla stazione di Bologna

Gli interrogatori più importanti resi da Carlo DIGILIO e le più significative testimonianze di riscontro sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Bologna che ha tuttora aperto un fascicolo di indagine dopo la conclusione dell’istruttoria-bis, condotta dal G.I. dr. Leonardo Grassi, sulla strage del 2.8.1980. Uno dei capisaldi essenziali dell’iniziale schema dell’accusa, così come formulata già a metà degli anni ‘80, era infatti che esponenti del vecchio gruppo veneto di Ordine Nuovo (fra i quali, in particolare, Massimiliano FACHINI e Roberto RINANI, imputati di concorso in strage) avessero raccolto una notevole quantità di esplosivo recuperato da residuati bellici (si pensava, allora, come luogo di recupero, al Lago di Garda e non ai laghetti di Mantova, indicati nella presente istruttoria da Carlo DIGILIO), inviati tramite emissari (fra cui Roberto RAHO) alla struttura romana erede di Ordine Nuovo per il successivo utilizzo sia nei grandi attentati, pur senza vittime, del 1978/1979 (l’attentato al Campidoglio, alla sede del C.S.M. e così via) sia alla strage alla Stazione di Bologna.

Tale prospettazione d’accusa, che riguardava il livello intermedio fra i mandanti della strage e i suoi esecutori, non è giunto ad un risultato processualmente positivo in quanto le dichiarazioni dei collaboratori Sergio CALORE e Paolo ALEANDRI, in merito a tale traffico di esplosivo e al suo probabile utilizzo, non sono state giudicate sufficienti e gli esponenti della cellula veneta, che erano stati incriminati, sono stati via via assolti, da ultimo Massimiliano FACHINI con la sentenza della Corte di Cassazione in data 23.11.1995, cosicchè il problema della provenienza e della fornitura dell’esplosivo è rimasto aperto e irrisolto. E’ di tutta evidenza che la pista originaria, collegata ad una possibile responsabilità organizzativa della struttura veneta di Ordine Nuovo, risulta fortemente e nuovamente rinvigorita dalle dichiarazioni di Carlo DIGILIO che ha parlato di ripetuti e massicci invii di esplosivo, sia tritolo sia altro esplosivo di provenienza bellica, alla struttura romana a partire dal 1978, tramite il “corriere” Roberto RAHO (in particolare int. DIGILIO, 7.8.1996 ff.1-3). Tali invii di esplosivo si accompagnavano ad invii di fucili mitragliatori M.A.B. e altre armi riparate o modificate dallo stesso DIGILIO e questi ha indicato come organizzatori di tale attività il dr. MAGGI a monte e Roberto RAHO a valle, appunto in funzione di “corriere”, il quale, nel primo interrogatorio al P.M. di Milano, aveva reso in proposito una significativa confessione (int. 4.10.1995, f.4), pur rifiutando in seguito ogni forma di collaborazione con l’Autorità Giudiziaria. E’ evidente che parlare del dr. MAGGI e di Roberto RAHO significa parlare implicitamente di Massimiliano FACHINI (ai quali quest’ultimo in particolare, all’epoca, era legatissimo) e sarebbe interessante comprendere perché, in merito alla figura di FACHINI, Carlo DIGILIO ha sempre mostrato un ostinato e rigorosissimo silenzio. Solo Luigi FALICA, infatti, nel corso della presente istruttoria, ha fatto cenno al ruolo ricoperto da Massimiliano FACHINI alla fine degli anni ‘70, ricordando che si era legato, a metà degli anni ‘70, a Delfo ZORZI non solo sul piano politico, ma anche sul piano commerciale e ancora, fra il 1978 e il 1979, lo stesso FALICA aveva fornito a FACHINI due M.A.B. residuati della seconda guerra mondiale affinchè, eventualmente modificati, arricchissero la dotazione della struttura (dep. FALICA, 24.2.1994, ff.3-4). E’ quindi certo che, indipendentemente dall’intangibilità del giudicato relativo ai singoli soggetti, le dichiarazioni di Carlo DIGILIO e le altre testimonianze raccolte, fra cui le iniziali ammissioni di Roberto RAHO, rinvigoriscono l’ipotesi iniziale e consentono di ripercorrere sul piano complessivo la pista concernente l’eventuale apporto fornito dal vecchio gruppo veneto all’esecuzione della strage di Bologna.

Valerio FIORAVANTI e Francesca MAMBRO, inoltre, sentiti da questo Ufficio rispettivamente in data 3 e 12 luglio 1995 in merito alla figura di ZIO OTTO, hanno testimoniato che proprio questi era il contatto più importante sul piano operativo e più riservato di cui Gilberto CAVALLINI disponeva in Veneto, contatto che essi avevano potuto identificare in Carlo DIGILIO (non avendo mai, Gilberto CAVALLINI, fatto loro il vero nome di ZIO OTTO) solo quando della figura di Carlo DIGILIO e del suo nome in codice si era cominciato a parlare, all’inizio del 1995, sulla stampa.

STRAGE BOLOGNA: FIORAVANTI E GELLI INEDITI IN DOCUMENTARIO

Valerio FIORAVANTI e Francesca MAMBRO hanno inoltre dichiarato che proprio ZIO OTTO, e quindi Carlo DIGILIO, era l’elemento del vecchio gruppo veneto con cui Gilberto CAVALLINI si era incontrato, per ragioni attinenti alla modifica di armi, la mattina del 2 agosto 1980, giorno della strage alla Stazione di Bologna, dopo averli lasciati da soli a Padova proprio nelle ore coincidenti con la strage, in quanto l’identità di tale contatto personale non poteva essere rivelata a nessuno, nemmeno ai suoi camerati all’interno del gruppo N.A.R. (dep. FIORAVANTI, f.3, e dep. MAMBRO, f.3). Carlo DIGILIO, dopo molte titubanze, peraltro tipiche del suo atteggiamento, ha confermato di aver conosciuto, fra gli elementi dei N.A.R. all’epoca ancora operativi, solo Gilberto CAVALLINI e di aver avuto con lui un contatto il 2.8.1980, pur senza vederlo fisicamente (CAVALLINI aveva deposto un pacchetto sul davanzale intorno alle 12.00/12.30 dopo essersi preannunciato con una telefonata), al Poligono di Tiro di Venezia (int.21.2.1997, f.4), circostanza, questa, successivamente confermata anche al P.M. di Bologna (int. 11.3.1997, f.1). Il pacchetto con l’arma riparata era poi stato restituito a CAVALLINI tramite il dr. MAGGI (int. al P.M. di Bologna, citato). Non si tratta certo di un alibi in senso tecnico (Carlo DIGILIO era venuto in contatto, quella mattina, con CAVALLINI e non con FIORAVANTI e MAMBRO, che non conosceva e di cui non era al corrente dell’eventuale presenza a Padova), ma certamente, una volta venuto alla luce OTTO/DIGILIO come meta di CAVALLINI in quella giornata, risulta notevolmente rafforzata la descrizione che del meccanismo dei movimenti di quel giorno FIORAVANTI e MAMBRO hanno sempre fornito al fine di dimostrare la loro presenza non a Bologna, ma a Padova, il giorno della strage e di spiegare le ragioni di tale “sosta” a Padova loro richiesta da CAVALLINI. Quest’ultimo ha negato di essersi recato a Venezia da Carlo DIGILIO, affermando nuovamente di essersi recato, quel giorno, a Padova da un malavitoso comune dopo aver lasciato sola la coppia FIORAVANTI/MAMBRO, ma la sua negazione suscita molte perplessità, tenendo presente che per un lungo periodo egli ha addirittura negato di conoscere DIGILIO (int. 21.9.1995) con il quale, invece, ha poi ammesso di aver intrattenuto moltissimi rapporti in materia di armi e, solo nel corso dell’ultimo interrogatorio (2.5.1997), ha ammesso tali rapporti pur negando l’incontro di quel giorno. Si noti che la posizione di Gilberto CAVALLINI è molto delicata in quanto egli si trova nella nell’incomoda e singolare situazione di essere stato condannato con sentenza definitiva per costituzione di banda armata a fini di strage (la strage da commettere era quella di Bologna) senza essere stato incriminato per la strage stessa e conseguentemente è sempre possibile che la sua situazione processuale si evolva in peggio e che egli si senta tenuto ad una linea volta in primo luogo alla difesa di se stesso. Non a caso, del resto, nel corso dell’interrogatorio registrato dinanzi a questo Ufficio in data 2.5.1997, Gilberto CAVALLINI ha manifestato apertamente le sue preoccupazioni affermando “non vorrei che si passasse sulla mia figura….. per arrivare ad una soluzione di altro tipo, perchè se no poi il cerchio non si chiude mai… quindi questo è un po’ il mio timore” (cfr. pag.13 della trascrizione). Il meccanismo degli spostamenti di quella giornata, in base alle nuove dichiarazioni di FIORAVANTI e MAMBRO (diversamente da quanto riferito dalla stampa, che ha più volte scritto che sarebbe stato “smontato” il nuovo alibi), non è mai stato preso in esame da nessuna Corte (nemmeno dalla Corte di Cassazione con la sentenza del 23.11.1995 in quanto l’acquisizione di nuovi atti non era ammissibile in quella sede) e non si comprende, quindi, il tenore di certe reazioni, anche dei difensori di parte civile, secondo cui dovrebbe essere bollato come “depistaggio” il solo fatto che FIORAVANTI e MAMBRO, anche parlando dei rapporti fra ZIO OTTO e CAVALLINI, forniscano ulteriori spunti di ricostruzione sulla struttura veneta e nello stesso tempo si difendano. E’ certo che i rapporti “riservati” di Gilberto CAVALLINI con il vecchio gruppo veneto disgiunti dalla sua militanza nei N.A.R., e quindi quelli con personaggi come MAGGI, FACHINI, RAHO, DIGILIO, sono ben lontani dall’essere stati completamente approfonditi e sarebbe interessante comprendere se la scelta proprio della mattina del 2 agosto 1980 per il contatto CAVALLINI – DIGILIO sia una coincidenza o sia dovuta ad una ragione specifica e, in tal caso, quale. Si aprono quindi nuovi spunti di indagine il cui baricentro sembra doversi spostare dall’attività dei N.A.R. a quella della struttura veneta di ORDINE NUOVO, ancora perfettamente operante alla fine degli anni ‘70 e agli inizi degli anni ‘80.

Sentenza ordinanza G.I. Salvini 1998 pag 446-448

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