Le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra – sentenza ordinanza piazza Fontana 1998

Vincenzo VINCIGUERRA ha reso a questo Ufficio, fra il 1991 e il 1993, una serie di interrogatori in cui egli ha ritenuto di fornire alcuni elementi di conoscenza in suo possesso utili a ricostruire la storia di quella che egli stesso ha definito l’ “operazione” del 12.12.1969.
Si tratta di elementi di conoscenza appresi in parte nella prima fase della sua militanza nella struttura di Ordine Nuovo, e precisamente nella cellula di Udine di cui facevano parte Carlo CICUTTINI e Ivano BOCCACCIO, e in parte nella seconda fase di tale militanza quando egli, per non essere tratto in arresto per il fallito dirottamento di Ronchi dei Legionari in cui Ivano BOCCACCIO aveva trovato la morte, aveva raggiunto la Spagna e si era unito al gruppo di latitanti gravitanti intorno a Stefano DELLE CHIAIE, proseguendo poi la sua attività politica in Avanguardia Nazionale anche in Sud-America e durante i periodi di rientro clandestino in Italia.
In relazione a molte delle notizie che egli ha ritenuto di rendere note nel corso degli interrogatori, talvolta ampliando in tale sede spunti o concetti già accennati in documenti o libri da lui scritti e pubblicati anche nel normale circuito editoriale, Vincenzo VINCIGUERRA ha ritenuto di non rendere comunque noto il nome della fonte, non intendendo mettere in difficoltà e magari coinvolgere in procedimenti penali camerati sulla cui onestà e buona fede non erano mai sorti dubbi durante la militanza e quindi diversi da quelli risultati collusi con apparati dello Stato i cui nomi, invece, potevano essere indicati senza remore.
Tale scelta, del tutto spiegabile in un’ottica di “militante rivoluzionario” quale si è sempre considerato e si considera VINCIGUERRA, ha certamente in parte ridotto la portata processuale delle sue dichiarazioni, ma di certo non l’ha annullata in quanto si tratta pur sempre di notizie ricevute in un contesto di affidabilità reciproca fra i due interlocutori all’interno di una ristretta cerchia di persone e di conseguenza tali notizie, indipendentemente dall’indicazione della specifica persona che ne è stata la fonte ed integrate dalle altre la cui fonte VINCIGUERRA ha invece reso nota, rimangono dati coerenti e processualmente utilizzabili.
Ad avviso di questo Ufficio, la figura di Vincenzo VINCIGUERRA e il suo peculiare comportamento all’interno del mondo di estrema destra sono stati efficacemente scolpiti in un passaggio della relazione che nel 1994 ha concluso i lavori della Commissione Parlamentare sulle stragi all’interno dell’ XI Legislatura, passaggio che per la sua precisione merita di essere riportato:

“””….Questi, però, non si ritiene (e non è) un “pentito” o un dissociato. Infatti Vincenzo VINCIGUERRA ha sempre premesso di non essere disposto a rivelare tutto quanto a sua conoscenza e, in particolare, non è mai stato disposto a fare rivelazioni che direttamente o indirettamente portassero
all’individuazione di responsabilità penali di persone che professassero le sue stesse idee politiche, così come si è sempre riservato il diritto di scegliere il
momento in cui rivelare le notizie in suo possesso. D’altro canto, VINCIGUERRA non hai chiesto attenuazioni di pena, accettando di scontare l’ergastolo irrogatogli e in questo modo si è, per così dire, pagato il diritto di rivelare quello che ritiene opportuno nel momento che reputa adatto. Ovviamente questo ha ridotto considerevolmente la portata della collaborazione di VINCIGUERRA che resta, comunque, il caso più rilevante di collaborazione con la Giustizia su questo versante delle indagini…”””.
Quindi, pur non essendo VINCIGUERRA tecnicamente un collaboratore, è certo che egli, dal suo punto di vista essenzialmente storico e politico, ha contribuito in modo significativo a ricostruire alcuni passaggi della strategia della tensione.
L’attendibilità di Vincenzo VINCIGUERRA risulta decisamente avvalorata dal venir meno, con le indagini di questi ultimi anni, dell’ipotesi prospettata dal G.I. di Venezia, dr. Casson, secondo cui l’attentato di Peteano sarebbe stato in qualche modo connesso, forse sotto il profilo dell’esplosivo utilizzato, al
deposito NASCO di Aurisina dell’organizzazione GLADIO e lo stesso VINCIGUERRA, lungi dall’essere un nazional-rivoluzionario puro e coerente,
sarebbe stato legato a GLADIO o, come altri ordinovisti, a qualche altro apparato istituzionale e di conseguenza l’attentato da lui commesso non sarebbe stato un gesto di attacco diretto contro lo Stato, unico in tale settore e quasi parallelo alle azioni delle Brigate Rosse, ma parte, sin dall’origine, della strategia della tensione e delle sue oscure connivenze (cfr. ordinanza del G.I. di Venezia in data 24.2.1989 nel procedimento Peteano-ter, ff.9 e ss., vol.27, fasc.2).
Mai una ricostruzione così infondata, sfornita non solo di qualsiasi elemento di prova, ma anche di qualsiasi dato indiziario, è stata così cara al mondo dei mass-media, soprattutto all’inizio degli anni ‘90, all’emergere del “caso GLADIO”, tanto da essere ancora oggi riportata meccanicamente ogniqualvolta, nell’ambito di commenti ricostruttivi, viene rievocato l’attentato di Peteano. L’effetto di tale ingiustificato ed erroneo collegamento è stato nefasto in quanto è stato una delle ragioni non ultime per le quali VINCIGUERRA, limitando così la portata delle sue dichiarazioni, ha ritenuto che non fosse possibile alcuna forma di completa ricostruzione, da parte sua, degli anni della strategia della tensione di fronte ad una Autorità Giudiziaria.
Egli infatti ha più volte, e non a torto, sottolineato che non era possibile individuare, se non in modesta parte, nell’Autorità Giudiziaria, e quindi nello
Stato, un interlocutore credibile se la sua posizione e la sua scelta di vita venivano, anche a livello dei mass-media, radicalmente rovesciate,
trasformandolo da combattente rivoluzionario, che in nome di un ideale si era risolto ad una scelta estrema contro rappresentanti dello Stato (e perdipiù
Carabinieri, all’epoca sovente “cobelligeranti” della destra), in uno dei tanti soggetti collusi e condizionati dagli apparati dello Stato e dalle sue strategie. L’ipotesi fatta propria dal G.I. di Venezia è venuta meno per due ordini di ragioni.
In primo luogo, nonostante l’audizione in questi ultimi anni e nelle più varie istruttorie di centinaia di imputati e di testimoni appartenenti alle aree più diverse dell’estrema destra nonchè ai servizi di sicurezza, non è stato acquisito il minimo elemento che indichi un collegamento fra il gruppo udinese di Ordine Nuovo, di cui VINCIGUERRA faceva parte, e GLADIO e, in verità, neanche fra tale ultima organizzazione e la struttura veneta di Ordine Nuovo nel suo insieme. In secondo luogo è venuta meno l’ipotesi di un collegamento fra il NASCO di Aurisina e l’attentato di Peteano tramite l’eventuale provenienza dal deposito di GLADIO, scoperto nel 1972, dell’esplosivo e dell’accenditore a strappo utilizzati per allestire a Peteano la trappola contro i Carabinieri, ipotesi avanzata dal G.I. di Venezia (cfr. ordinanza citata, ff.9-10 e 13 e ss.).
Per quanto concerne l’esplosivo, infatti, la perizia ha evidenziato che quello utilizzato per l’ordigno era esplosivo civile da cava (e non l’esplosivo militare del tipo “C4” presente nei NASCO) e perdipiù VINCIGUERRA ha spiegato con abbondanza di particolari e dettagli come egli se lo sia procurato, nell’estate del 1970 insieme ad alcuni camerati anche originari della zona, sull’altipiano del Piancavallo, rubandolo da una baracchetta del tutto incustodita di una ditta che stava effettuando lavori di sbancamento (int. 13.1.1992, ff.3 e 4, e, anche su delega del G.I. di Venezia, int.27.3.1992, ff.1 e 3).
Tale episodio, confrontando i particolari forniti da VINCIGUERRA e gli esiti degli accertamenti esperiti dalla Digos di Venezia (cfr. annotazioni in data 13.2.1992, 27.2.1992 e 4.5.1992, vol.27, fasc.2), è facilmente individuabile nel furto subìto nel luglio del 1970 dall’impresa “Avianese” che stava effettuando lavori nella zona (e proprio sulla strada sterrata indicata da VINCIGUERRA) e che nulla, ovviamente, aveva a che fare con GLADIO.
Per quanto concerne l’accenditore a strappo, l’ipotetico collegamento si basava sul fatto che dal NASCO di Aurisina erano risultati mancanti due accenditori a strappo e che uno strumento analogo, utilizzato normalmente per il sabotaggio, era stato utilizzato per far esplodere, al momento dell’intervento della pattuglia dei Carabinieri, l’ordigno nascosto a Peteano nella FIAT 500.
A parte la circostanza che non vi era alcuna prova , nemmeno generica o indiziaria, che l’accenditore utilizzato a Peteano fosse uno dei due mancanti da Aurisina, il collegamento si basava sull’esilissima circostanza secondo cui nessun accenditore a strappo od oggetto similare era mai stato rinvenuto in alcuna zona del Friuli-Venezia Giulia (cfr. ordinanza citata, f.10) e quindi tale accenditore, definito strumento di difficile reperimento, doveva “necessariamente” provenire dal NASCO di Aurisina.

L’assunto di partenza è però del tutto erroneo in quanto da una semplicissima ricerca è emerso che proprio a Udine, il 31.3.1971, poco più di un anno prima dell’attentato di Peteano, erano stati rinvenuti, insieme ad esplosivo e ad altro materiale, ben 50 accenditori a strappo di cui qualche gruppo appartenente alla malavita politica o comune si era evidentemente liberato (cfr. nota della Digos di Trieste in data 29.4.1993, vol.27, fasc.6, ff.21 e ss., e accertamenti di polizia scientifica, ff.3-4).

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