Audizione Francesco Delfino in Commissione stragi 18.6.1997- prima parte

PRESIDENTE. Come i colleghi ricorderanno, perché ne abbiamo parlato recentemente nell’audizione del giudice Arcai, sia dal generale Delfino che dal giudice Arcai ho ricevuto due lettere. Quella del giudice Arcai era una lettera in cui si rilevavano, in ordine alla proposta di relazione che voi conoscete, sia alcune inesattezze sia una leggerezza di giudizio proprio in ordine all’attività che nella vicenda di Brescia ebbe l’allora capitano Delfino, oggi generale. Il generale Delfino invece, in data 4 maggio 1996, mi indirizzò una lettera, inviata per conoscenza al Presidente del Senato e al Presidente della Camera, estremamente dura, direi offensiva, non propria del rapporto che un alto ufficiale dell’Arma dovrebbe avere con un organismo parlamentare. Ho riletto più volte questa lettera e mi sono però reso conto che il suo tono dipende probabilmente da un equivoco di fondo e cioè dal fatto che il generale ha ritenuto che quella proposta di relazione fosse un mio documento privato, arbitrariamente reso pubblico e come tale utilizzato poi da parti imputate nel processo in cui il generale Delfino risulta essere parte lesa. Questo mi onera nei confronti del generale Delfino di una spiegazione preliminare.

Signor generale, il Parlamento è un organo complesso che ha molte funzioni, ma nel modo e nei procedimenti mediante i quali svolge queste funzioni esso è sempre, in un certo senso, influenzato dalla sua funzione principale: fare le leggi. Voglio dire che una Commissione d’inchiesta come questa agisce con i poteri della magistratura e secondo una logica che sostanzialmente somiglia molto a quella giudiziaria: compie atti istruttori; acquisisce documenti; fa audizioni; potrebbe anche effettuare sequestri, ispezioni e così via ed alla fine deve giungere a delle conclusioni. La logica di tali conclusioni tuttavia non è la logica tipica del giudizio: non ci riuniamo un giorno in camera di consiglio per discutere tra noi ed emettere infine una sentenza che magari in seguito dobbiamo motivare. Il procedimento di formazione dell’atto finale segue invece lo schema tipico dell’attività legislativa. Nella scorsa legislatura l’Ufficio di Presidenza di questa Commissione decise di provare a redigere e giungere all’approvazione di una relazione conclusiva che riguardasse l’intero periodo 1969-1984. L’Ufficio di Presidenza nominò uno staff di consulenti e diede incarico al Presidente di redigere una proposta di relazione.

Questa proposta di relazione è, rispetto alla relazione finale, quello che un disegno di legge è rispetto alla legge definitiva: un atto sì ufficiale che però, impegna soltanto il proponente. Non è una legge, ma un atto del Parlamento. Io adempii a quest’incarico e, poiché crediamo in una democrazia aperta, una delle prime cose che feci fu sottoporre questa proposta di relazione, in un incontro pubblico che fu verbalizzato, a tutte le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi. Quella fu l’occasione in cui quel documento, non privato, non riservato, ma un documento parlamentare, entrò in quel circuito di conoscenza da cui poi derivarono quegli esiti di cui lei, generale, si è lamentato.

Della natura di quella proposta di relazione abbiamo avuto conferma in questa legislatura perché il Presidente del Senato e il Presidente della Camera mi hanno nuovamente nominato Presidente di quest’organismo parlamentare, ipotizzando che quella proposta di relazione potesse essere una base per il lavoro conclusivo della Commissione.

Voglio formulare l’auspicio che il generale Delfino, date queste sue precisazioni, ribadisca, ovviamente, il suo diritto di dissentire dalle conclusioni cui quella proposta di relazione giungeva, ma riconosca anche che il tono del dissenso, soprattutto per un alto ufficiale dell’Arma come lui è, non è quello più opportuno, per come si è evidenziato in quella lettera. Si può dissentire fermamente, asserire che il giudizio è sbagliato, che una serie di documenti avrebbe dovuto essere valorizzata, il tono del rapporto però non può non essere diverso.

Discuteremo poi, comunque, dei punti di dissenso che il generale ha manifestato nella lettera. Il nostro compito però è quello di cercare di fare luce e chiarezza, vorrei perciò che innanzitutto il generale Delfino ci precisasse il senso – proprio per consentirci di acquisire conoscenze ulteriori – della parte finale di quella sua lettera. Nella stessa il generale ci segnala un fatto che indubbiamente non rientrava nella mia conoscenza e non so se era rilevabile dall’enorme mole di acquisizioni documentali che la Commissione ha, ossia che il giudice Arcai, nei giorni 20-22 ottobre 1974, senza dare avviso a nessuno e senza essere accompagnato da un cancelliere, si reca a Roma e ha incontri col Ministro della difesa, una conversazione di un’ora e mezzo, con il Ministro dell’interno, conversazione di un’ora e tre quarti, con il generale Maletti del Sid, conversazione di due ore, e con l’ammiraglio Casardi, capo del Sid, conversazione di un’ora. Il generale trae la conclusione che, essendo già arrivato al vertice il dottor Arcai, non vi era stato quell’impedimento cui faccio riferimento nella proposta di relazione ad uno svolgimento da parte del dottor Arcai dell’indagine sul Mar di Fumagalli. Il generale poi aggiunge una frase che è all’origine della mia domanda: “Se vero è, secondo la tesi degli autori del libro Strage a Brescia, Potere a Roma, che il golpe del Fumagalli e dei suoi associati era bianco, se ne deve dedurre che il potere era da identificarsi in eminenti politici ormai da decenni al potere e se non sia quindi giunto il tempo che questi segreti della prima Repubblica, conservati per lungo tempo, siano oggetto di approfondita indagine”. Ora questa è una frase che, se venisse da un privato cittadino, costituirebbe soltanto un’ipotesi, un’ipotesi che è stata avanzata da più parti. Però, generale, viene da lei, cioè da un uomo che negli ultimi dieci anni è stato impegnato sempre in prima linea contro l’eversione di Sinistra e di Destra, contro la criminalità organizzata nazionale e internazionale, da un uomo che ha il suo curriculum e che è giunto dove è giunto. Quindi non posso non dare enorme importanza a questa sua frase, al fatto cioè che lei ritenga verosimile che dietro Fumagalli ci fosse il potere politico dell’epoca, un potere politico in sella da decenni. Sulla base di quali dati, allora, di quali esperienze, lei ritiene che sia giunto il tempo che i segreti della prima Repubblica, conservati per lungo tempo, siano oggetto di approfondita indagine? Nella sua attività che cosa le ha fatto percepire la natura di questo segreto? Il dottor Arcai – che noi abbiamo sentito – ci ha detto chiaramente che dietro Fumagalli c’era una parte del ceto politico di centro; ha fatto i nomi di Taviani, di Pacciardi, di Sogno sostenendo che, in realtà, Adamo Degli Occhi, gli uomini della maggioranza silenziosa, erano un secondo livello, non molto importante, ma che dietro c’era un terzo livello con responsabilità politiche e istituzionali. Ci ha fatto il nome del generale Palumbo. Ci ha detto che nell’epoca in cui Fumagalli era processato a Lucca, era latitante, incontrava i vertici dell’Arma di Milano, era amico del commissario Calabresi, frequentava la questura e era ritenuto un latitante d’oro.

La frase che ho citato è stata quel che mi ha colpito di più della sua lettera, perché su quello che già sappiamo possiamo discutere, quel che ci interessa però è quello che non sappiamo e che vorremmo sapere. Venendo da un uomo che ha il carico e il merito delle sue esperienze, il segnale che lei ha lanciato alla Commissione che cosa vuol dire? Ce lo può esplicitare? C’era veramente una strategia della tensione dietro alla quale si trovava il potere politico dell’epoca e, quindi, i vertici istituzionali che sembrano in qualche modo coinvolti in questa strategia della tensione agivano perché coperti a livello politico? Noi dovremmo sentire tra poco anche il senatore a vita Taviani, le risposte che lei ci darà, pertanto, sono molto importanti. Lascio a lei decidere se prendere la parola in seduta pubblica o se proseguire invece in seduta segreta.

DELFINO. Le chiedo cortesemente di consentirmi di secretare alcuni aspetti.

PRESIDENTE. Prego, generale.

DELFINO. Anzitutto, signor Presidente, la ringrazio per avermi convocato, così come ringrazio l’onorevole Corsini, che conosco, già sindaco di Brescia, per la possibilità che mi viene offerta di parlare di fronte a questo alto consesso, che, contrariamente a quanto lei dice, Presidente, stimo moltissimo. La lettera a lei inviata scaturisce dalla “rabbia” di non essere stato convocato e per non aver potuto dare il contributo di quelle mie idee basate su esperienze di anni, particolarmente nel settore specifico del terrorismo, che avrebbero potuto e possono consentire di raggiungere quella verità che in molti vogliamo. Il suo documento – desidero specificarlo – l’ho considerato un atto privato. Non mi sarei mai permesso di attaccare un membro del Parlamento, del Senato. Quando però vengo informato dal mio avvocato, che faceva parte di questa Commissione, che quel documento era stato utilizzato da qualcuno, che io ho citato in giudizio, quale elemento di prova contro di me e che quel documento, a quanto mi diceva il mio avvocato, non era mai stato discusso né approvato, ho reagito perché intendo reagire tutte le volte che vengo toccato come ufficiale dei Carabinieri.

Abbiamo dato un contributo di sangue notevole a difesa delle istituzioni di questo paese. Io faccio parte di quel gruppo che si è battuto per la difesa delle leggi e per uno Stato democratico. I fatti che lei mi propone come prima domanda gradirei, se lei mi consente, esplicitarli nel corso della deposizione.

Intendo anzitutto – con il suo permesso, Presidente – tracciare brevemente la mia vita militare perché anche questa è stata oggetto di notizie false, in quanto tutto andava inquadrato nella mia attività di ufficiale dei Carabinieri ma fu falsamente per anni attribuito alla mia qualità di appartenente ad altri organismi.

Sono nato a Platì, in provincia di Reggio Calabria, il 27 settembre 1936; sono figlio di un maresciallo dell’Arma (di cui Corrado Alvaro in un suo scritto parla); iscritto all’Università di Messina alla facoltà di giurisprudenza; sono andato a fare l’allievo sottufficiale dei carabinieri nel 1957. Poi sono stato a Firenze da dove, uscito come vicebrigadiere, sono andata a Rho, provincia di Milano. Entrato in Accademia nel 1961 ed uscito da Modena nel 1963. Sono stato due anni alla Scuola Ufficiali di Roma e poi sono stato destinato a comandare la tenenza di Verola Nuova nel bresciano per un anno. Dopo tre anni a Luino sono stato destinato in Sardegna in epoca di banditismo, prima alla compagnia di Sorgono poi al Nucleo Investigativo di Nuoro. Nell’ottobre del 1972 fui destinato a Brescia fino al 1977, e successivamente al Nucleo investigativo di Milano fino al giugno 1978 quando, in brevissimo tempo, perché condannato a morte dalle Brigate rosse, sono stato costretto ad espatriare e vivere per dieci anni all’estero, occupato in attività di intelligence internazionale. Sono laureato in giurisprudenza…

PRESIDENTE. Mi chiarisca se le attività di íntelligence le ha svolte sempre nell’Arma o meno, e in che anni.

DELFINO. Nei Servizi, dal 1978 al 1987. Sono stato in Turchia, Brasile, Belgio, New York e, in ultimo, tre anni al Cairo. Sono rientrato e dopo pochi mesi a Roma, sono stato destinato a Palermo; da qui alla legione di Alessandria. Da generale di brigata ho comandato la Regione Piemonte-Val d’Aosta. Da Torino sono stato destinato a comandare il secondo servizio della Direzione del Servizio centrale antidroga, quindi al centro Alti Studi per la Difesa, poi, per pochi mesi, sono stato vice ispettore delle Scuole e dal 14 settembre 1996 sono ispettore delle Scuole dell’Arma dei Carabinieri. Sono decorato di due medaglie d’argento al valore civile: una per il Mar di Fumagalli e l’altra per la cattura di Semeria e di altri componenti del nucleo storico delle Brigate rosse. Sono stato promosso per meriti eccezionali, unico caso nella storia dell’Arma del dopoguerra, per dieci anni di attività investigativa in Sardegna e in altre località della Lombardia. Ho ricevuto diciannove encomi solenni, sei citazioni sul fogli d’ordine, un compiacimento a livello di Ministro e Comandante generale per la cattura di Riina. Ho diverse decorazioni, tra le quali due estere: chevalíer de la couronne belga e quella della Repubblica araba d’Egitto del V grado.

Ho detto questo anche per fugare subito qualsiasi ritorno di attacco al capitano Delfino che, all’epoca dei fatti che sono in narrativa, avrebbe fatto parte di questi famosi Servizi deviati che ho conosciuto non per mia volontà ma perché inviato all’estero a seguito di quanto ho detto. Dunque entro a far parte di una intelligence a partire dal 1978. I fatti in narrativa non hanno nulla a che vedere con quelli oggetto di questa indagine. Ho lasciato la Sardegna e, giunto a Brescia per la prima volta, incomincio ad interessarmi di attività eversiva, che non avevo mai trattato prima, quando vengo inviato, a seguito dei risultati che avevo ottenuto in Sardegna, in Valtellina per una serie di attentati ai treni tra l’agosto e l’ottobre del 1972. Il mio primo contatto con l’eversione fu in quella occasione quando riuscii ad identificare i due fratelli responsabili del furto dell’esplosivo.

PRESIDENTE. Chi erano i due fratelli?

DELFINO. Erano i fratelli Romeri che poi compariranno nelle indagini sul Mar Fumagalli. Nel 1973 vi era un notevole fermento nel bresciano che risentiva un po’ di Salò e di Verona senza comunque manifestazioni eclatanti fino a quando una serie di attentati, con firme di colori variopinti, incominciano a destare una certa preoccupazione anche perché ci furono notizie, a livello di responsabili (il sindaco di Salò, che mi pare fosse l’onorevole Frao, il segretario del Movimento sociale italiano di Brescia e altri personaggi) che lamentavano che vi era in atto una complessa attività paramilitare di addestramento con le armi in zone non precisate del bresciano. Sulla base di queste vaghe indicazioni avvio con pochi uomini (al nucleo investigativo di Brescia erano quattordici uomini) un’attività di ricerca, senza giungere ad alcun risultato positivo. Il 23 novembre 1973 si presenta spontaneamente a me tale Maifredi, mai conosciuto prima, il quale mi chiede se effettivamente ero alla ricerca di traffici di armi o di campi paramilitari. Egli inizia a collaborare, o meglio verbalizzare pagine relative ad un’attività paramilitare, con addestramento alle armi, della quale lui si denunciava essere l’istruttore. Fu un lungo verbale che, notte durante, portai immediatamente a casa del procuratore della Repubblica di Brescia. Da lì iniziano le indagini.

PRESIDENTE. Chi era, il procuratore capo?

DELFINO. Proprio il procuratore capo, non c’era nessuno. Il primo ad essere incaricato di seguire la vicenda era stato il dottor Zappa. Con una operazione della quale sono orgoglioso per i miei uomini, concludiamo l’arresto di Kim Borromeo e del suo compagno, che trasportavano l’esplosivo in Valtellina per uno scambio di armi.

PRESIDENTE. Ci spieghi bene questa operazione. Come lei sa, in ordine al modo e al luogo della conclusione dell’operazione c’è un’ampia polemica.

DELFINO. Su questo fatto?

PRESIDENTE. Le spiego. L’ipotesi che viene fatta, e che ci è stata ripetuta recentemente, è che in realtà tutta l’organizzazione del Mar fosse nota negli ambienti dell’Arma, in particolare negli ambienti milanesi, già dagli anni ’70, che fosse stata sempre monitorata e seguita e poi, attraverso l’infiltrazione di Maifredi, venne seguito quel percorso di armi che si ferma nel bresciano perché si voleva spostare la competenza giudiziaria da Milano a Brescia. A Milano infatti non sarebbe stata tollerata “ambientalmente” una vicenda giudiziaria che coinvolgesse Fumagalli, visto che questi era il latitante d’oro e aveva i rapporti di cui accennavo prima con il generale Palumbo e con il commissario Calabresi. Questa è stata la versione di recente ribadita alla Commissione nell’audizione del dottor Arcai. Sarebbe interessante conoscere questa iniziativa che, indubbiamente, ebbe successo. Ma perché ebbe successo in quel momento e in quel luogo? Questo è il punto.

DELFINO. Se il dottor Arcai ha detto questo mi pare che lavori molto di fantasia.

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