“Gheddafi figlio nostro” Panorama 18.05.1986 – intervista Viviani prima parte

Armi e favori al colonnello Mohammar Gheddafi. Addestramento e direttive per le Forze armate e i servizi segreti libici. “Liberazione di Stato” del riminale di guerra Herbert Kappler. Giangiacomo feltrinelli pilotato dall’est. I terroristi arabi liberati dai nostri servizi segreti per ordine dei politici italiani.  Il colpo di Stato pronto per il 2 giugno del 1971. Le trame di Licio Gelli, agente della Romania. I giochi della P2 al vertice delle Forze armate. Sono i grandi misteri d’Italia che Ambrogio Viviani, 57 anni, generale di brigata in servizio a Torino presso il comando della regione militare Nord Ovest, ha deciso di rivelare. Dal 1970 al 1974 Viviani è stato il capo del controspionaggio militare italiano. Bersagliere paracadutista, ex comandante della Folgore, ex addetto militare a Bonn, ufficiale molto ben considerato negli ambienti della Nato dei servizi segreti alleati, Viviani aveva il suo ufficio nell’impenetrabile Forte Braschi a Roma. Per anni ha taciuto, poi ha scritto un libro (Servizi segreti italiani 1815/1985), Adnkronos editore) passato qausi inosservato. Infine ha deciso di raccontare tutto a Panorama.

D. Perché?
R. Perché sono un agente e un generale scocciato.
D. E uno spione pentito?
R. Non ho niente di cui pentirmi. Rifarei tutto da capo. Però è giusto che si sappiano certe cose.
D. Scocciato perché?
R. Il servizio segreto mi ordinò di entrare , per spiarla, nella loggia massonica P2. Ma quando scoppiò lo scandalò nessuno se ne ricordò. E adesso sto pagando per quella colpa. Da cinque anni mando lettere ai ministri della Difesa per essere ricevuto e spiegare la mia posizione ma nessuno mi dà retta. La mia promozione è stata bloccata. Presto sarò mesos in aspettativa per riduzione dei quadri.
D. Chi le ordinò di iscriversi alla P2?
R. Il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi, il servizio segreto italiano.
D. In che anno?
R. Nel 1978. Era l’8 novembre. Ero appena rientrato all’ambasciata di Bonn e mi trovavo a Roma nel Centro alti studi militari. Santovito mi convocò nel suo ufficio a palazzo Baracchini. Venne subito al dunque  e mi disse: “Senta Viviani, dato che lei di Gelli sa tutto da anni, veda di infilarsi in questa P2. cerchi di sapere un pò quali sono gi interessi di questa organizzazione, quali attività svolge. Se la sente?”.
D. Ma Santovito era anche lui un piduista.
R. Adesso l’ho scoperto, ma allora lui si guardò bene dal dirmelo.
D. Come fece ad iscriversi.
R. Un colonnello, mio compagno di accademia, di cui non voglio dire il nome, noto negli ambienti per i suoi ideali massonici, mi fece compilare la domanda di iscrizione. Il 27 marzo 1980 andai all’hotel Excelsior di Roma per la cerimonia di iniziazione. Con Gelli c’erano il generale Franco Picchiotti e il gran maestro Giordano Gamberini.
D. Cosa riuscì a sapere nella P2?
R. Nulla. Non fui mai più convocato da Gelli dopo quel primo incontro. Non feci mai alcun rapporto.
D. Anche il generale Dalla Chiesa voleva entrare nella P2 per spiarla…
R. Lo so benissimo. Nel 1975 al circolo ufficiali del III bersaglieri a Milano, in viale Suzzani 125, il generale mi disse “Caro Viviani, tu che sai tutto su Gelli, cosa bisogna fare per capire, per andare a fondo su questa loggia P2?”. Gli risposi: “Se si vuol sapere qualcosa bisogna entrarci e avere rapporti con Gelli per capirne le trame. Lo faccia e vedrà”. Il 28 ottobre del 1976 Dalla Chiesa mi telefonò e mi disse di aver presentato la domanda. era il giorno del mio compleanno.
D. Perché nell’ambiente dei militari era considerato uno specialista di gelli?
R. Fu proprio nel periodoin cui ero capo del controspionaggio che si intensificò la sorveglianza sul “venerabile”.
D. Quando, perché e come?
R. Era l’autunno del 1973, non ricordo se ottobre o novembre. I miei uomini avevano piazzato dei microfoni in un albergo romano, non distante dalla stazione Termini per controllare un gruppo di arabi che facevano vari traffici un poco loschi. In una registrazione saltò fuori una voce dall’accento toscano. L’uomo, rivolgendosi a uno degli arabi, proclamò: “Si ricordi che io sono il capo dei servizi segreti italiani”. Accidenti, chi è questo, pensai io. Non sarà il capo del servizio, il generale Vito Miceli?. Scatenammo le indagini, soprattutto in Toscana. Scoprimmo che il millantatore era l’ex materassaio gelli. Cercammo “il galleggiante”, così si chiamano i fascicoli nel gergo dei servizi.  Lo trovammo. E c’era già parecchio sul signor Licio. Dopo la seconda guerra mondiale, gelli si era rifugiato in Sardegna (a causa del suo passato di doppiogiochista repubblichino, ndr). tanto aveva fatto e trafficato da attivare il nostro “centro” di Cagliari. Fu scritto un primo rapporto su di lui. In seguito Gelli fu continuamente sorvegliato. Andava e veniva dai Paesi dell’Est. I servizi erano convinti che fosse un agente rumeno e che informasse anche gli ungheresi. Allora non si facevano affari con l’Est se non si davano in cambio informazioni. E Gelli era un maestro in quest’arte. Nel 1973 il mio servizio fece il rapporto su Gelli che fu consegnato alla magistratura romana. Fui io stesso a siglarlo.
D. Il suo non fu però l’unico rapporto su Gelli.
R. E’ vero. In seguito si misero in moto la guardia di finanza (col povero colonnello Rossi, morto suicida dopo lo scoppio della vicenda P2) e il ministro dell’Interno (col defunto Emilio Santillo, capo dell’antiterrorismo).
D. Gelli seppe di tutte queste indagini?
R. Secondo me venne a conoscenza di tutto. E la sua vendetta fu terribile. L’operazione Gelli condotta doverosamente dal Sid, dall’antiterrorismo e dalla guardia di finanza provocò gravi difficoltà ai tre organismi, la messa da parte dei responsabili dei rapporti.. Tutti col tempo venimmo in qualche modo liquidati.
D. Cosa successe, per esempio, nel Sid?
R. Il Sevrizio fu demolito da una serie successiva di scandali. Prima la Rosa dei venti (una organizzazione Nato, legittima, spacciata per eversiva), poi la favola del Golpe Borghese, infine il caso dell’informatore Guido Giannettini, bruciato proprio per mettere in difficoltà il servizio. Infine l’arresto del generale Vito Miceli. Sarà un caso, ma appena toccammo Gelli successe il finimondo.
D. Chi fu il regista dell’operazione?
R. Un uomo politico, un grosso uomo politico, un furbacchione.
D. Ne faccia il nome.
R. Non voglio.
D. E chi dieve una mano al politico furbacchione all’interno del servizio?
R. Il generale Gianadelio Maletti, allora capo dell’ufficio D e mio diretto superiore. Maletti, un ufficiale di grande talento, era rimasto affascinato dalla personalità di questo uomo politico. Quando andava a cena da lui mi convocava il mattino dopo e mi diceva con soddisfazione “Sono stato da… E’ un personaggio eccezionale. Intelligentissimo. Sa tutto”.
D. I biografi di Forte Braschi hanno sempre sostenuto che lo scontro fra Miceli e Maletti derivasse dal loro diverso atteggiamento in politica estera. Filoarabo quello di Miceli, filoisraeliano quello di Maletti. Non è così?
R. Anche questa diatriba era presente. maletti aveva simpatia per Gerusalemme. Dopo l’indagine Gelli, per togliermi dalla circolazione, mi mandò in villeggiatura per un pò di tempo dal Mossad. Tuttavia l’ordine del Sid era di essere filoarabi…
D. Anzi, filolibici…
R. Certo. Ma bisogna capire il perché.
D. Ci racconti finalmente la verità sull’origine dei nostri ambigui rapporti con  Tripoli.
R. Quando io andai a dirigere il controspionaggio (era l’epoca del governo presieduto dall’onorevole Giulio Andreotti), le direttive politiche date al Sid erano già quelle di “salvare gli interessi italiani in Libia” e “impedire che l’Eni fosse buttato fuori” dalle attività petrolifere. Avevano poche scelte. O fare i democratici, quindi sostenere la opposizione a Gheddafi in nome dela libertà, oppure fregarcene dei buoni principi, fare i nostri interessi e appoggiare il colonnello. I politici avevano scelto la seconda soluzione. Dissero a Miceli: “Sono cose che potete fare solo voi”. Questa incombenza fu affidata alla sezione controspionaggio, diretta prima di me dal colonnello Roberto Jucci, oggi comandante capo dell’Arma dei carabinieri. Dovevano dimostrare a Gheddafi di essere i suoi amici più fidati.
D. Cosa fece il controspionaggio?
R. Per esempio fece subito fuori un gruppo di oppositori libici.
D. Chi era il vostro contatto libico?
R. Moussa Salem ElHaji, un gran figlio di buona madre, capo del servizio segreto tripolino a Roma. Poi c’erano El Houni, capo dello spionaggio di gheddafi, e un palestinese, Zwaiter Wael, capo di Al Fatah in Italia (poi eliminato dal Mossad a Roma, ndr).
D. Ci racconti qualche episodio.
R. La prima operazione fu quelal del “principe nero”. Nel gennaio del 1970 la sezione controspionaggio del reparto D del Sid riuscì a far fallire una operazione ideata e preparata da Abdullah Ben Abdid, detto appunto il principe nero perché nipote dello spodestato re Idris.Un gruppo di suoi uomini erano partiti dall’Italia per sbarcare in Libiae provocare un rivolta interna. Il Sid informò Gheddafi. A dattendere i cogniurati sulla spiaggia c’erano le guardie del colonnello. Furono tutti presi…
D. E poi cosa asuccesse?
R. Probabilmente furono eliminati. In seguito altri oppositori tentarono nuove operazioni, tutte sventate da Roma.
D. Quali?
R. La “Hilton”, per esempio. A pochi mesi dal fallito sbarco, il libico Umar El Shalhi, già consigliere di re Idris, iniziò la preparazione della operazione Hilton, tendente a liberare dalla fortezza-prigione di tripoli, detta Hilton, un gruppo di prigionieri politici. Era previsto l’invio in Libia, per il 31 marzo ’71, di un gruppo di libici e di mercenari. Dieci giorni prima i nostri agenti assaltarono e bloccarono nel porto di Trieste la nave Conquistador 13 che doveva portare i guerriglieri nel golfo della Sirte. Arrestammo tutti: i gregari, già pronti sulla barca, e i capi, addormentati all’hotel Savoy. gheddafi riconoscente mandò preziosi regali agli uomini dei servizi, collane e gioielli per le loro signore, che non poterono rifiutare per non offendere il colonnello.

Panorama 18.05.1986 – Romano Cantore, Carlo Rossella

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