Guelfo Osmani – dichiarazioni 05.05.1993

Confermo le dichiarazioni rese in verbale al dr Salvini, comprese quelle rese in data odierna. Chiestomi come sia iniziato il mio rapporto con Mannucci Benincasa, devo premettere che, nel 1971, ho conosciuto il capitano D’Ovidio;

Il quale me lo presento’. Avevo conosciuto il capitano D’Ovidio a casa mia a tolentino. Il capitano aveva fatto un’ operazione concernente dei quadri rubati, che si credeva fossero stati ricettati da un antiquario di Roma che conoscevo molto bene in quanto in precedenza era stato mio socio in affari, nel corso di questa inchiesta il capitano D’Ovidio mi venne a trovare e poiche’ sapeva che io a roma avevo un obbligo settimanale di firma, mi propose di trasferire l’ adempimento di tale obbligo presso la caserma di camerino, cosa che effettivamente venne fatta. Inizio’ cosi’, colcapitano D’Ovidio, un rapporto di amicizia, nel cui contesto gli fornii, tra l’ altro, le prestazioni di cui ho parlato al GI di Milano. Ritengo che il mio rapporto con il capitano D’Ovidio sia gia’ adeguatamente illustrato in dette dichiarazioni. Comunque ho frequentato il D’Ovidio dal 1971 al 1978.

Adr: ho conosciuto, sempre nel 1971, anche il capitano Labruna, il quale mi fu presentato dal capitano D’Ovidio. Il Labruna aveva bisogno di un documento di identita’ e si rivolse al capitano D’Ovidio per trovare il modo di procurarselo. E’ per questa ragione che il D’Ovidio mi presento’ la Labruna. Questi mi diede una fotografia di Delle Chiaie, ma in realta’ come, per altro, ho gia’ spiegato non confezionai mai il documento richiestomi. Da quell’ episodio sono rimasto in contatto con Labruna sino ad oggi.

Adr: come ho gia’ detto nel 1971 il capitano D’Ovidio mi presento’ anche il Mannucci Benincasa. Cenammo assieme e ci scambiammo i numeri telefonici. Nel trattare il tema del mio rapporto con il Mannucci dovrei toccare argomenti che possono implicare anche mie eventuali responsabilita’, sia pure modeste, e che per questo non mi sento di affrontare in questa sede. Sta di fatto, come per altro ho gia’ dichiarato, che nel corso del mio rapporto con il Mannucci Benincasa -che va dal 1971 al tempo in cui egli lascio’ Firenze – gli ho consegnato passaporti falsi svizzeri – circa una dozzina – e una ventina di moduli per carte d’ identita’ italiane.

Gia’ nel 1972 diedi al Mannucci Benincasa due passaporti svizzeri, abilmente falsificati tant’ e’ che successivamente a tale consegna il Mannucci mi attribuì il soprannome di “Raffaello”. Il Mannucci confronto’ i falsi con un passaporto svizzero autentico di cui era in possesso e li trovo’ perfetti. Si trattava, in questo caso come successivamente, di moduli in fogli sciolti, in bianco, gia’ tagliati corredati della relativa copertina. Ho fornito al Mannucci anche i necessari timbri sia a secco che ad umido e gli spiegai come usarli. I timbri erano quelli del Canton Ticino ed il documento risultava emesso sempre a Lugano, in quanto a dire del Mannucci dovevano essere usati da italiani. I documenti mi venivano richiesti e venivano consegnati a distanza di tempo uno o due per volta. Il mio rapporto con Mannucci e’ stato pertanto continuativo anche in riferimento a queste questioni.

Adr: naturalmente sapevo che il Mannucci Benincasa apparteneva ai servizi italiani ed in particolare al servizio militare di Firenze. Ma ho saputo soltanto verso il 1985 / 1986 che era il capocentro. Ci incontravamo sia a Firenze, abitualmente in piazzale Michelangelo, o vicino alla stazione o nei pressi dell’ uscita Firenze nord della autostrada (ove si trova un motel), sia in Val di Chiana in un ristorante chiamato “L’ Apogeo”. Una volta ho incontrato il Mannucci Benincasa anche a Roma in piazza San Giovanni. Non ci si vedeva con regolarita’. Potevano passare anche 5 mesi senza che l’ incontrassi. Normalmente era lui a telefonarmi presso la mia abitazione a Roma per fissare gli appuntamenti. Un paio di volte che mi ero recato a Firenze fui io a telefonargli. Una volta, incontratolo a Firenze, lo accompagnai dalla stazione ferroviaria fino a sotto la sede del servizio. Questo si trova poco distante dalla stazione lungo una via ad essa laterale. Fu il Mannucci stesso a propormi di accompagnarlo fino al luogo che egli stesso aveva definito “la sede”.

Adr: non sono mai entrato negli uffici del servizio. Telefonavo al Mannucci, se questi non c’ era e rispondeva qualche altra persona lasciavo detto che ” .. Aveva chiamato Raffaello ..”. Tutti gli incontri avuti col Mannucci avevano avuto luogo in relazione a questione concernenti a documenti di cui prima ho parlato; tuttavia il rapporto era divenuto di carattere amichevole.

Adr: dispongo anche ora del numero di telefono piu’ recente datomi dal Mannucci Benincasa ed anche se in questo momento non lo ricordo con esattezza, sono in grado di indicarglielo. Comunque dovrebbe essere o “28411” o “24811”. Un numero precedente, che cambio’ mi pare dopo il 1980, forse nel 1981, iniziava certamente con il 28. A questo numero rispondeva un ufficio. Io chiedevo del dottore e mi passavano il Mannucci. Al numero successivo rispondeva invece un centralino telefonico dei carabinieri. Io chiedevo del Sisde e mi passavano l’ ufficio del Mannucci.

Adr: sono certo che dovevo chiedere del Sisde, come per altro mi era stato chiesto di fare dal Mannucci stesso.

Adr: i rapporti tra il D’Ovidio ed il Mannucci erano di amicizia ed il secondo si complimento’ con il primo per il buon esito della operazione di Camerino, tant’ e’ che il Mannucci raccomando’ al D’Ovidio di dargli il suo numero di telefono allorquando sarebbe arrivato a Roma a seguito di un probabile inserimento nel servizio. Fui presente a questa conversazione che avvenne a Firenze, presso il ristorante “Le giubbe rosse”, pochi giorni dopo la suindicata operazione.

Adr: questa conversazione avvenne solo alla mia presenza, ne vi furono altre persone presenti ai miei ulteriori incontri col Mannucci.

Adr: tenuto conto dell’ amicizia che legava il Mannucci al D’Ovidio, tenuto conto del fatto che la conversazione sopradetta avvenne pochi giorni dopo l’ episodio di Camerino e tenuto conto infine che detta operazione doveva servire, fra l’ altro, ad immettere il D’Ovidio nei servizi e a consentirgli di fare un’ operazione contro i greci che studiavano a camerino, mi sono convinto sin dal primo momento chela regia dell’ operazione di camerino fosse del Mannucci. In seguito sono venuto a sapere che il Labruna era contrario sia a detta operazione che all’ ingresso del’ D’Ovidio, ricordo infatti che il Labruna parlando con il D’Ovidio in mia presenza ebbe a dire: “.. Avete fatto una grossa cazzata e ne pagherete le conseguenze ..”. Il fatto che il Labruna avesse usato il plurale -tenuto conto che era a conoscenza dello stretto rapporto tra il D’Ovidio ed il Mannucci – consolido’ la mia convinzione che si riferisse anche a quest’ ultimo.

Adr: il colloquio con il Labruna avvenne poco dopo l’ operazione e certamente prima dell’ assoluzione di Guazzaroni e gli altri. Il D’Ovidio era appena entrato nei servizi. Adr: ricordo che verso il maggio o il giugno del 1986 incontrai il Mannucci alla stazione di Firenze. Insieme ci recammo a cena in un ristorante situato a pochi chilometri di distanza da Firenze, mi pare dalle parti del Galluzzo. Dovevamo discutere circa alcuni documenti falsi che mi erano stati richiesti. Ricordo che il Mannucci desiderava avere dei passaporti italiani “rossi” cioe’ di un tipo da poco entrato in vigore e che c’ era il problema di decidere se farli perfetti – il che avrebbe richiesti tempi di lavoro molto lunghi e spese molto elevate – ovvero “da battaglia”, cioe’ piu’ grossolani.
Ci recammo al ristorante a bordo della vettura del Mannucci. Si trattava di una berlina quattro porte tipo alfetta di colore scuro. Dopo che avemmo cenato nil Mannucci apri’ il bagagliaio della macchina, non ricordo esattamente per quale motivo, credo per riporre o prendere qualcosa, e fu allora che all’ interno del portabagagli notai una scatola del tipo che normalmente e’ utilizzato per le lattine di coca cola, contenente dei barattoli chiusi da un coperchio”a specchio”, cioe’ in acciaio con un foro centrale dal quale spuntava una miccia della grossezza di una sigaretta. Rimasi stupito e domandai al Mannucci se per lui era ancora carnevale e se voleva fare dei botti. Sorrise alla mia battuta e richiuse il bagagliaio senza dare spiegazioni. Il fatto mi colpi’ tanto piu’ che piu’ tardi, alcuni mesi dopo, lessi sul Messaggero – giornale che leggo abitualmente – di analoghi barattoli che erano stati ritrovati, non so se al momento o tempo addietro, collocati in una valigia su un treno. Mi colpi’ la coincidenza fra la descrizione dei barattoli fatta sul giornale ed i barattoli che avevo visto.

Annunci