Audizione Francesco Delfino in Commissione stragi 18.6.1997- quarta parte

PRESIDENTE. Vorrei dare la parola al senatore Mantica, che se non sbaglio non è mai intervenuto nella nostra Commissione.

MANTICA. Ringrazio il Presidente e non farò domande specifiche, ma cercherò di aiutare il capitano Delfino di allora a capire alcune cose, premesso che del generale Delfino ho una stima superiore a quella che lui stesso si è dato, nel senso che lo ritengo uno dei più brillanti ufficiali dell’Arma dei carabinieri.

Spiego ora il mio ragionamento. Sono stato segretario giovanile del raggruppamento del Movimento sociale italiano negli anni dal ’69 al ’71, i cosiddetti anni di San Babila. Vorrei ricordare a questa Commissione, ma soprattutto al generale, due episodi che danno il clima di quegli anni e forse spiegano il perché il segretario provinciale del Movimento sociale italiano – come ha ricordato il capitano Delfino – segnalava al carabinieri alcuni episodi inquietanti o comunque particolari. Il 24 maggio 1970, dopo un comizio dell’onorevole Almirante, ci fu un episodio sgradevole, che ovviamente nulla ha a che fare con Brescia, ma sto cercando di spiegare il clima di quegli anni. I reparti di polizia aggredirono, sparando ad alzo zero i candelotti lacrimogeni, la folla che defluiva dalla piazza. Due reparti dei carabinieri che sostavano di fronte al portoni del duomo si rifiutarono di intervenire, per cui si assistette ad un episodio incredibile, cioè che mentre la polizia operava, il pubblico applaudiva l’Arma dei carabinieri. 12 aprile ’73, via Bellotti, agente Marino. Quando qualcuno pensò che era bene far sapere cosa era successo, non si pensò di andare alla Digos, che era il reparto della polizia notoriamente addetto a questa funzione, ma Loi e Murelli furono mandati da un colonnello dei carabinieri, perché – si diceva – i carabinieri sono amici. Allora, generale Delfino, i rapporti che l’estrema destra ufficiale e l’estrema destra eversiva avevano in quegli anni con l’Arma dei carabinieri erano di grande attenzione, che se a livello ufficiale si traduceva nel rispetto verso l’Arma, che si sentiva meno guidata dalla politica, nel mondo non ufficiale, – quel mondo che circondava le attività di partito (siamo nel periodo ’69-74, poi la situazione cambia) – i carabinieri erano più o meno i destinatari di una speranza, che era quella che prima o poi sarebbero intervenuti, nei secoli fedeli, e avrebbero rimesso le cose a posto. Generale Delfino, voglio dire che lei non poteva non conoscere allora, se non altro come informazione di ambiente, questo particolare rapporto che vi era nel confronti dell’Arma da parte della Destra radicale eversiva e – se mi consente – anche degli sbandati o dei presunti rivoluzionari che circondavano questo ambiente. Le dico questo perché troppe volte nella storia di quegli anni ci fu da parte della Destra, soprattutto di quella radicale, un atteggiamento di grande confidenza con i carabinieri: le cose si dicevano ai carabinieri, non alla Digos e non alla polizia, e non credo di sbagliare se dico che questo clima era conosciuto anche dall’altra parte: ricordo il generale De Lorenzo, il golpe del ’64, sto parlando di un clima, di un ambiente, non di fatti. Questi elementi forse molte volte sfuggono all’attenzione della Commissione nella ricostruzione storica, anche se non sto parlando del primo livello e del comando, ma della manovalanza, che serviva – e uso la parola servire esplicitamente – a fare determinate cose. Torno a dire che il segretario provinciale del Movimento sociale, che era Umberto Scaroni, parlava con i carabinieri e questo tra l’altro era noto anche a noi. Così non è un caso che quando il senatore Pisanò e l’onorevole Tremaglia decidono di parlare con Arcai, quest’ultimo chiede la presenza del capitano Delfino perché davanti ad un carabiniere avrebbero parlato e davanti ad un poliziotto no. Dico queste cose per averle vissute, anche se a mia difesa dico che non ho parlato mai né con carabinieri né con la polizia. Allora, questo è il clima ed è assolutamente conosciuto, un clima nel quale si muovono alcune situazioni. Non ho una mia opinione sulla strage di Brescia basata sui fatti, ma posso ritenere credibile che le varie piste o le varie ipotesi si confondano: era molto facile trovare matti disponibili a fare certe cose. Quando il generale Delfino dice che Buzzi porta un emblema delle SS sulla mano, ricordo a me stesso, al generale e ai colleghi della Commissione, che vi era una ricerca anche nell’abbigliamento. La Destra radicale usava iRayban che non erano usati dalla Sinistra, usava i camperos, che oggi non conosce più nessuno, ma che erano degli stivali con la punta di legno; ovviamente non usava l’eschimo, non usava la sciarpa e vi erano alcune situazioni – cito il gruppo Alfa a Milano – che per distinguersi da una realtà populista della Sinistra veniva alle manifestazioni con pullover di cashemere bianco, calzoni di panno bianco da cavallerizzo e stivali da cavallerizzo. Quindi, c’è anche un ambiente non politicizzato, non strettamente legato a obiettivi politici, che fa però manovalanza e può fare molte cose: dal furto di polli al furto di quadri fino allo sfruttamento della prostituzione. Allora lei deve dirmi se questa rappresentazione iconografica di una situazione che le giuro che è vera, nel senso che l’ho vissuta nella parte ufficiale della vicenda, non poteva non essere conosciuta a Brescia, né tantomeno sconosciuta da un ufficiale di grande intelligenza e sensibilità come lei è certamente. Allora, quando prima ho reagito sulla questione Buzzi confidente, non è stato perché io pensi che sia un confidente dei carabinieri organico, come probabilmente non erano organici molti altri; né mi stupisce che lei citasse la pizzeria Ariston, che io non conosco, perché mi pare ovvio che ci siano dei punti di aggregazione di questa gente. La città di Brescia, che invece conosco bene, certamente non è una città tentacolare con dieci milioni di abitanti. All’epoca poi, ricordo, c’erano zone della città che erano destinate ad alcune situazioni politiche. A Milano, a San Babila, c’eravamo noi; corso Europa era terreno neutro; piazza Santo Stefano era dell’organizzazione di sinistra. Non fu mai fatto alcun patto al trentottesimo parallelo, ma le giuro che in corso Europa non andava nessuno dei due, né qualcuno di noi pensava di andare a prendere una pizza a piazza Santo Stefano o viceversa qualcuno dalla sinistra pensava di venire a prendere un aperitivo al Gin Rosa. Quindi, anche queste situazioni territoriali erano perfettamente conosciute. C’erano in tutte le città ed erano delle situazioni normali. Allora, in questo clima, mi domando: come può, generale, ancora oggi sostenere: «Viene da me Maifredi». E’ un caso? Lei vuole sapere perché. Viene da lei Papa. A un certo punto lei dice: «Papa viene da me e mi racconta questa cosa».

DELFINO. No, non da me. Va dal nucleo investigativo.

MANTICA. Qui inserisco la domanda ultima di Corsini. «I carabinieri hanno tradito», era un fatto gravissimo per quell’ambiente. Voglio farle capire che se avesse detto: «I poliziotti mi hanno tradito», era un fatto normale; «la Digos mi ha denunciato», era un fatto quotidiano. «I carabinieri hanno tradito», è un fatto clamoroso in quella logica, in quel tempo, in quella situazione, in quella cultura. Una frase del genere non può essere stata buttata lì. In questo clima, in questo quadro, con collegamenti tra Brescia, Milano, Verona, Pavia, Cremona, mi pare ovvio capire e sapere che ci sono questi tipi di comunicazione; mi pare ovvio che l’Arma dei carabinieri conoscesse anche persone che si muovevano, perché queste cose non avvenivano nel segreto, avvenivano nelle piazze, nei bar, nei ristoranti, nel luoghi di aggregazione. E’ per questo che parlo di eventi accaduti fino al 1974: ben diversa la cultura e la mentalità del terrorismo successivamente; terrorismo che si organizza, si attrezza, si dà una organizzazione paramilitare, ha le sedi segrete. Fino al 1974 bastava venire a San Babila e fermarsi due ore per sapere tutto quello che stava accadendo. Quindi, ripeto, torno a dire, mi pare che questo tipo di realtà non poteva non essere conosciuta da voi carabinieri e quindi la mia non è una domanda specifica quando dico: «Come può ancora oggi sostenere, in questo quadro che lei certamente ha conosciuto, isolare i fatti per se stessi: Buzzi, Papa, Ferri»? C’è un ragionamento organico. Io allora affermo che all’epoca una struttura, come ad esempio il Mar di Fumagalli, non era inserita nel nostro mondo. Non dimentichi che a capo del Mar di Fumagalli ci sono i partigiani bianchi e allora avere anche un rapporto con un partigiano bianco era un tradimento. Oggi, ben altro è il mondo; allora, tra partigiano bianco e rosso non c’era alcuna distinzione tant’è vero che, semmai ci fu qualcuno, questi erano manovalanza bassissima, realtà quasi inesistenti, non conosciute. Ritorno a dire: non capisco come oggi, nel 1997, lei che ha vissuto quel periodo, che l’ha certamente analizzato, ha cercato di capirlo, possa venire in questa Commissione isolando i fatti per se stessi, non riuscendo a ricostruire una realtà, una cultura, un ambiente che ormai è conosciuto, è accettato da tutti. Per cui, mi ha dato la sensazione (glielo dico con grande onestà) che lei fosse come capitato in mezzo ad una tempesta non capendo bene da che parte tirasse il vento. Tutto ciò francamente provoca la mia incredulità di fronte alle sue dichiarazioni. Io non posso pensare che una persona certamente brillante (non credo si diventi generale dei carabinieri con facilità; io ho problemi a capire la carriera militare) non abbia rianalizzato questa situazione e ancora oggi venga a dire: «Isolando le questioni, individuando il rapporto con il giudice, piuttosto che Buzzi, Romanino, il maresciallo Toaldo», e così via. Io credo cioè, e concludo il mio intervento facendo un’affermazione, che anche il nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia, inserito in assoluto rispetto delle istituzioni (perché – ripeto – i carabinieri dovevano difendere evidentemente la Repubblica italiana da chi immaginava cose diverse), era perfettamente a conoscenza di questo tipo di realtà. Posso pensare che la polizia giudiziaria di Brescia, intesa come carabinieri al suo comando, non facesse parte di alcun disegno strategico, anche se non poteva «non sapere che» (espressione che si usa molto oggi). Non a caso lei ha rapporti con certi personaggi: non a caso (le dico io qualcosa di più) certamente il segretario provinciale del Movimento sociale italiano di allora veniva a lamentarsi di realtà giovanili che non poteva controllare (penso al gruppo di Riscossa, di cui abbiamo parlato con l’onorevole Corsini durante l’audizione di Arcai) e di situazioni che sfuggivano al controllo del Movimento sociale italiano, che preoccupavano i responsabili del Movimento stesso e quindi le dava sicuramente una serie di informazioni che lei non poteva non acquisire, non archiviare, non memorizzare, per capire quale era la situazione di Brescia nella quale viveva. Ecco il motivo per cui ho voluto intervenire, siccome questo quadro, almeno per quanto mi riguarda, credo di conoscerlo bene. Ho conosciuto Giancarlo Esposti, ho conosciuto molti di questi personaggi. Credo di avere anche qualche responsabilità politica, perché alcune cose non si sono potute fare per evitare che degenerassero in situazioni di questo tipo. La mia non era una domanda, generale, era solo per dirle che non è possibile, nel 1997, ricostruire, e le giuro che lo sto ricostruendo con grande fatica anche se fa parte della mia vita; però immaginavo fosse possibile descrivere, oggi con maggiore serenità, un percorso ormai storico. Questa Commissione credo abbia ormai rinunciato a scoprire chi ha messo la bomba, perché è ormai difficile, ci sono depistaggi; sono passati ventritre anni, sono morti molti attori. Ma è difficile capire la logica e il ruolo dei vari soggetti. Generale Delfino, lei ad un certo punto nella sua esposizione ha detto: “La macchina che passa per il lago d’Iseo, ero d’accordo che qualcuno buttasse un pacchetto di sigarette vuoto, perché questo avrebbe significato che vi erano gli esplosivi”. Su quella macchina erano in due: Kim Borromeo e Spedini. Dietro chi c’era? Maifredi dov’era?

DELFINO. L’ho detto: c’era Maifredi. Era Maifredi che era…

PRESIDENTE. Faccia finire la domanda, perchè dopo voglio dire io una cosa che vorrei restasse a verbale.

DELFINO. Vorrei rispondere al senatore Mantica. Non è solo una domanda la sua.

MANTICA. Non è una domanda; è un’osservazione!

DELFINO. E’ più che una domanda.

MANTICA. Non è possibile che queste cose non siano acquisite anche dal generale Delfino e che forse alla luce di queste cose non sia riconducibile o ricostruibile la storia di Brescia; non i singoli fatti, ripeto, la storia, la logica, in maniera meno frazionata, meno approssimativa, meno superficiale di quanto io l’ho avvertita – mi dispiace, generale – nella sua esposizione.

PRESIDENTE. Vorrei che restasse a verbale che io non ho vissuto quel periodo, ma ritengo che il quadro generale descritto dal senatore Mantica sia non solo verosimile, ma vero. Questo sulla base della conoscenza che io ho avuto in questi anni e della documentazione che ho potuto leggere.

CORSINI. Mi associo anch’io a questa sua osservazione.

PRESIDENTE. Mi sembra non una domanda, ma un contributo estremamente importante per cambiare il clima di questa Commissione. Se ragioniamo sul piano del senatore Mantica, penso che non dovremmo avere delle difficoltà nel dire al paese cosa è successo in quegli anni.

DELFINO. All’inizio della mia descrizione, senza sapere, perché non conoscevo o non ricordavo che lei appartenesse al Movimento sociale, ho dato atto che il segretario…

MANTICA. C’è il rapporto Mazza, con due pagine.

DELFINO. Ora che ha fatto il cognome mi ricordo. Ho dato atto che proprio il segretario provinciale del Movimento sociale italiano di Brescia era preoccupato di possibili sviluppi anche in senso estremistico del movimento politico bresciano. I due fratelli Fadini, contrariamente a quanto è stato detto in questa Commissione, sono stati assolti dal reato di cospirazione politica e sono stati invece condannati a sei mesi per altri motivi. Innanzitutto, mi consenta di fare una precisazione perché lei tocca l’Arma dei carabinieri.

MANTICA. Con grande rispetto.

DELFINO. Non mi pare dal suo intervento che vi sia molto rispetto. Scusi onorevole, ma sono abituato a parlare chiaro e ad esprimere i miei giudizi. Quando lei dice che noi eravamo quasi in combutta, lei cancella la storia dell’Arma dei carabinieri, i sacrifici e i morti sopportati dall’Arma. Il capitano Delfino sgomina quell’organizzazione che sta portando lutti in Italia. Le rispondo che non escludo che vi fossero a livello personale ufficiali, sottufficiali che avessero idee da una parte e dall’altra.

MANTICA. Mi scusi non ho detto questo, tengo a precisarlo. E’ il mondo della destra che vide i carabinieri in una valutazione … Voi siete lo Stato, le istituzioni, gli unici capaci di riportare in questo Stato – allora giudicato corrotto, comunista, venduto alla Russia – ordine e legge. Questa è la logica.

DELFINO. Mi scusi la logica non la può individuare nell’Arma dei carabinieri.

PRESIDENTE. Quello che vuole dire il senatore Mantica, che ha espresso meglio di me quanto io stesso volevo dire, è che la verità sulle singole stragi non si raggiungeva perché tutto il quadro generale veniva in qualche modo rimosso e tutto si chiudeva su una serie di fatti particolari che poi non reggevano al vaglio dibattimentale. Questo è quanto volevo dire in precedenza e il senatore Mantica lo ha espresso meglio di me.

DELFINO. Prendo atto che il senatore Mantica non voleva dire questo, ma il solo fatto che l’allora capitano Delfino smantella un’organizzazione che aveva una tendenza politica non significa che altri, ma singolarmente, guardassero verso un mondo… il famoso rapporto Mazza e i due estremismi dei quali abbiamo avuto notizia diretta. Ora conoscere la situazione locale – lei giustamente dice che non si può venire in Commissione oggi, dopo ventitre anni – è importante. In primo luogo, se ventitre anni fa lei, senatore Mantica, fosse stato interessato a descrivere quello che stava succedendo a Brescia o a Milano e se non avesse fatto parte di un entourage politico, sarebbe stato in grado di descriverlo? In secondo luogo i miei compiti non erano politici. Ero un ufficiale di polizia giudiziaria che sulla base di un preciso articolo del codice di procedura penale aveva l’obbligo di riferire i fatti e non di giudicarli. Guai nel momento in cui l’ufficiale giudica. L’ufficiale deve riferire i fatti, assicurare le prove e ricercarle. Nel contesto storico in cui si sono verificati quei fatti, dopo ventitre anni siamo in grado di disquisire sulle varie componenti, su ciò che si agitava. Allora avevamo otto morti e centodue feriti per i quali dovevamo dare, come ufficiali di polizia giudiziaria, una risposta all’autorità giudiziaria. Ora, in questo contesto di gioia o di acclamazione – come mi sembra di avere intravisto nelle sue espressioni quando affermava che i carabinieri che non intervenivano venivano applauditi – … Oggi, dopo ventitre anni, possiamo dare giudizi più aderenti a quella realtà che tutti abbiamo vissuto, chi a Brescia chi a Milano. Ricorda via Larga, e le dichiarazioni del Governo su quanto era accaduto la sera di sabato nella quale furono distrutte macchine, negozi. Il Governo disse che non era successo nulla e quando si parlò di un intervento che tutti sapevamo come attuare perché attraverso le vie perpendicolari a via Larga vi era la possibilità di intervenire, la risposta fu: «E se muore qualcuno di loro, cade il Governo?».

PRESIDENTE. Loro chi?

DELFINO. I manifestanti. Se muore un manifestante cade il Governo. Morivano i carabinieri, morivano i poliziotti e il Governo non cadeva. Quindi l’analisi che lei fa oggi dopo ventitre anni la riporti nel clima politico di allora in cui la destra – ho dato atto prima ancora che lei intervenisse che noi abbiamo avuto contributi di idee e di notizie anche dal Movimento sociale – era un porto. Guai al giorno in cui l’ufficiale di polizia giudiziaria va dal prefetto a dire che ha commesso un omicidio e chiudiamo. Il mondo della polizia giudiziaria è una ricerca – come dicono gli inglesi – in un ambiente pessimo ma fatto da gentiluomini, cioè la ricerca della notizia, nessuno poteva non sapere. Oggi. Allora cercavamo prostitute, estremisti, chi dava notizie; ma per fare che cosa? Non un’analisi politica che non mi competeva giudicare i comportamenti politici. I compiti che avevamo erano quelli di riferire all’autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. Guardi generale, lo dico in seduta pubblica, anche se c’è stato riferito in seduta segreta ma non capivo il senso di quella scelta. L’onorevole Forlani ci ha detto una cosa molto importante. Quando nel 1974 dice in un comizio la famosa frase: «Abbiamo sventato uno dei tentativi più forti che ci siano stati contro la democrazia in Italia», egli ci ha riferito che l’allarme gliel’aveva dato Almirante. E’ evidente quindi che c’era una sensazione a livello della struttura ufficiale del Movimento sociale di un mondo marginale che sfuggiva al controllo. Ma, se lei mi consente, non poteva essere Giancarlo Esposti la minaccia alla democrazia italiana. E’ evidente che Almirante e Forlani capivano che ci potevano essere forze molto più forti che utilizzavano quella manovalanza. Questo è il senso della storia del Paese.

DELFINO. Ci sono dei quadri ma io non posso andare oltre i fatti. Alcune sono deduzioni, ma dopo ventitre anni. Se allora avessi avuto la possibilità di fare deduzioni, le avrei esposte in un rapporto nel quale indicavo l’esito dei miei compiti che erano quelli di ufficiale di polizia giudiziaria. Oggi possiamo discutere tranquillamente, ma io ho fatto la premessa del contributo che è stato dato…

PRESIDENTE. Ma stasera stiamo parlando non con il capitano Delfino, ma con il generale Delfino.

DELFINO. E allora io debbo riferire i fatti. Mi pare che abbiamo tenuto segrete tante cose e il mio giudizio non mi sembra lontano da quanto lei dice.

PRESIDENTE. Ritengo che la verità sia diffusa, stia nelle carte. Non bisogna fare indagini specifiche, se mettiamo insieme tutto quello che sappiamo, il quadro di insieme viene fuori con grande chiarezza.

DELFINO. Mi pare di aver abbondato nei particolari.

FRAGALA’. Signor generale, prendo spunto dall’attualità per una domanda retrospettiva. Lei stasera ha illustrato alla Commissione un curriculum militare, investigativo e di intelligence di grandissimo livello. Lei ha il petto pieno di decorazioni, ma, nonostante questo, ha lamentato una condizione di persecuzione giudiziaria.

PRESIDENTE. Temo, onorevole Fragalà, che lei si stia richiamando a delle cose che ci sono state dette in seduta segreta.

FRAGALA’. Sì, ha ragione. Passiamo in seduta segreta, Presidente.

I lavori proseguono in seduta segreta alle ore 00,25.

… omissis …

I lavori riprendono in seduta pubblica dalle ore 1,05 del 26 giugno.

DE LUCA Athos. Penso che lei non sia venuto qui soltanto in virtù di questa querelle con il giudice Arcai…

DELFINO. Scusi onorevole, io non ho chiesto niente.

PRESIDENTE. E’ stata una mia iniziativa: mi è sembrato giusto che il generale Delfino venisse ad esporre il suo punto di vista una volta che Arcai aveva chiesto di essere sentito.

DE LUCA Athos. Credo che lei sia venuto qui non soltanto per ribattere le questioni sollevate del giudice Arcai, ma anche mosso da qualche altro intento. In questa lunga audizione sono emerse anche cose interessanti. Ci ha fatto intravedere che in alcuni momenti della sua brillante carriera è stato scomodo e per questo veniva trasferito; il punto sul quale riscontriamo una singolare analogia tra il comportamento dei leader politici venuti in questa Commissione ed il comportamento di un grande personaggio che viene dall’Arma, è che il livello politico rimane sempre fuori dalla nostra analisi. E’ evidente che partiamo da un atto di ingenuità, perché pretenderemmo che persone che vivono al secolo possano, in questa sede, fare dei riferimenti più precisi a responsabilità politiche. Lei ha detto che in molte situazioni ha visto delle nebbie, o che comunque non c’erano chiarezze. E’ possibile che un uomo che ha avuto il suo potere, che era il terminale in moltissime informazioni, che ha vissuto a fianco a persone importanti non sia in grado di indicare alla Commissione delle responsabilità politiche degli uomini che in quel momento governavano il paese? Le faccio una domanda particolare su Taviani, che ascolteremo fra pochi giorni: quale è stato il ruolo di Taviani rispetto a questo porto delle nebbie, espressione che è stata usata per la procura di Roma? E’ vero che il Maifredi aveva avuto occasione di salvare la vita all’onorevole Taviani? Le risulta qualche cosa? Quando lei accompagnò il giudice Arcai con l’onorevole Pisanò, quali erano le finalità dell’incontro? Le chiedo ancora: lei ha mai conosciuto Walter Beneforti? Le è mai stato offerto di aderire alla massoneria? Ha avuto modo di conoscere il Filippi, coinvolto nel conflitto a fuoco di Pian del Rascino in cui morì Giancarlo Esposti? Quale fu il ruolo dei super testi Bonati Ugo e Ombretta Giacomazzi nella prima istruttoria? I testi erano completamente affidabili o subirono pressioni? Ancora, con il giudice Arcai abbiamo discusso del famoso lavaggio della piazza. Lei ha saputo perché avvenne quell’intervento da tutti giudicato inopportuno? Infine le chiedo se ha qualcosa da dirci sulla morte del generale Mino.

DELFINO. Sulla morte del generale Mino non so perché dovrei conoscere qualche cosa; all’epoca comandavo Milano. Sulla morte di Mino penso che si siano intrecciate ipotesi sulle quali non si è arrivati a nessuna conclusione diversa da una caduta accidentale. Se avessi avuto un solo elemento, sarei andato dal magistrato. Su Taviani posso dire che l’ho incontrato due volte dopo il 1974. Un giorno, quando comandavo Alessandria o il Piemonte sono andato ad una manifestazione; Taviani mi vede e mi dice: «nella mia vita sono stato salvato due volte dai carabinieri, una volta in guerra e una volta da lei, capitano Delfino». Gli chiesi dove ma non me lo seppe dire. L’ho incontrato un’altra volta per caso e mi disse la stessa cosa.

PRESIDENTE. Lei lo avrebbe salvato senza rendersene conto. Domanderemo al senatore Taviani.

DELFINO. Poi lei mi ha fatto una domanda su un certo Filippi, io neanche lo conosco.

DE LUCA Athos. E’ un maresciallo.

DELFINO. Mi pare che dopo l’intervento di Pian del Rascino, per una questione di medici fosse venuto a Brescia appoggiandosi alla legione; mi pare sia lui, ma non l’ho mai conosciuto.

PRESIDENTE. Ma insomma, quello di Pian del Rascino fu un combattimento o un’esecuzione?

DELFINO. Presidente, ma quale esecuzione! Sulla base di quali elementi si può parlare di esecuzione? Secondo lei c’è oggi un uomo che possa ricevere un ordine da un suo superiore per uccidere una persona? Il superiore si metterebbe in questa situazione? Quando parliamo di trame…

PRESIDENTE. Generale, lei ha lavorato nei Servizi, ambienti nei quali la vita di un uomo non vale tanto.

DELFINO. Anzitutto i Servizi italiani, che tutti dicono esser deviati – ma tolti quattro o cinque, speriamo che qualcuno tiri fuori i nomi -hanno un carattere difensivo, hanno cioè il compito di raccogliere elementi per la difesa. Gli altri Servizi quello sovietico, quello americano e quello israeliano sono offensivi.

PRESIDENTE. E vi fu un conflitto a fuoco.

DELFINO. E’ un conflitto a fuoco del quale conosco le modalità apprese subito dopo, quando sono andati i magistrati con i miei uomini. Non ho mai avuto alcun elemento che quel conflitto a fuoco fosse stato causato da suggerimenti di esecuzione. Mai saputo questo.

DE LUCA Athos. Lei ha avuto mai contatti e rapporti per qualsiasi questione, con il Presidente del Consiglio dell’epoca?

DELFINO. Quale Presidente del Consiglio? Chi era? Ne abbiamo avuti tanti. Comunque, non ho mai conosciuto alcun Presidente del Consiglio. Se lo avessi incontrato in qualche cerimonia e lei per conoscenza intende: «Buon giorno, signor Presidente!», allora ne ho conosciuto qualcuno.

DE LUCA Athos. Quindi non ha mai partecipato a riunioni.

DELFINO. Riunioni per che cosa? A livello di capitano?

DE LUCA Athos. Nell’ambito delle sue funzioni.

DELFINO. Non sono stato mai ad alcuna riunione con alcun Presidente del Consiglio.

DE LUCA Athos. Lei ha mai conosciuto Walter Beneforte?

DELFINO. Certo! A Milano chi è che non conosceva Walter Beneforte! Non solo a Milano; nel Nord Italia. Per conoscenza a che cosa si riferisce?

DE LUCA Athos. In che occasione, per esempio?

DELFINO. A Milano? Ma in qualsiasi occasione. Se mi dice ora di fotografare le occasioni, come posso farlo? Beneforte era un ex funzionario di polizia, che poi si è messo nella sua società; non so che tipo di investigazioni faceva. Ma a Milano non c’era persona, nell’ambito delle forze di polizia, che non lo conoscesse.

DE LUCA Athos. Sull’incontro con Pisanò che cosa può dirmi?

DELFINO. Mi pare di aver spiegato che la sera prima il dottor Arcai mi telefonò dicendo: «Domani da solo venga con l’autovettura perché mi debbo incontrare con un confidente». Ripeto, questa espressione non vuole essere un’offesa per qualcuno; voleva essere una tutela. Siamo partiti. Non ero io che avevo chiesto di incontrarlo. Io mi sono trovato di fronte a Pisanò e Tremaglia, che avevano preso contatti con il dottor Arcai.

DE LUCA Athos. Le hanno mai offerto di aderire alla massoneria?

DELFINO. Mi sono domandato perché nessuno me lo abbia mai chiesto.

PRESIDENTE. E’ una domanda che mi faccio io ogni tanto.

DELFINO. Nessuno me lo ha chiesto.

DE LUCA Athos. E alla P2? Le hanno mai chiesto di aderire alla P2?

DELFINO. Nessuno me lo ha mai chiesto. Io non faccio parte di queste elíte.

DE LUCA Athos. Io non ho detto che lei ne faccia parte o ne abbia fatto parte.

DELFINO. Non facevo parte di questa gente nella scelta. Lì vogliono gente che dice sì; se trovano qualcuno che dice no saltano i meccanismi.

DE LUCA Athos. Cosa può dirmi della faccenda del lavaggio della piazza.

DELFINO. A prescindere che qualche giornalista da strapazzo, ha scritto che io ho lavato la piazza; quando è successo l’episodio io non c’ero.

PRESIDENTE. Però questa non è una notizia accreditata. In genere si dice che sia stato il commissario di polizia. Arcai ci ha detto invece che fu un errore della magistratura inquirente.

DELFINO. Io non so, perché sono arrivato dopo e le polemiche sono sorte dopo un po’ di tempo, chi avesse dato l’ordine. Mi pare ci siano gli atti istruttori dell’interrogatorio. Non so che cosa abbiano detto coloro i quali hanno lavato la piazza. E’ una notizia di cronaca, ma io escludo, nel modo…

PRESIDENTE. L’ultima versione che abbiamo avuto è stata questa: arriva il procuratore capo; non compie un banalissimo atto dovuto di polizia giudiziaria e di inchiesta, cioè di bloccare tutto, di fare fotografare, di fare rilievi e così via, per cui la cosa viene lasciata sostanzialmente a se stessa e sono i pompieri che fanno lavare la piazza.

DELFINO. Non conosco come sono andati i fatti, ma escludo nel modo più categorico che ci sia stata la volontà di qualcuno che ha dato l’ordine di lavare per far scomparire le tracce. Che ci siano stati poi, nel corso delle indagini, dei depistaggi…

PRESIDENTE. Anche in questo la sua versione e quella di Arcai coincidono. Però Arcai individua un momento di caduta, cioè un procuratore della Repubblica che non fa bene il suo mestiere. Sembra quasi che di fronte al fatto grave della strage perdano il controllo della situazione.

CORSINI. Lei arriva il 29?

DELFINO. No, io arrivo il 28.

PRESIDENTE. Però arriva la sera.

DELFINO. No, verso le 14,30 o le 15.

DE LUCA Athos. Al di là del fatto che lei ritiene non ci sia stato dolo in questa azione, comunque lo ritiene un intervento opportuno?

DELFINO. Adesso, seduti qui, come dicevo prima, possiamo criticare tutto, se hanno fatto bene o meno. Lei si riporti in quel clima, nel clima sociale che si era creato e che l’effetto giustamente aveva creato, quanti errori possono essere stati compiuti? La cosa interessante è che gli errori siano colposi e non dolosi. Che sia sfuggito a qualcuno dire che era necessario un sopralluogo, un verbale…

PRESIDENTE. Non muovere le vittime, chiamare i periti.

DELFINO. Le faccio un esempio: ancora oggi noi abbiamo un centro investigazione scientifica, che è un gioiello, dove arrivano esperti ad effettuare il sopralluogo, dove raccolgono tutto e dove si scoprono spesso dei fatti. Tante volte qualcuno non chiama nessuno e fa da solo il sopralluogo. Dopo tre mesi scopriamo…

PRESIDENTE. Noi, come Commissione parlamentare, dobbiamo dare anche un giudizio sulle inefficienze. In queste storie di cui ci occupiamo verifichiamo momenti di inefficienza incredibile. Uno è questo; l’altro è quello del Mig che cade in Calabria, che sembrava una specie di happening. Fosse stato un incidente con il ciclomotore avrebbero fatto degli accertamenti immediatamente; avrebbero fatto fotografie, misurato i reperti.

DE LUCA Athos. Inoltre le avevo chiesto: i supertesti Bonati Ugo e Ombretta Giacomazzi, quale ruolo ebbero nella prima istruttoria?

DELFINO. Come quale ruolo? Bonati era ricercato. Una volta catturato, viene interrogato dai magistrati.

PRESIDENTE. Lei ha idea di che fine abbia fatto Bonati?

DELFINO. Non ho mai avuto notizie, né qualcuno mi ha mai interessato in proposito, né ero in attività per dire di cercarlo, né avrei saputo dove cercarlo. Quindi io con Bonati non ho avuto alcun contatto.

DE LUCA Athos. Un’ultima domanda le pongo su un’affermazione che mi ha colpito. Lei ha detto che ha indagato anche sulle vicende della droga; inoltre ha fatto cenno agli editori del settore. Queste dichiarazioni sono a verbale; conferma quanto ha detto?

DELFINO. Le dico che ho fatto anche uno studio molto approfondito. Gli interessi nella droga sono del 13.000 per cento. Gli interessi nell’eroina sono del 13.000 per cento.

FRAGALA’. Per interessi che cosa intende? I profitti?

DELFINO. Sì, i profitti. Quindi sono capitali che provengono da tutti i settori. Un chilo di droga grezzo nel triangolo della morte, Cambogia, Thailandia, eccetera, costa 25 dollari. Da un chilo di droga grezzo vengono estratti 106 grammi di droga pura, che costano 180 milioni. Ma dove costano 180 milioni? All’ultimo anello della catena, perché prima di essere trasferita allo spaccio viene tagliata al 50 per cento. Quindi sono 380 milioni. Moltiplichi 25 dollari per 380 milioni.

PRESIDENTE. Lei ci vuole dire che tutti i settori dell’economia hanno degli interessi.

DELFINO. Adesso non generalizziamo, perché c’è gente onesta. Non ci sono settori non interessati ad investimenti, almeno non direttamente; non è necessario andare al cartello di Cali, ci sono mediazioni internazionali che trovano sbocchi in questa enorme massa di denaro. Se si facesse, senatore De Luca, un giro negli ex paesi baltici, che io ho visitato come delegazione, dopo Villnius, passa a Riga e poi c’è Tallin. A Riga c’è la più grande concentrazione di banche che detengono miliardi di dollari. Fuori si fa la fame, il dipendente di una qualsiasi struttura prende 250 mila lire al mese, il dipendente di una finanziaria o di una banca a livello di segreteria, prende 3.000 dollari. Questo a Riga. Da dove arrivano questi capitali? Dalla mafia italiana, dalla mafia russa? Da tutte e due? Dalla droga? Dal riciclaggio? Fino a quando in Italia non ci sarà qualcuno che in televisione spiegherà al 70 per cento degli italiani che riciclaggio o lavaggio di denaro, non significa mettere quest’ultimo nella macchina della biancheria, molta gente continuerà a ritenere che vi siano delle macchine nelle quali si mettono i soldi, si lavano e poi ritornano puliti. Bisogna dire che questo giro di riciclaggio avviene attraverso le banche. Si tratta di banche estere o italiane? E una mia domanda, non un’affermazione. Banche europee o solo thailandesi, di Hong Kong o di Bangkok? Ho constatato personalmente – non ho elementi precisi -che una piccola capitale che nasce da un’esperienza sotto l’impero sovietico improvvisamente esplode con banche con miliardi di dollari (così mi è stato riferito dal Ministro dell’interno). C’è da chiedersi da dove provengano.

MANTICA. Aveva ragione Bertold Brecht quando affermava: «Non so se è più delinquente chi fonda una banca o chi la rapina».

PRESIDENTE. Quindi bisognerebbe liberalizzare le droghe per risolvere i problemi.

DELFINO. Personalmente le dico che fin quando non sarà tolto dalle mani dell’organizzazione il monopolio – intendendo con ciò che per un certo tempo il giovane ragazzo viene introdotto all’uso della droga con droghe leggere, poi scomparsa dal mercato la droga leggera, compare quella pesante – … io sono per la liberalizzazione ma in modo tale che lo Stato non diventi venditore di morte, ma per i casi espressamente giustificati dalle situazioni mediche. Pensi che in Italia, come in tutto il mondo, ci vogliono una dose e un quarto di grammo… In Italia abbiamo 400.000 drogati noti, anche se esistono sfere della società nelle quali non trapela chi si droga. Noi vediamo i ragazzi agli angoli della strada, ma dietro i palazzi quanti altri si drogano? Comunque, teniamo fermo il dato di 400.000. Quanti chili di droga ci vogliono al giorno? In un mese 3.100 kg di droga. In un anno 36-37.000. Qual è il business? Togliamo il monopolio dalle mani dell’organizzazione e assistiamo esclusivamente quelli… Ripeto io sono per la liberalizzazione.

PRESIDENTE. Penso che possiamo chiudere la seduta. Ringrazio il generale Delfino e mi scuso per l’orario.

La seduta termina alle ore 1,30 di giovedì 26 giugno.

 

Annunci