Audizione Francesco Delfino in Commissione stragi 18.6.1997- terza parte

PRESIDENTE. Ma questo darebbe ragione a Corsini. Tutte queste inchieste avevano un limite e cioè che finché non si ricostruiva con chiarezza qual era il complesso del contesto eversivo, le responsabilità istituzionali e quelle politiche che c’erano dietro, non si poteva raggiungere la verità perché processualmente scaturivano delle ipotesi deboli che ovviamente, in un paese come l’Italia che fortunatamente gode delle garanzie processuali, finivano per non reggere poi al vaglio del dibattimento. Sono convinto che spezzoni di verità erano presenti nella prima e nella seconda inchiesta, così come spezzoni di verità si trovavano nelle varie inchieste che erano state svolte su tutti questi fenomeni. Ma nel momento in cui ci si arrestava al piano degli operativi, o come nel caso di Brescia si chiudeva l’indagine al mondo bresciano, alla verità non si giungeva perché tutto diventava processualmente debole.

DELFINO. Ma Ferri non è bresciano, come non lo è De Amici. Mi consenta di completare perché secondo me questo è importante. Mi sembra di aver letto che esisteva un certo Pasetto e vedo nominato sui giornali – non so se è vero – anche un certo Minetto; si è accesa allora una lampadina.

PRESIDENTE. Non so se le nuove indagini porteranno a giudicati di condanna, ma devo dire che per come le ho lette, esse danno un quadro credibile perché collegano i vari episodi e soprattutto individuano una matrice. Questo per rispondere all’onorevole Mantica. Ed è questo il vero punto.

DELFINO. Signor Presidente, io non vorrei contraddirla ma il punto è che siamo qui a discutere su un materiale raccolto ventitre anni fa, vero o non vero, aderente o meno, materiale che si sta esaminando e collegando. Si metta nei panni di alcuni magistrati.

PRESIDENTE. E’ ciò che lei ha detto prima. E’ chiaro che emerge una serie di ostacoli istituzionali e forse politici che hanno fatto in modo che la verità non si potesse raggiungere fino in fondo.

DELFINO. Personalmente devo dire che non ho avuto nessun condizionamento. Nessuno si è permesso di tentare di condizionarmi. Quindi noi siamo andati avanti sulla base di ciò che raccoglievamo in una indagine indiziaria.

PRESIDENTE. Mi scusi generale, non vorrei che l’audizione diventasse disordinata. A questo punto lascerei spazio ai colleghi per porre delle domande, perché ormai il quadro è stato ricostruito nel complesso.

CORSINI. Anch’io ringrazio il generale Delfino della disponibilità che ha reso a questa Commissione accettando l’invito all’audizione. Prima di passare alle domande su vicende specifiche, su personaggi ed episodi particolari, vorrei soffermarmi sulle osservazioni finali con le quali lei ha sostanzialmente concluso la sua esposizione: cioè la convinzione, che lei ribadisce a ventitre anni di distanza, che le piste che per comodità potremmo chiamare Ferri e Buzzi sono tali da non escludersi reciprocamente, bensì complementari. Credo che a questa osservazione bisogna aggiungere una sorta di ampliamento dello sfondo sul quale la vicenda si muove, che è quello più generale della eversione radicale di destra che rimanda ad ambienti veneti e milanesi. A mio avviso Buzzi all’interno di questo quadro è un personaggio sicuramente di secondo piano, il che tuttavia non esclude che possa avere collegamenti, che possa essere stato utilizzato e in questo modo i vari tasselli del mosaico – sulla base delle mie impressioni e convincimenti – vengono sostanzialmente ricomponendosi.

Lei ha qualcosa da dire rispetto a questo quadro che molto sinteticamente le ho proposto e che fa riferimento a notizie apparse anche sui giornali sulla ripresa delle indagini e sulla deposizione di recenti sentenze-ordinanze? Le pare plausibile questa raffigurazione, che in qualche misura anche lei ha avvalorato, cioè che sullo sfondo di una eversione cospirativa improvvisamente si decide di accelerare i tempi di esecuzione dei piani? Ritiene validi i collegamenti su un triangolo che congiunge Brescia, Verona e il Veneto e Milano? Anche da un punto di vista geografico e territoriale, Brescia è un crocevia di questa strada; sulla base delle indagini che lei ha condotto e dei riscontri di cui disponeva allora e di quanto anche lei, come me, apprende oggi dai giornali, le pare che questa raffigurazione possa avere un qualche fondamento di veridicità?

DELFINO. Anzitutto, se avessi avuto qualche elemento di prova sarei andato dal magistrato. Oggi, a distanza di anni nel corso dei quali è stato possibile acquisire una nutrita documentazione di tutti questi monumenti di personaggi, trovo una chiave di lettura. Ricordiamoci che, dopo la morte di Silvio Ferrari, Brescia viene invasa dai veronesi e veneti.

CORSINI. C’è una cosa che mi ha sempre stupito e per la quale non ho mai trovato una spiegazione; sui muri di Brescia apparve una scritta – per dire di Verona e del Veneto – “Pasetto vive”. E’ una scritta che molti hanno avuto modo di constatare, rispetto alla quale non sono mai riuscito a darmi una spiegazione plausibile. Visto che prima anche lei si interrogava su questo nome, ha qualche elemento per spiegare l’apparizione di questa scritta?

DELFINO. Il Pasetto è un nome che circolava frequentemente e non abbiamo trovato nulla al riguardo. Oggi, a distanza di ventitre anni, non ho altri elementi, ma leggo su un giornale che si parla di un veneto, un certo Minetto, e allora dentro di me si accende una lampadina: non è che il Buzzi o la scritta sul Pasetto sia un nome di battaglia di Minetto? E’ solo una mia considerazione, ma che ci fosse stata una confluenza di interessi eversivi estremisti su Brescia, questo è certo. Anzi io, pur senza avere elementi e dati precisi, sono arrivato al punto di ipotizzare che Buzzi e il gruppo bresciano abbiano voluto fare lo scherzo ai sindacati, senza accorgersi – alcuni – che l’altro gruppo (quello politicizzato eversivo, milanese e molto probabilmente veneto-veronese) invece sapeva cosa si andava a fare. Questo perché c’è stato un momento dell’indagine in cui era apparso da qualche cosa che l’errore del collegamento della bomba su un pilastro con il cestino attaccato non era a conoscenza di quei quattro – Buzzi forse compreso – per i danni che avrebbe potuto procurare, ma che il gruppo politicizzato sapeva. Ricordiamoci anche che ci sono le due missive che purtroppo arrivano a conoscenza a strage avvenuta; sono due missive scritte con una macchina che abbiamo recuperato, che certamente annunciano la strage: è quello che arriva al “Giornale di Brescia”. Allora faccio la considerazione che a Brescia e nell’area bresciana era in atto il preparativo di qualcosa di grosso e viene colta l’occasione della riunione improvvisa e a breve scadenza concordata dai sindacati. Quindi, non escludo che ci siano state due diverse configurazioni nell’attentato, quella di chi voleva lo scherzo ai rossi, come scrivevano sul muri, e quella di chi invece, sapendo che veniva fatto lo scherzo, ha voluto la strage.

PRESIDENTE. Però sei bombe erano uno scherzo pesante: era difficile pensare che non facessero morti.

FRAGALA’. Proprio nel posto dove stavano i carabinieri.

PRESIDENTE. Questa è l’altra domanda che volevo farle.

CORSINI. Veniamo adesso al riferimento di carattere fattuale e non interpretativo. Voglio poi arrivare ad una domanda suggeritami dalle considerazioni rese dal dottor Arcai nel corso della sua audizione. Lei ha conosciuto i familiari di Maifredi, è stato qualche volta nell’abitazione di Maifredi? Ha visto se in casa avesse una telescrivente o una radio trasmittente?

DELFINO. Il Maifredi l’ho conosciuto esclusivamente nel mio ufficio; e dal 1974 al 1992 l’ho sentito una sola volta, perché un giorno mi ha rintracciato a Torino chiedendomi se lo potevo aiutare perché non gli davano più il porto d’armi. Non sono mai stato a casa del Maifredi, non ho mai visto niente. L’incontro con Maifredi avviene esclusivamente nel nucleo investigativo.

CORSINI. Lei ricorda che nel dibattimento del Mar, la convivente del Maifredi raccontò di essersi lamentata con lei per la sua assiduità con il Maifredi e che lei avrebbe detto – così riferisce anche il dottor Arcai – che deve fare quello che fa perché altrimenti va in galera. Vuole precisare la vicenda di questa sorta di intimazione che Arcai riferisce?

DELFINO. Anzitutto vorrei il riferimento all’atto processuale, perché non lo ricordo assolutamente.

CORSINI. Ho riletto l’intervento del dottor Arcai e lui cita questo episodio

DELFINO. Ma lo cita in base a quali elementi? E’ riportato in qualche atto processuale? Un episodio del genere non lo ricordo e poi non capisco quale influenza possa avere in una indagine. L’interrogativo è chi ha mandato Maifredi da me; questo è l’interrogativo al quale non ho saputo rispondere, non so rispondere e al quale spero qualcuno riesca a rispondere.

PRESIDENTE. Io su questo, però, le ho fatto un’ipotesi: è possibile che le veniva mandato per poter troncare qualche legame con tutto questo gruppo di Fumagalli? Cioè che avesse un’ispirazione politica o istituzionale elevata?

DELFINO. Nell’Arma lo escludo assolutamente. Ho riferito l’episodio di Labruna, che a mio avviso è molto significativo. Secondo me in quel periodo esistevano due gruppi politici contrapposti, perché la frase di Labruna nel 1974, nell’immediatezza…

PRESIDENTE. Cioè che: “Ci avete rotto le uova nel paniere”.

DELFINO. Sì, la frase “Delfino ha rotto le uova nel paniere”, da me interpretata come la concorrenza investigativa di un collega, a distanza di anni, come mia ipotesi, diventa che era in atto qualcosa e che un altro gruppo ha voluto farla finita. Ma non sono in grado di dire quali fossero i gruppi contrapposti.

FRAGALA’. Lei intende il gruppo Miceli e il gruppo Maletti?

DELFINO. No, io mi riferisco soltanto ad aspetti di gruppi organizzati. Certamente c’era la prevalenza politica; non so di che colore.

FRAGALA’. Quindi, sono o meno gruppi dei servizi segreti?

DELFINO. Non so cosa c’era, perché se Labruna dice: “Avete rotto le uova nel paniere”, e lui faceva parte dei Servizi, che cosa significa? Io non sono in grado di dirlo. A loro ho dato una spiegazione; dopo l’elenco ne ho data un’altra. Può darsi pure che mi sbaglio, ma la mia convinzione è questa.

CORSINI. Vorrei tornare un attimo alla questione della perquisizione della casa di Bonati e alla ricerca del quadro del Romanino, perché lei nel marzo 1974 chiese l’autorizzazione, appunto, a perquisire l’abitazione di Bonati alla ricerca del furto. Ma mi si dice (avanzo questa come ipotesi, evidentemente con beneficio di inventarlo) che i carabinieri suoi dipendenti non eseguirono la perquisizione. Per quali motivi?

DELFINO. Queste sono illazioni pure e semplici. C’è stato un processo, c’è stata un’istruttoria condotta dal dottor Simoni. Quello che ricordo con esattezza è che i miei uomini, che si recano a perquisire la casa del Bonati, trovano la sorella del Bonati che dice, quando inizia la perquisizione (quindi la perquisizione è stata fatta): “Ma per caso cercate un quadro dove è raffigurato un cane?”. A quel punto la madre – risulta agli atti – si gira e dà uno schiaffo alla figlia: cioè, la sorella del Bonati – e questo, ripeto, è riportato negli atti – dice: “II quadro è stato in casa nostra. La perquisizione è stata fatta”. Se esiste poi un altro documento in cui si dice che non è stata fatta tale perquisizione e c’è stata un’istruttoria e ci sono state delle condanne, io non so quando fosse ancora venuta fuori questa novità.

CORSINI. In base a quali nuovi elementi lei denunciò, nel gennaio 1975, una prima volta Bonati e Buzzi quali autori del furto e invece una seconda volta Bonati, Buzzi e Flavio Romagnoli?

DELFINO. Innanzi tutto c’è una vicenda che forse sarà oggetto di una sua domanda successiva. Intanto rispondo alla prima. Avevamo già in mano gli elementi, ma non eravamo riusciti a recuperare il quadro. La dichiarazione del dottor Arcai del 29 maggio, giorno dopo della strage di Brescia, che parla di Bonati che va da lui e gli parla del Romanino, diventa l’ultima ciliegia investigativa che mi consente di spedire un rapporto giudiziario che arriva in procura, viene timbrato; dopo dieci minuti o un quarto d’ora vengo chiamato al telefono dal dottor Risciotto, il quale mi dice: “Ritira subito quel rapporto, perché il dottor Arcai non intende assolutamente parlare o dichiarare quello che tu hai scritto”. Le mie resistenze non sono valse a nulla. Per cui ritiro il rapporto, che conservo in cassaforte e che penso di avere qui con me, cancello la frase riportata e mando un nuovo rapporto. Nel corso del processo a Brescia in Corte d’Assise, questo rapporto diventa l’elemento secondo alcuni determinante per la soluzione del caso. “Delfino ha imbrogliato”. Ho aperto la valigetta, ho estratto l’originale di un rapporto con il timbro della procura della Repubblica con la cancellazione ed è stato acquisito agli atti. Allora vivevo in Turchia; arrivo a Roma a prendere l’aereo per rientrare e leggo sui giornali che il fatto veniva addebitato ad un altro magistrato, cosa che non era corretta. Ho preso carta e penna (un foglio dell’Alitalia) e dall’aeroporto ho scritto al presidente della Corte d’Assise dicendo: “Ieri non ho detto il nome, non mi ricordavo perché non volevo; il nome è quello di Lisciotto”. Quindi è stato tutto risolto, chiarito, con l’esibizione di un documento originale che mi era stato restituito con un timbro, invitandomi a cancellare quella parte che si riferiva e quindi aveva interesse, sia per la strage che per il quadro del Romanino. Infatti ho qui con me un verbale da me reso al dottor Simoni, dove riferisco i fatti.

CORSINI. Buzzi poi non fu nemmeno rinviato a giudizio per il furto. Bonati e Romagnoli furono invece condannati a miti pene per la ricettazione del marzo 1974. Io adesso devo farle una domanda piuttosto antipatica, ma è una domanda che scaturisce da voci e anche da articoli che sono stati scritti. E’ forse vero che l’accusa del furto fu un aspetto del lavoro ai fianchi di Buzzi per incolparlo della strage di Brescia?

DELFINO. E’ una tesi infondata.

CORSINI. Questa è una tesi che è stata sostenuta da alcuni.

DELFINO. Ma di tesi ce ne sono tante. Se solo lei in ventitre anni avesse avuto modo, o ha avuto modo come sindaco di Brescia e anche come onorevole, di seguire chi ha sollevato polveroni per distogliere l’attenzione della magistratura e delle forze di polizia dal nocciolo centrale, che era Buzzi, denunciando le coppole e tutti i fatti che avvenivano! Ogni giorno c’era un polverone nuovo che è servito soltanto a distrarre l’opinione pubblica dalla ricerca della verità, cercando di addebitare ad altri omissioni o travisazioni di fatti che in effetti non ci sono mai stati; mai!

CORSINI. Volevo tornare un attimo su Fumagalli. Vorrei ripercorrere una domanda che le è stata posta dal senatore Pellegrino e rispetto alla quale lei ha già dato una risposta, per quanto parziale. Non apparendo possibile a una persona normale, che valuta gli effetti di quelle che possono essere determinate scelte, che Fumagalli volesse (a meno che non fosse un totale mitomane) dare vita ad una sorta di guerra civile da solo, lei è riuscito ad accertare (su questo piano anche Arcai ha proposto alcune sollecitazioni) quali fossero non soltanto i suoi referenti politici, dei quali ha parlato Arcai, ma eventuali referenti in sede militare?

PRESIDENTE. Integro la domanda: lei è a conoscenza delle deposizioni di Orlando al giudice istruttore di Bologna e al giudice istruttore di Milano?

DELFINO. No, non conosco le deposizioni di Orlando. Ho cercato invano di catturarlo, ripetutamente, ma era all’estero. Su quanto riguarda la domanda precedente (e rispondo parzialmente alla domanda, per quello che so), una cosa è certa: che oltre alla guerra civile, secondo me, nel giorno del referendum, era la costituzione della Ridotta della Valtellina. Si tornava al vecchio discorso della Ridotta della Valtellina cioè una Repubblica presidenziale che aveva dei confini geografici che coincidevano con l’epoca di Salò. Quando è venuta fuori tutta questa vicenda, sono stato attaccato dall’onorevole Pacciardi, il quale mi imputava di essere contrario alla Repubblica presidenziale. Io risposi di non essere contrario alla Repubblica presidenziale, purché nascesse dal voto popolare e non attraverso le bombe; ma della Repubblica presidenziale della Valtellina era secondo me l’elemento primario.

PRESIDENTE. Lei quindi condivide un giudizio di questo tipo, che cioè il Mar potesse contribuire da detonatore alla strategia della tensione, soprattutto con gli attentati al tralicci in modo da creare una richiesta di svolta autoritaria specie nel periodo più prossimo al progetto della Rosa dei venti. Le sembra una ricostruzione credibile?

DELFINO. Non conosco la “Rosa dei venti” perché l’ho letta solo sui giornali. Anzi, con Arcai siamo andati, perché lui doveva interrogare Miceli, all’ospedale di Verona in una notte di nebbia nella quale lo accompagnai ma non assistei all’interrogatorio. Ritengo che se si fosse guardato attentamente a tutti i collegamenti nati dal Mar Fumagalli con tutte le organizzazioni, si sarebbe visto che il problema era più vasto di quello di Fumagalli. Rileggendo quindi dall’istruttoria, a posteriori, perché l’istruttoria la fece Arcai, il pubblico ministero e quindi le mie conoscenze su molti fatti giungono a posteriori perché non so che cosa dichiaravano a verbale.

CORSINI. Mi scusi possiamo tornare alla mia domanda? Lei era a conoscenza di rapporti con ambienti militari da parte di Fumagalli?

DELFINO. Ritorno al discorso perché Orlando ha parlato di rapporti con ufficiali dell’Arma e con ufficiali della Nato. L’unica deduzione che traggo, che ho già detto prima, è quella della P2.

CORSINI. Lei ha conosciuto personalmente il generale Palumbo? Che impressione ne ha tratto, che giudizio darebbe di questa figura?

DELFINO. Ho conosciuto il generale Palumbo e le dico una cosa che mi ha sorpreso. Era comandante della divisione di Milano nel momento in cui abbiamo portato a compimento l’operazione Fumagalli. Quindi veniva costantemente informato di tutto quello che facevamo e, quando richiedevamo rinforzi, anche dei motivi. Non ritengo, almeno né ufficialmente né indirettamente ho avuto mai la sensazione di incontrare ostacoli, anzi al contrario ho avuto la sensazione di compiacimento per quello che dovevamo fare. Debbo solo precisare un aspetto che forse serve a dare una chiave di lettura. E’ difficile in una istituzione come l’Arma dei carabinieri che un capitano tutte le mattine alle sei chiami il comandante generale per aggiornarlo su quanto è successo la notte e al mattino.

PRESIDENTE. Mi scusi, non la seguo.

DELFINO. Tutta la vicenda Fumagalli avviene nel periodo in cui c’è il comandante generale Mino il quale viene ripetutamente a Brescia, moltissime volte. E in ogni occasione vuole vicino il capitano Delfino per sapere come vanno le cose, al punto che pubblicamente – per pubblicamente intendo nella struttura dell’Arma – alla presenza del generale Palumbo, del generale comandante di brigata e comandanti di legione dice: “Tutte le mattine il capitano Delfino deve aggiornarmi su tutte le vicende successe chiamandomi a questo numero di casa mia”.

PRESIDENTE. Saltando quindi le catene gerarchiche.

DELFINO. La catena gerarchica era a conoscenza, perchè poi io riferivo.

CORSINI. Mi scusi, ma per vicende successe nell’area territoriale di Brescia o generali?

DELFINO. Sul Mar Fumagalli, strage di Brescia, io tutte le mattine – e non ne ho saltata nessuna – chiamavo: “Eccellenza, buongiorno”. “Delfino, hai dormito?”. “No, non ho dormito, eccellenza”. “Io debbo andare dal Presidente del Consiglio, debbo riferire i fatti ” – perché Brescia era giustamente al centro dell’attenzione politica – “Debbo riferire al Presidente del Consiglio, quindi tu mi devi dire di prima mano che cosa è successo durante la notte e cosa avete in programma”. Quindi io riferivo a sua eccellenza quanto avevamo fatto.

PRESIDENTE. Lei che spiegazione si dava di questa richiesta?

DELFINO. Mi sono convinto nel 1981, dopo aver letto l’elenco di questa P2 che c’era qualcosa di molto più grosso di quello che potessi aver immaginato allora da capitano.

FRAGALA’. Non nel 1977, nel 1981?

DELFINO. Nel 1981 è uscita la lista della P2.

FRAGALA’. Mino è stato abbattuto nel 1977.

DELFINO. Sull’abbattimento non ho alcun elemento, perché leggendo cinque giornali non si riesce a capire nemmeno l’ora in cui è avvenuto il fatto.

PRESIDENTE. L’onorevole Pannella ne diede subito una certa interpretazione in tempo reale.

DELFINO. Onorevole Corsini, voglio dirle un altro particolare che forse la può illuminare. Dopo la strage di Brescia, il 2 giugno 1974 compare – e quindi è disponibile, se non lo trova glielo do io perché sono anche un raccoglitore di fatti, perchè cerco di capire quello che è successo sulla mia testa o anche dietro di me – sul Corriere della sera, in prima pagina, un articolo nel quale si dice che grazie ad un pugno di uomini comandati dal capitano Delfino si è verificato qualcosa. Non si è verificata cioè, il giorno del referendum, quella costituzione eccetera. Chi scrive – e spero di non riportare in maniera inesatta le cose dal momento che ho buona memoria – è in grado di riferire nelle sedi competenti ciò che sa o ciò di cui era a conoscenza; firmato Zicari. Mentre ritornavo alla Procura della Repubblica di Brescia – allora non c’erano telefonini – sono stato avvertito da qualcuno arrivato urgentemente, di mettermi in contatto con il comandante della legione, il colonnello Morelli. Vado nel suo ufficio e il colonnello Morelli mi dice: “Dobbiamo chiamare urgentemente il generale Palumbo perché ti vuole parlare”. Chiamiamo il generale Palumbo il quale mi dice: “Rintraccia immediatamente Giorgio Zicari e digli che nel pomeriggio deve venire da me”.

CORSINI. Palumbo non poteva cercarselo da solo?

DELFINO. In quel periodo Zicari era a Brescia. Quindi rintraccio Giorgio Zicari e riferisco il messaggio. Lungi da me, giovane capitano con degli ideali che ancora ho, il pensiero che alle mie spalle vi potessero essere congiure. Alla mia richiesta Giorgio Zicari dà in escandescenze. “Questi mi vogliono uccidere”. Sento dire che i miei ufficiali vogliono uccidere Zicari e gli chiedo: “Ma tu da che parte arrivi?”. “Non vado a Milano se non accompagnato da te”. Gli dico che non posso andare a Milano perché ho da fare e tra l’altro non sono stato invitato a quest’incontro. Tutt’al più se vengo autorizzato mando il mio autista con la mia macchina per accompagnarlo. Mi sorge però il sospetto che la faccenda avesse qualcosa che non riuscivo a decifrare e do l’incarico ad alcuni dei miei uomini di pedinare Zicari per vedere – una volta affermato: “I tuoi mi vogliono uccidere” – che cosa aveva in animo di fare. E mi riferiscono che era entrato in quel negozio vicino piazza della Loggia…

CORSINI. So qual è.

DELFINO. …e aveva comprato un registratore. Mi precipito quindi alla legione e avverto il generale Palumbo che Zicari si era munito di un sofisticato, per l’epoca, registratore. Verso l’una di notte suona all’ingresso della mia abitazione in Piazza Tebaldo Brusati, Giorgio Zicari. Rientra da Milano, entra in casa e dice: “Qui siamo alla fine. Mi hanno detto di stare attento quando attraverso la strada perché spesso i camion perdono i freni”. Ora, che cosa era significato quel viaggio, che è documentato? Non è che io stia parlando – come qualche altro fa – senza riferirmi a documenti. E’ negli atti del Mar. Infatti poi viene interrogato Palumbo. Non so che cosa. Erano atti istruttori. Giorgio Zicari dice: “Sono stato ricevuto non al comando divisione, ma in un negozio dove apparentemente si vendevano prodotti di bellezza”. Evidentemente era un ufficio coperto di Milano per un’attività diíntellígence.

PRESIDENTE. Un ufficio dell’Arma?

DELFINO. Non era dell’Arma. Non so se l’Arma avesse questi uffici. Io ho ritenuto fosse dei Servizi. Concludo, onorevole Corsini, solo un’aggiunta. In pratica lui affermava – e mi pare che sul problema ci sia stato un grosso dibattito, non vorrei sbagliarmi – che, secondo quello che è emerso, nel corso del colloquio era venuto fuori che il generale Palumbo, o chi lo aveva interrogato, Calabresi o non so chi, gli avesse detto: “Per ordine di Andreotti” oppure “Andreotti ci ha detto di dirle così”. Quelli hanno negato di aver nominato Andreotti. Basta rileggersi gli atti del Mar Fumagalli. Questo è quello che ho vissuto io. Diverso è quello di cui sono venuto a conoscenza attraverso le letture. Su quello non posso essere preciso. L’episodio che ho vissuto io è quello che vi ho riferito.

CORSINI. Questo episodio conferma che Andreotti sembrerebbe essere una sorta di deus ex machina di tutti i misteri d’Italia.

DELFINO. Io le riferisco quello che è stato il dibattito. Quale sia stata la verità non sono in grado di dirlo perché non ero presente.

PRESIDENTE. In che anno sarebbe avvenuto tutto questo?

DELFINO. Il 2 o il 3 giugno 1974. A pochissimi giorni dal fatto.

CORSINI. Signor generale, visto che era presente, può ricostruire e darci la sua versione dell’incontro a Rovato con Pisanò e con, lo apprendo da lei, Tremaglia?

DELFINO. E’ negli atti del processo.

CORSINI. Non mi ricordo però se Arcai citasse Tremaglia.

MANTICA. Sì, lo faceva.

DELFINO. Non capisco il motivo per cui il dottor Arcai si sia tanto impuntato su questo. Il dottor Arcai mi chiama la sera prima e mi chiede di passare, da solo, la mattina con la macchina perché deve “incontrare un confidente”. Io gli chiedo perché debba essere io a guidare la macchina visto che abbiamo un autista. Finora nessun elemento del nucleo investigativo ha dato adito a comportamenti lesivi della riservatezza e della segretezza e non capisco. Andiamo a prenderlo sotto casa e partiamo. Su suo invito imbocchiamo l’autostrada e, lungo l’autostrada, prima di arrivare a Rovato, il dottor Arcai ci dice di uscire per Rovato stesso. Lì troviamo un’autovettura e ho riconosciuto uno dei due occupanti. Non ricordo se Pisanò o Tremaglia. Ci siamo scambiati i saluti e i convenevoli e ad un certo punto uno dei due dice che potremmo parlare di quello che è successo a Brescia. Gli domando perché dobbiamo farlo in mezzo alla strada quando c’è una stazione dei carabinieri a Rovato. Andiamo e ci trasferiamo nella stazione dei carabinieri. C’era un registratore, non portato da me, mi pare che l’abbia portato il dottor Arcai o che ce lo avesse chiesto a noi, non era però stata iniziativa mia portarlo, anche perché neppure sapevo chi fossero le personalità che avremmo incontrato. Chiedo anzi scusa all’onorevole Tremaglia e non voglio accusarlo di essere un “confidente”, ma era stata un’espressione per spiegare che la faccenda era delicata. Andiamo quindi nella caserma di Rovato e loro parlano. Quando ho sentito Pisanò dire ad Arcai: “Avete arrestato quattro poveri ragazzi del Mar di Fumagalli, questi sono quattro contrabbandieri”, la cosa non mi è piaciuta. Ho detto che a mio parere si cominciava male e me ne sono uscito. Però ogni tanto rientravo. In una di queste mie entrate nell’ufficio sento espressamente Pisanò che fa questa dichiarazione: “Ma la strage di Brescia” – mi scuso per l’espressione – “è imputabile a quattro pederasti, a quattro ladri”. Poi ha proseguito. Ritorniamo a Brescia, mi affida il nastro per decifrarlo e qualche maresciallo, non so chi, comincia a riportare in chiaro il contenuto della registrazione. Mi pare poi che il giorno dopo, era una faccenda lunga, giunse una telefonata del dottor Arcai per dire di riportare tutto senza fare niente. In quel momento ho fatto la copia. Restituiamo il nastro quindi e una copia la porto al procuratore della Repubblica che non sapeva niente, come non sapeva niente nemmeno il sostituto. Dico loro: “Non vorrei che un domani qualcuno mi portasse le arance in carcere per aver soppresso qualche cosa. E’ successo questo”. E il procuratore della Repubblica dispone che quel nastro, conservato in busta sigillata, con timbri della Procura, sia conservato nella cassaforte del comandante della legione dei carabinieri di Brescia, colonnello Morelli. La mia deposizione nessuno l’ha mai contraddetta, mi consenta di dirlo Presidente, perché tre giorni di interrogatorio in Corte d’Assise di Brescia non sono stati smentiti da nessuno, solo da illazioni. Vengo interrogato e sembra che questo nastro originale non contenesse più le dichiarazioni. Ricordo allora l’episodio e dico al Presidente che c’è un’altra copia del nastro. Viene presa quest’altra copia e, se non vado errato, conteneva esattamente quello che sto dicendo io.

PRESIDENTE. Il dottor Arcai però ci ha detto che non è questa la versione. Lui sostiene che c’era un cancelliere, un verbale, che tutto era firmato e trascritto.

DELFINO. Prendiamo gli atti della Corte d’Assise di Brescia e mi si denunci per aver detto il falso. Lì c’è un mio verbale…

PRESIDENTE. Lui questo lo dice. Sostiene però che il pubblico ministero non le fece le contestazioni che le avrebbe dovuto fare.

DELFINO. A me?

PRESIDENTE. Questo è quello che ci ha detto il dottor Arcai.

DELFINO. Qui, se mi consente, Presidente, il problema è un altro. Se giustamente, come lei dice, una Commissione come quella da lei presieduta deve non entrare nei particolari, almeno si deve basare su fatti che sono stati scritti e redatti in maniera inequivocabile allora. Se il dottor Arcai ha la possibilità di dimostrare o di dire che questo è falso…

PRESIDENTE. Non vorrei sembrarle sgarbato ma la storia tra lei e il dottor Arcai sembra quella di un bel romanzo dal titolo “I duellanti” da cui è stato tratto anche un bel film. Voi avete a lungo collaborato, poi per quella vicenda del figlio questo rapporto si è interrotto: da allora sono passati circa ventitre anni non fate che rimpallarvi queste accuse reciproche.

DELFINO. Rispondo alle falsità.

PRESIDENTE. Trovo interessantissima la sua audizione ma per il quadro generale che ci propone.

DELFINO. Allora non mi faccia le contestazioni del dottor Arcai.

PRESIDENTE. Non gliele sto facendo io ma l’onorevole Corsini. Vorrei passare brevemente in seduta segreta.

I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 23,26.

…omissis …

I lavori riprendono in seduta pubblica alle ore 23,32.

CORSINI. Vuole ricostruire come lei è arrivato alla figura di Cesare Ferri? Mi pare che si avvalesse allora del maresciallo Toaldo.

DELFINO. Il Toaldo era un personaggio di chiesa, un sottufficiale che conosceva tutti i parroci: faceva opere di bene anche a casa degli arrestati e conosceva tutti, anche la madre di Buzzi ecco perché forse il dottor Arcai riferisce che qualcuno aveva come confidente il Buzzi. Quando Toaldo viene a dirci…

PRESIDENTE. Era uno strano personaggio.

DELFINO. Forse è diventato strano dopo con gli anni, dopo che è stato interrogato. Quando eravamo insieme era un tipo molto posato che raccoglieva notizie specie in campo ecclesiastico. Portò la notizia che il sacrestano della chiesa vicino a piazza della Loggia aveva riconosciuto nella fotografia del Ferri colui il quale la mattina prima della strage era in chiesa con una busta o una borsa in mano. Abbiamo portato subito la notizia alla magistratura.

CORSINI Risulta agli atti del dibattimento Mar un rapporto del colonnello Morelli datato 30 maggio1974 diretto al procuratore della Repubblica che indizia quale autore della strage il gruppo di Giancarlo Esposti. Lei ricorda qualche elemento di questa segnalazione?

DELFINO. Il colonnello Morelli ha fatto un rapporto?

CORSINI. Sì, è presente negli atti del dibattimento.

DELFINO. Guardi, veramente è la prima volta che sento che il colonnello Morelli ha fatto un rapporto perché tutte le volte che è stato interrogato dopo le conferenze stampa che ha reso ha detto sempre: “Chiedetelo a Delfino, non so niente”. E’ un fatto del quale non so nulla.

CORSINI. Mi si dice – ma riferisco solo quello che mi si dice – che nel maggio 1974 gli ufficiali della legione di Brescia dovevano fare una gita di istruzione ad uno stabilimento di Mantova, come al solito per il giorno di sabato. Questa gita di istruzione sarebbe stata poi rinviata al 28 maggio, quando fin dal 21 maggio era giunta al giornale di Brescia quella famosa minaccia di attentati che avrebbero colpito comunisti, socialisti e forze dell’ordine. Lei era stato avvertito di questa minaccia? E’ al corrente del motivo per cui questa gita venne spostata? Ha fondamento questa voce?

DELFINO. La voce ha un fondamento visto che ogni anno, con il contributo dei comandanti delle scuole, viene stilato un programma di aggiornamento professionale per gli ufficiali, che vengono accompagnati a visitare, ad esempio, lo stabilimento di Melfì per vederne l’attrezzatura. Quella gita rientrava nel quadro di un aggiornamento professionale, ma non ne conosco i termini. Mi pare che il dottor Zorzi se ne sia interessato, mi pare di aver letto qualcosa nella sua ordinanza, ma non conosco i fatti perché, come comandante del nucleo investigativo, non partecipavo a quelle gite a meno che non fossi libero da impegni, e veramente di impegni ne avevo tanti. Quindi non ero interessato e non sono in grado di dirle se era prevista una visita che poi è stata rinviata.

CORSINI. E’ noto che in piazza della Loggia quella mattina c’era un reparto dei carabinieri al comando di un ufficiale e di alcuni sottufficiali. Tale reparto, a causa della pioggia, fu spostato per far posto alla folla. Risulta che lei avrebbe assunto a verbale il maresciallo di pubblica sicurezza De Lorenzo, che dettò poi gli identikit, ma non interrogò quell’ufficiale e quei sottufficiali che erano vicini al cestino al momento dell’esplosione. E’ vero questo?

DELFINO. Io non ho mai interrogato nessuno.

CORSINI. Non sto parlando di lei. Risulta che lei ha assunto a verbale il maresciallo di pubblica sicurezza De Lorenzo. O no?

DELFINO. Io non ho assunto a verbale nessuno.

PRESIDENTE. Questo fatto che i carabinieri dovevano posizionarsi dove poi si mise la folla è vero?

DELFINO. In base alla ricostruzione fatta, a causa della pioggia i carabinieri si sono messi in un altro posto.

CORSINI. Secondo lei può avere fondamento la teoria da alcuni sostenuta che, in realtà, i destinatari della bomba fossero i carabinieri e non i cittadini?

DELFINO. Possiamo passare in seduta segreta, per favore?

I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 23,38.

… omissis …

I lavori proseguono in seduta pubblica dalle ore 23.53.

DELFINO. Colui che sostiene queste tesi deve pure raccontarle per bene. Dopo la strage di piazza della Loggia, nel 1974 giunse a Brescia l’allora tenente colonnello Franciosa, che faceva parte del gruppo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, per svolgere accertamenti – non con me, ma nell’ambito della magistratura – in quanto, secondo una fotografia, risultata poi non aderente alla verità, sembrava che Curcio stesse assistendo alla manifestazione o ai funerali. Quindi, lo stesso Franciosa ha contattato i personaggi che raccontano queste cose i quali hanno sostenuto che non si trattava di Curcio. D’altronde non sono stato io a compiere le indagini.

PRESIDENTE. C’è un punto a cui lei non ha risposto. Corsini le ha domandato se le possa sembrare credibile che l’obiettivo nel 1974 fossero i carabinieri, lasciando perdere le conflittualità interne all’Arma.

DELFINO. Per deduzione, se la strage di piazza della Loggia è una conseguenza delle attività repressive condotte esclusivamente dai carabinieri, nel Mar Fumagalli e anche nelle indagini sulla morte di Silvio Ferrari, io affermo, sempre a livello di deduzione, che non è escluso che l’ordigno fosse stato diretto ai carabinieri.

PRESIDENTE. Non potrebbe sussistere un’altra spiegazione e cioè che si attaccassero i carabinieri perché qualche alta solidarietà che i carabinieri avevano precedentemente avuto con questi gruppi nel 1974 era venuta meno?

DELFINO. Partendo dal presupposto che l’organizzazione della manifestazione è stata così improvvisa, non penso che gli ordini – sempre che siano stati dati ordini – da parte di un’organizzazione nazionale avrebbero avuto il tempo di cogliere questi aspetti, perché ciò sarebbe stato possibile in altri momenti.

PRESIDENTE. Mi sembra un’osservazione puntuale.

CORSINI. Lei ha mai avuto rapporti con l’ufficio D del Sid o con l’ufficio Affari riservati del Ministero dell’interno?

DELFINO. Non ho mai conosciuto né D’Amato, né l’ufficio degli Affari riservati, né il Sid.

PRESIDENTE. Dopo il ’78 lei entra in forza al servizio militare.

DELFINO. Ma non nell’ufficio D, nell’ufficio R.

PRESIDENTE. In effetti il generale Maletti ci ha detto di non conoscerla.

DELFINO. Meno male che qualche volta si incontra qualche amico.

CORSINI. Lei ha presente quella famosa frase di Giancarlo Esposti a suo padre: “Hanno preso il vecchio, i carabinieri hanno tradito”. Come interpreta questa frase?

DELFINO. Riconduciamola alla risposta che ho dato prima: chiediamo a Labruna cosa significava che il capitano Delfino ha rotto le uova nel paniere. Labruna era un capitano dei carabinieri, quindi…

FRAGALA’. Ma non si presentava così, Labruna era sempre in copertura, non si presentava come capitano dei carabinieri.

DELFINO. Non lo so, non l’ho mai conosciuto. Ma lo sapevano che era capitano dei carabinieri.

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