Il partito del golpe – commissione stragi

Gli ultimi mesi del 1973 e i primi del 1974 vedono diradarsi le iniziative pubbliche: si comprenderà poi che sono i mesi nei quali si mette a punto una iniziativa violenta. Il piano eversivo sarebbe dovuto scattare tra il 10 e il 15 agosto 1974.

Angelo Sambuco, all’epoca segretario particolare del Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Lino Salvini, dichiarò al giudice Vella che nell’estate del ’74 il Gran Maestro gli aveva confidato di non ritenere opportuno allontanarsi da Firenze, in quanto era stato informato da Gelli dell’eventualita` di possibili soluzioni politiche di tipo autoritario. La rovinosa caduta di Nixon per lo scandalo del Watergate, insieme alle iniziative del ministro della difesa Andreotti, volte sia a mettere in allarme i settori del SID vicini al generale Maletti, sia a trasferire alcuni generali, consigliarono i congiurati a rinviare la data del golpe.
Fu fissata una nuova data in autunno, ma ormai le condizioni politiche, anche internazionali, erano cambiate e l’iniziativa non fu piu` ripresa.
D’altro canto, lo stesso progetto era ormai portato avanti, con metodi meno violenti ma non meno efficaci, nel Piano di Rinascita Democratica
di Licio Gelli, ed infatti negli anni successivi la loggia P2 fu ristrutturata e potenziata per poter far fronte ai nuovi più impegnativi compiti.
Nel marzo 1981, durante la perquisizione di Castiglion Fibocchi si scoprì che Licio Gelli custodiva, all’interno di una busta con la dicitura
«personale-riservata», copia di un anonimo risultato identico a quello trasmesso nel marzo 1975, con richiesta di accertamenti e informative, dal
giudice Violante alla questura di Arezzo. Nell’anonimo era scritto tra l’altro: «Il Gelli sembra inoltre collegato al gruppo Sogno e ad altri ambienti
che fanno capo all’ex procuratore Spagnuolo oltre che ad ambienti finanziari internazionali». Dunque il Venerabile era messo al corrente in tempo
reale del progredire dell’istruttoria del giudice Violante.
Il «golpe bianco», così come lo aveva delineato Cavallo, avrebbe dovuto essere «un golpe di destra con un programma avanzato di sinistra che
divida lo schieramento antifascista e metta i fascisti fuori gioco». Doveva essere organizzato «con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura». Il piano prevedeva lo scioglimento del Parlamento, la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo provvisorio, espresso dalle Forze Armate, che avrebbero dovuto attuare un «programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese», una riforma elettorale-costituzionale da sottoporre a referendum, l’attuazione di una politica sociale avanzata che consentisse «il rilancio dello sviluppo economico». Dall’istruttoria del giudice Violante emerse che Sogno, dal giugno 1971 al 1974 aveva percepito dalla Fiat almeno 187 milioni per finanziare i Comitati di Resistenza Democratica.

Il 23 agosto 1974 il giudice istruttore, su richiesta del pubblico ministero, aveva disposto la perquisizione domiciliare nei confronti di Sogno.
In seguito alla valutazione della documentazione sequestrata, il giudice procedeva ad ulteriori perquisizioni nei confronti del comandante partigiano Enrico Martini Mauri, di Felice Mautino e di Andrea Borghesio, e all’emissione di comunicazioni giudiziarie per cospirazione politica mediante associazione nei confronti di costoro e di Sogno. Il senatore della Sinistra Indipendente Franco Antonicelli, vicepresidente della Commissione difesa del Senato, riferiva spontaneamente al giudice di aver appreso, verso la meta` del luglio 1974, dal ministro della difesa Andreotti, che il Sogno era sottoposto a stretta sorveglianza.
Il Ministro confermava la deposizione di Antonicelli e si riservava di far inoltrare dal SID un rapporto sulle attività del Sogno. Il 22 ottobre, infatti, pervenivano al giudice cinque rapporti che confermarono i contatti del Sogno con ambienti militari e di destra romani tramite i buoni uffici della principessa Elvina Pallavicini. Emergeva tra l’altro che Sogno aveva confidato i suoi piani al tenente colonnello Giuseppe Condò, il quale aveva correttamente informato il generale Salvatore Coniglio, capo del SIOS Esercito.
Il generale Coniglio aveva autorizzato il Condò à proseguire i colloqui, ordinandogli di riferire tutto quanto fosse di interesse per il Servizio.
Nella riunione del 29 marzo 1974 Sogno aveva detto al Condò che «alla prima crisi di governo, dalla Presidenza della Repubblica verrebbe proposta una riforma elettorale (collegio uninominale) ed alcuni ritocchi costituzionali […]. Col nuovo sistema elettorale si dimezzerebbero i deputati e i senatori comunisti; qualora dalla piazza […] vi fosse una reazione, scatterebbe (da parte dei Prefetti) un “piano di emergenza”, cioè misure atte a impedirla».
In altri rapporti, il Reparto D del SID informava dell’attivita` di proselitismo di Sogno nelle Forze Armate e di contatti con l’ex ministro Pacciardi, il generale Ugo Ricci e il dottor Salvatore Drago del Ministero dell’interno, gia` coinvolto nel golpe Borghese. Nel quarto rapporto del SID si dava notizia dell’avvenuta formazione di un «movimento per il cambiamento della Costituzione», che sarebbe avvenuto «o democraticamente o con l’imposizione». Il mutamento sarebbe dovuto avvenire entro i primi di settembre e sarebbe stato necessario creare, a questo scopo, «un centro autonomo per la difesa civile».
Poiche´ le notizie riferite dal Condò al generale Coniglio riguardavano la sicurezza nazionale, il capo del SIOS trasmetteva l’appunto al capo del
SID, Miceli, che attivoìl capo del Raggruppamento Centri di Controspionaggio, generale Marzollo, il quale disponeva un’operazione di osservazione-controllo-pedinamento (OCP) a carico di Sogno. Da tale operazione emergeva, tra l’altro, che Sogno aveva avuto incontri con persone in un’area di servizio dell’autostrada Roma-Napoli nei pressi di Caserta.
Quest’attività di controllo si affiancava a quella già in atto da parte del Reparto “D” del SID, svolta dal colonnello Romagnoli e dal capitano
Labruna, i quali nel loro rapporto precisavano che nel periodo compreso tra il 10 e il 15 agosto si sarebbero realizzati «atti eversivi non meglio
precisabili tra i quali pero` sarebbero rientrati: un’azione di forza in direzione del Quirinale; imposizione al presidente Leone di profonde ristrutturazioni delle istituzioni dello Stato e formazione di un governo di tecnici con a capo Randolfo Pacciardi. L’azione verso il Quirinale dovrebbe essere capeggiata da tale Salvatore Drago, che potrebbe personalmente contare anche su un consistente gruppo di appartenenti alla pubblica sicurezza; gli atti eversivi dovrebbero determinare come scopo finale l’intervento di imprecisati reparti militari favorevoli all’eversione. Ideatore e pianificatore di quanto sopra, secondo le medesime fonti, sarebbe lo stesso dottor Drago, in contatto a tal fine con il generale di Brigata Ugo Ricci, a sua volta in rapporto diretto, anche per sollecitazione di Pacciardi, con Edgardo Sogno, disponibile allo scopo attraverso la sua organizzazione denominata “Centro di Resistenza Democratica”».
Interrogato dal giudice istruttore il ministro Andreotti dichiarava che, controllata la documentazione fornita dal SID, rilevato che «l’entità del pericolo esigeva iniziative immediate», aveva ordinato al generale Miceli di informare immediatamente polizia e carabinieri. In esecuzione di tali direttive, il capo del SID il 10 luglio 1974 consegnava al Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Mino, e ad Emilio Santillo, capo dell’Ispettorato Antiterrorismo, un appunto nel quale si informava dell’iniziativa eversiva e si comunicavano i nomi Ricci, Drago, Pacciardi, Sogno. Il generale Mino, interrogato il 22 ottobre 1974 dal giudice istruttore Violante, confermava di aver inoltrato ai comandi territoriali due successive disposizioni con le quali si attuavano e poi, il 22 luglio, si incrementavano dispositivi di vigilanza che erano ulteriormente rafforzati nei giorni prefestivi e festivi e durante le ore notturne.

pacciardi

Nell’interrogatorio, il generale Mino chiariva che l’ordine di rafforzare le misure di sicurezza, impartito il 22 luglio, fu emanato perché egli era stato informato «che i programmi eversivi che mi erano stati comunicati si stavano traducendo nei giorni successivi in azioni concrete».
La situazione si presentava a tal punto grave che il 10 agosto il generale Igino Missori, comandante della Divisione dei carabinieri «Podgora», competente sull’Italia centrale e dunque su Roma, aveva impartito l’ordine di predisporre un ulteriore contingente armato per un eventuale impiego nei giorni festivi e nelle ore notturne. Il capo della Polizia Zanda Loy dispose un aumento del contingente armato di stanza nella tenuta presidenziale di Castelporziano e al Quirinale, scegliendo «guardie particolarmente addestrate alla difesa personale e al tiro con le armi».
Il ministro della difesa, Andreotti, infine aveva deciso di «operare subito qualche spostamento in punti cruciali per togliere eventuali collegamenti». Gli spostamenti avevano riguardato i generali Piero Zavattaro Ardizzi, Luigi Salatiello e Giuseppe Santovito.
Tre anni e mezzo dopo, con una decisione improvvida e incredibile, lo stesso Ministro, divenuto nel frattempo Presidente del Consiglio, avrebbe nominato il generale Santovito capo di servizi segreti riformati.
Il pubblico ministero Pochettino rilevava nella sua requisitoria come «le risultanze di causa che si sono venute sinora esponendo consentono,
già in questa sede, di affermare con certezza, che per l’agosto 1974 era stata programmata una iniziativa diretta a sovvertire violentemente le istituzioni dello Stato, e che tale iniziativa era stata largamente preparata mediante una vasta ed efficiente organizzazione la quale avrebbe potuto consentire che fosse raggiunto lo scopo prefisso»».
Il 5 maggio 1976 il giudice istruttore Violante firmava i mandati di arresto per Edgardo Sogno e Luigi Cavallo «per essersi associati con Borghesio Andrea, Pacciardi Randolfo, Ricci Ugo, Drago Salvatore, Pecorella Salvatore, Pinto Lorenzo, Orlandini Remo, Nicastro Maria Antonietta, Pagnozzi Vincenzo e con altre persone non identificate al fine di mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo con mezzi non consentiti
dall’ordinamento costituzionale, in particolare mediante un’azione violenta, progettata come “spietata e rapidissima” che non consentisse alcuna “possibilità di reazione”, diretta a limitare la libertà personale del Presidente della Repubblica per costringerlo a sciogliere il Parlamento e a no-
minare un governo provvisorio, espresso dalle Forze Armate, composto da tecnici e militari, presieduto dal Pacciardi ed avente come programma immediato, tra l’altro, lo scioglimento del Parlamento, l’instaurazione di un sindacato unico, l’istituzione di campi di concentramento, l’abolizione delle immunità parlamentari con effetto retroattivo e la successiva costituzione di un tribunale straordinario per processare alte personalità politiche».
Dalla lettura del lungo mandato di cattura emergeva anzitutto la continuità con i progetti eversivi del 1970 che avevano come capo ufficiale il
principe Borghese; non a caso il mandato di arresto si chiudeva con la frase: «In Milano, Torino e Roma dal 1970 sino all’agosto 1974». Inoltre,
la presenza, tra gli imputati, di Remo Orlandini, braccio destro di Borghese nel 1970, e quella di Andrea Borghesio, che aveva il compito spe-
cifico di tenere i contatti con qualificati elementi del “Fronte Nazionale”, evidenziavano ulteriormente la continuita` tra i due progetti eversivi. A sua
volta, la presenza di Pagnozzi evidenziava i legami con i “Comitati di Resistenza Democratica” costituiti da Sogno nel 1970.
Nelle motivazioni del mandato di arresto si afferma tra l’altro: «Detta iniziativa, articolata su tutto il territorio nazionale, le cui prime linee sono
state impostate nel 1970, eàndata progressivamente aggregando alcuni settori dirigenziali della burocrazia civile e militare dello Stato», con ciò evidenziando ulteriormente l’unicità del progetto eversivo, che tra il 1970 e il 1974 ebbe anche altri momenti di mobilitazione, almeno uno dei quali può essere individuato nel periodo aprile-maggio 1973, quando l’attentato al treno Torino-Roma ad opera di Nico Azzi, da attribuire alla sinistra, insieme ad altre manifestazioni violente che si sarebbero svolte in tutta Italia, anch’esse da attribuire alla sinistra, avrebbe creato le condizioni per un intervento stabilizzatore delle Forze Armate. Poi, come è noto, l’attentato andò a vuoto ed anche la manifestazione di Milano vide la morte imprevista di un agente di polizia, per cui l’iniziativa eversiva fu rinviata.
Anche l’attivazione della Rosa dei Venti può essere collocata in questo contesto di successive mobilitazioni nell’ambito di un unico progetto
eversivo, anche se l’improvvida decisione della Cassazione di trasferire l’istruttoria a Roma, ha vanificato la possibilità che il giudice Tamburino
potesse chiarire i legami e le connessioni.
Sempre nel citato mandato di cattura, elencando gli elementi probatori raccolti, il giudice istruttore affermava che l’iniziativa appariva «dotata di notevoli finanziamenti e di legami di carattere internazionale, diretta a sostituire con la violenza all’attuale sistema costituzionale e di governo un sistema incentrato su di un governo composto da tecnici e militari, il quale avrebbe dovuto assicurare la “stabilizzazione” in senso anticostituzionale della situazione politica ed economica del Paese, realizzando un programma i cui punti qualificanti appaiono essere i seguenti:
– riconoscimento del “potere militare” come unico potere legittimato alla risoluzione della crisi del Paese e conseguente affidamento alle Forze Armate di un ruolo autonomamente decisionale a livello di governo e nell’intero sistema costituzionale;
– scioglimento del Parlamento;
– riconoscimenti del sindacato unico;
– epurazione nell’ambito della pubblica amministrazione di coloro che non si fossero adeguati alla nuova situazione;
[rilevato] che il conseguimento di tali obbiettivi da parte del programmato governo composto da tecnici e militari avrebbe dovuto essere facilitato da due operazioni, l’una diretta a “rompere lo schieramento antifascista” e l’altra ad acquisire consensi nel Paese:
– per ottenere il primo risultato sarebbe stata disposta la proclamazione fuori legge del MSI e di tutti i gruppi della destra e della sinistra extraparlamentare; in tal modo il progettato governo di tecnici e militari avrebbe dovuto acquisire una caratterizzazione antifascista insieme al necessario corollario, per un tal genere di operazione, di equidistanza politica;
– per ottenere il secondo risultato sarebbe stata revocata, con effetto retroattivo, l’immunità parlamentare ad alte personalità politiche le quali
sarebbero state accusate per reati comuni e quindi processate da un tribunale speciale; in tal modo l’intervento eversivo avrebbe dovuto acquisire un carattere moralizzatore e “necessitato”».

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