Alessandro Danieletti – dichiarazioni 8.11.1985 seconda parte

Adr: non ho difensore.
E’ presente l’ avvocato Orlandi difensore ufficio. Preliminarmente viene data lettura della parte finale dell’interrogatorio di ieri (quella iniziata alle ore 20.50) in modo che anche il difensore ne abbia conoscenza.

Danieletti dichiara: intendo rispondere, e riconfermo innanzitutto la parte dell’ interrogatorio di ieri svolto in assenza del mio difensore e della quale e’ stata data ora lettura. Tornando ancora al risentimento di Ferri nei confronti di D’Intino a me fu chiaro, dalle parole di Ferri, che la ragione di quel suo risentimento era tutta nel fatto che in conseguenza delle dichiarazioni fatte da D’Intino a Pian di Rascino, la foto di Ferri venne pubblicata dai giornali cosi’ che un prete poi lo riconobbe e quindi lui corse un grosso rischio. Questa fu la vera ragione e non tanto quella che, a causa delle dichiarazioni di D’Intino, gli tocco’ fare qualche giorno di galera, come pure mi disse che accadde. Anche se a distanza di tanto tempo non sono in grado di ricordare con precisione, sono portato in qualche modo a legare il fatto del riconoscimento del prete alle difficoltà tecniche operative che il Ferri mi riferi’ di avere incontrato nella fase di esecuzione del fatto, nel senso che, stando al racconto di Ferri, cosi’ come ora lo posso ricordare, egli nella fase esecutiva teste’ citata incontrò delle difficolta’ che comportarono per lui la necessita’ di muoversi in un certo modo e che nel corso di tali movimenti e spostamenti e’ da collocare la possibilita’ di un riconoscimento da parte di quel prete. Questo grosso modo e’ il senso del racconto fattomi da Ferri cosi’ come io lo ricordo.

Adr: ho gia’ parlato delle fotografie di Ferri trovate in dosso ad Esposti, dicendo che fu lo stesso Ferri a confermarmi di avere dato personalmente quelle sue fotografie a Giancarlo perche’ gli procurasse un passaporto falso. Riconfermo tali mie dichiarazioni così come preciso nuovamente che io solo dopo la morte di Giancarlo venni a sapere che lui aveva quelle fotografie. Ora non rammento se Ferri mi parlò delle fotografie nel corso di quei nostri colloqui a San Giovanni in Monte o successivamente, anche se e’ molto probabile che se ne sia parlato in detti colloqui.

Adr: tornando a quanto detto circa l’ esplosivo che Ferri mi disse essere stato fornito a lui ed allo Zani in un certo quantitativo e che io ritenni essere proprio l’ esplosivo usato a Brescia, devo precisare che la consegna di tale esplosivo certamente avvenne prima che io, Giancarlo e gli altri partissimo per il centro – Italia, perche’ da quel momento in poi non mi risulta, essendo stato quasi sempre vicino a Giancarlo, che questi si sia piu’ incontrato con il Cesare o con lo Zani. Piuttosto devo aggiungere che quella mia ipotesi, secondo cui l’esplosivo di cui sopra potesse veramente essere quello poi impiegato a Brescia, mi fu confermata e dunque rafforzata da cose che successivamente, in altro carcere di bologna, quello del Pratello,

Ebbe a dirmi Zani Fabrizio. Devo in proposito premettere che anche costui mi confermo’ apertamente che la strage l’ aveva fatta Cesare (dopo che io, seguendo una precisa raccomandazione di Ferri, avevo fatto finta di non saperne niente, destando con cio’ la meraviglia dello Zani che mi disse essere una cosa risaputa, perlomeno nella ristretta cerchia delle persone o meglio alcune delle persone imputate nel processo ordine nero presenti in quel momento nel carcere del Pratello; in effetti posso confermare che in tale ambito quella cosa era un po’ come il segreto di pulcinella, nel senso che all’ innocenza del Cesare non credeva nessuno); ricordo proprio la sua frase: “ma come, tu non lo sai ?”. Aggiunse: “proprio tu che eri insieme a Giancarlo. Ma non sai che l’ esplosivo ce lo aveva dato proprio Giancarlo?”, cosi’ confermando, come ho detto, quella mia ipotesi. Aggiunse anche lo Zani, in conclusione di quelle sue confidenze, che anche lui (intendo lo Zani) avrebbe dovuto essere presente a Brescia quel giorno, ma per una qualche ragione non pote’ venire e dunque partecipare direttamente all’ operazione.
Alla fine, visto che me ne aveva parlato cosi’ apertamente e dato anche che Zani, nell’ ambito di quel suo discorso, mi disse chiaramente di essere pure lui a conoscenza del fatto del Parco Lambro (aggiungo incidentalmente che di questo fatto, oltre al Ferri e allo Zani, erano pure a conoscenza Benardelli, e naturalmente esposti, D’Intino e Vivirito), io smisi di fingere con lo Zani e ammisi che in effetti anche io sapevo che Cesare aveva fatto la strage perche’ me lo aveva detto lui. A questo punto devo aggiungere che pure da un’ altra persona, sempre nel carcere del Pratello, ebbi la conferma che la strage l’ aveva fatta Cesare e che l’ esplosivo fornito a lui esposti Giancarlo. Tale persona fu Benardelli Luciano.

VIVIRITO

A questo punto il Danieletti viene invitato a raccontare dettagliatamente il fatto del Parco Lambro, che nei suoi tratti essenziali e’ gia’ stato esposto e verbalizzato.

Danieletti dichiara: tengo innanzitutto a ribadire che la ragione che principalmente mi ha spinto, dopo tante e piu’ che comprensibili resistenze, a parlare del fatto di cui sopra e’ rappresentata da esigenza mia personale di liberarmi completamente la coscienza da ogni scoria del passato e dunque anche da quella che piu’ mi pesava da undici anni a questa parte. Faccio anche notare che io forse non avevo del tutto bisogno di tirare fuori questo capitolo della mia vita per dirvi le cose che vi ho detto in ordine alla strage di Brescia. Se dunque l’ ho fatto per quella mia esigenza interiore di totale rigenerazione. Comunque non vi e’ dubbio che se non avessi deciso questo passo, avrei cosi’ potuto, come ho detto, dirvi quelle altre cose che sapevo su Brescia, ma non avreicerto potuto dare alle stesse una spiegazione ed una giustificazione completa perche’ come avete visto, in certa misura e’ stato proprio attraverso un discorso riguardante anche il fatto del Parco Lambro e nel contesto di simile discorso, che sono venute fuori quelle altre cose su Brescia che vi ho riferito. Vi e’ stata dunque anche questa seconda ragione, legata alla necessita’ di bene spiegare come avessi appreso le altre cose che sapevo su Brescia.
In questo senso, era per me necessario affrontare il “passaggio” del fatto del Parco Lambro, se volevo, come ormai sentivo di dover fare per la decisione ormai assunta di togliermi ogni fardello e di dire tutto quello che sapevo anche sul fatto di Brescia, perche’ questa e’ la strada senza ritorno che ho deciso di imboccare per sentirmi definitivamente a posto con la mia coscienza e per potere iniziare veramente una nuova vita, pagando prima il mio debito con la giustizia e vivendo poi senza piu’ alcun timore che carabinieri o polizia possano venire a bussare alla mia porta.

Merita infine di essere nuovamente sottolineato il particolare contesto, di reciprocità nell’ omerta’, in cui io, che ero stato totalmente estraneo al fatto, venni ad apprendere quelle ulteriori cose sulla strage di Brescia che vi ho riferito e, a mia volta, con il mio interlocutore, dovetti affrontare e discutere dell’ episodio del Parco Lambro. Voglio dire che i due “segreti” facilitarono il dialogo per carpirgli il suo segreto (perche’ la cosa non mi riguardava, ne’ mi interessava) ma fu lui il primo a tirar fuori il mio, usandolo come leva per sapere da me le cose che gli interessavano, e cosi’ dovette, per instaurare una condizione di reciprocità (che a quel punto anche a me premeva di avere), a tirar fuori il suo segreto.

Si da’ atto che a questo punto interviene il pm dr Besson.

Danieletti prosegue: venendo dunque a una descrizione dettagliata del fatto del Parco Lambro e riprendendo cose gia’ dette e verbalizzate, dichiaro quanto segue: il fatto avvenne nel marzo del 1974, pochissimi giorni prima dell’ episodio della casa dello studente. Avvenne una sera e c’ era gia’ buio. Vi ho gia’ detto che al fatto furono presenti, oltre a me, al Pastori e al Rizzi che ho citato, anche altri due ragazzi. Questa e’ un’ altra delle tante ragioni che inizialmente mi hanno trattenuto dal parlare delle altre cose che sapevo su Brescia e dunque del fatto del Parco Lambro: perche’ e’ evidente che, parlando di tale fatto, avrei esposto a rischi non solo me stesso, ma anche quelle altre due persone, che come me furono puramente presenti al fatto e che ora con ogni probabilita’ stanno vivendo una vita del tutto normale e tranquilla e dunque mi spiaceva doverli tirare in ballo. Preciso subito che anche il Rizzi fu semplicemente presente, in maniera passiva, come me e gli altri due a quel fatto; il suo nome pero’ l’ ho detto subito perche’ non potevo tacere il particolare del colpo di pistola che lo raggiunse al piede. Tornando a quegli altri due, sono senz’ altro disposto a fornirvi tutta una serie di indicazioni al riguardo, ma consentitemi di non farne i nomi in questo momento e in questa sede; mi riservo di farli, se occorrerà, nella sede opportuna. Venendo al fatto, ora non ricordo esattamente per quale ragione noi cinque finimmo al Parco Lambro quella sera.
Devo pero’ dire che il Rizzi e il Pastori in quell’ epoca erano latitanti in quanto da qualche tempo erano evasi dal Beccaria; Vivevano di furti e di altri espedienti e, se non ricordo male, dovevano recarsi al Parco Lambro quella volta per incontrarsi o con il loro ricettatore o comunque con qualcun altro del loro giro. Non saprei dire se il Parco Lambro fosse il luogo abituale di quegli incontri, ma ricordo che il Pastori ed il Rizzi dissero di esservi stati altre volte. Io con loro era la prima volta che ci andavo. Ci si ando’ con la vettura di uno dei due ragazzi di cui non ho fatto il nome: era una Fiat 127 di colore chiaro, beige o senape o qualcosa del genere. Devo dire che in quel momento io ero piu’ amico dei due ragazzi che non ho nominato che del Pastori e del Rizzi; il Rizzi infatti l’ avevo conosciuto proprio in quei giorni durante la sua latitanza, mentre il Pastori l’avevo si gia’ conosciuto frequentando San Babila ma non ero gia’ in stretta amicizia con lui. Non saprei dire se quegli altri due che non ho nominato fossero gia’ legati da stretta amicizia con il Pastori ed il Rizzi o li conoscessero cosi’ come li conoscevo io. Comunque anche quei due erano frequentatori di San Babila . Fatto sta che quella sera ci si incontrò credo per caso da qualche parte (che ora non ricordo, forse in San Babila) ed insieme poi con quella fiat 127 si andò al Parco Lambro.

Arrivati al Parco Lambro, parcheggiammo la macchina, che era condotta dal proprietario. La lasciammo all’ imbocco del Parco Lambro in una via laterale al medesimo; non rammento come si chiami questa via e forse riuscirei ad individuarla se avessi sotto gli occhi una cartina topografica della citta’. Faccio presente che la zona del Parco Lambro non l’ ho mai conosciuto molto bene, anche perche’ parecchio distante dalla zona dove io ho sempre abitato. Lasciata la macchina ci inoltrammo nel parco percorrendo una stradina e a precederci di alcuni metri fu Pastori Marco, che come ho detto doveva incontrarsi con qualcuno. Successe che, ad un certo punto (avevamo percorso solo un breve tratto di quella stradina, direi non piu’ di cento metri o giu’ di li’), il Pastori, che come ho detto era piu’ avanti di noi venne a diverbio con una persona. Preciso che noi eravamo piu’ indietro e stavamo chiacchierando tra di noi mentre camminavamo. La zona non era illuminata ma ad un certo punto vedemmo il Pastori fermo con qualcuno; subito dopo iniziò un diverbio seguito immediatamente da un inizio di colluttazione. Fu in realta’ questa cosa ad attirare la nostra attenzione e a spingerci ad accorrere verso il Pastori che si trovava in quel momento ad una certa distanza da noi che non saprei esattamente indicare, ma che colmammo con una breve corsetta. Il primo a raggiungere il punto fu il Rizzi che era un pochino più avanti di me e degli altri due. Quando ancora stavamo correndo si udirono gli spari e gli urli.

A questo punto l’ interrogatorio viene brevemente sospeso per consentire al Danieletti di pranzare. Il verbale viene riaperto alle ore 13.00.

Danieletti dichiara: i colpi di pistola furono alcuni ma non rammento quanti. Chi urlava era colui che era venuto a colluttazione con il Pastori ed anche il Rizzi, che infatti fu raggiunto ad un piede da uno dei colpi. Devo precisare che tutto si svolse in una successione molto rapida, dall’ incontro tra Pastori e quella persona, al breve scambio di battute tra gli stessi, alla colluttazione, ai colpi di pistola. Senza realizzare bene cosa fosse accaduto. Anche appunto per la fulmineita’ della cosa, e nel vedere Rizzi Michele che urlava di dolore e zoppicava, scappammo tutti immediatamente e indistintamente cercando di aiutare il Rizzi che non riusciva a correre.
Tornammo alla macchina e ci allontanammo dalla zona. Ad un certo punto ci dividemmo: il Pastori ed il Rizzi se ne andarono per conto loro e raggiunsero, immagino, il luogo ove stavano rifugiati in quel periodo (luogo che ignoravo e non so indicare); Io me ne tornai a casa (non ricordo se accompagnato in macchina dagli altri due o da solo); gli altri due tornarono a casa loro (faccio presente che in quel periodo i due vivevano insieme perche’ da qualche tempo se ne erano andati di casa). Devo fare un passo indietro per dire che gia’ nel corso della fuga del parco e quindi nella immediatezza, tutti chiedemmo al Marco che cosa cavolo gli era venuto in mente di fare, insultandolo e prendendocela con lui per quello che aveva fatto, anche perche’ aveva ferito il Rizzi. Marco rispose che non se lo sapeva spiegare  neppure lui e che aveva perso la testa.
Siccome non c’ eravamo ben resi conto di cosa fosse successo ed eravamo molto preoccupati al riguardo, chiedemmo al Marco dove avesse sparato a quella persona e lui rispose che aveva sparato alle gambe. Ovviamente gli chiedemmo anche subito perche’ avesse sparato, chi fosse quel tipo e cosa fosse successo per arrivare a quel punto. Marco rispose che quel tipo non lo conosceva assolutamente, che gli si era avvicinato troppo e con un fare sospetto ed ambiguo (si tenga presente che Marco era evaso e dunque era sempre diffidente e si muoveva con cautela), che per tale ragione, e con tono evidentemente irritante gli aveva intimato di andarsene, che cio’ aveva provocato la reazione di quell’ altro e la colluttazione che ne seguì. Quanto al fatto che estrasse l’ arma ed esplose i colpi, disse che fu per una specie di raptus improvviso che gli fece perdere la testa. Che quel tipo purtroppo fosse morto lo scoprimmo poi dai giornali. Rividi Pastori Marco credo il giorno stesso in cui lessi la notizia del fatto sui giornali, quindi non il giorno immediatamente successivo al fatto, ma due giorni dopo.

L’ incontro avvenne nei pressi della casa di quei due che non ho nominato, in via Castel Morrone. All’ incontro fu presente anche uno di quei due, non il proprietario della macchina. In noi c’ era rabbia verso il Pastori perche’ ci aveva coinvolto in un fatto completamente assurdo. Gli contestammo la sua affermazione di aver sparato solo alle gambe, visto che il tipo era morto, ed egli spiego’ la cosa dicendo che evidentemente mentre quello si accasciava dopo i primi colpi alle gambe venne raggiunto da altri colpi in altre parti del corpo. Disse che non era stato assolutamente sua intenzione quella di uccidere, ma solo di ferire alle gambe; si giustificò nuovamente dicendo che aveva perso la testa e che non si era reso ben conto neppure lui di quello che stava accadendo. Sentite queste giustificazioni, e pur continuando ad essere arrabbiati con lui, credemmo anche noi effettivamente che egli non avesse avuto alcuna intenzione di uccidere e che tutto fosse accaduto perche’ aveva perso la testa, tanto da colpire ad un piede pure il Rizzi. A quel punto io non ero ancora in contatto con Vivirito e D’Intino, anche se li avevo visti qualche volta in San Babila, e li conoscevo solo per nome (Sandro e Umberto). Seppi successivamente dal Rizzi, che ritrovai anche lui rifugiato in via Airolo (nell’ appartamento a nome di Orlando, che poi come è noto scoprii essere uno del giro di Fumagalli Carlo), che per la ferita al piede riportata al Parco Lambro aveva avuto modo di avere delle cure grazie allo interessamento di Vivirito Umberto. Non ricordo se tra la notte del Parco Lambro e l’ incontro in via Airolo ebbi occasione di rivedere il Rizzi, ma non mi pare. Certo in via Airolo la sua ferita era già guarita ed egli camminava normalmente. Non rammento se ebbi modo di vedere il piede del Rizzi e le tracce che la ferita aveva lasciato. Immagino che almeno una cicatrice gli sia rimasta, neppure rammento quale piede fosse, ne’ se il colpo di pistola l’ avesse preso al collo del piede o avesse trapassato la scarpa.

Adr: la pistola del fatto era una beretta calibro 22 lungo automatica. Sapevamo che in quel periodo Pastori aveva sempre con se’ questa pistola che ci disse di avere comprato da Sommacampagna Romeo, che era anche il ricettatore del Pastori e del Rizzi.

Adr: Pastori Marco lo rividi casualmente il 25 marzo in San Babila. Mi trovavo al bar Borgogna e lo vidi sul marciapiede di fronte. Mi avvicinai a lui perche’ meravigliato del fatto che da latitante si facesse vedere in San Babila (anche se prima ho detto che pure la sera del fatto di Parco Lambro forse ci si era incontrati in San Babila). Mi disse che aveva con se’ la pistola ed io mi meravigliai che non avesse provveduto ad eliminarla, cioe’ a disfarsene. Mi disse che quella infatti era la sua intenzione, ma prima di farlo e, dato che doveva buttarla via (quella era la sua prima pistola), voleva fare ancora qualcosa, nel senso di andare a sparare qualche colpo per intimorire i “compagni”. Io mi lasciai convincere e lo accompagnai. Prima rubammo una macchina davanti il tribunale, una Fiat 128 a gas che trovammo con le chiavi dentro; era nel parcheggio esterno del palazzo di Giustizia e ricordo che nell’ andar via pagammo pure il posteggiatore. Ho gia’ detto che solo cosi’ noi sapevamo rubare le macchine, prendendo cioe’ quelle aperte con le chiavi dentro. Facemmo un giro passando prima vicino alla societa’ umanitaria, dove pero’ non trovammo nessuno. Ci dirigemmo quindi alla facolta’ di Architettura dove ci limitammo a sparare dei colpi ad una certa altezza. Preciso che io guidavo ed il Pastori sparava dal finestrino. Quindi giungemmo fuori della casa dello studente, dove c’ era gente. Quelli che ho indicato sono i luoghi in cui in genere andavamo a far casino con gli avversari politici.
In particolare avevamo un conto aperto con quelli della casa dello studente. Li’ appunto il Pastori sparo’ degli altri colpi, sempre tenendo la mira abbastanza alta, e disgraziatamente uno dei colpi rimbalzando ando’ a ferire una bambina. Scappammo immediatamente, o meglio ripartimmo immediatamente ma la nostra vettura fu bloccata da una mini che ci venne proprio addosso per bloccarci. Scendemmo dalla macchina e ci demmo alla fuga inseguiti dalla folla. Io riuscii a cavarmela mentre il Pastori fu bloccato.

Adr: non so quanti colpi Pastori avesse sparato, certo e’ che al momento della fuga la pistola era ormai scarica tant’ e’ che egli la butto’ via cosi’ fu poi rinvenuta. Il Pastori venne dunque subito catturato ed io seppi il giorno stesso che aveva fatto il mio nome perché la sera telefonai a casa ed appresi che gia’ vi era stata la polizia.

A questo punto essendo le ore 14.40 l’ interrogatorio viene sospeso e rinviato per la prosecuzione a lunedì 11 novembre ore 15.30, in questo luogo.

L.c.s. ­

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Vincenzo Vinciguerra – dichiarazioni 12.01.95 sul capitano Delfino

Avanguardia Nazionale è stato un gruppo che ha operato per conto del Principe Borghese , l’ufficiale Delfino rientra tra coloro che si trovavano in una posizione sovrastante tale gruppo e non all’interno di esso. Voglio aggiungere che successivamente all’operazione di PG che portò all’arresto dei noti Borromeo e Spedini, Stefano Delle Chiaie me ne parlò in tono abbastanza risentito in quanto il capitano Delfino, e genericamente i Carabinieri della zona, conoscevano l’attività svolta dai due anche per quanto riguardava il trasporto di armi e munizioni e pertanto l’arresto era stato strumentale finalizzato all’operazione successiva contro il MAR di Fumagalli. Non voglio sbagliare , ma credo di ricordare che Delle Chiaie collegasse l’allora capitano Delfino al Generale Gianadelio Maletti e mi giustificasse in tal modo l’azione anti-avanguardista di quel periodo. Sempre a livello di ipotesi posso suggerire che un eventuale collegamento fra Delfino ed Avanguardia possa essersi stabilito al tempo del Golpe Borghese, quando Toni Nirta attivò 1000-1500 uomini in Calabria la notte del sette sull’otto dicembre del 1970 per concorrere all’operazione predisposta con l’ausilio di forze militari e di polizia. Posso aggiungere che i rapporti tra Delfino e Nirta mi sono stati indicati in più occasioni come buoni mentre il Nirta conosceva personalmente lo Stefano Delle Chiaie .

Alessandro Danieletti – dichiarazioni 8.11.1985 prima parte

Alla fine ho risolto il mio conflitto decidendo di dirvi le altre cose che sapevo, pur consapevole dei rischi che ne potevano conseguire per me e per altri. Ho deciso di farlo per due ragioni: la prima, e per me piu’ importante, e’ quella di liberarmi definitivamente di tutte le scorte del passato, completando quel processo di rigenerazione personale che da tempo avevo ormai avviato e che non poteva non comprendere anche la rivelazione della verita’ su un episodio che da undici anni mi pesava e mi tenevo dentro; la seconda sta nel fatto che, se non avessi rivelato quell’episodio, non avrei potuto dare una piena e valida spiegazione delle altre cose che sapevo e so in ordine alla strage di Brescia, o meglio del modo e del perche’ ne venni a conoscenza. Ribadisco che io, ben prima che me ne parlasse la Marilisa nei termini che ho gia’ indicato ero a conoscenza del fatto che Ferri Cesare era stato l’ autore della strage di Brescia.

piazza-della-loggia

Ne ero a conoscenza perche’, come ho gia’ accennato, fu egli stesso ad ammetterlo con me in occasione del nostro primo incontro avvenuto nel carcere bolognese di San Giovanni in monte nel 1976. Ricordo che eravamo al passeggio. Devo a questo punto precisare che in realta’ vi era stato un precedente incontro tra me e il Ferri, sempre in quel carcere, ove io arrivai nel gennaio1976. Quando arrivai già sapevo che lì si trovava Ferri Cesare, in quanto provenivo da Milano ove si era a conoscenza della dislocazione dei detenuti di destra nei vari carceri. Per la precisione devo aggiungere che non arrivai direttamente a Bologna da Milano, ma da Civitavecchia ove ero stato momentaneamente trasferito a seguito di una rivolta o meglio a seguito di un grosso sfollamento disposto in conseguenza di disordini avvenuti a San Vittore. La mia destinazione sarebbe stata quella dell’ Asinara. Per evitare di finire in tale carcere, scrissi al giudice Zincani un messaggio a modello 13 dicendogli che avevo delle rivelazioni da fare.

Scrissi al giudice Zincani perche’ poco prima ero stato raggiunto da un suo mandato di cattura per ordine nero. Il dr Zincani mi fece trasferire a Bologna ove appunto arrivai nel gennaio del 1976, sapendo come ho detto, che li’ c’ era Ferri. Voglio precisare che arrivai a Bologna solo per evitare di andare all’ Asinara e solo perche’ a tal fine mi rivolsi al giudice che mi aveva poco prima spiccato un mandato di cattura, e non gia’ perche’ avessi interesse ad incontrarmi col Ferri che neppure conoscevo di persona fino a quel momento: solo sapevo che era li’ perche’ la cosa mi era nota gia’ a Milano. Arrivato a Bologna venni poi interrogato dal giudice Zincani al quale svelai la vera ragione di quel mio messaggio: il giudice si arrabbio’ ma credo che ebbe poi della comprensione per quel mio gesto o comunque ne capi’ le ragioni, tant’ e’ che mi lascio’ a Bologna. Se non ricordo male, io misi a verbale nell’interrogatorio con Zincani la vera ragione del messaggio che gli avevo mandato. Poco dopo il mio arrivo nel carcere di Bologna, chiesi alle guardie l’ indicazione della cella di Ferri, perche’ non conoscevo nessuno e perche’ sapevo, o almeno mi risultava che non vi fossero altri detenuti di destra e tanto meno di Milano. Ebbi dunque modo di recarmi in quella cella e di fare conoscenza con Ferri.
Lo riconobbi perche’ ricordavo sue fotografie pubblicate dai giornali ci presentammo. In cella con Ferri in quel momento, voglio dire in quei giorni, vi erano un certo Mazzeo Riccardo (che poi diventerà un mio grande amico), un ragazzo americano abbastanza giovane, di nome Andy, e un’altra persona che non ricordo, anche perche’ mi pare che il giorno successivo usci’ dal carcere, liberando un posto in quella cella, che andai ad occupare io. Dopo quel primissimo incontro con Ferri mi rividi al passeggio. Avevamo delle cose da dirci, delle quali solo al passeggio si poteva parlare e non certo in cella in presenza di altri. Ci si lascio’ dunque con l’ intesa di rivederci al passeggio.

Ora siceramente non ricordo se le cose che in seguito diro’ vennero fuori gia’ in occasione di quel primo passeggio insieme, ma mi paredi si’; se cosi’ non fu, certo avvenne in uno dei giorni immediatamente successivi. Il discorso inizio’ perche’ Cesare era mosso da un grande interesse di sapere da me come erano andate effettivamente le cose a Pian di Rascino (credo che egli avesse gia’ avuto occasione di parlare quanto meno col D’Intino, verso il quale peraltro, come ho gia’ detto, non nutriva certo simpatia, ma voleva evidentemente sentire anche la mia versione), ed inoltre gli premeva sapere da me cose che eventualmente avesse detto Esposti Giancarlo su di lui e su brescia. Ricordo che mi sottopose ad un fuoco di fila di domande e per soddisfare la sua curiosita’ ed il suo interesse, fece leva ed utilizzo’ la conoscenza che mostrava di avere di un grave fatto che mi aveva coinvolto, e cioe’ l’ omicidio del Parco Lambro.
Mi disse che ne era a conoscenza in quanto gliene aveva direttamente parlato Pastori Mario, e cioe’ il protagonista di quell’ episodio. Mi preciso’ che pastori gliene aveva parlato a San Vittore. Pastori era detenuto a san vittore per il fatto della casa dello studente ed era stato arrestato il giorno stesso di quel fatto. Usci’ per scadenza termini nel dicembre 1975 a conclusione del processo di primo grado. Sia per il Pastori che per me fu disposta la scarcerazione per scadenza termini in quanto il reato fu derubricato da tentato omicidio in lesioni colpose, essendosi in effetti trattato di un colpo di rimbalzo; fummo condannati a tre anni e undici mesi (oltre alle lesioni, i nostri addebiti comprendevano il furto dell’auto usata nella occasione e i reati di armi), successivamente ridotti in appello. Io ovviamente rimasi in carcere per altra causa, mentre Pastori usci’. Poiche’ quando arrivai io a san vittore nel novembre – dicembre 1975 Ferri non c’ era, evidentemente quel colloquio tra il pastori ed il Ferri sul fatto del Parco Lambro era avvenuto in precedenza. Per quanto a me risulta, il Ferri e il pastori in liberta’ non si erano mai conosciuti. Tornando al colloquio tra me ed il Ferri, devo dire che Ferri mostro di sapere tutto del fatto del Parco Lambro, cosa che mi fu rivelata da alcuni accenni che egli fece, del tutto inequivocabili. Io ammisi che le cose stavano in quei termini e gli parlai io stesso di quel fatto. Ripeto che questo fu l’ argomento che egli utilizzò per indurmi a parlare di Pian del Rascino e delle cose che poteva avermi detto Esposti Giancarlo. Vi era anche un altro punto che gli stava a cuore e che affronto’ con me dopo una iniziale fase di studio si trattava delle cose dette da D’Intino dopo il noto conflitto a fuoco. Ci fu una fase di studio perche’ Ferri, sapendo indubbiamente chi fossi, non mi conosceva e ignorava quali legami vi fossero trame e il D’Intino, verso il quale aveva chiaramente motivi di rancore.

Alessandro D'Intino

Mi chiese cosa pensassi del fatto che D’Intino a Pian di Rascino avesse tirato fuori il suo nome, con tutto quello che da cio’ consegui’ in termini di rischio per lui. Chiaramente si attendeva un giudizio negativo da parte mia ed infatti non potei dargli torto riguardo a quel comportamento di D’Intino, anche se gli feci presente che D’Intino fece il suo nome, cosi’ come quello di altri, tanto per fare dei nomi perche’ aveva il fucile puntato in faccia.
Ferri non accetto’ minimamente questo tipo di spiegazione e ribadi’ il suo livore nei confronti di D’Intino, sia perche’ non ammetteva che pure in una situazione come quella che gli avevo descritto D’Intino si fosse lasciato andare facendo dei nomi, sia soprattutto perche’ aveva fatto proprio il suo nome, con la conseguenza di fargli correre un enorme rischio, era poi venuta fuori la sua fotografia sui giornali ed egli era stato riconosciuto da un prete. In sostanza disse che per colpa di quel cretino di d’intino c’era stato il rischio che si rovinasse una cosa che lui Ferri aveva fatto alla perfezione. A Ferri non parve accettabile la giustificazione che io diedi al comportamento di D’Intino, anche perche’ mi fece osservare che invece io, pur col fucile puntato contro come D’Intino e pur essendo un po’ l’ ultimo arrivato, di nomi non ne avevo fatti, neppure a casaccio. Io certo non gli potei replicare che da me nomi non uscirono perche’ non ne avevo da fare; Chiaramente in quel momento mi conveniva fare la figura di colui che aveva taciuto, anche in una situazione drammatica.
A questo punto tengo a precisare che nel primo colloquio che ebbi in quel carcere di Bologna vennero toccati un po’ tutti i temi che in parte ho gia’ riferito e di seguito sviluppero’, temi che vennero poi ripresi in successivi colloqui che avemmo in quella comune carcerazione. Io ed il Ferri infatti rimanemmo insieme per un certo periodo, anche se non a lungo in quel carcere, condividendo quasi subito anche la stessa cella. E’ chiaro che a distanza di tanto tempo non sono in grado di riportare nella loro successione e concatenazione tutti gli argomenti che furono oggetto dei nostri colloqui. Li’ riferisco nel loro insieme e non esattamente nell’ordine in cui vennero affrontati e discussi. Ho detto che Ferri mostro’ un notevole interesse per le cose che poteva avermi detto esposti negli ultimi giorni della sua vita, e piu’ in generale per la vicenda di Pian di Rascino, per le cose che accaddero in quei giorni, per le persone che ci capito’ di vedere e contattare. Questi grosso modo furono gli argomenti iniziali affrontati dal Ferri.

Rispondendo al fuoco di fila delle sue domande, ricordo che gli raccontai che finimmo a Pian di Rascino abbastanza per caso, che esposti aveva in animo di compiere un grosso attentato (al riguardo riferii le stesse cose che ho detto a voi), un attentato che avrebbe superato, per la sua entita’, anche la strage diBrescia; Che avevamo piu’ volte incontrato Benardelli Luciano, il quale ci aveva fornito parte dell’ esplosivo; che nei discorsi fatti a Pian di Rascino dopo la strage di Brescia, Esposti aveva detto che la strage l’ aveva potuta fare solo lui, il Ferri (in cio’ chiaramente bleffai, perche’ come ho gia’ detto, a pian di rascino si fecero solo delle congetture; anzi preciso che furono D’Intino, Vivirito ed esposti a fare quelle congetture che riguardavano non solo Ferri ma anche Zani, anche se vi fu una particolare insistenza sul nome di Ferri da parte di una dei tre che ora non riesco a ricordare). A fronte di tale ultima cosa Ferri inizialmente si scherni’, ma poi fini’ per ammettere di avere fatto la strage di Brescia tanto che, non rammento se nel primissimo colloquio o in quelli successivi, aggiunse che l’ aveva fatta da solo. Non solo, ma, con una evidente punta di compiacimento, sottolineo’ il fatto che era una strage andata a segno, in quanto aveva colpito degli avversari politici senza coinvolgere gente qualsiasi. L’ unico rammarico manifestato con me dal Ferri riguardo’ il fatto che la bomba colpi’ solo avversari politici e non anche le forze dell’ ordine.

Mi disse inoltre che l’ esplosivo o meglio che dell’ esplosivo era stato rifornito in precedenza a lui e allo Zani in un certo quantitativo, che capii essere abbastanza cospicuo, da esposti giancarlo. Cio’ Ferri disse nell’ ambito dello stesso colloquio in cui vennero fuori quelle cose sulla strage di brescia che sopra ho riferito, per cui io fui portato a ritenere che mi avesse parlato proprio dell’ esplosivo di Brescia.

A questo punto si da’ atto che l’ avvocato Orlandi ed il segretario si allontanano per altri impegni. L’ ufficio avverte l’ avvocato Orlandi che il presente interrogatorio, sempre che il Danieletti vi acconsenta, continuera’ ancora per un po’ e che verra’ poi ripreso domani alle ore 9.15.