“Andreotti occulto” – Massimo Teodori

La negazione dei rapporti con Gelli e della conoscenza della P2

Da quando è venuta alla luce la realtà della P2, il nome di Giulio Andreotti è stato associato frequentemente alla Loggia. Molti, anche esplicitamente, hanno indicato nel leader democristiano il capo della P2. Lo ha affermato di fronte ai magistrati la signora Clara Calvi, vedova del banchiere riferendo un’opinione di suo marito; lo ha sostenuto l’ex braccio destro di Michele Sindona, Carlo Bordoni e, più autorevolmente, lo hanno indicato uomini politici nel corso di vari dibattiti pur se con un linguaggio cifrato e allusivo.

Nel corso della nostra ricostruzione abbiamo esaminato che cosa in effetti sia stata la loggia P2 per oltre un decennio. Il filo conduttore della nostra indagine non si è basato sulla semplice lettura degli elenchi che sono stati trovati a Castiglion Fibocchi con i relativi nomi, ma sui fatti specifici che hanno dato sostanza alle trame dell’organizzazione massonica per delinquere. La nostra conclusione è che si è trattato di un agguerritissimo gruppo di personaggi che si sono insediati nei gangli vitali dello Stato e della società al fine di snaturarne i meccanismi legali di funzionamento sostituendoli con metodi mafiosi grazie alla costante connivenza di settori correnti e uomini politici.

andreotti

Dunque, la P2 che emerge dai fatti non è un’organizzazione esterna al potere che ha svolto un’azione eversiva in quanto centrale autonoma, ma si configura come un elemento interno e connaturato alla degenerazione del sistema democratico in partitocratico. Da tutte le trame militari, finanziarie, editoriali e di altro tipo ricostruite nel corso del libro risulta puntualmente che, senza la partecipazione interessata dei responsabili ufficiali di questi diversi settori e senza le coperture politiche, le manovre piduistiche non avrebbero potuto realizzarsi.

Soltanto in questo quadro si comprende quale sia stato il vero rapporto fra Andreotti e Gelli e il vero uso che della rete P2 e dei suoi uomini abbia fatto nel corso degli anni il leader democristiano. Il legame tra lo statista e il maestro venerabile è stato di carattere specialissimo, anche se non formale come vorrebbero coloro che, banalizzando, indicano in Andreotti il »babbo della P2. Il più longevo ministro della Repubblica non ha mai avuto bisogno di prendere la tessera della Loggia, neppure quella onoraria, per essere il manovratore e il punto di riferimento qualificato della consorteria piduista. Andreotti, più che esserlo formalmente, a nostro avviso merita di essere designato come capo della P2 per le azioni e le protezioni effettuate e per l’impiego del personale piduista e della relativa rete di potere di cui si è giovato per tanto tempo.

Lo dimostriamo con quel che segue.

Nelle sue dichiarazioni alla commissione parlamentare d’inchiesta e alla stampa, Andreotti ha costantemente negato di conoscere Licio Gelli in quanto capo della P2 e di aver avuto rapporti con lui al di fuori di poche e specifiche circostanze.(1) Questo atteggiamento, contraddetto da molti fatti specifici, rivela una volontà menzognera da parte dello statista che non può esser dettata altro che da motivi di occultamento.

In sostanza Andreotti afferma di avere genericamente conosciuto Gelli nella prima metà degli anni Sessanta come direttore di uno stabilimento di materassi di Frosinone e di averlo poi reincontrato alla fine del 1973 a casa di Perón in Argentina in occasione del suo insediamento alla Presidenza nella seconda versione. Dopo di allora e successivamente al 1977, Andreotti sostiene di avere incontrato Gelli solo come incaricato dell’Ambasciata argentina a Roma per preparare incontri con politici di quel paese. A un giornalista che gli chiede: “Che ci faceva tanto spesso Gelli a Palazzo Chigi?”, Andreotti risponde: “Due o tre volte l’ho visto quando venne in Italia l’ammiraglio Massera, prima come capo della giunta militare argentina e poi quando fondò, nel suo paese, un nuovo partito socialdemocratico. Ancora, poi, per la visita in Italia del generale Videla”.

L’allora presidente del Consiglio restringe tutti i contatti con Gelli alle sue funzioni di rappresentante argentino: “Una certa utilità veniva da questo contatto nel senso che Gelli chiedeva di essere visto e dava delle informazioni sui problemi che potevano essere discussi, compreso il penoso problema degli scomparsi; qualche caso riuscimmo a risolverlo proprio attraverso questi contatti di carattere internazionale nei confronti di Gelli “.(2)

E’ singolare che un presidente del Consiglio tratti ripetutamente con un addetto di terz’ordine di un ambasciata, conoscendo per di più che tale personaggio è di nazionalità italiana. Come mai il ministro degli Esteri, Arnaldo Forlani, (3) stando alle sue dichiarazioni, non seppe mai nulla, di incontri e contatti diplomatici fra Stati come quelli fra Argentina e Italia? E non è neppure attendibile la motivazione che Andreotti fornisce dell’interessamento attraverso Gelli per i desaparecidos, essendo noto, già fin da allora, che proprio l’ammiraglio Emilio Massera e il generale Jorge Rafael Videla erano tra i maggiori responsabili della scomparsa di tante persone.

Dove la credibilità di Andreotti raggiunge il punto più basso è nel negare la conoscenza di Gelli come personaggio massonico e nell’asserire la sua assoluta ignoranza della loggia P2. “Che fosse un personaggio massonico, che facesse iniziazioni o proselitismo, questo l’ho appreso soltanto quando sono venute fuori le polemiche” [1981] : così testimonia lo statista contro ogni evidenza.(4)

Fin dal 1974 le note dei diversi servizi informativi parlano della P2 e di Gelli. La Guardia di Finanza se ne occupa nel 1974, il ministero dell’Interno nel 1974,1975 e 1976 e persino il SID con un rapporto alla magistratura sull’eversione del 1974. Non è credibile che Giulio Andreotti, presidente del Consiglio nel 1972, ministro della Difesa nel 1974 quando si stilavano le note della Guardia di Finanza e del SID e poi in altri incarichi ministeriali fino alla nuova presidenza del Consiglio nel 1976, non sia mai venuto a conoscenza di quei documenti che dovevano essergli comunicati in funzione delle sue responsabilità ministeriali.

In particolare, durante il 1974, Andreotti da ministro della Difesa è fortemente impegnato nella polemica sui servizi segreti e nella vicenda Miceli Maletti relativa all’eversione. Le note dell’ammiraglio Casardi del SID e del questore Santillo dell’Antiterrorismo si occupano appunto di eversione e P2, ed è fuori da ogni logica quel che Andreotti ha affermato, di conoscere cioè Gelli solo come personaggio legato agli argentini.

La notorietà di Gelli, in quanto capo della P2, era assai diffusa anche presso il largo pubblico in seguito alla pubblicazione di notizie stampa. Abbiamo indicato nel capitolo secondo, gli ampi servizi che furono dedicati al maestro venerabile fin dal 1973 e poi nel 1976 in occasione del delitto Occorsio e ancor più negli anni successivi, perfino con interviste su giornali a larga diffusione e con il libro sulla massoneria di Roberto Fabiani del 1978.

Ma Andreotti nega ostinatamente di aver saputo della P2: “L’esistenza della loggia P2 l’ho appresa negli ultimi anni, cioè quando sono insorte polemiche nel periodo successivo ai miei incarichi di governo” [1980 81] .(5)

Eppure le sue relazioni con il capo massone erano talmente note che ne parlavano perfino quelle informative dei servizi segreti che lo stesso Andreotti afferma di ignorare. L’informativa del SID su Licio Gelli del 1974 recita: “[Gelli] conobbe successivamente l’on. Andreotti allora ministro della Difesa e da questi ottenne la commessa di 40.000 materassi per le forze armate della Nato”.(6) L’informativa della Guardia di Finanza del marzo 1974 afferma: “Sicura l’esistenza di rapporti con Andreotti ed altri elementi della sua corrente, relazione che sembra risalire al periodo frusinate”.(7)

E’ ipotizzabile che già fin da quei lontani anni ci fosse una congiura che passava attraverso gli stessi corpi dello Stato per associare Andreotti alla P2? La conferma della relazione Gelli Andreotti proviene dai personaggi più diversi che convengono su questa valutazione lungo un ampio periodo di tempo. Giovanni Fanelli, assistente di Gelli in loggia, depone nel giugno 1981 dal magistrato: »Non avevo motivo di dubitare di Gelli che intratteneva rapporti con Andreotti e con Cossiga (ciò so con certezza perché accompagnavo personalmente il Gelli agli appuntamenti, attendendolo in macchina per circa 3/4 d’ora, un’ora)… ,(8) Il generale Luigi Bittoni testimonia anch’egli nel dicembre 1981: »Nel nostro ambiente [militare] era notorio che il Gelli vantava appoggi da parte di Andreotti… .(9) Il Gran Maestro della massoneria di Palazzo Giustiniani dal 1970 al 1978 Lino Salvini, afferma di fronte alla commissione d’inchiesta: »[Gelli] faceva continuamente riferimento a Giulio Andreotti… Lui vantava una grossa amicizia con l’onorevole Andreotti, però io non vedevo chi c’era a parlare con lui dall’altra parte del filo! .(10) Il giornalista Roberto Fabiani riferisce di fronte alla commissione che Gelli gli disse che si incontrava con Andreotti per discutere delle nomine dei vertici militari nel 1977-78; alla richiesta se non la reputasse una vanteria, risponde: »No, perché ero addestrato a capire quando [Gelli] la “sparava” grossa e quando diceva la verità. Questa aveva l’aria di essere una verità .(11)

Andreotti tende a minimizzare il personaggio Gelli dichiarando: »Non ho mai avuto la sensazione che fosse un personaggio importante . Pretende di ricondurre la sua conoscenza della P2 soltanto a dopo Castiglion Fibocchi: »Prima, che esistesse una loggia particolare… non ho mai avuto occasione di saperlo o di averne anche indirettamente notizia . Anche questa affermazione non è accettabile e per dimostrarne la falsità, basta solo ricordare un’unica ma significativa circostanza.

Alla fine del 1976, mentre il presidente del Consiglio è fortemente impegnato sulla questione Sindona, Gelli firma pubblicamente e organizza delle dichiarazioni giurate (affidavit) in favore del bancarottiere. Quell’atto ampiamente pubblicizzato, il maestro venerabile lo compiva ufficialmente come responsabile della P2 per cui la circostanza non poteva sfuggire ad Andreotti, capo del governo e attentissimo osservatore delle vicende sindoniane.

Quel terribile 1974. Il dossier M.Fo. Biali, strumento di ricatto nella politica delle informazioni occulte

Il 1974 è un anno cruciale per Andreotti. Nel marzo torna al governo come ministro della Difesa e vi resta fino a novembre quando viene trasferito al ministero del Bilancio. La polemica sui servizi segreti infuria e Andreotti ne è uno dei protagonisti come protettore del generale Maletti contro il capo del SID, generale Miceli, appoggiato da Moro.

E’ in questi frangenti che l’azione di Andreotti si incontra con quella della P2 non solo per le faide interne ai servizi d’informazione che si svolgono tutte fra piduisti (Miceli Maletti e i loro collaboratori) quanto soprattutto per ció che avviene ai vertici della Guardia di Finanza. Ad agosto su indicazione del ministro della Difesa Andreotti e delle Finanze Tanassi viene nominato al vertice delle Fiamme Gialle il generale Raffaele Giudice che risulterà, dopo alcuni anni, a capo di una banda delinquenziale di contrabbandieri del petrolio che lucrarono ai danni della collettività circa 2000 miliardi.

La nomina di Giudice avviene irritualmente scavalcando altri elementi che erano più qualificati. Su questo si è a lungo discusso in Parlamento. Quali che siano le risultanze giudiziarie, certo è che Giudice va ad occupare il vertice del corpo militare più delicato dello Stato grazie ad Andreotti e con l’appoggio di un sistema di padrinaggi di cui la P2 è parte essenziale. Infatti Gelli stesso interviene presso il segretario del ministro Tanassi, Giuseppe Palmiotti, per patrocinare la nomina di Giudice; e il generale si iscrive subito alla Loggia seguendo le orme del suo maggiore sostenitore nel corpo, il generale Donato Lo Prete che era un antico membro del gruppo gelliano.

Quale che sia stato il peso delle pressioni della P2 nella nomina di Giudice, è certo che attraverso il suo insediamento voluto da Andreotti si determina al vertice della Guardia di Finanza un sistema profondamente corrotto. L’inquinamento del corpo con Giudice, con Lo Prete al controllo delle informazioni e con il colonnello Giuseppe Trisolini come segretario del comandante, tutti della P2, risulta funzionale all’uso improprio di quell’apparato dello Stato nella stessa misura in cui lo sono sempre stati i servizi segreti cosiddetti deviati.

Con la nomina di Giudice di fatto si neutralizzava il potenziale di controllo negli affari finanziari e si vanificavano tutti gli altri compiti di giustizia e di verità che la Guardia di Finanza poteva assolvere. Un siffatto corpo di polizia finanziaria, inaffidabile e ricattabile, diveniva funzionale alla guerra per bande che attraverso gli apparati dello Stato gli uomini politici e i loro alleati si combattevano.

Veniva anche eliminato il pericolo di indagini su Gelli. Nel marzo del 1974 l’Ufficio I (Servizio informazioni) della GdF aveva redatto una nota su Gelli in cui, tra l’altro, si affermava che intratteneva rapporti con Andreotti. Con la nomina di Giudice, tutti gli uomini di quel settore informativo vengono dispersi, anzi alcuni vanno incontro a morti misteriose. Il colonnello Salvatore Florio, che era responsabile delle informative su Gelli, rimane vittima di un misterioso incidente nel 1978. Questa la deposizione della vedova di fronte al magistrato Cudillo il 14 dicembre 1982: »Non so chi aveva dato incarico a mio marito di fare indagini sul conto di Gelli. So soltanto che spesso mio marito veniva convocato dall’onorevole Andreotti ma non so per quale motivo. Spesso al ritorno da tali incontri diceva che l’onorevole Andreotti gli chiedeva indagini che esulavano dai suoi compiti specifici istituzionali… .(12)

Subito dopo la nomina di Giudice, nell’autunno 1974, prende il via una delle operazioni del sottobosco politico che avrà maggiori conseguenze negli intrighi, nei condizionamenti e nei ricatti di cui è costellata la lotta fra bande nella seconda metà degli anni Settanta. Nell’ultimo mese del suo mandato come ministro della Difesa, Andreotti ordina al SID di compiere accertamenti su tale Mario Foligni, un trafficante di vario genere con agganci nel mondo militare e vaticano e fondatore di un sedicente Nuovo Partito Popolare.

In seguito a questo impulso, il Reparto D del servizio segreto militare dipendente dal generale Maletti confeziona un voluminoso dossier composto da intercettazioni telefoniche, notizie raccolte variamente e relative interpretazioni denominato M.Fo.Biali, sigla che sta per »Mario Foligni Libia . Il dossier messo insieme dal generale Maletti e dai suoi collaboratori dall’ottobre 1974 alla fine del 1975 riguarda non solo il cosiddetto Nuovo Partito Popolare ma anche traffici di petrolio con la Libia, attività varie di petrolieri e di uomini politici e, soprattutto, attività illecite del vertice della Guardia di Finanza ed i collegamenti del generale Giudice con l’ex direttore del SID, generale Miceli.(13)

Quale che fosse la porzione di verità contenuta nel dossier, in esso sono registrati, già fin dal 1974, molti elementi di quel colossale contrabbando di petrolio con il coinvolgimento della Guardia di Finanza che saranno conosciuti dall’autorità giudiziaria solo cinque anni più tardi.

Quel dossier M.Fo.Biali rimase chiuso nelle casseforti del SID senza che nessuno ne venisse a conoscenza. Solo Andreotti nell’aprile del 1975 ricevette una visita del generale Maletti che gli riferì il contenuto esplosivo del fascicolo apprestato. L’allora ministro del Bilancio, che non aveva più alcuna giurisdizione sul SID, nega di aver saputo della parte riguardante il generale Giudice e la Guardia di Finanza, ma è contraddetto dai suoi interlocutori.

Devono passare quattro anni prima che si scopra quel contrabbando dei petroli. Nel corso del 1978 appaiono sulla agenzia giornalistica »OP di Mino Pecorelli alcuni stralci del dossier che danno lo spunto all’apertura di un procedimento penale nei confronti del generale Giudice, del generale Lo Prete e del colonnello Trisolini. Alla morte di Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979, e in seguito a perquisizione della sede della sua agenzia, viene rinvenuta una copia del dossier »M.Fo.Biali che evidentemente era stata fatta pervenire al giornalista da qualche fonte interna del SID.

Questa intricata vicenda, che alcuni pongono all’origine dello stesso assassinio di Pecorelli, in quanto aveva pubblicato un dossier di pesante accusa dei vertici della potente Guardia di Finanza, si sviluppa tutta in ambito P2 e con la conoscenza, almeno parziale, di Giulio Andreotti.

Maletti (P2), che è l’artefice del dossier, è l’uomo di fiducia di Andreotti nel SID ed a lui riferisce della indagine »per cortesia, cioè ad uso personale. Il generale Giudice (P2), viene scelto come comandante della Finanza nell’agosto 1974 e dopo pochissimi mesi è già sospettato come uno dei capi di un colossale contrabbando. Gelli ha rapporti con Giudice e con la sua banda di petrolieri corruttori, alcuni dei quali iscritti alla P2.

Nello stesso giro affaristico si muovono i banchieri piduisti Mario Diana e Alberto Ferrari. Anche il compare di Gelli, Umberto Ortolani, legato ad Andreotti, si muove in questo giro, come risulta dal dossier M.Fo.Biali; e non è inverosimile l’ipotesi che possa essere stato proprio lui a mettere il SID, tramite Andreotti sulle piste di Foligni al fine di inserirsi negli affari petroliferi. Anche gli agenti del SID, Antonio Labruna e Antonio Viezzer, che consegnarono il dossier a Pecorelli, sono della P2 così come lo stesso giornalista assassinato.(14)

Andreotti non poteva ignorare tutta la complessa trama di ambiente piduista che si sviluppò intorno al dossier M.Fo.Biali dal 1974 al 1979. I personaggi e gli interpreti erano tutti in qualche modo a lui legati: Maletti, Giudice, Ortolani… Pertanto la scelta dello statista di mantenere occulto un grande fatto di corruzione come il contrabbando dei petroli riflette una filosofia del potere fondato sulla custodia di informazioni scottanti che in un qualsiasi momento possono essere usate per condizionare e per attaccare.

La lunga vicenda dell’M.Fo.Biali fino all’assassinio di Pecorelli si iscrive dunque nella politica degli scheletri nell’armadio di cui il grande ispiratore è stato Gelli, e Andreotti l’utente più assiduo.

Negli anni di solidarietà nazionale cresce l’influenza di Gelli. Sindona, Torrisi, Santovito e Grassini: i piduisti di Andreotti

Dopo le elezioni del 1976, Andreotti diviene presidente del Consiglio con una maggioranza di solidarietà nazionale, cioè con il progressivo inserimento del Partito comunista nella direzione effettiva degli affari nazionali. Per tre anni la presidenza di Andreotti è senza alcuna opposizione, quindi senza alcun controllo parlamentare e politico.

In questa situazione Andreotti, coperto dal PCI, stringe i rapporti con tutto il sistema P2 coagulato intorno a Gelli che proprio nel 1975 ha ottenuto mano libera nella massoneria per il controllo totale della Loggia e degli autorevoli personaggi che affluiscono copiosamente nell’organizzazione. Il leader democristiano, che era stato il grande protettore di Michele Sindona finanziere prima del crack del 1974, diviene il patrocinatore dei diversi progetti di salvataggio messi in atto dal 1976 al 1979 al fine di recuperare il bancarottiere inseguito da mandati di cattura e da processi in Italia e negli Stati Uniti.

Delle diverse fasi dello scontro fra Sindona, i suoi padrini e i suoi alleati, e del corso della giustizia abbiamo parlato nel capitolo nono. Qui ricordiamo che l’attività di tutto il sistema piduistico in difesa di Sindona corre di pari passo con l’azione e l’intervento del presidente del Consiglio. Da una parte si mobilitano esponenti della P2 come Roberto Calvi, Umberto Ortolani Roberto Memmo, Carmelo Spagnuolo, Mario Genghini attivati da Licio Gelli e, dall’altra, prende decisamente le parti del latitante Sindona Giulio Andreotti, che si serve di uno speciale inviato, Fortunato Federici, per seguire da vicino gli sviluppi della questione ed attiva il sottosegretario Franco Evangelisti e il ministro Gaetano Stammati, a sua volta membro della P2 strettamente legato a Gelli.

Risulta da molte circostanze che Andreotti con i suoi e Gelli con i piduisti agirono di conserva nel corso dei tre anni che si conclusero con il tragico assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle banche sindoniane. Le attività pubbliche, in difesa di Sindona, di Licio Gelli con gli affidavit, di Umberto Ortolani con le mediazioni affaristiche nell’ambiente finanziario romano di Roberto Memmo, erano ben note ad Andreotti perché le sue stesse iniziative si incrociavano con quelle dello stato maggiore della P2.

Dichiara Andreotti: »A me non risulta affatto questa presenza di Gelli… sia nei rapporti con Stammati, sia nei rapporti con la Banca d’Italia. Quindi una presenza di Gelli nella questione Sindona, qui in Italia, non risulta. Se l’abbia avuta negli Stati Uniti poi con il risultato che abbiamo letto – questo è un problema diverso: cioè i suoi rapporti con Philip Guarino e con altri personaggi. Ma, qui in Italia, che lui abbia preso parte alla predisposizione di eventuali atti con cui potesse risanarsi la situazione, in modo particolare delle Banche Private, di cui si tratta, a me questo non è mai risultato” .(15)

Per l’ennesima volta le dichiarazioni di Andreotti contrastano con quanto in sede giudiziaria e parlamentare è stato abbondantemente accertato. Tra il capo del governo e il capo della P2 vi è una comune intelligenza di interventi nell’ambito della medesima rete di potere.

L’escalation della lunga offensiva sindoniana si conclude con il tentativo di rimuovere gli ostacoli frapposti alla sistemazione da parte della Banca d’Italia attraverso il diretto intervento di Franco Evangelisti e del ministro Gaetano Stammati per conto di Andreotti. Dopo poco tempo però il responsabile della Vigilanza della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, verrà colpito da mandato di cattura per reati riconosciuti poi inesistenti.

L’altro ostacolo ai tentativi sindoniani era rappresentato da Ambrosoli, assassinato nel luglio 1979. A proposito del ruolo del presidente del Consiglio, il procuratore della Repubblica di Milano, Guido Viola, nelle requisitorie per il procedimento a carico di Sindona scrive: »L’on. Andreotti ha sempre respinto le dichiarazioni di Guzzi [l’avvocato di Sindona, n.d.r.], ha sempre affermato di non aver mosso un dito nei confronti di Sindona. Eppure ciò contrasta con una serie di elementi e con le dichiarazioni non solo di Guzzi, ma anche di altri testi e, soprattutto, contrasta con la realtà processuale dalla quale si evince che certamente, quanto meno nel caso del progetto di sistemazione, si adoperò perché potesse andare in porto. Ma anche se non intervenne fattivamente nei confronti di Sindona (il fatto che non sia riuscito nell’intento non significa che non sia intervenuto) rimane estremamente grave avergli fatto credere che gli avrebbe dato il suo appoggio. Proprio per ciò Sindona si sentiva sicuro e, soprattutto, si sentiva forte tanto da gestire, poi, autonomamente i suoi disegni criminali .(16)

Non è per una semplice coincidenza temporale che il sistema di interessi e di potere della P2 si consolidi proprio negli anni dal 1976 al 1979. Andreotti, alla presidenza del Consiglio, al tempo stesso utilizza i piduisti collocati nelle diverse situazioni e favorisce la loro acquisizione di sempre nuove posizioni di potere.

Non v’è in questo periodo soltanto l’escalation sindoniana ma anche la profonda penetrazione nella Rizzoli e nel »Corriere della Sera , l’espansione di Calvi e la trasformazione in senso piduistico dei servizi segreti. Andreotti aveva insediato il generale Giudice alla testa della Guardia di Finanza nel 1974; un altro piduista come l’ammiraglio Giovanni Torrisi viene nominato a capo dello Stato Maggiore della Marina nel 1978 e i generali Santovito e Grassini, anch’essi P2, sono messi tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978 a capo del SISMI e del SISDE, cioè dei cosiddetti servizi segreti »riformati .

La libertà di movimento di Gelli e la sua influenza crescono notevolmente in questi anni. Secondo alcune testimonianze sono proprio i suoi rapporti con Andreotti a conferirgli un crescente potere che lascia molte tracce di suoi interventi nelle nomine militari. Tutto ciò non poteva avvenire che in un rapporto speciale fra maestro venerabile e responsabili governativi ad altissimo livello. Tale influenza si esplica fino al 1979 quando entra in crisi il governo Andreotti e l’equilibrio politico che lo sorregge.

La crisi del 1979 e l’uso dell’ENI Petromin. Andreotti e la gestione del potere fine a se stesso

Il 1979 è l’anno della crisi del governo di solidarietà nazionale e dell’estromissione di Andreotti da primarie responsabilità politiche nella direzione del paese. E’ anche l’anno di particolare attivismo del sistema P2 i cui esponenti sono coinvolti, direttamente o indirettamente, in alcune drammatiche vicende.

Il 20 marzo viene assassinato Mino Pecorelli, membro della Loggia. Sono interessanti i tre argomenti più scottanti che aveva trattato negli ultimi mesi di attività con la sua rivista »OP : le rivelazioni sul passato di Gelli e sulla sua collocazione politica, lo scandalo dei petroli con le responsabilità dei generali Giudice e Lo Prete; e la minaccia di pubblicazione delle fotocopie degli assegni per alcuni miliardi che sarebbero stati pagati al presidente Andreotti. Nei giorni precedenti la morte del giornalista, Franco Evangelisti gli aveva consegnato 30 milioni al fine di bloccare la pubblicazione della copertina della rivista dedicata ad Andreotti e si era svolta una cena tra andreottiani e Pecorelli alla »Famiglia Piemontese di Roma.

Il 24 marzo viene incarcerato Mario Sarcinelli che si era opposto decisamente ai tentativi di sistemazione delle Banche sindoniane patrocinati da Evangelisti, Stammati e Gelli. Andreotti, presidente del Consiglio, prende le distanze e tace di fronte a quello che viene ritenuto un grave attacco all’indipendenza della Banca d’Italia nella persona, oltre che di Sarcinelli, del governatore Paolo Baffi.

In aprile viene aperto dalla Procura di Roma un procedimento per la sottrazione al SID del dossier M.Fo. Biali, e la sua consegna a Pecorelli con la messa sotto accusa del generale Maletti, degli agenti Labruna e Viezzer, tutti della P2.

Il 12 giugno viene firmato il contratto ENI Petromin, auspice il presidente del Consiglio Andreotti ed attivamente impegnato il segretario generale del ministero degli Esteri, Malfatti di Montetretto, il ministro del Commercio estero, Stammati, e il presidente dell ENI, Mazzanti, tutti della P2. Il 10 luglio viene assassinato Giorgio Ambrosoli da parte di un killer inviato, secondo l’imputazione della magistratura, da Michele Sindona.

Il 18 luglio viene autorizzato da Stammati il pagamento di una tangente del 7% sul contratto ENI Petromin con l’accordo del presidente del Consiglio dimissionario Andreotti.

Nella prima settimana di agosto, dopo il fallimento di un tentativo di Craxi, l’onorevole Francesco Cossiga forma il governo da cui rimane fuori Andreotti.

Il 9 ottobre il maestro venerabile Gelli convoca il presidente dell’ENI, Mazzanti, e lo minaccia di rivelare lo scandalo della destinazione della tangente del contratto ENI-Petromin. Nelle settimane successive lo scandalo dilaga e la fornitura del petrolio viene interrotta.

Con novembre l’affaire ENI Petromin diviene di pubblico dominio e ne vengono investite l’autorità giudiziaria e l’attività inquirente in sede parlamentare.

In queste varie vicende dell’anno di crisi 1979, si incrociano ripetutamente le strade di Andreotti, di Gelli e degli uomini della P2. Lo si vede nel »più grave scandalo della Repubblica , come lo ha definito Gelli, cioè nel caso ENI Petromin, che è un tipico esempio di una trama affaristica con evidenti risvolti politici. Il colossale contratto nasce tutto grazie all’azione di personaggi P2, si realizza sotto il vigile accordo del presidente del Consiglio Andreotti e poi, quando scoppia lo scandalo, sono ancora i leader piduisti a tentare di trarne vantaggio.

Sull’utilizzazione dell’affare occulto e del relativo scandalo converge, ancora una volta, Andreotti. Per anni lancia avvertimenti e allusioni circa una »verità da scoprire fino a quando ritorna a responsabilità governative nell’agosto 1983.

Le agitate vicende del 1979, dal delitto Pecorelli all’ENI-Petromin, prospettano una legge nei rapporti fra Andreotti e la Loggia: che cioè manovre e operazioni extra legali di quel che è stato definito il potere occulto della P2 vengono tanto più attivate quanto più il potere legale sfugge al controllo di Andreotti. Sembra esserci cioè un rapporto di causa ed effetto fra operazioni della Loggia tese a creare un sottofondo di affari, di coinvolgimenti, di compromissioni e di ricatti a livello occulto e l’azione di Andreotti per mantenere o recuperare porzioni di potere a livello palese. In questo senso l’ENI-Petromin, come hanno testimoniato in molti, non poteva essere solo un grande affare ma qualcosa di più importante con ripercussioni sugli equilibri politici.

La loggia P2 nel suo rapporto con Andreotti sembra allora svolgere il ruolo di canale per favorire o contrastare, consolidare o erodere equilibri di potere politico. Diverse testimonianze hanno riferito, per esempio, della volontà degli esponenti della P2 di operare tra il 1979 e il 1981 per la soluzione del conflitto fra Andreotti e Craxi. Lo ha sostenuto Vanni Nisticò riferendo del contenuto del colloquio avuto dal maestro venerabile con il segretario del PSI (17) e lo ha accennato con linguaggio cifrato, lo stesso Gelli.

Il numero 2 della loggia, Umberto Ortolani, chiamato a testimoniare sull’ENI Petromin dichiara agli inquirenti parlamentari l’11 novembre 1981: »il senatore [Formica] mi parlò della situazione tesa tra l’onorevole Craxi e l’onorevole Andreotti. Io gli dissi allora [il 2 maggio 1979] che avrei preso forse l’iniziativa di prendere contatto con l’onorevole Andreotti, ma senza essere l’inviato di nessuno… .(18)

Giunti al termine dell’esame dei rapporti fra Andreotti, Gelli e la P2, si può sciogliere l’interrogativo su quel che è stato il ruolo del leader democristiano. I fatti dimostrano che in tantissime trame nate nella P2, o che sono state utilizzate dalla P2, o in cui gli uomini della Loggia collegati fra loro hanno costituito il supporto organizzativo e il canale di comunicazione, si incontra costantemente Giulio Andreotti.

I suoi legami con elementi dello stato maggiore piduista in diversi settori sono espliciti: con Sindona, Maletti, Ortolani, Stammati, Calvi, Genghini, Giudice, Lo Prete, Loris Corbi, solo per fare alcuni nomi. I suoi rapporti con Gelli sono ammessi anche se mascherati e minimizzati dietro lo schermo menzognero dell’ambasciata argentina. Rivelatrice è anche la reticenza di Andreotti nel riconoscere quel che è stato dimostrato essere veritiero. Ed altrettanto lo è il parallelo silenzio di Gelli il quale, tra i tanti uomini politici nominati nei suoi memoriali e nelle sue dichiarazioni, non ha mai, a sua volta, menzionato Andreotti.

Il rapporto di Andreotti con Gelli e il sistema piduistico assume la giusta luce solo in una considerazione della P2 come parte organica della degenerazione del regime italiano. Sono in molti ad indicare che il legame del maestro venerabile con lo statista romano si stringe dopo il 1976 quando altri leader democristiani come Fanfani volgono al tramonto. Andreotti diviene il principale referente politico del sistema piduistico in un crescendo che raggiunge l’acme negli anni della solidarietà nazionale. Sia il clima consensuale sia l’allarme dell’emergenza favoriscono lo sviluppo di un organismo come la P2. E il riferimento ad Andreotti si consolida quando questi rimane arbitro della situazione dopo l’assassinio di Aldo Moro e la cacciata del presidente Leone dal Quirinale.

La P2 ha costituito il terreno privilegiato a cui sempre più uomini politici, correnti e partiti hanno fatto ricorso per difendere e accrescere il loro potere e per condurre quella guerra per bande con l’uso di specialisti che ha surrogato lo scontro politico. In questo contesto l’uomo politico che ha maggiormente incarnato la degenerazione del sistema politico italiano e che ha praticato, in assoluta continuità attraverso tutte le stagioni politiche, la filosofia della gestione del potere fine a se stesso è stato Andreotti. Questa la ragione per cui è stato il massimo punto di riferimento di Gelli e della sua consorteria; e, specularmente, la loggia P2 ed i suoi esponenti sono stati per Andreotti il migliore strumento per la gestione della sua politica.

Perciò la P2 merita Andreotti come capo.

NOTE

I . Audizione di Giulio Andreotti alla Commissione P2 dell’11 novembre 1982 in AIL (T.), vol. III, tomo XXIII, pp. 1 159.
2. Ibidem.
3. Cfr. Audizione di Arnaldo Forlani alla Commissione P2 del 16 novembre 1982. L’autore di questo libro ha insistentemente chiesto un confronto fra Andreotti e Forlani su questa circostanza in Commissione P2, ma la maggioranza della Commissione lo ha rifiutato.
4. Audizione di Andreotti, cit.
5. Ibidem.
6. Informativa del SID su Gelli del 1974,in All.(T.), vol.III, tomo XXIII, p. 192.
7. Informativa della Guardia di Finanza, in All. (T.), cit. p. 197.
8 . Deposizione di Giovanni Fanelli, capogruppo P2, al magistrato Sica il 24 giugno 1981, in All. (T.), cit., p. 201.
9. Deposizione di Luigi Bittoni ai magistrati fiorentini il 16 dicembre 1981, in All. (T.), cit., p. 205.
10. Audizione di Lino Salvini alla Commissione P2 del 29 luglio 1981, in All. (T.), cit., p.209.
11. Audizione di Roberto Fabiani alla Commissione P2 del 29 settembre 1983, in All. (T.), cit., p. 216.
12 . Deposizione della vedova del col. Salvatore Florio, già responsabile nel 1974 dell’Ufficio I della Guardia di Finanza, al magistrato romano Cudillo, il 14 dicembre 1982, sul caso della nomina del generale Giudice al vertice della Guardia di Finanza, in All. (T.), cit., p. 597.
13. Del fascicolo M.Fo. Biali la magistratura si è occupata a più riprese: dapprima nel marzo 1979 (giudice Sica) per una copertina di »OP (non pubblicata) su »Gli assegni del Presidente con la foto di Giulio Andreotti, poi dall’aprile 1979 all aprile 1981 (giudice Sica) in relazione alla formazione del fascicolo.
Tutti gli atti nonché lo stesso fascicolo M.Fo. Biali sono contenuti in All. (T.), vol. III, tomo XXIV, p. 765.
14. Ibidem.
15. Audizione di Andreotti, cit.
16. Requisitoria del sostituto procuratore della Repubblica Guido Viola nel procedimento penale a carico di Sindona, in All. (T.), vol. III, tomo XXIII pp. 665 sgg.
17. Audizione di Vanni Nisticò alla Commissione P2 del 1· luglio 1982.
18. Interrogatorio reso da Umberto Ortolani, per rogatoria,l’11 dicembre 1981, sul caso ENI Petromin, in All. (T.), vol. III, tomo XXIII, p. 747.

Tratto dal libro “La Controstoria”

http://www.radioradicale.it/exagora/p2-la-controstoria-20-andreotti-occulto

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