“La P2, i militari argentini e i ricordi selettivi di Cossiga” – Italo Moretti

Un’intervista rilasciata dal senatore Francesco Cossiga a La Repubblica sui  suoi rapporti con Licio Gelli e, su un piano più generale, sulla loggia
massonica P2, riproponeva il 10 ottobre scorso un tema doloroso e complesso.
Quello delle trentamila persone – desaparecidos durante la dittatura militare argentina – del loro tragico isolamento rispetto alla comunità internazionale, Italia compresa, e del ruolo preminente assunto nella prima fase della repressione dall’ammiraglio Emilio Eduardo Massera.
Triumviro della giunta militare
che prese il potere a Buenos Aires il 24 marzo 1976, quale comandante della marina e passato alla riserva nel settembre del 1976, l’ammiraglio Massera ebbe stretti legami con Gelli. Egli era iscritto alla P2, contrariamente a quanto afferma Cossiga, e fece si che l’infaticabile aretino fosse nominato consigliere dell’ambasciata argentina a Roma, anche onde ottenerne contatti importanti con personaggi ed ambienti della politica
e dell’industria italiana. L’altro potente golpista tesserato alla loggia gelliana è il generale Carlos Guillermo Suarez Mason, comandante del primo corpo dell’esercito che nel 2000, il 6 dicembre, la seconda corte d’assise di Roma presieduta da Mario Lucio D’Andria, accogliendo le richieste del pubblico ministero Francesco Caporale condannò in contumacia all’ergastolo per il sequestro e l’assassinio di cittadini italiani. Con la sua abituale franchezza, il senatore Cossiga rivela che Licio Gelli lo mise in contatto con l’ammiraglio Massera «uno dei militari argentini che era uscito dal triumvirato militare e voleva rifarsi una verginità creando nel suo paese un partito socialdemocratico ». Il senatore Cossiga chiese a Massera aiuto ad «avere le liste dei desaparecidos detenuti nelle loro carceri. Volevamo aiutare i desaparecidos italiani».
Quanto riferito da Cossiga va collocato dopo il settembre del 1978 allorché, rivestiti gli abiti civili, Emilio Eduardo Massera, alto, corpulento, bruno ed elegante, cercava di dar consistenza al progetto di un suo futuro politico, elaborato – come vedremo – nel 1977, quando l’ammiraglio era ancora membro della giunta dove condivideva l’organizzazione dei sequestri e dello sterminio insieme con il presidente della nazione, comandante dell’esercito generale Jorge Rafale Videla, ma criticava da posizioni populiste la fallimentare politica economica della dittatura. Da membro della giunta, Massera aveva già visitato Roma e l’Italia, interessato all’acquisto delle fregate Lupo costruite a La Spezia e di radar italiani creati dalla Selenia.
In qualità di inviato della Rai in Argentina (era il dicembre del 1982), io incontrai a Buenos Aires l’ammiraglio Massera nella moderna sede del suo partito, allestita al decimo piano di avenida Cerrito 1136 in un palazzo occupato dal Banco Ambrosiano del piduista Roberto Calvi che, su intervento di Gelli, Massera aveva favorito nel 1978 consentendogli un rapido ingresso nella city della capitale, con la denominazione di Ambrosiano Promociones y Servicios. Alle otto del mattino, l’ammiraglio stava leggendo la rassegna stampa sfornatagli da un ufficiale in
borghese ma ancora in servizio in quella Scuola superiore di meccanica che Masserà adibì a luogo di prigione segreta, tortura e sterminio.

La missione europea di Sobrino Miranda 

La parabola politica dell’amico di Gelli stava però avviandosi alla fase discendente, come già dalla metà del 1977. L’ammiraglio e i suoi
collaboratori, contestando il piano economico del regime considerato eccessivamente liberista e responsabile di una recesssione già in atto,
vagheggiavano l’avvento, in Argentina, di una socialdemocrazia guidata appunto dallo stesso Massera, in qualità di presidente della
nazione.
All’ex deputato peronista Luis Sobrino Aranda, Massera affidò il compito di avvicinare nel vecchio continente esponenti delle socialdemocrazie
europe e anche esuli argentini militanti del peronismo di sinistra o della stessa organizzazione armata Montoneros, coi quali contava di
allearsi. Successivamente, l’ammiraglio si riunì a Parigi col cileno Anselmo Sule, uno dei vice presidenti dell’Internazionale socialista, cui chiese di poter essere ricevuto da leader come Willy Brandt, Felipe Gonzalez e François Mitterrand.
Quanto ai desaparecidos, la repressione stava toccando il punto più cruento. Nella sua scuola di meccanica della marina, dove ne furono eliminati alcune migliaia, Massera salvò la vita di alcuni scomparsi contando di usarli come suoi propagandisti politici. Ma in quel dicembre del 1982 (il giorno che potei intervistarlo) le azioni dell’ammiraglio Massera apparivano in palese ribasso. La sconfitta subita sei mesi prima nell’avventura delle Falkland-Malvinas aveva ferito a morte il regime di Buenos Aires. L’ultimo dittatore, il generale Reynaldo Benito Bignone, negoziava già con i partiti il rientro dei militari nelle caserme e lo svolgimento di libere elezioni.
Sempre in quel dicembre, la camera dei deputati aveva inviato in Argentina quattro parlamentari del comitato permanente per l’emigrazione della commissione affari esteri: gli onorevoli Aiello, Ferrari, Giadresco e Pisoni. Il governo militare reagì irritato. E dalla visita dei nostri deputati prese spunto con me lo stesso Massera per giudicarla «una ingerenza negli affari interni di un paese». «Perché da voi la polemica scoppia solo adesso – disse beffardo l’ammiraglio davanti alla telecamera del Tg2 – sapevate tutto. Nel 1977,quando venivo a Roma e alloggiavo all’Hotel Excelsior (il quartier generale di Gelli) importanti uomini politici italiani, come Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, mi pregavano di fare qualcosa per i cittadini italiani scomparsi in Argentina».

La riluttanza del mondo politico italiano

E’ vero che si sapeva della repressione. E’ vero che ricevendo le madri dei desaparecidos i presidenti della camera e del senato, Nilde Iotti e Fanfani, assicuravano «la volontà di concorrere ad una soluzione della drammatica situazione». E’ però anche vero che al dramma non si reagì, neppure da sinistra, in una misura lontanamente paragonabile alla solidarietà che era scattata nel 1973 per il Cile. Non servono a giustificarlo né il gran daffare di Licio Gelli e della P2, che pure riusciva a condizionare l’informazione del Corriere della Sera, né la pressione sul governo di Roma delle industrie italiane operanti attivamente in Argentina.E’ più probabile che il mondo della politica italiana – mentre da noi il terrorismo delle brigate rosse seminava morte – non abbia saputo o voluto approfondire la conoscenza di quanto accadeva in Argentina. Dove agivano, anche sul piano del terrorismo, due organizzazioni armate: i Montoneros, figli del peronismo e l’Erp, l’esercito rivoluzionario del popolo, di matrice trozkista. Ma dove scomparivano a migliaia persone lontane dalle armi e dalla violenza, operai, sindacalisti, studenti medi e universitari, insegnanti, giovani pacifisti, giornalisti, i loro amici e gli amici dei loro amici? Alla sostanziale inerzia dell Italia, si univa, assai più vantaggiosa per la dittatura, il comportamento delle due grandi potenze. li Stati uniti di Richard Nixon e Henry Kissinger diedero naturalmente sostegno al golpe. Si è scritto che il premio Nobel per la pace Henry Kissinger disse al primo ministro degli esteri della dittatura, l’ammiraglio Cesar Augusto Guzzetti: «Se dovete uccidere, fatelo subito». Alla Casa Bianca stava arrivando Jimmy Carter. L’Unione Sovietica di Leonid Breznev stipulò con i generali argentini un autentico patto: lo scambio del suo silenzio con la vendita a Mosca di una ingente quantità di grano, della quale l’Urss aveva enorme bisogno. A Buenos Aires, il piccolo Partito comunista argentino, obbedendo alle direttive del Cremlino, fiancheggiava la dittatura cercando di convincere anche me che fosse necessario distinguere un tiranno violento come Augusto Pinochet da un “moderato” quale il presidente Videla.

Debbo adesso confessare ai lettori di Europa che anche io ho avuto, in Sudamerica, una tessera della P2, ma era in bianco. Nel maggio del 1981,
Licio Gelli sfuggiva ad un mandato di cattura internazionale. I vice questori Edmondo Patuto, dell’Interpol, e Giulio De Luca, dell’Ucigos, lo
cercano anche in Uruguay dove, in coppia con Umberto Ortolani, ha fondato un impero economico, finanziario ed immobiliare.
Il 28 maggio 1981, i servizi segreti dell’esercito uruguayano, un po’ per faide interne e un po’ per conto terzi, fotografano in una villa di Gelli, a Carrasco, l’intero archivio del Gran maestro. I due 007 italiani ne riferiscono a Roma, sottolineando che «la situazione economica di Gelli è molto florida». Hanno anche scoperto che Licio Gelli utilizza il passaporto diplomatico italiano numero 204 (“sic”, osservano sorpresi nel rapporto) nonché il passaporto diplomatico argentino 004504.

A casa dell’imprenditore Carmelo d’Amore

A Montevideo mi portano in quei giorni nella casa di un imprenditore italiano, Carmelo D’Amore, che ha denunciato il Bafisud, il Banco di Ortolani di cui Gelli è socio. Sostiene che il banco lo ha truffato. Il signor D’Amore frequenta molti generali della dittatura ururguayana. Mi fa capire che lui i dossier della P2 li conosce bene. E come per darmene una prova, estrae da un cassetto una tessera ed esclama divertito: «Gliela
regalo, è un pezzettino dell’archivio di Gelli». E aggiunge, scherzando ma non troppo: «E’ in bianco, potrebbe intestarla a qualche suo…
amico».Tornato a Roma, consegnai in fretta ad un notaio quel documento, la Card della World Organization of Masonic Thought and Assistance (Via Condotti, 11 Roma telefono 06687095.
E ad Arezzo, telefono 057521225). Qualche tempo dopo fui convocato dal consigliere istruttore del tribunale di Roma, Cudillo, perché il notaio, impaurito, aveva “girato” alla magistratura quell’ingombrante tessera della P2.

 

http://www.europaquotidiano.it/2003/10/22/la-p2-i-militari-argentinie-i-ricordi-selettivi-di-cossiga/

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