Carlo Digilio – dichiarazioni 06.04.1994

Innanzitutto mi sembra opportuno precisare ancora meglio la attivita’ che intrapresi a partire dalla morte di mio padre, il suo significato e quanto a mia conoscenza in relazione ad altre strutture che in quegli anni, in Veneto, operavano su un piano diverso dal mio, ma in qualche modo ad esso contiguo. Come ho gia’ detto io svolsi attivita’ di informazione facendo riferimento al comando FTASE di Verona a partire dal 1967 al 1978. La struttura informativa che operava all’ interno di questo comando era una struttura informativa della CIA interessata ovviamente ad avere il maggior numero di dati sulla situazione italiana e ad effettuare una sorta di controllo sull’ area del triveneto che era una di quelle di maggiore interesse. Prima di iniziare questa attivita’ avevo conosciuto occasionalmente Soffiati Marcello al Lido di Venezia in un contesto del tutto normale e lo rividi casualmente a Verona proprio nei medesimi uffici cui io stesso facevo riferimento. Si trattava di una palazzina all’ interno del comando di Verona, pero’ a se’ stante ed indipendente.

In sostanza Soffiati faceva il mio medesimo lavoro, pur riferendosi a Bandoli e cioe’ a persona diversa a quella cui facevo riferimento io. Soffiati aveva avuto uno o piu’ nomi in codice, ma in questo momento proprio non li ricordo e li comunichero’ all’ ufficio se riusciro’ a farmeli venire in mente. La struttura comportava l’ impegno sia di militari americani in servizio presso la base sia di altri americani che si trattenevano in Italia per qualche tempo, incaricati di specifici servizi di informazione, sia di cittadini italiani che costituivano in sostanza una rete di informazione sul territorio.

Non erano tutte persone di destra, c’ erano anche persone che potevano essere di orientamento democristiano o liberale purche’ tutto sicuramente anticomunista. Ho difficolta’ ad indicare altri italiani perche’, pur non essendone certo, posso ritenere che qualcuno di essi sia ancora in servizio presso tale struttura e quando io mi dimisi formalmente, nel 1978, ebbi la consegna di mantenere il silenzio sulla rete di informazione di cui ero a conoscenza. Posso comunque dire che la rete era formata da diverse sezioni, ognuna delle quali riferentesi ad un determinato ambiente in cui raccogliere informazioni come ad esempio il mondo industriale, l’ estrema destra, l’ estrema sinistra e cosi’ via. Fra le persone incaricate di specifiche missioni di informazione ricordo un latino americano che era venuto in Italia per qualche tempo per acquisire notizie sugli esuli cileni rifugiatisi dopo il golpe contro il governo Allende e che erano in contatto con l’estrema sinistra locale. Io non ho avuto rapporti diretti con questa persona che era invece uno dei referenti di Soffiati nell’ ambito dalla raccolta di informazioni sugli esuli sud americani di cui avevo gia’ accennato. Io, nel corso degli anni, ho avuto quattro referenti americani che si sono succeduti e due di questi erano di origine italiana. Nel corso della mia attivita’ ho eseguito una dozzina di incarichi di informazione in diversi settori, non necessariamente sul mondo della estrema destra. D’ altronde non erano necessariamente raccolte di informazioni a sfondo direttamente politico perche’ nel corso della mia attivita’ sono stato incaricato anche di eseguire la ricerca di materiale radioattivo trafugato. Ho gia’ fatto cenno all’ attivita’ di informazione e di ricerca sui 10 quintali di esplosivo trafugati dal capannone di una ditta che effettuava lavori di sbancamento a Bosco Chiesanuova.

In merito posso precisare che l’ interesse a questo trafugamento era soprattutto legato al fatto che il furto fosse avvenuto non distante dalla base di Verona in quanto Bosco Chiesanuova si trova a una dozzina di chilometri da Verona e quindi l’ acquisizione di informazioni su tale furto, che risulto’ poi essere avvenuto a scopo sostanzialmente di lucro, era di interesse in relazione alla sicurezza della base. Avevo un ricompensa in contanti a scadenza non fissa che mi consentiva di vivere unitamente all’ attivita’ di contabile che svolgevo in varie ditte. Infatti, solo dal 1976 avevo iniziato ad occuparmi del poligono di Venezia, con la mansione di aiuto – segretario, e solo dal 1978 ne divenni segretario amministrativo e direttore di tiro, dedicandomi quindi completamente a tale attivita’.

Poiche’ l’ ufficio mi chiede di spiegare meglio cosa fosse la organizzazione Sigfried e se avesse attinenza con altre strutture chiamate nuclei difesa dello stato o legione, la cui esistenza e’ emersa nel corso di recenti atti istruttori, posso spiegare quanto segue. La struttura cui facevo riferimento io e le altre cui adesso si e’ fatto cenno erano due realta’ diverse, seppur con momenti di contatto e di osmosi. In pratica i Nuclei Difesa dello Stato o Legioni e il gruppo Sigfried di cui faceva parte il professor Franco facevano riferimento a strutture dell’ esercito italiano e consistevano, per dirla breve, nell’ approntamento di gruppi di civili destinati ad affiancare, in caso di necessita’ e come supporto, le strutture militari ufficiali. I Nuclei Difesa dello Stato piu’ precisamente si chiamavano nuclei territoriali in difesa dello stato o Legioni ed erano collocati strategicamente in diverse regioni. Quella di Verona era la quinta. In sostanza erano formate da persone che si erano tenute sempre in contatto con l’ esercito, come ex sottoufficiali, ex carabinieri, ex combattenti delle varie armi e costituivano dei piccoli plotoni che facevano addestramento anche con militari in servizio. Erano piccole unita’ capaci anche di essere indipendenti una dalla altra, secondo le tecniche di un certo tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i capi gruppo. L’ esistenza di questa struttura in sostanza semiufficiale era pienamente nota alle autorita’ militari.

spiazzi

A partire da un certo momento fu sciolta e forse reinglobata in altre strutture. Il suo fine era la difesa del territorio in caso di invasione e se necessario aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommosse da parte dei comunisti. In sostanza questa struttura seguiva la linea ortodossa della nato. Era sicuramente presente in Veneto in forze, in Alto Adige e in Valtellina, ove ad essa facevano riferimento le persone del gruppo Fumagalli, persone che io comunque non ho mai conosciuto.  A Verona il responsabile o uno dei responsabili era il colonnello Spiazzi. Dico questo non per scienza diretta, ma solo perche’ il nome era noto nell’ ambiente con tale veste. Io non ho mai fatto parte di tale struttura in quanto avevo gia’ un altro punto di riferimento. Ricordo tuttavia che fui invitato da Bandoli a seguirlo in una occasione allorche’ un gruppo di questi nuclei effettuo’ una seduta di addestramento ed aggiornamento ad Avesa e cioe’ un poligono di tiro vicino a Verona. Io e Bandoli ci andammo solo per verificare la serieta’ e la affidabilita’ e poi riferirle al comando di Verona.

Ricordo che mi fu fornita una tuta mimetica come era d’ uso allorquando partecipassero dei civili che non avrebbero potuto certo stare in abiti borghesi. Poiche’ l’ ufficio mi comunica che in tale occasione sarebbe stato presente anche il colonello Spiazzi, devo dire che sinceramente della sua presenza non mi ricordo. C’erano comunque vari ufficiali che presiedevano all’ andamento dell’ esercitazione. Tali gruppi utilizzavano poligoni come questo oppure localita’ isolate per prove di efficienza fisica, uso della radio e tutto quello che e’ connesso ad un coordinamento tattico in caso di resistenza non convenzionale. Questa mia esperienza ad Avesa puo’ collocarsi piu’ o meno nel 1968. Bandoli ed io riferimmo positivamente in merito all’ esercitazione e la relazione fu fatta dal Bandoli. Poiche’ l’ ufficio mi fa cenno alla denominazione piano di sopravvivenza in relazione a tali Nuclei, posso confermare che piano di sopravvivenza o corso di sopravvivenza era una terminologia propria di un tipo di addestramento che doveva consentire di resistere in caso di invasione, fino alla riorganizzazione delle forze regolari. Faceva quindi parte della realta’ di questi Nuclei addestrarsi per essere pronti ad affrontare tali necessita’.

Quanto al gruppo Sigfried, di cui faceva parte il professor Franco, era una piccola realta’ sostanzialmente interna a questa area dei Nuclei in Difesa dello Stato. In sostanza era una specie di associazione culturale che riuniva qualche diecina di ex combattenti ed ex militari quasi tutti provenienti dalla Repubblica Sociale italiana.

Del resto il nome fa riferimento ad una linea di difesa tedesca utilizzata durante la seconda guerra mondiale credo proprio in Italia forse a Vittorio Veneto il professor Franco ne aveva una piccola sede sostanzialmente si riunivano in occasione di ricorrenze militari e visite ai cimiteri di guerra. E’ possibile che di tale associazione facesse parte anche il cognato del professor Franco che era sempre con lui e credo ne condividesse gli ideali e gli interessi. Poiche’ l’ ufficio mi fa il nome di tale Bertoni Giancarlo di Verona, che faceva il fiorista, quale membro del gruppo Sigfried, posso dire che tale nome in questo contesto non mi e’ nuovo, ma con ogni probabilita’ era un conoscente di Soffiati e io non l’ ho mai conosciuto.

Ovviamente fra l’ ambiente che lavorava per il comando di Verona e questa struttura dei Nuclei in Difesa dello Stato e del gruppo Sigfried di cui si e’ parlato, pur essendo diverse, c’ erano momenti di osmosi. Infatti il professor Franco chiese al comando di Verona di mandare una persona non conosciuta e non esposta politicamente nella zona di Treviso / Vittorio Veneto al fine di seguire le attivita’ di Ventura e per l’ appunto fui mandato io. Dai vari incontri con Ventura io riferii in tutti i dettagli al professor Franco, che era direttamente interessato, e feci poi un racconto piu’ sommario al comando di Verona. In questo quadro generale, la posizione di Soffiati Marcello, che ha svolto la mia medesima attivita’ di informazione, era peraltro diversa dalla mia. Infatti egli era in effetti un membro di ordine nuovo di Verona e quindi la sua attivita’ e quindi la sua ideologia politica non coincideva sempre con l’ attivita’ che aveva accettato di svolgere essendo un conflitto fra i suoi ideali radicali e lo impegno di carattere atlantico. Per quanto mi concerneva, io non vivevo questo conflitto non essendo di idee ordinoviste. A Venezia, nella seconda meta’ degli anni 1960, io gravitavo piu’ in un ambiente di destra generico in cui vi erano diversi esponenti dell’ allora fronte nazionale del principe borghese e quindi si trattava di un ambiente meno radicale e piu’ portato agli agganci con i militari. Indubbiamente questo ambiente, a partire dalla fine degli anni 1960, contava e viveva nell’ attesa di un mutamento istituzionale. Anche a Venezia era previsto che in caso di golpe la citta’ fosse controllata quantomeno da seicento persone per il mantenimento dei servizi essenziali e il fronte nazionale si era mobilitato per reperire il maggior numero di simpatizzanti possibili anche negli ambienti istituzionali. Come in altre citta’, per la notte del 7 dicembre era concordato il concentramento in punti determinati. Il concentramento effettivamente ci fu, ma poco dopo giunse il contrordine con vivo disappunto di tutti i presenti. Erano presenti sia militari che civili come del resto credo in altre citta’ d’ Italia.

Posso precisare che a Venezia il punto di concentramento era l’arsenale cioe’ lo spiazzo dinanzi al comando della marina militare. Anche di queste iniziative io riferii regolarmente a Verona che quindi misi al corrente dei vari sviluppi. Anche Soffiati partecipo’ all’ analogo concentramento a Verona. Tornando quindi ai rapporti con Ventura e riallacciandomi alle circostanze accennate nella parte conclusiva dell’ interrogatorio in data 940305, posso confermare che con Ventura Giovanni ebbi in tutto quattro o cinque incontri. Effettivamente egli mi chiese di aiutarlo per risolvere quei problemi tecnici circa il modo di fare deflagrare gli esplosivi cui ho accennato e io gli consigliai quella pubblicazione cercando nel contempo di capire quali fossero le sue intenzioni e i suoi progetti. Con Ventura mi incontrai, a parte l’ uscita al casolare, sempre nella sua libreria dove c’ era anche un ufficio dove poter parlare liberamente. In una occasione io vidi su un tavolo di questo ufficio due orologi da polso marca Ruhla che osservai abbastanza bene e che nel corso della conversazione Ventura mise in tasca. Nel corso della conversazione venne l’ accenno che si trattava di acquisto che aveva fatto alla Standa per poco prezzo.

Freda

Ricordo che quel giorno io, fra l’ altro, in libreria avevo comprato un paio di libri d’ arte che erano abbastanza costosi e che Ventura mi dava a prezzo scontato, e che nel corso di un incontro precedente egli mi aveva parlato del fatto che era interessato a reclutare persone per attentati dimostrativi. Nel corso di un successivo incontro egli mi parlo’ di quel problema tecnico che aveva risolto tramite un elettricista e il senso del discorso fu quasi per farmi capire che ormai potevo disinteressarmene mi disse che le modalita’ di innesco che egli aveva imparato erano le seguenti: un orologio da polso con un perno incastonato sul vetro doveva servire per chiudere il circuito al contatto con la lancetta. Dei fili di nichel cromo collegati al circuito avrebbero quindi funzionato da resistenza diventando incandescenti e facendo accendere un fiammifero antivento inserito nel detonatore che in questo modo si riusciva a far scoppiare. Ventura fece cenno a scatole di legno simili a quelle dei sigari per contenere l’ ordigno. Per la precisione Ventura accenno’ come suo consigliere ad un elettrauto che in particolare gli aveva suggerito l’ utilizzo di fili di nichel – cromo. Io riferii tutti questi discorsi al prof. Franco.

Prendo atto che la tipologia del congegno cosi’ da me descritta in quanto cosi’ riferitami dal Ventura e’ perfettamente identica a quella degli ordigni, alcuni dei quali inesplosi, deposti su dieci convogli ferroviari il 690808. In merito, posso dire che io non ebbi alcuna notizia concreta circa questi attentati, ma certamente anch’ io effettuai il collegamento dentro di me fra questi episodi e i discorsi fattimi qualche tempo prima da Ventura. D’ altronde c’ era la sensazione che i gruppi piu’ radicali avessero in mente attentati dimostrativi e anche questo era il senso del controllo, anche se non si pensava che sarebbero certo andati oltre. Indubbiamente, nell’ ambiente di destra si comprendeva che attentati anonimi avrebbero creato paura e richiesta di sicurezza da parte della popolazione e favorito il progetto di un governo militare che era coltivato. Posso aggiungere che d’ altronde in tempi successivi ai discorsi di Ventura, Soffiati Marcello, con il quale ero in buona confidenza ed amicizia, mi disse che nel suo  ambiente si era diffusa la capacita’ di preparare questo modello di congegno esplosivo del tutto particolare.

 

Posso aggiungere che nel corso di uno dei nostri incontri, Ventura Giovanni mi disse che Zorzi Delfo faceva da guardaspalle, nel corso di riunioni e di attivita’ varie, a Freda Franco, che io non conoscevo e non ho mai conosciuto di persona ma di cui mi era noto il nome. Mi disse anche che Zorzi era in contatto a Roma con i servizi segreti.

 

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