Dichiarazioni Enzo Ferro 01.07.1992

Confermo integralmente quanto ho dichiarato al gi in data 910906 e posso dire che a quella riunione c’ era certamente anche Cavallaro Roberto che riconosco nella fotografia pubblicata sull’ europeo in data 741017. Lo conoscevo e aveva un nome in codice anche lui. Prendo atto che Cavallaro Roberto ha confermato nella sostanza il mio racconto. Ne sono contento perche’ quella che ha raccontato e’ semplicemente la verita’ e sono stato disturbato per anni, in seguito dopo il mio congedo per non avere voluto, poi, agire concretamente in favore della cellula che mi aveva contattato a Verona. Infatti sono stato disturbato continuamente perche’ volevano tenermi agganciato anche dopo la fine del servizio militare. Tornando alla riunione, posso aggiungere che c’ erano tre civili che si occupavano di trasmissioni, che era considerato un settore importante, e ci si lamentava della carenza di militari in quel  settore. Si diceva che bisognava guardarsi dalla polizia, ma soprattutto dalla guardia di finanza perche’ era fedele alle istituzioni, mentre tutti i carabinieri erano stati contattati in modo capillare. Questi discorsi venivano fatti mentre a noi presenti si spiegava anche se in modo teorico l’ uso dei vari esplosivi.

Ricordo, ad esempio, che ci venne spiegato che il fulmicotone doveva stare sempre in soluzione per non esplodere. A questa riunione c’ era anche Baia Francesco, che aveva una villa fuori Verona; ricordo che una volta recupero’ un Mab, penso un residuato di guerra, al quale mancava l’ otturatore e glielo fece mettere dall’ officina di Spiazzi giravano nel gruppo casse di cartucce non residuati di esercitazioni militari, ma proprio casse di cartucce calibro 9 parabellum nuove, di dotazione Nato. Venivano da Vicenza dove c’ era la base della Nato. Posso meglio spiegare la mobilitazione che ci doveva essere quella notte di sabato, poche settimane prima del mio congedo, nel natale del 1970. Il maggiore ci disse di tenerci pronti in camerata, con gli abiti borghesi, e che poi avremmo dovuto essere portati nella zona di porta Bra a Verona, nella sede dell’ associazione mutilati e invalidi di guerra, dove si stampava il giornaletto del Movimento di Opinione Pubblica. Io ero molto agitato e preoccupato; Baia era con me ed era eccitato per quanto stava per accadere. Ci fu detto chiaramente che dovevamo intervenire e che non potevamo tirarci indietro e che, giunti al punto di raccolta, saremmo stati armati e portati nella zona dove dovevamo operare come supporto al colpo di stato. Tutte le cellule di civili e militari avrebbero dovuto intervenire. Tuttavia nella notte vi fu il contrordine, era verso l’ una e trenta e ce lo comunico’ direttamente il maggiore Spiazzi, dicendoci che il contrordine veniva direttamente da Milano. Non ne ho mai saputo il motivo, anche se all’ epoca, se glielo avessi chiesto, forse lo avrei saputo.

In caserma, come aderente a quel gruppo avevo tutte le facilitazioni, giravo in borghese, avevo il compito di portare documenti, ho accompagnato una volta il maggiore Spiazzi a Trento in una caserma di artiglieria. Ho portato documenti sigillati, affidatemi da Spiazzi, a Bergamo, a Verona, a Milano. A Milano l’ incarico era in questi termini: dovevo scendere alla stazione centrale, attendere che una persona mi dicesse una parola d’ ordine, tipo aquila o simile, consegnare la busta e ripartire. In sostanza facevo il postino e non andavo personalmente nei posti ove i documenti erano realmente diretti. Non ho potuto spiegare bene cosa e’ avvenuto dopo il mio congedo. Io ero molto frastornato, volevo sganciarmi dall’ ambiente anche perche’, paradossalmente, non ho mai avuto quelle idee ed ero stato proprio trascinato dentro durante il servizio militare. Il motivo per cui mi hanno coinvolto era perche’ ero topografo e quindi, occupandomi di carte militari, il mio ruolo era utile.

In sostanza, a Trento c’ era una cellula parallela a quella di Verona di civili e militari che preferisco non indicare e la cui attivita’ e’ proseguita dopo il 1970. Continuavano a cercare di coinvolgermi anche se io avevo gia’ rifiutato la proposta di Spiazzi di essere reclutato con una paga governativa di 300000 al mese per continuare a far parte di una organizzazione che era un settore del Sid che sperava al di fuori delle regole.

Io avevo rifiutato, ma almeno fino alla fine del 1973 fu assai difficile sganciarmi del tutto e vivevo in una grande preoccupazione perche’ in una citta’ piccola come Trento si e’ sempre sotto controllo. Io venivo contattato da persone che non intendo nominare, alcune delle quali, ma non tutte, sono quelle nominate nei vari processi svoltisi per le bombe di Trento. Pero’ c’ erano anche dei personaggi piu’ grossi dei quali non mi e’ proprio possibile fare i nomi, comunque sempre personaggi di Trento. Non era bene comprensibile dalle precedenti dichiarazioni il distacco di tempo fra la notte di mobilitazione di cui ho parlato e lo episodio del progetto di attentato su un treno.

Questo fatto era stato progettato per l’ aprile del 1973 e mi si disse che quella era la data perche’ “i tempi erano maturi” e “anche a roma erano d’ accordo”. Il treno era il Brennero – Roma che partiva da monaco e l’ ordigno doveva essere lasciato nella toilette a Verona ed esplodere qualche ora dopo, essendo il congegno ad orologeria, esattamente un timer. Doveva esplodere all’ altezza di bologna e comunque essere dimostrativo e senza vittime. Questo episodio doveva essere contemporaneo all’ altro sul treno Torino – Genova – Roma che falli’ in quanto Azzi, di cui mi fu fatto il nome, si fece scoppiare il detonatore tra le gambe. Mi fu detto che con questi due episodi si doveva chiudere il triangolo e far scattare il piano della dichiarazione dello stato di emergenza, dopodiche’ tutto sarebbe stato tutto piu’ facile. Il gruppo che doveva operare a Verona era ovviamente diverso da quello di Milano e tutta la struttura era fatta di cellule in cui solo un componente conosceva il capo della cellula di altri posti. Mi fu detto che per l’ episodio sul Brennero – Roma il contrordine era venuto da Milano una volta appreso del fallimento dell’ attentato sul treno Torino – Genova – Roma. La responsabilita’ dei due episodi doveva ricadere sulla sinistra e l’ opinione pubblica avrebbe chiesto una reazione forte e decisa.

Questi particolari sull’ episodio non riuscito e sul collegamento con il primo episodio concomitante fatto dal gruppo milanese li appresi a Trento un paio di mesi dopo da una persona che addirittura non si preoccupo’ di parlarne per telefono e poi mi volle anche incontrare di persona. Mi disse che io dovevo sapere le linee generali della vicenda, anche se io non ne volevo sapere, perche’ diceva che io ero dentro nel gruppo e non potevo piu’ uscirne.

Non era una persona di Trento, ma di fuori e io non lo avevo mai visto prima, si presento’ con il suo nome in codice. La mia impressione era che facesse parte del gruppo che avevo frequentato durante il servizio militare, ma non saprei dire altro. L’ incontro dopo la telefonata avvenne in piazza dante, davanti alla stazione ferroviaria di Trento. Ricordo che la persona era accompagnata da altre due che rimasero a distanza e che la persona mi conosceva perche’ mi batte’ con la mano su una spalla presentandosi. Il senso del discorso era anche di lusinga perche’ mi fu detto che se accettavo di impegnarmi avrei avuto anche una sistemazione in termini di impiego magari in un ente pubblico. Io dissi che veramente non ne volevo piu’ sapere ed effettivamente dalla fine del 1973 comincio’ ad allentarsi la pressione su di me.

Nel medesimo contesto a Trento, ma non in quell’ incontro, venni a sapere che non c’ era nessun problema per il trasporto di armi essendo sufficiente segnalare il tipo di macchina, ricordo che veniva usata una 127, e che anche esponendo un fazzoletto bianco al di fuori bisognava dare l’ indicazione ai carabinieri e soprattutto guardarsi dalle pattuglie della guardia di finanza. In un’ occasione avvenne, per quanto ne seppi, un disguido e tale Biondaro fu fermato. Preciso che il ruolo che dovevo mantenere dopo la fine del servizio di leva non era un ruolo operativo, cioe’ trasporti di armi o simili, ma un ruolo informativo a cui ero piu’ portato: quindi raccogliere informazioni e trasmettere documenti. Tutto cio’ mi dava la impressione di costanti contatti con i servizi. Faccio ancora presente che durante l’ incontro in piazza dante, il mio interlocutore, nonostante il fallimento dei due episodi, mi disse che il progetto era ancora in piedi e che dopo la riuscita del colpo di stato, per noi tutti sarebbe stato piu’ facile.

A domanda dell’ ufficio: ero genericamente al corrente che c’ erano dei contatti con la Valtellina.

A domanda dell’ ufficio: non mi chieda di rispondere sul coinvolgimento dei carabinieri di Trento e di aggiungere altro. Ne parlai il 770221 e quello e’ sufficiente.

Preciso che le informazioni che avrei dovuto dare al gruppo erano soprattutto sull’ ambiente di sinistra di Trento che allora era abbastanza consistente. Faccio presente che circa due mesi fa vi e’ stata un’ azione dimostrativa contro la mia vettura, che e’ stata distrutta. Ho ricollegato l’ episodio con la mia precedente deposizione dinanzi a lei e sono molto preoccupato perche’ il giro e’ sempre lo stesso e la matrice dell’ episodio io anche se camuffata e’ chiaramente di destra. Sull’ episodio del treno Brennero – Roma non posso aggiungere altro; il gruppo che doveva agire era comunque quello di Verona che era addestrato ad azioni simili.

 

L.C.S. ­

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