I rapporti tra Ordine Nuovo e i Servizi italiani e statunitensi /terza parte

Giova ricordare – perche´ di pertinenza della Commissione – che nei confronti di De Felice non fu mai preso alcun provvedimento e che all’ufficiale, contro ogni minimo buon senso, fu rilasciato anche negli anni successivi il Nulla Osta di Sicurezza.
Lo stesso tenente Celentano e` stato identificato dalla DIGOS di Venezia quale Enrico Celentano, diventato negli anni succesivi generale comandante della brigata Folgore, al centro di polemiche e interpellanze per la nota vicenda del cosiddetto «Zibaldone».
Anche questi due episodi – forse minori – dimostrano da un lato l’organicita` tra settori degli apparati dello Stato e neofascisti, dall’altro l’assoluta inerzia degli apparati stessi nel fare chiarezza e pulizia, in questo modo recando grave danno e offesa all’istituzione stessa, che avevano cercato maldestramente di difendere.
Sui rapporti tra la cellula neofascista aretina (il cosiddetto gruppo Cauchi) i servizi di sicurezza e la P2 rimandiamo al paragrafo relativo
alla strage del treno Italicus.

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Parallelamente alla rete di connessioni e di contatti, nel corso degli anni, si e` sviluppata anche una intensa attivita` di copertura da parte dei
Servizi in favore degli estremisti di destra. Il quadro che i piu` recenti accertamenti hanno riassunto riprendendo le fila di precedenti istruttorie e approfondito con nuove acquisizioni, sgombra il campo dall’equivoco nel quale si incorre allorche´ si affronta il tema della responsabilita` dei Servizi stessi, fino a svuotare di contenuto politico la inadeguata risposta dello Stato alle minacce terroristiche, stragiste e golpiste. L’equivoco riguarda la asserita, congenita incapacità e la cronica disorganizzazione di tali apparati di sicurezza.
I servizi di informazione in realta` disponevano di notizie, di elementi di valutazione, di stabili fonti di informazione e di capacita` professionali per la loro valorizzazione che li avrebbero messi in condizione di dare un aiuto determinante all’autorità giudiziaria e alla polizia giudiziaria se solo questo fosse stato il reale intendimento con cui l’attività di servizio veniva svolta, e non piuttosto la sua strumentalità a disegni e progetti politici intrisi dalla teoria della «Guerra rivoluzionaria», la` dove si affermava che la guerra contro il comunismo doveva essere combattuta con ogni mezzo e che bisognava combattere anche quelle forze che potremmo definire espressione dell’anticomunismo democratico le quali, per la loro intrinseca debolezza e ingenuita` politica, avrebbero rappresentato un obiettivo ostacolo alla lotta contro la sovversione, tanto più che alcuni atteggiamenti dialoganti avrebbero finito con il legittimare un’area politica la quale, al contrario, andava totalmente criminalizzata.

Come s’è ampiamente visto, la quantità e la qualita` degli ufficiali dei servizi segreti, delle forze di polizia, delle forze armate impegnata in questo tipo di attività è stata tale da non permettere – come e` stato fatto per lungo tempo – la fuorviante definizione di servizi o apparati «deviati», che prevederebbe l’inaffidabilita` democratica di un piccolo settore, rispetto ad un corpo sano.

Purtroppo, negli anni della strategia della tensione, i rapporti erano inversi e la condizione per poter accedere a incarichi delicati e strategici
era, appunto, l’adesione all’impianto ideologico dell’oltranzismo atlantico.
Non a caso, nel corso delle vecchie istruttorie, sono stati scoperti depistaggi sistematici, coperture e connivenze con i terroristi fascisti, attivita`
filo-golpiste, nonché una presenza costante di uomini iscritti alla loggia P2. Gli stessi vertici dei servizi segreti o alte personalita` degli altri apparati sono stati piu` volte coinvolti – e talvolta condannati – nelle indagini sull’eversione.

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Si può e si deve quindi parlare piu` correttamente di uso deviato dei servizi segreti e degli altri apparati dello Stato. Le coperture per l’espatrio di Giannettini e di Pozzan, le falsita` dibattimentali suggerite a Labruna, le risposte evasive provenienti dai massimi vertici dello Stato, le produzioni documentali monche ed elusive fornite frequentemente alle piu` diverse autorita` giudiziarie da parte dei Servizi appartengono ormai alla consolidata conoscenza collettiva; ma molti altri episodi possono essere ricordati.
Il servizio di informazione militare ha costantemente disposto di informatori e di infiltrati nei gruppi ordinovisti ed in Avanguardia Nazionale.

La fonte «Tritone», interna a Ordine Nuovo di Padova riferì tempestivamente sul contenuto di riunioni tenute poco dopo la strage di piazza della Loggia nel corso delle quali Maggi ebbe a spiegare agli intervenuti come l’attentato non dovesse costituire altro che il primo passo di una programmata escalation di attentati che dovevano rendere ingovernabile il paese.
L’istruttoria milanese ha poi portato alla luce – come vedremo meglio in seguito – il gravissimo episodio della chiusura, da parte del generale Maletti, della fonte Casalini (fonte «Turco» negli atti del Servizio) proprio nel momento in cui questi stava per «scaricarsi la coscienza» riferendo quanto a lui noto sulle implicazioni di Freda e dei suoi negli attentati della primavera del 1969 a Milano e nella strage del dicembre successivo. Oltre alla intrinseca gravità di tale fatto, eàllarmante il modo in cui l’intervento di Maletti fu reso possibile. Risulta infatti che i sottufficiali che tenevano i contatti con Gianni Casalini ne informarono il responsabile del centro CS di Padova, colonnello Bottallo, che non investıì l’ufficio D della questione anche per timore «che le notizie contenute potessero essere distorte».

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Agli atti del centro CS non fu conservato alcun appunto, ma fu informata la polizia giudiziaria che procedette ad un ulteriore esame della fonte con la partecipazione di un sottufficiale (il brigadiere Fanciulli) della divisione Pastrengo di Milano, il quale riferı ìl contenuto del colloquio con una relazione al generale comandante la divisione, relazione che non fu mai trasmessa alla polizia giudiziaria e scomparve dagli atti della divisione, ma che fu tempestivamente seguita, secondo l’appunto trovato presso Maletti, dalla tassativa indicazione di chiudere la fonte. La stessa cosa era avvenuta per gli accertamenti su Gelli attivati nel 1974 e bloccati perentoriamente sempre da Maletti, che ne viene trasversalmente informato dal capitano Tuminello (anch’egli della P2), o dallo stesso Labruna, tramite Viezzer, con la minaccia della restituzione all’Arma territoriale di chiunque avesse continuato a svolgere accertamenti sul personaggio. Anche nell’episodio della fonte Casalini scatta una catena di comando di matrice piduistica che ha una sua determinante articolazione nel gruppo di ufficiali che facevano allora capo alla divisione Pastrengo. Occorre in proposito rinviare alle circostanziate dichiarazioni rese dal generale Bozzo in piu` sedi giudiziarie, a Roma, Bologna, Venezia, Palermo e tenute in cosı ` scarsa considerazione dalla Corte di assise che ha escluso la cospirazione politica per la loggia P2, e alle affermazioni fatte a suo tempo in proposito dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’appunto rinvenuto tra le carte di Maletti si chiude con l’indicazione di conferimento del compito di «procedere» al capitano Del Gaudio (anch’egli piduista e di sicura affidabilità per Maletti) ottenendo cosı ` la sterilizzazione di una importante fonte investigativa.
Per le sue false dichiarazioni in merito all’appunto e all’incarico avuto da Maletti il capitano Del Gaudio e` gia` stato condannato con rito abbreviato ad un anno di reclusione dal tribunale di Venezia all’esito dell’istruttoria nata dallo stralcio di parte degli atti relativi alla strage di Peteano.
Ma sulle collusioni tra servizi segreti e gruppo ordinovista del Triveneto esistono altre acquisizioni documentali e testimoniali che dimostrano
una gravissima organicita` tra servizi segreti e terroristi fascisti, tanto piu` gravi se si considera che la cellula veneta – come emerge processualmente – e` responsabile della strage di piazza Fontana, di quella dell’attentato alla questura di Milano e, stando ai documenti finora resi pubblici, probabilmente anche di quella di piazza della Loggia.

Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi