“Gheddafi figlio nostro” Panorama 18.05.1986 – intervista A. Viviani seconda parte

D. I servizi si limitarono solo a protegge Gheddafi dai suoi nemici o fecero dell’altro?
R. A Gheddafi vendemmo armi, e tante; gli organizzammo il servizio segreto e gli fornimmo i consiglieri per l’ammodernamento delle Forze armate. La Libia ci chiese armi per via diplomatica. Il ministero degli Esteri diede l’incarico al servizio. Ci fu una riunione pilotata da Maletti. Il generale non era affatto convinto e mi domandò: “Cosa ne dici tu di armare questo Gheddafi che non è tanto equilibrato?”. “Signor generale” risposi “se non gliele vendiamo noi le va a comprare da un’altra parte. E poi non sia tanto preoccupato. I pezzi di ricambio, le munizioni, i tecnici e i consiglieri militari li controlliamo noi”. Così gli demmo una valanga di M. 113 (carri corazzati, ndr), obici da 105 millimetri e poi mitragliatrici, fucili, bombe e altre mercanzie. Tutto, dopo aver litigato duramente con gli americani.
D. Dove prendevate le armi?
R. Le defalcavamo dal nostro potenziale. Presumo che gran parte delle forniture fossero guidate dall’Oto Melara (la famosa fabbrica di armamenti di La Spezia di proprietà statale).
D. Quanti consiglieri furono spediti a Tripoli?
R. Una cinquantina fra ufficiali e sottufficiali. Per insegnare ai libici come usare le armi occorrevano dei manuali di istruzione. Non li avevamo scritti in arabo. E poi bisognava adeguare le norme al contesto libico. Traducemmo libri del nostro esercito. E io stesso, su incarico di Miceli e Maletti, mi misi al lavoro. Compilai per Gheddafi un manuale dal titolo: Costituzione, organizzazione, funzionamento e impiego di un servizio segreto. Poi un secondo volumetto su Organizzazione, costituzione, funzionamento e impiego di un battaglione paracadutisti. In sostanza fornimmo a Gheddafi un esercito che prima non aveva.
D. A Gheddafi furono fatti altri favori, e lei lo sa bene. Lei si ricorderà che nell’ottobre del 1973 il controspionaggio italiano arrestò a Fiumicino un gruppo di terroristi arabi. Erano in possesso di due missili terra-aria Strela e li dovevano lanciare contro un aereo della El Al…
R. Erano degli specialisti. L’operazione terroristica era stata calcolata al millimetro. E’ vero, li arrestammo,. Li portammo in una prigione…
D. E poi tutti e cinque finirono in Libia. Ci dica come e perché. Quali altri patteggiamenti segrei vi erano stati fra Gheddafi e lo stato italiano?
R. Roma non voleva essere immischiata nel terrorismo medio-orientale. Aldo Moro aveva detto a Miceli: “Veda di mettersi d’accordo con Arafat, trovi una soluzione, non vogliamo essere coinvolti in queste storie”. La restituzione dei terroristi fu pilotata a  livello altissimo. Noi ci limitammo a fornire un aereo. Li imbarcammo e li restituimmo al mandante, Gheddafi.
D. Risulta che il velivolo utilizzato, l’Argo 16, tre giorni dopo saltò misteriosamente per aria sopra il cielo dell’aeroporto di Tessera a Venezia. Morirono i piloti. L’incidente apparve allora molto strano. Lei che ne pensa?
R. A mio giudizio fu un avvertimento del Mossad, un consiglio un pò cruento per dirci di smetterla con Gheddafi e il terrorismo arabo-palestinese.
D. In quegli anni,in Italia, stava nascendo un terrorismo ben più pericoloso di quello palestinese. Quando lei entrò nel suo ufficio, al Sid, le Brigate rosse erano già una realtà, vi erano stati i primi attentati, si sospettavano i primi collegamenti internazionali. Qualcuno accennava ai cinesi, altri ai paesi dell’est e alla Cecoslovacchia. Che c’era di vero?
R. Sui cinesi non raccogliemmo ma né prove né indizi. Quando aprirono la loro ambasciata a Roma si affidarono per l’arredamento a una ditta italiana. Noi ne avevamo approfittato per piazzare un bel grappolo di microfoni. In tal modo nulla ci era potuto sfuggire. I cinesi non avevano niente a che fare con le tristi vicende di casa nostra. Ben altre erano le ambasciate compromesse con alcuni personaggi dell’estremismo italiano.
D. Quali?
R. La sovietica per esempio.
D. In che modo?
R. C’erano dei collegamenti con l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Al Sid il “galleggiante” del signor Feltrinelli era molto corposo. Viaggi a Cuba e in Cecoslovacchia. Contatti con rivoluzionari di ogni genere. Feltrinelli non era un vero e proprio agente, era solo un personaggio strumentalizzato. Per cercare di capire tutto su Feltrinelli mettemmo sotto osservazione i diplomatici dell’Urss in Italia, l’ambasciata di via Gaeta e il consolato di Genova. In mano avevamo un quadro preciso.
D. Può delinearlo?
R. Dal 1969 al 1972 non mancarono segnalazioni dei nostri servizi su scuole e campi di addestramento di terroristi italiani all’Est. Erano noti in particolare i collegamenti fra Feltrinelli, i Gap, le Brigate Rosse, l’apparato militare di Potere Operaio e agenti di alcuni paesi socialisti.
D. Feltrinelli saltò per aria il 15 marzo del 1972 sopra un traliccio a Segrate. La versione ufficiale fu: incidente sul lavoro. Lei che ne pensa?
R. Diciamo che la morte di Feltrinelli si inserì molto opportunamente nelle operazioni in corso, e gli avvenimenti immediatamente successivi all’incidente, per la coincidenza di più indizi e prove, portarono a rilevanti constatazioni e deduzioni.
D. Quali?
R. Con la morte del loro collaboratore i sovietici persero la testa. Non avrebbero mai pensato che Feltrinelli potesse finire così. Erano sconvolti. Voglio raccontare per filo e per segno quello che successe dopo la notizia del ritrovamento del cadavere. E quando ancora non si sapeva chela vittima fosse Feltrinelli. Ore 16.30 del 15 marzo: il corpo di uno sconosciuto è scoperto da un contadino ai piedi di un traliccio. Dai documenti risulta essere un certo Vincenzo Maggioni. Ore 17: la notizia dell’incidente si diffonde. Ore 18.35: l’ambasciatore sovietico a Roma sta parlando al telefono con il primo segretario Smirnov che si trova a Milano per assistere al congresso nazionale del Partito comunista italiano. Improvvisamente nella conversazione si inserisce il viceconsole nella capitale, il signor Guerasko. E’ anche lui a Milano per il raduno del Pci. Dice all’ambasciatore che deve partire improvvisamente per Roma. Vuole riferire personalmente “notizie urgenti”. ore 22.30: Guerasko arriva a Roma. Ore 23: il contrammiraglio Golitsyn, addetto militare, è convocato precipitosamente in ambasciata. Ore 24: Golitsyn convoca l’addetto militare aggiunto Blinov, altri ufficiali e i collaboratori del suo ufficio, Cheliag e Kozlov. Ore 0.25 del 16 marzo: Belussov, rappresentante della Morflot (la marina sovietica) a Roma, chiede al connazionale inviato a rilevarlo il motivo dell’improvvisa convocazione e non replica alla laconica frase: “Per l’incidente di Milano” pronunciata come risposta. Ore 2 del 16: il contrammiraglio Golitsyn, rientrato a casa, riceve la seguente telefonata: “Uno, zero, cinque” e si limita aringraziare. Il messaggio è evidentemente in cifra. Notte del 16: il dispositivo di sicurezza della ambasciata sovietica a Roma è rafforzato. Pochi dormono. Ore 10 del 16: iniziano a circolare le voci che lo sconosciuto scoperto ai piedi del traliccio di Segrate è Feltrinelli; all’incirca alla stessa ora le autorità riescono a identificare il morto.
D. E dopo questa colossale spiata nei rappresentanti diplomatici sovietici cosa accade?
R. Nel maggio 1972, un mese dopo la morte di Feltrinelli, io stesso compilai un rapporto in cui chiedevo la espulsione di 21 russi peri loro contatti con Feltrinelli. Se l’editore non fosse morto non avremmo mai avuto la certezza che stesse così a cuore a Mosca. Il potere politico però non dette il via all’espulsione.
D. Ai servizi segreti dell’Est non riservavate il trattamento privilegiato degli arabi…
R. Certo, ma anche loro usavano la mano pesante. Mi ricordo il caso di Valerio Ochetto, arrestato e incarcerato a Praga per presunto spionaggio nel febbraio del 1972. Soluzioni diplomatiche per farlo liberare non se ne trovarono. I politici, in completo panico, ci ordinarono di trovare una soluzione.
D. Quale fu?
R. In una stanza all’hotel Tea a Roma, dove alloggiava il direttore delle linee aeree cecoslovacche, un certo Alec Viteslav, furono trovate per caso sostanze stupefacenti. Il viteslav fu indiziato di reato e mantenuto sotto controllo in attesa di chiarimenti. E i chiarimenti arrivano subito da Praga: Ochetto fu liberato.
D. Restando in tema di “liberazioni forzate”: i servizi segreti italiani insieme con lei furono tirati in ballo (dal senatore del PCI Arrigo Boldrini, ndr) per la misteriosa fuga del colonnello Kappler dall’ospedale Celio di Roma dove si trovava rinchiuso. Era il Ferragosto del 1977.
R. Non si trattò di una fuga. I politic italiani avevano promesso al governo di Bonn di liberarlo. E qualcuno, in quella occasione, si comportò di conseguenza, dietro ordini precisi. Kappler fu accompaganto al Brennero e passò tranquillamente la frontiera. Infatti i carabinieri addetti alla sorveglianza dei detenuti ricoverati all’ospedale furono imputati unicamente di violata consegna e non di procurata evasione, perché evasione non vi fu, anche se tale apparì all’opinione pubblica.
D. E lei, già addetto militare a Bonn, dove si trovava quel giorno?
R. A Bressanone, nota località di villeggiatura, non lontana dal confine austriaco.
D. Generale, in questa intervista lei ha detto tante cose. Ha alzato il velo su alcuni misteri, ha fatto cronache accurate di avvenimenti ignoti, giudicato irrilevanti eventi ormai storici come il tentato golpe Borghese o la congiura di ufficiali della Rosa dei venti. Ma i militari italiani sono sempre stati leali verso la Repubblica, non vi furono mai vere tentazioni golpiste?
R. I militari italiani hanno sempre avuto una indiscussa e storica lealtà verso le istituzioni. Ma se qualcosa vi fu, è da riferire al 1971. Tutto poteva succedere il 2 giugno in occasione della concentrazione di truppe per la parata militare. Ma ci fu una fuga di notizie. Un colonnello parlò e l’operazione saltò. In merito rimando i lettori al mio libro, dove sono stato fin troppo chiaro…
D. Generale, ma questa è la trama della Salamandra, il romanzo di Morris West.
R. Certo. Il capo del servizio inglese in Italia venne a conoscenza delle trame, si confidò col narratore e gli diede il materiale per scrivere un romanzo tutto vero.
D. Chi doveva prendere il potere? Un civile o un militare?
R. Naturalmente un militare.
D. E’ vivo?
R. Sì, e se la passa molto bene. Nessuno gli ha mai negato una promozione.
D. Può farci il nome?
R. Mai. Forse lo scriverò nel mio libro di memorie, ma fra qualche decennio, se il buon Dio mi farà campare così a lungo.

Panorama 18.05.1986 – Romano Cantore, Carlo Rossella

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