Audizione Francesco Delfino in Commissione stragi 18.6.1997- seconda parte

PRESIDENTE. E’ una tesi, come lei sa, non solo del dottor Arcai. E’ una tesi ampiamente riportata anche nella pubblicistica che si è occupata della questione.

DELFINO. Per quanto mi riguarda, io riferisco fatti che ho vissuto, per i quali non ho avuto tentativi di condizionamento di sorta. L’operazione nasce con l’arrivo di Maifredi nel mio ufficio, mai conosciuto. Il problema da sollevare forse è il seguente, e qualche altro magistrato recentemente me lo ha chiesto: chi l’ha mandato?

PRESIDENTE. Questa è una domanda che le farò dopo.

DELFINO. Non sono in grado di dire chi l’ha mandato. Fatto sta che si è presentato e ha reso quel verbale. Noi concludiamo l’operazione il 9 marzo 1974. Quindi – ripeto – non ho avuto alcun tentativo di condizionamenti durante la mia attività, né allora né successivamente.

PRESIDENTE. Non vorrei interromperla ma è un punto rilevante. Le leggo uno stralcio dell’audizione di Arcai: “Questo è il punto! Infatti i carabinieri sapevano che l’esplosivo era a Milano, anzi credo che prima o poi salterà fuori anche questo dato. Infatti, Clara Tonoli durante il processo ne ha fatto cenno e ne ha parlato anche Orlando nelle dichiarazioni rese al giudice Grassi e al capitano Giraudo. Ora, quell’esplosivo veniva da Rovereto, era stato conservato una notte a Brescia, per poi essere trasportato a Milano, poi da qui fatto riportare nel bresciano. In tal senso, la mia considerazione era la seguente: se questo esplosivo doveva essere consegnato al comunista – perché il concetto dei servizi segreti era “picchia subito a sinistra” – perché sono passati dalla Val Camonica e non attraverso Lecco, che è la via più diretta che da Milano porta in Valtellina? Delfino aveva imposto che l’operazione dovesse farsi passando dal bresciano, perché a Brescia bisognava catturarlo. Ma automaticamente (…) la competenza a giudicare su una quantità tale di esplosivo era a Milano. Voi carabinieri sapevate che l’esplosivo era a Milano; lo avete mandato da Rovereto (…) a mezzo di Gianni Maifredi; ha pernottato a Brescia e poi il giorno dopo è stato portato a Milano per essere riportato nel bresciano”.

In altre parole, il dottor Arcai dice che è stato fatto tutto a regia, non l’operazione in sé ma piuttosto lo svolgimento per far concludere l’operazione con la cattura nel bresciano, in modo da radicare a Brescia la competenza delle indagini e sottrarla quindi alla magistratura di Milano. Poiché questa operazione si è svolta tramite Maifredi, che lei aveva opportunamente infiltrato nel Mar di Fumagalli, vorrei che ci descrivesse meglio il percorso dell’esplosivo, quella specie di gita turistica. Perché si segue quel percorso e perché si interrompe in Val Camonica?

DELFINO. Innanzitutto, se mi consente Presidente, le farei una domanda. Queste notizie il dottor Arcai le ha avute in veste di giudice istruttore o da privato? Quando le ha avute? L’inchiesta l’ha portata avanti lui?

PRESIDENTE. Ce le ha riferite come fatti risultati dal tipo di inchiesta condotta.

DELFINO. Sarebbe interessante sapere se il dottor Arcai…

PRESIDENTE. Insomma, perché lo catturate in Val Camonica? Vi telefona Maifredi che vi dice che stavano passando di là? Vi informano?

DELFINO. Guardi, basta leggere. Mi consenta, Presidente, è un’opera d’arte investigativa.

PRESIDENTE. Io vorrei che lei oggi qui potesse opporre la sua verità a quella del dottor Arcai.

DELFINO. Se mi dà il tempo arriveremo a tutto, sono sicuro di questo. Il problema è questo: le indagini si arenavano perché, d’accordo con la magistratura, dovevamo trovare fatti concreti. Il verbale di Maifredi non era sufficiente per incriminare nessuno. Quando chiediamo a più riprese che cosa bolle in pentola, a Milano Segrate trecento metri di distanza dal traliccio di Feltrinelli…

PRESIDENTE. Questo lo sappiamo.

DELFINO. Mi permetto di ripeterlo. Ad un certo punto Maifredi ci dice: “Sono in possesso di esplosivo”.

FRAGALA’. Sono chi?

DELFINO. L’organizzazione, l’ingegnere Fumagalli è in possesso di esplosivo. Io mando a Genova un mio brigadiere.

PRESIDENTE. Ma è già Fumagalli al momento di Maifredi o è ancora Jordan?

DELFINO. Jordan, ha il nome di battaglia Jordan. Ripeto, mando a Genova il brigadiere Arli con istruzioni precise. Se noi facciamo una telefonata – perché avevamo mandato dei messaggi dicendo che il Maifredi era in contatto con arabi che erano intenzionati a scambiare armi, così, vagamente – di sicuro qualcuno chiederà da dove si telefona. L’operazione è riuscita perché Arli chiama l’officina di Fumagalli, dice un nome convenzionale che avevamo stabilito e dall’altra parte Jordan risponde: “Mi lasci il suo numero che io chiamerò”. Quando ha sentito prefisso 010, che era un bar, è avvenuta la prima trattativa per lo scambio di armi in cambio di esplosivo.

PRESIDENTE. Perché, Fumagalli cedeva esplosivo e quelli gli davano armi?

DELFINO. L’arabo, che era il mio brigadiere, dava armi in cambio di esplosivo. In altre parole, d’accordo con la magistratura noi cercavamo l’elemento determinante per iniziare l’attività.

PRESIDENTE. Quindi potrebbe essere che sia stato il procuratore di Brescia a dire di prenderlo a Brescia perché così avrebbe potuto continuare a guidare le indagini.

DELFINO. No, assolutamente no.

PRESIDENTE. E allora perché lo prendete in Val Camonica?

DELFINO. Se mi fa finire, Presidente. Dal momento in cui avevamo noi in mano l’operazione con l’arabo che dettava le condizioni per la consegna, dovevamo dare l’indicazione di una strada e di un posto tale per cui non c’era possibilità di fuga e lo stesso Jordan poteva controllare l’eventualità di presenze arabe o di persone interessate in zone che lui conosceva, cioè Sondrio. La nostra finalità era portarlo a Sondrio. Le indicazioni erano: portate le armi a Sondrio, a Sondrio nel tale albergo ci sarà uno che cammina con “L’Unità” o con 1″‘Avanti!” – non ricordo – in tasca…

PRESIDENTE. Sì, questo ce lo ha detto pure Arcai.

DELFINO. Nel momento in cui Maifredi è costretto ad accompagnare il Borromeo con l’esplosivo dovevamo constatare che effettivamente l’esplosivo fosse nella macchina. Quindi, io ero vicino al lago d’Iseo, con l’autista, intento a pescare, un altro era più avanti. Il segno convenzionale era il lancio di un pacchetto vuoto di sigarette dalla macchina che sarebbe servito ad avere la certezza che l’esplosivo era sull’autovettura.

PRESIDENTE. In sostanza, lei sta dicendo che il luogo viene scelto in funzione sia delle esigenze di Fumagalli sia delle vostre come luogo adatto allo scambio esplosivo-armi.

DELFINO. Tanto è vero che costeggia il lago di Iseo e, quando lancia il pacchetto di sigarette vuoto nel luogo dove io mi trovavo, dò l’allarme alla caserma di Breno (che non sapeva niente, ma l’ha saputo solamente in quel momento) di bloccare l’autovettura. Quindi non c’è nessuna tesi precostituita o scelte di procure. Debbo solo affermare, cosa che ho già fatto nel corso di un interrogatorio che ho svolto come teste sul caso Calvi…

PRESIDENTE. E’ vero che lei, primo ufficiale dei Servizi che arriva a Londra…

DELFINO. Sono il primo e l’ultimo. L’unico. Vuole sapere altro?

PRESIDENTE. No.

DELFINO. Poi ho arrestato Carbone in Svizzera, ho localizzato Pazienza a New York e Gelli ad Acapulco. Se vuole sapere altro sono in grado di rispondere.

PRESIDENTE. Volevo avere solo una conferma.

DELFINO. Come ho già deposto nel caso Calvi, c’è un altro procedimento, un aspetto e cioè che in Italia possiamo venire a conoscenza dell’evolversi dei fatti dopo sei o sette anni. Mi spiego. Non ho mai conosciuto il capitano Labruna. Mai. Non l’ho mai incontrato, non so, se non attraverso le cronache. Dopo l’operazione Fumagalli, il commento che mi era stato riportato da un altro ufficiale era il seguente: “Labruna ha detto che avete rotto le uova nel paniere”. Nel 1974 ho interpretato questa frase nel senso di una competizione investigativa e cioè: “siete arrivati voi prima di noi”. Quando nel 1981 – allora mi trovavo in Belgio – è stato reso noto l’elenco della Loggia P2, ho capito il motivo per cui avevo rotto le uova nel paniere. E’ una motivazione politica quella che io offro e leggendo i nomi contenuti in questo elenco, per quanto riguarda l’Arma dei carabinieri, ho compreso il caso Zicari e tanti fatti sui quali sono in grado di rispondere se verranno poste delle domande. Quindi, l’operazione Fumagalli nasce senza alcun preconcetto, contrariamente a ciò che oggi sostiene il dottor Arcai, giudice istruttore al quale ho consegnato su un vassoio d’argento un’organizzazione, l’unica organizzazione eversiva che è stata condannata dal vertice alla base, passando dai ventidue anni di condanna assegnati a Fumagalli ai sei anni assegnati all’avvocato della maggioranza silenziosa, o rumorosa, a seconda dei punti di vista. Oggi poi il dottor Arcai sostiene che era a conoscenza, d’altronde era il giudice istruttore, il deus ex machina, avrebbe potuto svolgere qualsiasi indagine e non l’ha mai fatto. Pertanto, l’ipotesi avanzata dal dottor Arcai è solo una sua ipotesi, e saremmo ben lieti di conoscere in quale epoca è stata acquisita.

L’arresto di Spedini e di Kim Borromeo, quindi, suscita una grande reazione da parte dei mass media e nell’ambiente bresciano, ma riusciamo a mantenere segreto tutto il piano che già si delineava quando ci accorgiamo che, per il giorno dello svolgimento del referendum, era in atto qualcosa. Si verifica intanto l’episodio di Pian del Rascino, dopo il giorno della strage, anzi, questo episodio avviene successivamente. Si verifica però intanto qualcosa che ci spinge ad un’azione, in accordo con il dottor Arcai e con il dottor Trovato, il quale subentra al dottor Zappa. Il dottor Trovato infatti si trovava presente perché quella sera era il magistrato di turno e quando quel giorno arriva nell’ufficio, gli presento il verbale sui due arrestati e sull’esplosivo e lui comincia a sollecitare di fare qualcosa. Io gli chiedo se non sapesse niente ed egli mi risponde che effettivamente non sapeva niente, questo perché essendo sostituto di turno non era stato messo al corrente. Le notizie erano in possesso del procuratore Maiorana – mi sembra che questo fosse il nome – e del dottor Zappa. Quindi, il dottor Trovato subentra solo perché era il sostituto di turno. Non c’è nessuna macchinazione; è stata un’operazione – mi consenta di affermare con un po’ di presunzione – brillantissima di polizia giudiziaria, che si conclude poi con l’arresto del Fumagalli e degli altri, con il sequestro di armi, di Land Rover e con qualche lettera in cui l’avvocato Adamo Degli Occhi dice: “caro Carlo, è ora di passare dalle parole ai fatti; i mitra ce l’abbiamo. Tuo Adamo Degli Occhi”. Questa è l’operazione che noi conduciamo. In questo contesto bresciano avviene l’episodio Ferrari e poi la strage del 28 maggio.

PRESIDENTE. Mi scusi, generale, lei però redige un primo rapporto in cui tutta questa complessa operazione di intelligence e di polizia viene sostanzialmente taciuta. Cioè lei redige un primo rapporto in cui l’arresto di Borromeo e di Spedini sembra un fatto casuale. Almeno questo è stato sostenuto dal dottor Arcai.

DELFINO. Questo è vero. Io non avevo l’obbligo – d’accordo con il magistrato – di portare a conoscenza di tutti gli avvocati ciò che bolliva in pentola. Si trattava di un’esigenza processuale.

PRESIDENTE. Lei afferma di aver fatto questo d’accordo con il dottor Trovato?

DELFINO. Sì, con il magistrato; non è che il dottor Trovato fosse il solo a trattare la questione, ma anche il procuratore Maiorana era coinvolto, anzi le riunioni…

PRESIDENTE. Però poi lei ha redatto un secondo rapporto in cui tutto questo viene quasi completamente rilevato.

DELFINO. Viene riportato tutto. Esisteva un’esigenza investigativa che non ci consentiva di mettere sulla piazza tutto ciò che avevamo scoperto.

FRAGALA’. I rapporti di polizia giudiziaria rimanevano segreti sino al deposito degli atti da parte del giudice istruttore. Quindi il suo rapporto sarebbe rimasto segreto per anni.

DELFINO. C’era stata la volontà di procedere per direttissima nei confronti di Spedini e di Borromeo.

PRESIDENTE. Quindi il processo per direttissima nasceva dal verbale.

DELFINO. Certo, ma all’epoca è stata compiuta una scelta che può essere criticata come si vuole, ma non c’era nessun secondo fine. In quel momento avevamo deciso di procedere in quel modo. Signor Presidente, mi consenta di dire che oggi siamo seduti qui e discutiamo di fatti che sono avvenuti anni fa: ma è certo che se avessimo operato con la luce di oggi, avremmo camminato con i registratori in tasca, con un taccuino, descrivendo ciò che si decideva ad ogni ora. C’è stata soltanto la volontà di non portare a conoscenza di nessuno ciò che bolliva m pentola.

PRESIDENTE. All’inizio però le avevo posto un’altra domanda. Sono passati tanti anni, ma che cosa c’era dietro? Lei ha scritto questa lettera nel 1996 e quindi penso che l’abbia potuto fare anche sulla base di una serie di conoscenze e di cognizioni che ha acquisito successivamente. Qual è il ruolo che lei ha avuto? Tenga presente che la Commissione opera sulla base di questa ipotesi che ha avuto anche qualche riscontro importante: fino al 1974 tutto questo mondo dell’estremismo nero o, come nel caso di Fumagalli, dell’estremismo bianco o bianco-nero…

FRAGALA’. O bianco-rosso, perché c’era anche Feltrinelli.

PRESIDENTE. Sto riferendo le parole del dottor Arcai. Questo mondo aveva rapporti istituzionali e coperture politiche. Nel 1974 il mondo cambia e un alto ufficiale dei Servizi ha sostenuto che per la prima volta gli spiegarono che dovevano difendere la Costituzione e, quindi, l’input era quello di dare addosso e di recidere questi rapporti diventati ormai pericolosi. Lei prima mi chiedeva chi fosse realmente Maifredi e la domanda la pongo io adesso. Lei mi mette in allarme per il fatto che il dottor Arcai è andato a parlare con Taviani, poi il dottor Arcai afferma che Maifredi sosteneva di essere persona estremamente vicina a Taviani ed addirittura di avergli salvato la vita. Sembrano indizi che tendono a convergere su questo fatto e cioè che si voleva troncare una serie di rapporti che fino a quel momento erano stati invece tollerati. Se vuole possiamo passare in seduta segreta, ma vorrei che lei esplicitasse il senso di quella pagina finale della sua lettera.

DELFINO. Cortesemente, se può completare, perché la frase non è finita.

PRESIDENTE. Questo è vero ma il resto faceva parte della polemica; comunque concludo la lettura: “Omettendo di esprimere giudizi nei confronti di un ufficiale dell’Arma dei carabinieri che ha servito lo Stato con fedeltà, abnegazione e spesso a rischio della vita”. Le do atto che ha svolto questo servizio anche a rischio della vita; però mi domando cosa abbia saputo per cui scrivendo al Presidente del Senato e della Camera – non solo al Presidente della Commissione stragi – fa un’affermazione di tale gravità.

DELFINO. Se avessi avuto qualche elemento, rispetto a quelli che avevo acquisito, sarei andato alla magistratura. Faccio il seguente discorso: se è vero, il golpe bianco, nella sua tradizione e definizione, non appartiene mai al militari. Non so se è vero e quali elementi avevano i due autori del libro “Strage a Brescia e potere a Roma”: se è vera questa ipotesi, allora non va ricercato tra i militari, ma tra i politici.

PRESIDENTE. Dopo tanti anni di distanza dall’Italia in cui lei ha cominciato a operare (l’Italia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70), si è fatto un’idea che sia verosimile che ci potesse essere una copertura politica dietro questo mondo di eversione? In altre parole ritiene che ci fossero settori politici che in quegli anni coltivavano volontà di svolte autoritarie? Lei ha fatto riferimento alla P2, ma mi sembra sfumato per quanto riguarda Fumagalli.

DELFINO. No, non mi pare che sia molto sfumato, perché basta leggere l’elenco e tutto quello che ruotava attorno. Lei ha fatto riferimento alla divisione di Milano e vedrà che – giornalisti o meno – erano tutti nella stessa barca.

PRESIDENTE. Quindi lei ritiene che questa ipotesi sia almeno verosimile.

DELFINO. Io ci credo; non ho elementi per dimostrarla. Chiedo al Presidente di passare in seduta segreta.

I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 21,38.

… omissis …

I lavori riprendono in seduta pubblica alle ore 22,00.

PRESIDENTE. La ringrazio, generale, torniamo ora in seduta pubblica. Su questo personalmente non ho alcun dubbio. Purtroppo questa mia idea non è universalmente condivisa nemmeno dalla Commissione. Dò ora la parola al senatore Gualtieri.

GUALTIERI. Presidente, non sono iscritto e non voglio portar via tempo. Intervengo sull’ordine dei lavori. Siamo qui per sentire il generale sul tema principale che è la strage di Brescia e i fatti che attorno a questa strage sono ancora da chiarire anche in relazione agli altri interrogatori fatti. Il generale aveva cominciato a raccontare come lui aveva affrontato quel periodo e cosa aveva fatto nella sua veste. Aveva iniziato a dire di essere arrivato a Brescia nel 1972, poi è stato interrotto varie volte. Vorrei sapere, prima di fare domande e contestazioni, se il generale può esaurire il suo racconto sulla sua attività dal periodo in cui è stato a Brescia fino a quando si è allontanato per i noti motivi, perché soltanto dopo che ci avrà fatto tutto il suo racconto potremo fargli le contestazioni sulle cose apprese da altre fonti, che teoricamente non dovrebbe neanche conoscere o conoscere solo parzialmente. Non ho domande da fare, vorrei solo che il generale completasse il racconto mettendo gli eventi in ordine con le date e con l’attività svolta, anche per sapere come a Brescia, in quel periodo, si comportavano i carabinieri, la magistratura, la polizia e se c’erano interferenze tra questi corpi. Questo ci interessa sul periodo che stiamo analizzando, dopo di che gli faremo le contestazioni.

PRESIDENTE. Mi sembra giusto. Eravamo partiti da una mia domanda che riguarda le coperture istituzionali e politiche che poteva avere un personaggio come Fumagalli e un movimento come il Mar. Ritengo esaurita questa domanda e nel rispondere il generale Delfino è arrivato alla conclusione dell’operazione che ha portato all’arresto di Kim Borromeo. Siamo sostanzialmente alla vigilia della strage di piazza della Loggia, il generale Delfino può continuare nella sua esposizione.

CALVI. Proprio nello spirito della richiesta del senatore Gualtieri, vorrei inserirmi anch’io ricordando che poco fa si è interrotto un discorso che invece aveva molto interesse, quello dell’arresto di Adamo Degli Occhi e la telefonata di Zicari, dopo di che le domande e il racconto hanno preso altre vie. Nello spirito di questa ricostruzione storica, vorrei che il generale portasse a termine anche questo discorso.

PRESIDENTE. Generale Delfino, tenga presente anche quanto ha giustamente detto il senatore Calvi. Del resto le due cose si intrecciano. L’inchiesta sul Mar Fumagalli e l’inchiesta sulla strage di piazza della Loggia si intrecciano.

DELFINO. Il contesto socio-politico della strage di Brescia: avviene la cattura di molti componenti del Mar di Fumagalli, la morte di Silvio Ferrari con la lambretta, la strage di piazza della Loggia. Mi trovavo in Sardegna dove per la terza volta ero stato convocato dal Presidente della Corte d’Assise di Sassari. Allora i sequestri di persona venivano trattati in Corte d’Assise. Per due volte non mi ero potuto recare in Sardegna a seguito di intervento del dottor Arcai, il quale mi riteneva indispensabile.

PRESIDENTE. Per dare un senso alla sua esposizione: lei ci sta spiegando i motivi per cui il giorno della manifestazione non era a Brescia.

DELFINO. Certo, anche perché c’è chi dice che ho lavato la piazza, c’è chi dice…

PRESIDENTE. No, questo è stato escluso. E’ accertato che lei non ci fosse. La domanda però è come mai non fosse a Brescia pur sapendo che ci sarebbe stata quella manifestazione.

DELFINO. La manifestazione è stata indetta in tempi brevissimi, o il 25 o il 26.

PRESIDENTE. Quindi lei quando andò via da Brescia non sapeva della manifestazione.

DELFINO. Non sapevo niente. Depongo a Sassari, non prendo l’aereo, mi pare di ricordare a causa del vento, e prendo la nave per rientrare. Arrivo in ritardo a Genova e quindi arrivo in ritardo a Milano. Quando arrivo a Milano per cambiare il treno, telefono al nucleo investigativo per farmi venire a prendere al treno. Sento una voce che non conoscevo e credo di aver sbagliato numero. “No – mi si risponde -, lei non sa niente? C’è stata una strage”. Quindi arrivo a Brescia, tutti gli uomini sono fuori e stavano perquisendo la pizzeria Ariston per conto del dottor Arcai. Non conoscevo i motivi di questo. Fatto sta che il 29 mattina, quando vado in procura, incontro il dottor Arcai che mi dice: “Subito dopo la strage si è presentato a me tale Bonati Ugo – che io non conoscevo ma che stavamo ricercando per il furto del Romanino – dicendomi che lo aveva mandato il Buzzi, il quale era rimasto nel cortile, per dirmi di invitare il capitano Delfino a non proseguire nelle indagini sul Romanino, se no lo avrebbero bruciato”. Aggiunge Arcai: “II Bonati era pallido in volto, eccetera, e ho l’impressione…”. E qui inizia l’attività investigativa sul Buzzi. L’inchiesta sulla strage di Brescia non è stata preceduta da alcuna indagine di polizia giudiziaria. Molte indagini sono state fatte sulle segnalazioni anonime che erano arrivate, decine e decine, che addebitavano la strage ora a questo ora all’altro.

PRESIDENTE. Ora alla sinistra, ora alla destra.

DELFINO. C’era un po’ di tutto. Quindi espletavamo le indagini su ogni singolo anonimo e riferivamo alla magistratura. La polizia giudiziaria ha fatto delle segnalazioni sulle quali i magistrati inquirenti, PM e GI, hanno condotto l’indagine, delegando la polizia giudiziaria a compiere singoli atti consistenti prevalentemente in informazioni, perquisizioni o sequestri. L’indagine sulla pista Buzzi è nata con una breve segnalazione del nucleo investigativo dei carabinieri del 31 gennaio 1975. Ce l’ho con me ed è il foglio n. 187/259-1974 del 31 gennaio 1975: “All’illustrissimo signor giudice istruttore del Tribunale di Brescia, consigliere dottor Vino, all’illustrissimo signor giudice istruttore del Tribunale di Brescia, dottor Simoni (il magistrato che conduce le indagini). Il signor Papa Luigi, la persona che giorni fa presentò una circostanziata denuncia contro il Buzzi Ermanno, in atto detenuto, e con cui sono coimputati i figli, Papa Raffaele e Michelino, è stato citato dalla Signoria Vostra, dottor Simoni, per essere interrogato in merito ai fatti esposti per le ore 15 odierne. La cìtazione, per motivi di urgenza veniva recapitata dal maresciallo Arli Carlo, di questo nucleo investigativo, al quale il Papa Luigi narrava dei fatti nuovi per cui il sottufficiale, considerata la gravità del caso, riteneva opportuno che lo stesso Papa Luigi mettesse a verbale le sue dichiarazioni nonché confermasse le stesse in sede di interrogatorio dinanzi al giudice istruttore. Pertanto il Papa Luigi dichiarava al citato maresciallo Arli di aver appreso dal figlio Papa Domenico, che il 28 gennaio corrente era stato a colloquio con i fratelli detenuti, che il Buzzi Ermanno era già venuto a conoscenza delle denunzie a suo carico e rimproverava il padre perché c’era da temere una vendetta da parte dello stesso Buzzi in quanto – secondo lo stesso Papa Domenico – sarebbe colui che il 28 maggio 1974 consumò la strage di piazza della Loggia occultando sei bombe che poi esplosero. Sempre secondo lo stesso, il Buzzi era anche responsabile di un attentato al locale notturno “Blu notte”, sito in via Italia angolo via Milano di Brescia, consumato lo stesso maggio 1974. Il verbale con le dichiarazioni rese dal Papa Luigi viene trasmesso al signor giudice istruttore, dottor Simoni per unione agli atti dei procedimenti penali a carico di Buzzi Ermanno e altri e al signor giudice istruttore, dottor Vino, per quanto dì competenza sulla strage di Brescia. Al signor giudice istruttore si fa presente che sin dal periodo immediatamente seguente la morte di Silvio Ferrari sorsero sospetti su Buzzi Ermanno conosciuto per la sua ideologia nazista: porta sul dorso di una mano un tatuaggio col fregio delle SS naziste, per la sua capacità a delinquere in reati di qualsiasi specie e perché dalla sua ultima scarcerazione, 10 aprile 1974, eresse il suo nuovo quartier generale presso la pizzeria Ariston sita al termine di viale Venezia di questa città, stesso locale che era assiduamente frequentato dal defunto Silvio Ferrari e da altri estremisti di destra già noti alla Signoria Vostra. Si segnala inoltre che immediatamente dopo la strage di piazza della Loggia il Buzzi portò per lungo tempo una vistosa fasciatura ad una mano, non perchè si fosse ferito ma per nascondere il tatuaggio di cui si è detto”.

Questa è l’unica segnalazione che la polizia giudiziaria, cioè il nucleo investigativo di Brescia, inoltra all’autorità giudiziaria di iniziativa.Da quella segnalazione tutta l’indagine è stata condotta dai magistrati inquirenti che hanno assunto tutte le testimonianze e individuato gli imputati che sono stati portati al giudizio della Corte d’Assise di primo grado di Brescia.Quanto all’invenzione del testimone Bonati è da precisare che il collegamento tra Bonati e la strage fu fatto dal giudice istruttore dirigente del Tribunale di Brescia, dottor Giovanni Arcai, il quale la stessa mattina in cui venne commesso il misfatto, andò dicendo a tutti, compreso il sottoscritto, che un tale Bonati, verso le ore 10-10.30 del 28 maggio 1974, si era presentato nel suo ufficio trafelato e pallido dicendo di essere stato mandato dal Buzzi Ermanno per parlargli del furto di un quadro del Romanino. Conoscendo il Buzzi, il dottor Arcai ebbe l’impressione che il Bonati si fosse recato nel suo ufficio per creargli un alibi in relazione alla strage consumatasi quel mattino. Il giudice Arcai non fece alcuna relazione scritta sull’accaduto. Ma in data 6 giugno 1974, nell’ambito dell’inchiesta sul Mar di Fumagalli Carlo, chiedeva al nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia, comandato dal sottoscritto, di accertare i movimenti di Buzzi Ermanno, Bonati Ugo, Carrera Natale e Pedersani Paolo dal 19 maggio, giorno della morte di Silvio Ferrari, al 28 maggio, giorno della strage, e successivamente. Si tratta di documenti, signor Presidente, che potrò consegnarvi, se lei ritiene.

PRESIDENTE. Senz’altro.

DELFINO. A detta richiesta il nucleo investigativo ha risposto con la sola segnalazione precedentemente indicata del 31 gennaio 1975.

I primi interrogatori dei componenti della famiglia Papa davano conferma dei sospetti nel confronti del Buzzi quale autore della strage. Il giudice istruttore dottor Vino chiedeva al dottor Giovanni Arcai di deporre sull’incontro avuto con il Bonati il mattino del 28 maggio, ottenendone un netto rifiuto. Poiché era necessario escutere il Bonati al quale contestare detto incontro e chiedere i motivi dello stesso, il dottor Arcai, in data 4 febbraio 1975, sentiva in qualità di teste nell’ambito dell’istruttoria Mar il Bonati stesso. In seguito, il dottor Arcai inviava al dottor Vino una relazione su Buzzi Ermanno, datata 16 maggio 1975 e in data 10 luglio 1975 un’altra relazione: dalle stesse emerge chiaramente che se vi è stata invenzione del teste Bonati, siffatta invenzione è tutta opera non del capitano Delfino, ma del giudice istruttore. Nel corso dell’istruttoria l’allora capitano Delfino non ha avuto mai alcun contatto con il Bonati il quale è stato sempre escusso dal giudice istruttore in presenza del pubblico ministero e con l’ausilio del cancelliere, né componenti del nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia hanno assunto a verbale dichiarazioni del Bonati o partecipato a interrogatori espletati dal giudice istruttore. La missiva del 6 febbraio 1975, inviata dal giudice istruttore al procuratore generale di Brescia, indica tutti gli atti compiuti relativi al Bonati. Il giudice istruttore precisa a chiusura della nota che a tutti gli atti istruttori ha partecipato soltanto il pubblico ministero. L’unica indagine condotta dal nucleo investigativo da me comandato in relazione a Bonati Ugo quale testimone sulla strage è contenuta nel rapporto del 22 maggio 1975, con il quale si risponde ad una richiesta a verbale del giudice istruttore: questo atto conferma come l’istruttoria sia stata gestita interamente dai giudici inquirenti che si sono avvalsi dell’ausilio della polizia giudiziaria soltanto per informazioni o singoli atti delegati. E’ significativo come il dottor Arcai, pur non essendo il giudice istruttore incaricato….

PRESIDENTE. Non vorrei far dispiacere al senatore Gualtieri, ma la interrompo un momento per chiederle se il lavoro al fianchi di Buzzi lo ha svolto lei.

DELFINO. Certamente.

PRESIDENTE. Ma cosa significava quel lavoro?

DELFINO. Innanzitutto voglio fare una precisazione: confermo interamente tutti gli atti a mia firma, compresi i verbali di interrogatorio dinanzi alla Corte d’Assise di Brescia. Quando si è voluto sollevare il polverone si è cominciato a discutere sul lavoro ai fianchi di Buzzi. Ho chiaramente indicato che il lavoro ai fianchi di Buzzi significava conoscere in quale contesto Buzzi stesse lavorando. Tanto è vero che non si è proceduto né ad interrogatorio, né a fermo o ad alcuna attività se non quella di cercare di conoscere come un ladro di opere d’arte, quale era ritenuto Buzzi anche con tutte le ideologie che aveva dimostrato, potesse essere diventato un responsabile della strage.

PRESIDENTE. Peraltro vostro confidente.

DELFINO. No, se mi fa finire le dirò di chi è il confidente. Le confidenze del Buzzi erano queste: rubava nelle chiese poi, simulando la voce, ci telefonava dicendo di andare perché avremmo trovato merce interessante. Siamo corsi una volta in un confessionale di una chiesa alle porte di Brescia, dove trovammo dei fascicoli processuali sottratti alla procura della Repubblica. Non è stato il mio confidente: era il confidente del dottor Arcai. Tant’è vero che posso dimostrarle come nella perquisizione abbiamo trovato uno scritto del dottor Arcai in cui si diceva “caro Buzzi”: confidente non è stato dunque né mio né dei miei.

MANTICA. Essendo un ladro conosciuto a Brescia per questo frequentava la procura: non ci vedo nulla di scandaloso.

DELFINO. Non è nulla di scandaloso, ma se mi si attribuisce il fatto che era mio confidente io rispondo di no.

MANTICA. Non si può neanche attribuire ad altri.

DELFINO. Io lo dimostro, se me lo consente. Il giudice Arcai, in data 25 maggio 1974, invia a me, capitano dei carabinieri, una nota, che depisiterò, nella quale chiede che si svolgano indagini in relazione ad un proclamato pestaggio a suo danno organizzato da Ferrari Fernando nella pizzeria Ariston. La notizia gli è stata data da Buzzi Ermanno, il quale nella fattispecie era confidente. Il Buzzi Ermanno appare tanto legato al giudice Arcai da sentirsi autorizzato a inviare al mattino del 28 maggio 1974 il Bonati, come ho già detto, a fare confidenze su un furto di un quadro del Romanino. In quella data il giudice Arcai ordina una perquisizione nella pizzeria Ariston per acquisire prove nel processo del Mar: si accerterà poi che in detto locale è stata fatta la proclamazione della strage. Nel corso di una perquisizione in casa del Buzzi, marzo 1975, è rinvenuta una lettera inviata dal giudice Arcai al Buzzi in cui quest’ultimo viene chiamato “caro Buzzi”. Dopo una perquisizione il dottor Arcai esige che i carabinieri gli mostrino tutti gli atti sequestrati in casa Buzzi, ritenendoli utili nelle indagini del Mar. In data precedente all’apertura dell’istruttoria sulla pista Buzzi il dottor Arcai interviene personalmente per salvare il Buzzi da un’aggressione di facinorosi che stava per verificarsi nella pizzeria Ariston. “La proprietaria telefona a nome di Buzzi al giudice Arcai”, questo è negli atti, “il quale immediatamente dà ordine alla questura di provvedere tempestivamente”, quando sarebbe stata sufficiente una telefonata al 112 e la questura sarebbe intervenuta. Quindi il Buzzi non è confidente né dell’allora capitano Delfino, né dei componenti del nucleo investigativo.

PRESIDENTE. Però, processualmente questa natura di confidente emerge da dichiarazioni di carabinieri durante un dibattimento. Questo ce lo conferma o lo esclude?

DELFINO. Che cosa?

PRESIDENTE. Il dottor Arcai ci ha detto, se vuole le leggo il passo…

DELFINO. Sì, mi dica.

PRESIDENTE. Comunque, la natura di confidente del Buzzi emerge a livello processuale per dichiarazioni dei carabinieri o nemmeno questo è vero?

DELFINO. Questo non mi risulta. Se qualcuno lo ha detto non lo so, non conosco tutti gli atti. Quello che le posso dire è che il Buzzi veniva da noi denunciato, arrestato: se qualcuno ha ricevuto qualche confidenza non era il capitano Delfino.

PRESIDENTE. Va bene, vada avanti.

DELFINO. Mi scusi, presidente Gualtieri, vuole sapere qualche altra cosa?

GUALTIERI. Vorrei solo che lei ci facesse un racconto dei fatti.

PRESIDENTE. Scusi, generale, tutti questi fatti sono noti. Su queste vicende ci sono state valutazioni giudiziarie contrastanti, libri contrastanti, valutazioni storiche contrastanti. Noi siamo una Commissione parlamentare. Pertanto, dopo aver letto una proposta di relazione che in piccolissima parte riprende valutazioni bibliografiche contenute in sentenze, capisco che lei si difenda e che dica: non è vero, se ci sono responsabilità queste non sono della polizia giudiziaria ma dei magistrati che dirigevano la polizia giudiziaria.

DELFINO. No, no, assolutamente. Innanzitutto non mi sento in difesa perché ritengo di non dovermi difendere, assolutamente.

PRESIDENTE. Vuole chiarire.

DELFINO. Non mi sento sotto accusa, da parte di nessuno.

PRESIDENTE. Ci troviamo di fronte ad un’inchiesta complessivamente fallita perché oggi ci stiamo ancora occupando di una strage insoluta. Sono state fatte ipotesi giudiziarie contrastanti e nessuna di queste ipotesi ha retto al vaglio del dibattimento. Nel complesso le indagini non hanno avuto successo. C’è un rimpallo – se mi consente – legato piuttosto ad una vicenda provinciale tutta bresciana di responsabilità reciproche tra il dottor Arcai, che ritiene che la responsabilità sia degli organi investigativi e anche degli altri magistrati, e lei, che invece sta dicendo che la responsabilità è del dottor Arcai.

DELFINO. No, no. E’ meglio chiarire.

PRESIDENTE. E allora chiarisca.

DELFINO. Lei mi ha detto che mi sto difendendo: io non mi sto difendendo.

PRESIDENTE. Va bene, lei non si sta difendendo, sta chiarendo. Ci sta dando una sua versione dei fatti.

DELFINO. Io dico quello che ho fatto, e in pratica tutto quello che ho fatto con i miei uomini dopo quella prima segnalazione è stato fatto su incarico dei magistrati, indagini delegate. Circa la conclusione di tutta l’istruttoria, mi pare che dopo ventitre anni si ritorni a parlare del Buzzi e la sentenza di Venezia non dice…

PRESIDENTE. Dice che il Buzzi non era un cadavere da assolvere, ma era un cadavere da condannare. Però, se entriamo in questo campo tutto giudiziario, non ne usciamo più perché il dottor Arcai ci ha anche sottolineato che la Corte d’Appello di Venezia, con questa pronuncia, va al di là dei paletti che aveva posto la Cassazione la quale, nel rinviare, aveva confermato invece la valutazione della Corte d’Assise d’Appello di Brescia secondo cui Buzzi era un cadavere da assolvere. Una Commissione come la nostra, nel momento in cui si trova di fronte a valutazioni giudiziarie contrastanti, può non prendere partito né per l’una né per l’altra, oppure può scegliere una o l’altra, oppure ancora può fare una terza ipotesi. Che il Buzzi sia un personaggio enigmatico, a più facce, non c’è dubbio. Che oggi un’altra volta vengano fatte ipotesi che ne fanno addirittura un fiduciario della Cia è cosa che alla Commissione, sia pure indirettamente, risulta. Il gruppo che si organizza intorno a Buzzi, secondo la prima inchiesta, a mio avviso resta un gruppo come tale poco credibile. Sembra strano, cioè, che una strage come quella di Brescia sia stata da loro organizzata. Forse Buzzi ci poteva entrare, forse sapeva, forse muore perché sapeva e Concutelli e Tuti lo uccidono per questo, oppure no. E’ certo però che quell’indagine non ha retto al vaglio istruttorio, tant’è vero che alla fine non ci sono state condanne (anche Buzzi non poteva essere condannato perché in qualche modo altri tribunali lo avevano giudicato e condannato alla massima pena).

DELFINO. Mi pare che ci siano due insufficienze di prove con il vecchio rito.

PRESIDENTE. Sì, quella di Angiolino Papa…

DELFINO. Ci sono due insufficienze di prove. Comunque, al di là del merito, sto dicendo a lei, signor Presidente, e ai commissari quello che abbiamo fatto. Se adesso, a distanza di ventitre anni, questi fatti, come leggo, vengono scaricati in una Commissione riportando delle accuse come fa il dottor Arcai o io rispondo a queste accuse….

PRESIDENTE. Questo è giusto.

DELFINO.alla documentazione oppure, mi consenta, la Commissione non deve prendere atto né delle sue né delle mie.

PRESIDENTE. La Commissione non ha espresso alcun giudizio perché il giudizio contenuto nella proposta di relazione impegna solo me. Tuttavia è evidente che la Commissione potrà scegliere tra le varie versioni che sono state date e le varie valutazioni che sono state fatte e nella sua autonomia potrà farne propria una. Questo è fatale. Oppure potrà dire che, tutto sommato, polizia giudiziaria e giudici abbiano fatto flop in questa vicenda. La mia impressione è che si sia andati abbastanza vicino alla verità, non solo a Brescia, ma anche con l’Italicus e a Milano: è una mia valutazione personale. Però qualcosa non ha funzionato, ha mancato.

DELFINO. Lei, oltre ad essere Presidente di questa Commissione, è anche un brillante avvocato. Era un processo indiziario in cui non c’era niente. A Brescia non avevamo niente, avevamo soltanto dal 29 mattina un’ipotesi di lavoro, data dal dottor Arcai, che il pallido Bonati inviato dal Buzzi non era altro che un alibi per…

PRESIDENTE. … per coprire la responsabilità di Buzzi.

DELFINO. E quindi siamo partiti da questo. Certo, se la legge sui collaboratori di giustizia fosse nata nel 1974 (agli atti ci sono cinque o sei confessioni), credo che le indagini e l’istruttoria sulla strage di Brescia avrebbero avuto un altro esito. Ora, in un complesso di indagini fatte non seduti a tavolino ma, come dicevo prima, sul campo, i magistrati sulla base degli interrogatori che portavano avanti davano incarico alla polizia giudiziaria di procedere a tutti quegli accertamenti che ritenevano opportuno, appunto, delegare alla polizia giudiziaria.

PRESIDENTE. Oggi, a tanti anni di distanza, quale delle due istruttorie si è avvicinata di più alla verità: quella originaria che coinvolgeva Buzzi o la seconda tutta mirata soprattutto su Ferri come autore materiale della strage?

DELFINO. Dico che tutte e due vanno bene: ripeto ciò che ho dovuto scrivere in quella lettera e cioè che sono stato io a porre in stato di fermo il Ferri ed è stato poi scarcerato. C’è il verbale che io ho allegato a testimoniarlo. Io ho posto in stato di fermo il Ferri ed è stato scarcerato. Naturalmente a distanza di due anni, dopo che era scappato in Grecia, era difficile ricostruire il tutto e, signor Presidente, deve sapere che in due anni e mezzo io e miei uomini, insieme ai magistrati, non abbiamo dormito una notte perché abbiamo girato tutta l’Italia per raggiungere una verità che volevamo ottenere. Ora, se dovessi tornare indietro al 1974, ripartirei dalla stessa indagine, senza ombra di dubbio.

PRESIDENTE. Vorrei porle un’altra domanda perché questo mi è sembrato in qualche modo significativo, ma può darsi che sia un’errata impressione. Nella lettera che lei mi ha scritto, mi addebita di aver parlato di quattro istruttorie e relativi procedimenti, mentre, sostanzialmente, secondo lei le istruttorie sono state tre.

DELFINO. Ma poi c’è stata una successiva quarta istruttoria.

PRESIDENTE. Secondo la sua lettera, le istruttorie sarebbero state tre e cioè l’istruttoria Vino, che poi conduce al primo processo contro Buzzi, da condannare o meno secondo le diverse valutazioni; la seconda sarebbe l’istruttoria Zorzi-Besson che è l’istruttoria contro Ferri e Stepanov e la terza sarebbe quella di Zorzi. In realtà io ho sostenuto che si trattava di quattro istruttorie perché ho considerato (secondo me non sbagliando) – anche se non porta al processo, come d’altronde non lo fa la terza istruttoria cioè quella che secondo lei sarebbe la terza mentre per me è la quarta, l’istruttoria di Zorzi – l’istruttoria di Besson che è quella che distrugge la testimonianza di Bonati. Lei stranamente mi addebita di aver considerato questa istruttoria che è quella che, demolendo la testimonianza di Bonati, in realtà determina il fallimento di tutto il processo. Perché secondo lei quella non sarebbe un’istruttoria da considerare?

DELFINO. E’ possibile che nei conteggi i numeri siano sbagliati.

PRESIDENTE. Lei però mi ha addebitato il fatto di aver contato male.

DELFINO. Secondo me, le istruttorie sono quelle che le ho indicato. Per quanto riguarda invece il Bonati, non mi sembra che egli Bonati venga assolto dall’accusa di strage, ma la settima sezione del tribunale di Brescia, dove improvvisamente ci troviamo imputati o meglio, da cui io ho avuto una comunicazione giudiziaria…

PRESIDENTE. Quelli sono i processi figliati da questa vicenda e su cui lei ha richiamato giustamente l’attenzione.

DELFINO. In qualità di ufficiale dei carabinieri, devo assistere al fatto che una sentenza del tribunale di Milano passa in giudicato alla Cassazione e mi sembra che quella sentenza aggiunga qualcosa a quanto possa dire…

PRESIDENTE. E’ quella che sottolinea il fatto che nei suoi confronti non era stata nemmeno sollevata un’azione penale.

DELFINO. In pratica, assolvendo tutti gli imputati che avevano chiamato in causa il figlio di Arcai e il Gussago, sostiene che questi avevano detto la verità. Il tribunale di Milano – ho qui con me la sentenza – in pratica sostiene che tutti gli imputati accusati di calunnia avevano detto il vero. Io non sono un giurista ma leggendo attentamente e ripetutamente quella sentenza ho potuto riscontrare che questo è ciò che in essa si afferma.

PRESIDENTE. Allora perché ritiene che tutte e due le inchieste erano da coltivare? In realtà, la colpevolezza di Ferri renderebbe estremamente marginale tutto quel mondo che ruotava intorno a Buzzi, compreso il figlio di Arcai.

DELFINO. Signor Presidente, teniamo presente che al gruppo Buzzi – cioè a quelli dell’incontro di Rovato, in cui Pisanò e l’onorevole Tremaglia si incontrano alla mia presenza con il dottor Arcai – definito da Pisanò un gruppo di ladri e di pederasti, però poi si aggiungono De Amici e Nando Ferrari, quindi l’elemento milanese del De Amici nel collegio di Salò. Io, nella mia deposizione dinanzi alla Corte d’Assise di Brescia, ho ripetuto che se l’ufficiale di polizia giudiziaria, in quel momento, avesse avuto la possibilità di arrestare per falsa testimonianza il rettore di quella scuola, avremmo avuto un altro seguito.

PRESIDENTE. Di quale scuola?

DELFINO. La scuola dove c’era De Amici, sull’alibi in base al quale aveva dormito o meno, perché ad un certo punto era necessario preservare l’immagine di un collegio della società bene. Lo sostengo nella mia deposizione. Pertanto, il componente nucleo Buzzi non è solo il componente bresciano. Noi alleghiamo anche la componente milanese, mentre non è stato trovato niente sulla componente veronese. Oggi, leggendo i giornali, mi è venuta in mente una cosa. Infatti bisognava capire se il Buzzi diceva la verità o meno quando era interrogato dai magistrati; mi sembra che in alcune deposizioni il Buzzi abbia affermato che era in collegamento con un certo Pasetto. Abbiamo girato tutto il Veneto per trovare questo Pasetto e oggi leggo nella strage di piazza Fontana…

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