La collaborazione di Carlo Digilio e Martino Siciliano – prima parte

Asse portante della presente istruttoria e delle indagini a questa collegate sono le centinaia di pagine di dichiarazioni rese da Carlo DIGILIO e Martino SICILIANO a questo Ufficio, il primo a partire dalle sue prime limitatissime ammissioni nel giugno 1993 e il secondo a partire dall’ottobre 1994, data del suo primo rientro in Italia grazie al successo dell’intervento del personale del S.I.S.Mi.

Diversa è la genesi di tali due collaborazioni, così come diverso è il ruolo ricoperto dai due in Ordine Nuovo e diverso lo stesso profilo umano dei due personaggi. E’ opportuno innanzitutto sottolineare che, come si evidenzierà quasi da ogni capitolo di questa sentenza-ordinanza, le dichiarazioni di Carlo DIGILIO e Martino SICILIANO rivestono un’importanza e una valenza elevatissima sia perchè rese dall’interno di un mondo come quello dell’estrema destra, storicamente povero di collaboratori o di dissociati, sia perchè rese in assoluta separatezza le une dalle altre sia perchè corroborate da moltissimi altri testimoni che hanno vissuto parte di tali esperienze. Sotto il primo profilo il muro del silenzio, reso particolarmente forte nel mondo dell’estrema destra dall’importanza dei vincoli di “onore” e di fedeltà ai camerati, tipicidi tale ambiente, si è rotto per ragioni diverse e difficilmente ripetibili.

Carlo DIGILIO, espulso da Santo Domingo e trovatosi, al suo arrivo in Italia, dinanzi ad una pena di oltre dieci anni da scontare, ha trattato progressivamente la propria resa con le Autorità dello Stato, uniche a poter garantire a DIGILIO un futuro diverso in ragione delle condizioni familiari, della sua età e del suo stato di salute. Carlo DIGILIO in sostanza si è “arreso” in una condizione di assoluta necessità che, come se egli fosse un prigioniero caduto in mano al nemico, non gli consentiva altra scelta. Diverse sono state le motivazioni e l’atteggiamento psicologico di Martino SICILIANO. Questi, raggiunto non da un provvedimento restrittivo, ma da una comunicazione giudiziaria che comunque, una volta resa nota da un quotidiano di Venezia, gli aveva fatto perdere immediatamente la sua attività lavorativa presso una ditta tedesca, ha ritenuto inaccettabili le proposte di sistemazione in Russia o in Giappone avanzategli da Delfo ZORZI ed ha soprattutto ritenuto inaccettabile rispondere, quantomeno all’esterno, di colpe non sue (e cioè di essere uno dei materiali esecutori della strage di Piazza Fontana) e di continuare a fungere da capro espiatorio per il gruppo di Delfo ZORZI. Dopo un lungo oscillare fra le blandizie degli ex-ordinovisti e le proposte di riscatto e tutela che venivano dai funzionari dello Stato, Martino SICILIANO ha deciso di rompere ogni rapporto con i suoi vecchi camerati, manifestando peraltro, sin dai suoi primi interrogatori, un atteggiamento di riflessione critica e di rimorso sincero per i tragici avvenimenti che egli con la sua militanza e il suo impegno operativo sino a pochi giorni prima dei fatti più tragici, aveva comunque contribuito in parte a rendere possibili.

Anche per questa ragione la collaborazione di Martino SICILIANO, pur in possesso di un minor bagaglio di conoscenza rispetto a Carlo DIGILIO, è stato sin dall’inizio più semplice e lineare, privo delle remore o titubanze che hanno contraddistinto altre testimonianze. Sotto il secondo profilo le dichiarazioni di Carlo DIGILIO e Martino SICILIANO sono state rese in assoluta separatezza sia, ovviamente, sul piano processuale, in quanto i due non sono mai entrati in contatto durante le indagini, sia su un piano storico.

Infatti Carlo DIGILIO e Martino SICILIANO non si sono praticamente conosciuti durante la loro militanza in quanto DIGILIO, quadro rigorosamente “coperto” della cellula di Venezia, poteva entrare in contatto con i mestrini solo indirettamente tramite incontri riservati con Delfo ZORZI.

E’ evidente che tale circostanza accresce di molto la credibilità delle rispettive dichiarazioni, tenendo presente che DIGILIO e SICILIANO, pur storicamente e processualmente separati, hanno reso, su episodi e circostanze anche secondarie, testimonianze del tutto convergenti. Sotto il terzo profilo va rilevato che le dichiarazioni dei due collaboratori non sono rimaste quasi in nessun caso isolate, ma sono state confermate, in linea generale e anche con riferimento a moltissimi episodi specifici, da quelle di un gran numero di altri collaboratori “minori” o semplici testimoni. Ci riferiamo alle dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA rese fra il 1991 e il 1993 in un’ottica di ricostruzione delle collusioni fra l’ambiente di estrema destra e gli apparati dello Stato, a quelle di Tullio FABRIS in merito all’innesco di ordigni mediante timer allo studio della cellula padovana, a quelle importantissime di Edgardo BONAZZI in merito alle notizie apprese in carcere sulle attività del gruppo milanese e del gruppo veneto, a quelle di Giancarlo VIANELLO sulle attività della cellula mestrina, rese, si badi bene, in sintonia con quelle di Martino SICILIANO che egli non vedeva da oltre 20 anni. Ci riferiamo altresì alle importanti dichiarazioni , anche relative alla struttura informativa statunitense, di Dario PERSIC, Benito ROSSI, Ettore MALCANGI e Marzio DEDEMO e a quelle, più limitate ma utili per comprendere la dinamica dell’ambiente mestrino, di Guido BUSETTO, Giuliano CAMPANER e, sino alla sua assoluta chiusura processuale, di Piero ANDREATTA.

Con riferimento alla collaborazione di Carlo DIGILIO, egli è stato espulso da Santo Domingo nell’ottobre 1992 e, come si è accennato, ha iniziato a rendere le prime e timide dichiarazioni nel giugno 1993. Nella primavera del 1994 egli è stato posto in regime di detenzione extrapenitenziaria, in una struttura idonea, sotto il controllo della Digos di Venezia e, a partire dall’inizio del 1995, con lo svilupparsi e il progredire delle sue dichiarazioni, è stato sottoposto allo speciale Programma di Protezione previsto dalla normativa sui collaboratori di giustizia.

La collaborazione di Carlo DIGILIO, benchè unica per importanza nel settore dell’estrema destra e dei rapporti fra tali ambienti e strutture di sicurezza, è stata travagliata e faticosa. Egli infatti, sin dall’inizio, non ha mai accettato di descrivere un quadro organico e cronologicamente scandito della sua militanza politico-eversiva e dei suoi rapporti con la struttura statunitense, ma ha scelto di affrontare, interrogatorio per interrogatorio, singoli argomenti, aprendo sportelli su episodi e circostanze spesso distanti fra loro e procedendo per “accumulazione”, cioè aggiungendo a ciascun episodio sempre nuovi dettagli non in contrasto con la descrizione precedente, ma che comunque sino a quel momento aveva ritenuto di tenere per sè.

Carlo DIGILIO ha giustificato tale suo comportamento, improntato ad una sorta di cautela anche se sempre in progressione, con due ordini di ragioni. In primo luogo la lontananza dall’Italia sin dal 1985 non gli aveva consentito subito di verificare se certi apparati statali, che erano stati attivi nel periodo della strategia della tensione e con cui era stato in contatto o erano stati in contatto i suoi camerati, fossero ancora attivi, o sin dove lo fossero, e in grado eventualmente di essere presenti e condizionare anche le strutture preposte al suo controllo e alla sua tutela quale collaboratore di giustizia.

In secondo luogo egli ha ben presto fatto presente che quanto era in grado di riferire, unico fra i collaboratori di giustizia e i testimoni, o quantomeno unico con tale ricchezza di particolari, in merito all’intervento di strutture di intelligence straniere nelle stragi e in genere nella strategia della tensione era di tale gravità e novità da imporgli un cammino progressivo nel raccontare verità che sino a quel momento risultavano confinate nelle ricostruzione di parte e anche fantasiose delle pubblicazioni e degli slogans della c.d. contro-informazione.

Perdipiù, nel maggio del 1995, in un momento cruciale della sua collaborazione (in quegli stessi giorni era stato arrestato il suo “superiore” negli anni ‘70, Sergio MINETTO, caporete di Verona), Carlo DIGILIO è stato improvvisamente colpito da un grave ictus che ha imposto sino all’ottobre di quell’anno, momento della sua ripresa, la sospensione degli interrogatori. A partire da tale momento, comunque, anche grazie al passaggio della sua tutela a persona del Reparto Eversione del R.O.S. Carabinieri (la struttura periferica della Digos di Venezia si era dimostrata ben presto non attrezzata a gestire un personaggio di tale livello), la collaborazione di Carlo DIGILIO è ripresa in modo sempre più completo e determinato, pur risentendo del fatto che per diverso tempo, in ragione delle sue condizioni di salute, gli interrogatori non hanno potuto essere molto lunghi e nemmeno continuativi essendo egli ricoverato in una località assai distante dalla sede di questo Ufficio. Sempre su un piano di esame critico delle dichiarazioni di Carlo DIGILIO, per tutta la prima fase della sua collaborazione egli si è autorappresentato più come testimone che come corresponsabile degli avvenimenti che stava descrivendo, negando inoltre di essere soprannominato, all’interno della cerchia dei militanti, OTTO o ZIO OTTO (cfr. int.10.10.1994, f.4). Tale circostanza, non irrilevante o secondaria, e la sua valenza vanno spiegate al fine di comprendere quali conseguenze implicasse il riconoscimento di tale soprannome o meglio nome in codice.

Nell’ultima istruttoria sugli attentati del 12.12.1969, condotta a Catanzaro dal g.i. dr. Emilio Le Donne nei confronti di Stefano DELLE CHIAIE e Massimiliano FACHINI (e conclusasi con assoluzione dibattimentale nonostante molte intuizioni dell’inquirente che solo oggi risultano confermate nella loro validità), Angelo IZZO e Sergio CALORE avevano riferito di aver appreso in carcere da Franco FREDA che colui che aveva fornito gli esplosivi utilizzati per gli attentati del 12.12.1969 era una persona non giovane, veneta e soprannominata ZIO OTTO. Tale affermazione non poteva non essere considerata sincera e credibile, tenendo presente che i due collaboratori non conoscevano la persona che FREDA aveva nominato e quindi la confidenza era stata riferita dai due così come era stata ricevuta, senza la pretesa di accusare uno specifico soggetto.

Sulla base di un collegamento effettuato da Vincenzo VINCIGUERRA nella medesima istruttoria, ZIO OTTO era stato individuato in Carlo DIGILIO, ma non erano stati comunque possibili ulteriori sviluppi. L’ammissione da parte di DIGILIO di essere ZIO OTTO avrebbe comunque comportato, nella prima fase delle sue dichiarazioni, il riconoscimento, in un modo o nell’altro, di responsabilità e di un coinvolgimento ben maggiore di quello che era disposto a rivelare.

Dinanzi a tale negazione, che costituiva un punto di snodo dell’intera ricostruzione, questo Ufficio ha ritenuto necessario disporre, soprattutto nella primavera/estate del 1995, una serie di audizioni a tappeto di tutti gli ex-militanti di Ordine Nuovo e dei N.A.R. disposti in qualche modo a testimoniare, al fine di rendere più saldo e inequivocabile il collegamento fra la persona di Carlo DIGILIO e il nome in codice OTTO. L’iniziativa istruttoria ha avuto pieno successo in quanto molti testimoni hanno dichiarato di avere sentito parlare di OTTO (quadro comunque “coperto “ e inaccessibile quasi a tutti, tanto da aver avuto rapporti diretti, alla fine degli anni ‘70, solo con CAVALLINI e non con gli altri militanti dei N.A.R.), fornendo di tale misterioso soggetto qualche dettaglio o particolare, tutti comunque concordanti per un verso o per l’altro, con la persona di Carlo DIGILIO. Ci riferiamo alle testimonianze, fra l’altro, degli ex-militanti dei N.A.R.: Valerio FIORAVANTI (che aveva avuto modo di conoscere DIGILIO per qualche giorno in carcere, a Roma, dopo la sua espulsione da Santo Domingo, cfr. dep. 3.7.1995), Francesca MAMBRO (dep. 12.7.1995), Walter SORDI (26.8.1995), Stefano SODERINI (3.5.1994), Pasquale GUAGLIANONE (8.11.1995) nonchè di Enrico CARUSO e Lorenzo PRUDENTE, che erano stati in contatto con DIGILIO durante la sua latitanza (cfr. rispettivamente int. 23.8.1995 e 6.9.1995).

Ed ancora agli interrogatori di ex-ordinovisti quali Sergio CALORE (9.9.1995) e Paolo ALEANDRI (9.9.1995) e alle deposizioni di esponenti minori del gruppo mestrino (dep. CAMPANER, 27.4.1995, e Roberto MAGGIORI, 22.4.1995). Dinanzi a tali testimonianze che portavano tutte ad individuare in DIGILIO l’OTTO legato prima a MAGGI e ZORZI e poi a Gilberto CAVALLINI, Carlo DIGILIO ha ammesso finalmente che questo era il suo soprannome (cfr. int. 4.1.1996, f.1) ed anche a partire da tale punto di svolta la sua collaborazione è decollata consentendo di acquisire per la prima volta alle indagini un quadro diretto e di grande spessore non solo sulla strage di Piazza Fontana e gli attentati precedenti (fatti in relazione ai quali, se non era stato il “fornitore” dell’esplosivo, DIGILIO ne aveva contribuito all’acquisto ed aveva poi svolto attività di consulenza), ma anche sulla strage dinanzi alla Questura di Milano, sulla strage di Brescia, sul ruolo della struttura informativa statunitense e in una miriade di episodi minori.

 

Sentenza G.I. Salvini 1998

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