Gianadelio Maletti – audizione commissione stragi 03.03.1997 – terza parte

TASSONE. Lei ha parlato ora di assenza di volontà di controllo: intendeva riferirsi proprio ad una specifica volontà, oppure all’impossibilità pratica di esercitare il controllo politico? Ancora, ritiene che ci sia stata in qualche modo anche una volontà di ritardare quella riforma dei Servizi che è arrivata poi soltanto nel 1977? Penso anche al fatto che -come lei ha ricordato – per i primi anni ’70 la subalternità del Servizio italiano alla Cia era totale.

MALETTI. Per quanto riguarda l’interesse della Cia verso il nostro Servizio, posso dire che il Sid subì le rampogne della Cia per la nostra modesta efficienza nel campo del controspionaggio; non altrettanto accadeva per quanto riguardava l’antiterrorismo. Bisogna tenere sempre presente che la subalternità verso la Cia era anche una questione di dipendenza economica. Tanto per fare un esempio, il centro di addestramento di Alghero fu realizzato (acquisto dei terreni e costruzione degli edifici) interamente a spese della Cia.

TASSONE. Da quanto lei ci dice, sembra di capire che, oltre ai collegamenti con la Cia, l’Italia possa essere stata uno snodo per contatti con altri Servizi. Lei ritiene possibile che ci siano stati collegamenti con altri Servizi? E a che livello?

MALETTI. Sì, è naturale che ci fossero contatti. Posso dire che, per quanto mi riguarda, i maggiori collegamenti li avevamo con il Servizio israeliano; i Servizi francesi erano per lo più in contatto con l’ufficio Affari riservati; il Servizio tedesco collaborava con il reparto RS: con gli inglesi la collaborazione non era particolarmente sviluppata. Per quanto riguarda i contatti con il Servizio spagnolo, erano di media importanza per noi. Inoltre avevamo contatti periodici, semestrali con tutti i Servizi di paesi della Nato e, in più, con gli svizzeri. Si trattava soprattutto di scambio di informazioni nel settore dell’antiterrorismo.

TASSONE. Ci furono influenze e interventi dei Servizi dei paesi dell’Est sulle vicende italiane?

MALETTI. Dalle informazioni a nostra disposizione, pensammo al Kgb per quanto riguarda Feltrinelli ad attività terroristiche di sinistra compiute nell’Italia settentrionale. A questo proposito, ricordo che, da una intercettazione relativa alla notte in cui Feltrinelli morì, sembrava ci fosse il coinvolgimento o l’interesse del Kgb e dell’Ambasciata sovietica in Italia, dove riscontrammo, per quella notte, un certo fermento.

PRESIDENTE. Signor generale, a suo giudizio sarebbe plausibile ipotizzare uno scenario nel quale tanto la Cia quanto il Kgb obiettivamente convergessero per ostacolare o ritardare il processo di distensione internazionale?

MALETTI. Non è emerso nulla in tal senso.

TASSONE. Abbiamo potuto riscontrare come fosse chiaro che le brigate rosse avessero ricevuto un addestramento di tipo militare. Lei collegherebbe questo fatto con la Gladio rossa? Dato che, sul piano dell’efficienza, le brigate rosse si sono addestrate grazie ai paesi dell’Est, vorrei sapere se questi addestramenti avevano luogo in Italia o in altri paesi.

MALETTI. Intanto vorrei dire che il termine “Gladio” è stato tirato fuori dalla stampa solamente negli ultimi anni; noi parlavamo piuttosto di Stay behínd. A maggior ragione non saprei dire cosa fosse la “Gladio rossa”. Per quanto riguarda però l’addestramento di terroristi di sinistra italiani, è un fatto che Franceschini si sia rifugiato in Cecoslovacchia e che là ci fosse un campo di addestramento. E ugualmente confermato il coinvolgimento della Germania orientale. Su questi argomenti molto si potrebbe venire a sapere dagli archivi del Kgb. E’ certo che comunque le brigate rosse si addestrarono in Libano.

PRESIDENTE. La valutazione dell’efficienza militare dimostrata dalle brigate rosse nell’agguato di via Fani fa parte ormai del senso comune, del comune apprezzamento. C’è stato sempre un fatto però che mi ha lasciato fortemente perplesso: dalle perizie che sono state effettuate sembrava che i brigatisti sparassero dai due lati della strada, il che fa pensare ad una tecnica di attacco militare abbastanza rudimentale e fondata molto sulla fortuna.

MALETTI. In effetti si può pensare che il tiro dalle due parti della strada avrebbe potuto danneggiare gli stessi assaltatori, ma c’è anche da tenere presente che il fuoco era probabilmente diretto in parte sulla scorta, in parte sull’autista e che quindi le traiettorie, brevissime e concentrate traiettorie, fossero sufficientemente divergenti da non colpire i tiratori opposti.

TASSONE. Per quanto riguarda la vicenda della P2, vorrei porre una domanda un po’ ingenua dal momento che qui vi è una letteratura ed una storiografia che fa impallidire tutti i nostri grandi letterati, che hanno fatto letteratura in Italia. Secondo lei, generale Maletti, questa organizzazione ha perseguito realmente il terrorismo o era un club di arrivisti che occupava il potere, non dico pacificamente, perché anche questo è un fatto di violenza antidemocratica?

Vorrei fare un’altra considerazione: nella P2 hanno pagato semplicemente i militari, almeno coloro che sono stati spostati dai loro uffici e dai posti di responsabilità, mentre moltissimi civili (lo parlo sia di quelli dell’area del governo di quel tempo, sia di quelli dell’area del non governo del tempo, ma forse presenti in Parlamento) sono rimasti ai loro posti e quando la situazione è andata male sono stati “turnati” e comunque sono rimasti in piedi nei posti di responsabilità. Questo tipo di operazione non si sarebbe potuta effettuare se ci fosse stata soltanto una parte a fornire protezione: credo che ci sia stato un consenso molto ampio e molto vasto. Lei ha avuto qualche informazione in proposito?

MALETTI. Il consenso alla protezione dei civili nella P2 – consenso politico – credo senza dubbio che ci sia stato. E’ indubbio che le persone sacrificate sono stati i militari, e i civili non ne hanno sofferto; è anche indubbio quello che mi disse un giorno Gelli in un incontro casuale a via del Babuino a Roma: “ho nella manica una quantità di membri del Parlamento”. Mi disse anche il numero, ma ora non lo ricordo. Gli chiesi anche chi fossero e mi rispose che i nomi non me li poteva dire, ma che appartenevano a tutti i partiti, tranne uno. Certo, se appartenevano a tutti i partiti, anche i dirigenti di quei partiti saranno intervenuti per aiutare e sostenere i loro colleghi.

TASSONE. Volevo correggere un’affermazione fatta in precedenza dal collega Leone. Noi non dobbiamo dimenticare, anche perché probabilmente i verbali di questa audizione li dovremo trasmettere all’autorità giudiziaria, che a carico del generale Maletti e di altri sono state formulate ipotesi giudiziarie di tentativi di sovversione istituzionale, anche per il periodo successivo ai primissimi anni’70, cioè alla seconda metà della prima metà degli anni ’70. Io le do atto che, da quando è stata scritta la proposta di relazione, queste ipotesi giudiziarie non hanno fatto alcun passo avanti. Direi inoltre che oggi si scontrano con la soluzione giudiziaria finale che si è avuta nel processo contro la P2. Però, nel 1972, il normale silenzio dei politici fu interrotto da una dichiarazione singolare dell’onorevole Forlani, il quale disse testualmente a La Spezia: “è stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia portato avanti dalla liberazione ad oggi. Questo tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno ma anche internazionale. Questo tentativo non è finito. Noi sappiamo in modo documentato che è ancora in corso”. Questa dichiarazione di Forlani si riferisce a ciò di cui lei ci ha parlato questa mattina, cioè a questa attività di intelligence che il suo Servizio continuava a fare, quindi l’allarme dato ad Andreotti, che lei ha confermato.

MALETTI. Senatore, vorrei sapere quando è accaduto.

TASSONE. Il 5 novembre 1972.

MALETTI. Allora certamente si riferisce a quel secondo allarme dell’agosto 1972, sull’eventualità di un golpe di Ferragosto. Per quanto riguarda le connessioni internazionali, immagino che l’onorevole Forlani si riferisse soprattutto ai gruppi eversivi stranieri, più che a organizzazioni statuali.

PRESIDENTE. Quel colloquio tempestoso fra il referente Cia romano e Miceli di che periodo è?

MALETTI. Quel colloquio è della seconda metà del 1971, poco prima del mese di settembre.

PRESIDENTE. Quanto lei ora ha dichiarato a proposito di ciò che le disse Gelli poteva riferirsi quindi ad un’idea che un’eventuale evoluzione verso la Repubblica presidenziale, che poi era il fondamento di quell’ipotesi giudiziaria di cui parlavo prima, potesse avvenire per la normale via parlamentare, attraverso un controllo dei parlamentari italiani da parte della P2; cioè questo controllo che Gelli aveva di moltissimi parlamentari avrebbe potuto portare per via parlamentare ad una involuzione tecnocratica dello Stato come quella che poi emerge nei documenti che sono stati sequestrati o che sono stati fatti sequestrare nella valigia della figlia di Gelli.

MALETTI. Io penso di sì. Ritengo che Gelli intendesse proprio acquisire il maggior numero di consensi tra i parlamentari in modo da poter realizzare questa maggioranza a suo favore o a favore di una soluzione tecnocratica, come lei dice.

TASSONE. Generale Maletti, quando lei parla di debolezza della politica si sente di dire anche che la politica (quando parliamo di politici l’equazione politica-Governo non è perfetta) ha un significato in termini complessivi? Tanto è vero che le brigate rosse furono sconfitte quando tutte le forze politiche si trovarono concentrate in un unico sforzo rispetto ad alcune esigenze che prima non si avvertivano, oppure ci furono delle forze che prima non fecero avvertire alcuna esigenza di una forte presenza nel paese. Se la sente di dire questo?

MALETTI. Concordo infatti con quello che lei dice. La mancanza di unità all’interno del paese era quella che soprattutto – ritengo – limitò, se non addirittura paralizzò, gli interventi politici al tempo del primo momento del terrorismo degli anni ’70.

TASSONE. Si è parlato anche dell’ammiraglio Martini, che come lei sa è considerato un esperto dei Servizi, tanto è vero che dopo aver esaurito il suo mandato nei Servizi è stato trattenuto presso la Presidenza del Consiglio dei ministri come consulente. Credo che all’epoca il Presidente del consiglio fosse Giuliano Amato. Può dare una sua valutazione su questo dato oppure basta la mia informazione?

MALETTI. Ho parlato prima anche di questo fatto. L’ammiraglio Martini era indubbiamente un uomo di notevole valore professionale ed era anche un uomo abbastanza legato a qualche politico. Non c’è dubbio che per avere quell’incarico occorre godere di un benestare politico; per avere poi un prolungamento dell’incarico (o nell’incarico) questo appoggio politico è ancora più necessario. Infine, per giungere ad ottenere un posto dopo il collocamento in ausiliario con funzioni di consulenza per la sicurezza o quale altro incarico abbia ricevuto presso il Governo, fa capire chiaramente che Martini era, come si dice in termini militari, fortemente “ammanigliato” in sede politica. Ciò non toglie che fosse anche un uomo di buona capacità professionale.

TASSONE. L’ultima domanda che vorrei porre al generale attiene alla vicenda, su cui torno ogni tanto, che riguarda Andreotti e Moro. Moro, non so se a torto o a ragione, era considerato un uomo molto vicino al Pci. La sua strategia politica, la sua amicizia con il generale Miceli (ovviamente questi è stato un parlamentare della destra, del Movimento sociale-Destra Nazionale) come si conciliavano? Inoltre, se lei ha avuto ovviamente sentore di ciò, il rapporto tra Andreotti e Moro era un rapporto di contrasto all’interno di un partito politico, oppure andava oltre? Si tratta di una considerazione, di una valutazione. Quando si parla di Moro che ha dato l’autorizzazione alla “fuga di quei terroristi palestinesi”, si tratta di una decisione del Governo italiano o c’è stata anche una coincidente adesione da parte dell’opposizione del Parlamento che ha accettato – questo nel migliore dei casi – o quanto meno ha condizionato una parte di una certa politica filopalestinese all’interno del nostro paese, se è vero come è vero che Shamir aveva qualche risentimento nei confronti del nostro Governo e le polemiche nei confronti di Shamir sono state sollevate dal Governo italiano ma soprattutto dalle opposizioni di allora.

MALETTI. Lei per Shamir intende il generale Zwigmir?

TASSONE. Intendo l’ex Ministro degli esteri israeliano ed ex primo Ministro.

MALETTI. Credo che l’amicizia o il rapporto Miceli-Moro fosse più sul piano della politica internazionale, della politica estera, che sul piano della politica interna. Il generale Miceli era chiaramente un sostenitore della politica filoaraba più che filopalestinese e in questo certo non andava d’accordo – almeno ritengo – con l’onorevole Andreotti, per quanto anche l’onorevole Andreotti ad un certo momento l’abbia chiaramente fatto. Non credo che ci sia un contrasto, una contraddizione tra la posizione di Miceli nei confronti della destra e la sua frequentazione dell’onorevole Moro, perché le due cose erano diverse: Moro si occupava di politica estera mentre al generale Miceli interessava portare avanti un discorso con i palestinesi piuttosto che giungere ad una repressione del terrorismo. D’altra parte era legato anche al servizio libico in un modo, immagino, corretto, come peraltro vi era legato lo stesso Andreotti, come ho sentito oggi. Non vi è una contraddizione e non credo vi sia una linea netta da tirare tra queste due tendenze: quella anticomunista di Miceli e allo stesso tempo filoaraba, di amicizia e di consenso nei confronti di Moro.

TASSONE. Generale Maletti, vorrei ringraziarla per la sua audizione e vorrei chiudere il mio intervento con una valutazione che ho fatto inizialmente, quando si parlava, non a caso, di poteri forti all’interno del nostro paese di corpi separati dallo Stato. Non do alcuna valutazione su questa sua cortese audizione; ovviamente siamo venuti per raccogliere di più e per avere elementi, non soltanto per guardare al passato ma soprattutto per assicurarci un futuro sereno. Credo che questa sia un po’ l’ambizione di chi lavora in Parlamento, di chi ha un posto di responsabilità all’interno del nostro paese. Lei si sente di dire che vi è una qualche precisa, individuabile o assoluta – vado sul relativo – responsabilità da parte del Governo della Repubblica o della politica nell’aver alimentato il terrorismo o nell’averlo coperto, o quanto meno che la situazione sia sfuggita di mano? Abbiamo visto anche i processi degenerativi di alcune organizzazioni che sono sfuggite anche al controllo di chi le aveva alimentate. Qual è la sua valutazione, più che da ex responsabile del reparto D del Sid, più che da ex generale, proprio da cittadino italiano, con la rivendicazione che ha fatto di patriottismo ed amore nei confronti di questo paese? Si sente di dire che c’è stata comunque una responsabilità, senza la quale le vicende drammatiche e tragiche non sarebbero avvenute all’interno del nostro paese?

MALETTI. Sì, come ex cittadino italiano, mi sento di dire che la responsabilità politica è stata responsabilità di tolleranza per l’avanzata degli estremismi, di mollezza nel combatterli. Non credo che si sia trattato in tutti i casi, nell’intero arco dello svolgimento del terrorismo, di connivenza, di complicità e tanto meno di sollecitazione. Però ci sono stati episodi nelle strutture dello Stato – e non parlo solamente di quelle del Sid – che fanno pensare che alcune direttive venissero impartite nel senso di tollerare, di lasciare che le cose andassero in una certa direzione e di chiudere gli occhi su avvenimenti molto gravi nell’ambito dello Stato e del paese. Con questa valutazione mi riferisco al Ministero della difesa, al Ministero dell’interno e anche alla Presidenza del Consiglio.

PRESIDENTE. Innanzitutto vorrei fare una precisazione per la Commissione. Sarebbe opportuno che i membri nuovi, come Tassone, leggessero l’audizione che noi avemmo dell’addetto stampa di Moro, Guerzoni, perché è un documento illuminante nel descrivere la personalità di Moro. Guerzoni ci spiegò che Moro era innanzitutto conservatore, quindi un uomo di destra: però era un conservatore illuminato, soprattutto era un democristiano che voleva mantenere il più possibile la centralità della Democrazia cristiana e che dopo la sconfitta elettorale del 1968 presagi la sconfitta nel referendum del 1974. Per questo instaurò la strategia dell’attenzione prima e poi la strategia del compromesso storico con il Pci, in attesa che la situazione anche internazionale evolvesse per arrivare a quella che oggi noi chiamiamo la democrazia dell’alternanza. Vorrei fare una precisazione per il verbale: quando ho parlato della possibilità che il disegno di Gelli si realizzasse per via parlamentare, non volevo affatto dire che sarebbe stata una via democratica, perché un conto è che di una riforma istituzionale si discuta apertamente, anche con l’opinione pubblica, come adesso stiamo facendo, altro è che invece nasca un partito trasversale per il presidenzialismo e che al vertice, in una loggia coperta in cui erano rappresentati tutti i vertici dei corpi separati, quello avrebbe avuto della democrazia soltanto la forma ma non la sostanza. Il collegamento internazionale di Gelli, di cui oggi abbiamo avuto conferma, rafforza questa valutazione che resta sostanzialmente negativa, anche se probabilmente non lascia spazio a valutazioni giudiziarie di tipo penalistico. Seguiranno ora gli interventi degli onorevoli Corsini e Fragalà. Prima di chiudere però vorrei fare una domanda su uno scenario successivo dell’Italia, nei limiti in cui il generale ci potrà rispondere.

CORSINI. Io non voglio assolutamente trarre un bilancio, che tra l’altro sarebbe improvvisato e del tutto estemporaneo, delle risposte che il generale ci ha dato. Voglio però partire dal punto in cui il collega Tassone ha concluso la sua conversazione con il generale Maletti, cioè le sue osservazioni, le sue valutazioni sul fenomeno della destabilizzazione antidemocratica e delle strategie eversivo-stragistiche. Vorrei che lei, signor generale, ne parlasse a quasi venticinque anni di distanza quasi come osservatore, come cittadino che guarda per taluni versi, quasi con il cannocchiale alla rovescia, le vicende cui ha assistito e delle quali, in qualche misura, è stato anche protagonista. Prima di chiedere espressamente il suo parere, mi permetto di fare una duplice raffigurazione delle interpretazioni che oggi giocano sul campo la partita della comprensione di questo fenomeno. Le sintetizzerò così, molto brutalmente, in modo un po’ abborracciato. La prima interpretazione la conosco più direttamente perché, seppure in minima parte, ho contribuito anche io a formularla, ed è una interpretazione che va ricondotta soprattutto alla storiografia italiana contemporanea. Sostanzialmente è questa: la strategia della destabilizzazione comincia – c’è una annotazione notissima nel diario di Nenni in proposito – quando all’inizio del centro-sinistra vi fu il sentore di uno sferragliare di sciabole. Questo perché il nostro paese è un paese alla “periferia dell’impero”, un paese a sovranità limitata dentro la divisione del mondo e dentro la divisione interna della guerra fredda; è un paese che vincola i suoi governanti ad una sorta di doppia fedeltà, ed è un paese nel quale opera un meccanismo che si chiama di doppio Stato. Anzi, il presidente Pellegrino, sulla base di una serie di verifiche che ha condotto come Presidente della Commissione, dà una forma secondo me molto credibile, molto comprovata e molto dignitosa a questo tipo di interpretazione: cioè, un questo quadro di sovranità limitata, di doppia fedeltà, di doppio Stato. Io aggiungo anche di doppia consociazione: vi è una consociazione che vede Democrazia cristiana e Partito comunista produrre una sorta di divisione del lavoro: all’una la conduzione politica, all’altro il controllo della dinamica sociale; dall’altra parte vi è una consociazione della destra politica e sociale con l’esperienza della destabilizzazione. Che cosa si verifica? Si verifica che alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, quando in Italia matura una democrazia esigente (la definizione è di Aldo Moro), alcune forze che sono della politica e della società, degli apparati dello Stato, dei Servizi italiani ed internazionali, ritengono che questo processo vada bloccato, perché non è concepibile che il nostro paese fuoriesca dal quadro che prima appunto delineavo. Questa interpretazione ha visto pubblicazioni e saggi, peraltro non numerosi, perché pochi sono gli storici italiani che si sono occupati di questa vicenda. Uno di loro è qui presente e si tratta del professor De Lutiis. Esiste una seconda interpretazione che è sostanzialmente opposta e che non ha avuto una rigorizzazione in sede storiografica; però ha avuto memoriali, testimonianze, occasioni di espressione pubblica, convegni e così via. Questa interpretazione dice che in realtà la democrazia italiana era una democrazia bloccata; il Pci aveva interiorizzato una sorta di conventio ad excludendum; la conventio ad excludendum peraltro funzionava nei suoi confronti; le forze che avevano detenuto una supremazia politica negli anni della Repubblica erano consapevoli che in ragione del fatto che questa era una democrazia bloccata, l’unica possibilità di costituire un’alternativa era sul versante della destra. Per impedire questa alternativa quelle forze hanno promosso una strategia eversiva che ha utilizzato gli apparati dello Stato, e talora anche la cospirazione internazionale, per fare in modo che sulla destra venisse ribaltata l’accusa di inaffidabilità democratica, perché bisognava delegittimare quella destra che in qualche misura poteva ambire a costituire una possibile alternativa.Questa seconda interpretazione non ha ancora avuto – penso che anche l’onorevole Fragalà ne potrà convenire – la stessa dignità storiografica che ha avuto la prima; non esiste un corpo consolidato di studi e di ricerche che avvalori questo tipo di interpretazione. Non voglio fare una valutazione positiva o negativa; la mia è una semplice constatazione. Di fronte a queste due interpretazioni, a quasi ormai trent’anni di distanza, visti con il cannocchiale alla rovescia, visti da un uomo come lei che ormai è fuori dalla vicenda italiana, che non ha più un interesse diretto, non è più un protagonista con un ruolo specifico, quale le pare più plausibile? Quella di uno sforzo teso a bloccare un’evoluzione del sistema democratico italiano verso la soddisfazione delle domande della democrazia esigente, quindi verso una legittimazione delle sinistre e del loro ruolo, o invece quella di una criminalizzazione della destra impedendole di porsi come possibile alternativa?

MALETTI. Dopo quanto lei ha detto, credo di poter aggiungere molto poco e soprattutto con parole molto povere. Personalmente propendo per la prima delle due alternative. Però tenga presente una cosa che tutti d’altra parte conoscono bene e cioè che una buona parte della nazione negli anni a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 era sconvolta dalla insorgenza del fenomeno della contestazione, degli scioperi selvaggi, dell’autunno caldo, del crollo della disciplina nelle università, e così via, e quindi si tendeva ad attribuire tutto questo naturalmente alla sinistra e a guardare verso una soluzione che frenasse l’avanzata delle sinistre e desse un maggiore respiro ad un centro democratico non necessariamente però appoggiato alla destra.

FRAGALA’. Generale Maletti, lei con le sue risposte, a cui farò ora delle domande di riferimento, come si dice nei processi, mi ha fatto sorgere numerosi dubbi che vorrei assieme a lei chiarire. Se fosse corretta l’interpretazione della bozza del senatore Pellegrino (da lei letta come una interpretazione che viene da una certa pubblicistica e per cui naturalmente desidero apportare un mio personale contributo perché so che il senatore Pellegrino è persona che ha dimostrato nei fatti di non nutrire pregiudizi ideologici ma soprattutto di non essere disposto a portare il cervello all’ammasso) per cui ci sarebbe stata la Cia che, attraverso i Servizi interni, avrebbe utilizzato frange dell’estremismo nero per effettuare le stragi negli anni ’70 e quindi portare avanti quella strategia della tensione di cui lei ha parlato in precedenza, ebbene, rispetto a questa impostazione le faccio notare però delle incongruenze e delle contraddizioni enormi che sono venute fuori dalle sue dichiarazioni. Lei infatti ha detto che se c’erano deviazioni nei Servizi, che lei ha trovato, si trattava di deviazioni verso il basso, cioè verso le corna, le porcherie, le fotografie dal buco della serratura, e così via, e non verso l’alto. Se il Servizio era degradato o i Servizi di informazione erano deviati ciò accadeva perché tale Servizio non si occupava di strategie della tensione o di strategie eversive, ma si occupava soltanto di corna o di attività ricattatorie. Quindi, signor generale, questa strategia della tensione, se il Servizio era ridotto a questa “paccottiglia” da cortile e da pettegolezzo, chi l’ha realizzata?

MALETTI. Io non ho detto che il Servizio si interessasse solo di queste cose, tanto per incominciare. Esso si è dovuto interessare anche di queste cose su richiesta naturalmente di uomini politici e di Governo e non aveva più una sua funzionalità efficiente perché impiegava molto del suo tempo in altre attività; ma non ho detto che tutto quello che faceva fosse puramente corna o sguardi dal buco della serratura. Poteva essere infatti uno degli elementi della cosiddetta strategia della tensione; questo però non mi risulta. Può darsi che altro Servizio invece fosse coinvolto nella strategia della tensione e sappiamo o supponiamo quale fosse. Io non so cosa sia stato scoperto nell’archivio di questo altro famoso Servizio recentemente. Mi auguro che possa sortire qualche effetto da questa scoperta, ma posso dire che, all’epoca, il mio predecessore non mi diede un elemento di guida che mi potesse illuminare su una strategia della tensione commessa dal Servizio da me dipendente, cioè dal reparto D. Quindi penso che, essendo Gasca Queirazza una persona onesta e coerente, non ci fosse da parte di elementi del reparto D un coinvolgimento in questa strategia della tensione. Questa strategia della tensione poteva venire diretta in modo immediato da altri elementi del Servizio che non appartenevano al reparto D, oppure da altri servizi.

FRAGALA’. Come ha detto poco fa l’onorevole Corsini, io ho l’impressione (sto verificando questa interpretazione) che la strategia della tensione – quindi le stragi, le bombe, e così via – hanno oggettivamente, come direbbe Laurentin Beria, a cui io certo non sono vicino ideologicamente, realizzato il progetto politico dell’onorevole Andreotti di cui anche lei ci ha disvelato le finalità: cioè quello che le bombe e la strategia della tensione servivano e sono servite ottimamente a criminalizzare, ghettizzare e demonizzare la destra, eliminando una bottega elettorale concorrente alla Democrazia cristiana che poteva temere solo di perdere voti a destra, in quanto a sinistra aveva la teoria della diga anticomunista. Accreditare il Partito comunista come partito d’ordine (questo riuscì eccezionalmente con il sequestro Moro; lei avrà letto le lettere di Moro e ciò che egli ha scritto, compresa la fine della Democrazia cristiana che si è realizzata in modo assolutamente puntuale), senza tema di concorrenza elettorale da parte della destra politica nei confronti della Democrazia cristiana, è un progetto che si è realizzato. La vorrei richiamare ad un altro elemento di carattere internazionale che è sfuggito all’onorevole Corsini, ma che sicuramente sarà presente nella sua interpretazione. Il problema della conventio ad escludendum interiorizzata dal Partito comunista non è naturalmente un’invenzione degli osservatori politici o degli storici, perché ha il suo fondamento diplomatico nel patto di Yalta, quindi nella divisione del mondo in zone di influenza. Perciò lei sa che gli Stati Uniti si sono ben guardati dall’intervenire in Ungheria, quando l’onorevole Togliatti chiamava i ragazzi, che si facevano schiacciare dai carri armati, schiavi e servi dell’imperialismo americano, e che si sono ben guardati dall’intervenire nel 1969 contro l’occupazione militare della Cecoslovacchia e quell’ulteriore genocidio di democrazia. Io non mi sto ponendo adesso il problema se il Pci lo condannò, o che lo condannò una parte del Pci (il senatore Pellegrino lo deve ricordare), perché una parte del Pci invece non condannò quell’invasione e la ritenne più che legittima dal punto di vista della legittimità democratica e popolare. Allora il mio problema è questo: se il patto di Yalta riservava queste due zone di influenza, l’onorevole Andreotti, nella sua strategia di accreditamento del Pci nell’area di Governo e quindi di demonizzazione e criminalizzazione della destra, evidentemente aveva un interesse concreto a creare, attraverso anche i Servizi, non soltanto quegli elementi di destabilizzazione che chiamiamo strategia della tensione, ma di organizzare i depistaggi per far sì che quegli elementi ricadessero esclusivamente nella responsabilità della destra politica che per questo era criminalizzata. Il senatore Pellegrino dal 1980 in poi addirittura ha ritenuto, con la sua consueta onestà intellettuale, che di questi fatti di depistaggi ai danni della destra per la strage di Ustica, la strage di Bologna, e così via, ci sono addirittura le prove giudiziarie. Sempre in quell’ottica quindi dell’accreditamento e del consociativismo di cui parlava in pratica l’onorevole Corsini. Allora io le chiedo: se c’era questa condizione di sovranità limitata che divideva in due l’Europa, e che addirittura consentiva ai sovietici di ammazzare gli studenti cechi o gli studenti ungheresi senza timore di reazione, come anche a Berlino o a Potzdam o a Danzica, lei come fa a sostenere che vi potesse essere un interesse eversivo nel senso di creare questa strategia della tensione – lei ha detto che quella del senatore Pellegrino è un’ipotesi possibile – da parte degli Stati Uniti d’America che avevano, sul piano della interlocuzione diretta con l’Unione Sovietica, la possibilità di uno scambio, addirittura rispetto a fatti gravissimi come quelli dell’Ungheria, della Cecoslovacchia, di Danzica, di Berlino, di Potzdam, e così via? Io non capisco come mai lei, sulla base di questi dati obiettivi di politica internazionale e di fatti storici ormai inconfutabili, ritiene che invece sia possibile un intervento nel senso dell’interpretazione data dal senatore Pellegrino.

MALETTI. Ritengo che sia possibile. Teniamo sempre presente che ci sono varie fasi, che abbiamo un terrorismo che si è sviluppato nell’arco di diversi anni. Ritengo che il primo tempo di questo terrorismo, quello più vicino ai fatti dell’autunno caldo e l’inizio dell’eversione, dei disordini studenteschi e così via, con lo spavento creato nel paese, possa giustificare e sostenere la prima versione non del senatore Pellegrino ma dell’onorevole Corsini. Successivamente, questa famosa divisione di Yalta è venuta gradualmente a sgretolarsi, lei lo sa perfettamente. La Jugoslavia è uscita dall’orbita sovietica; l’Albania è uscita addirittura dall’orbita cinese; la democrazia, con un certo sforzo, è arrivata in Cecoslovacchia; Ceausescu in Romania ha introdotto alcuni cambiamenti non certo in linea con gli orientamenti della politica sovietica.

FRAGALA’. Lei non ha escluso l’influenza americana sulle vicissitudini personali all’interno del Servizio. lo vorrei rilevare una contraddizione. Lei, nei contrasti fra corrente filoaraba e filoisraeliana all’interno del Servizio, era schierato dalla parte filoisraellana, come si può immaginare che gli americani – che certo non potevano essere filoarabi – invece di appoggiarla, possano avere gradito il suo allontanamento?

MALETTI. Qui bisogna distinguere il quadro degli interessi internazionali e la situazione interna italiana. Agli americani importava poco che io fossi filoisraeliano; quello che a loro premeva di più era un reparto D che facesse una politica interna dei Servizi gradita a loro.

FRAGALA’. Agli americani la questione mediorientale ha sempre importato molto. Anche di recente la Albright ha fatto una sfuriata sulla questione Libia. Quest’ultimo episodio richiama alla memoria, per così dire, la sfuriata contro Miceli della quale lei ci ha parlato.

MALETTI. La sfuriata Cia contro Miceli aveva per oggetto, come ho detto prima, l’inerzia del Servizio nel settore del controspionaggio e l’uso delle risorse finanziarie che loro ci fornivano.

DE LUCA Athos. Voglio ricordare che la nostra Commissione ha e deve mantenere come obiettivo quello di fare luce sulla oscura stagione delle stragi, contro quella sorta di partito trasversale che si va coagulando e che si vorrebbe accontentare, e vorrebbe che ci accontentassimo, invece, delle conoscenze e delle ricostruzioni fino ad oggi disponibili. Se lei, generale Maletti, non sapeva tante cose, dobbiamo pensare che i nostri Servizi non servivano a nulla e che a tutto finivano per pensare i Servizi stranieri. Se invece Maletti sapeva, ma non parla neanche oggi, vuol dire che il vecchio potere politico è ancora forte e ci impedisce tuttora di fare luce.

MALETTI. Io non sono influenzato dal vecchio potere politico e non lo sono stato neanche in passato, nonostante le minacce e le pressioni che mi sono arrivate fino a verso la metà degli anni ’80. Quanto all’efficienza del Servizio, il reparto D aveva i suoi limiti, e l’ho già detto, e io pure ne avrà avuti; ma comunque non c’è stata malafede (almeno per quel che mi riguarda).

PRESIDENTE. Ringrazio il generale per la faticosa audizione alla quale si è sottoposto con noi e gli rivolgo un’ultima domanda.

Premesso che, fino a tutti gli anni ’70, il quadro degli eventi è sufficientemente chiaro, almeno sotto il profilo di una ricostruzione storico-politica di quel periodo, dopo l’uccisione di Moro, invece, il quadro diventa oscuro. Vorrei chiederle, allora: sulle vicende degli anni ’80, su Ustica, Bologna, treno 904, lei che cosa sa, che cosa può dirci? Io ho l’impressione che, dopo la vicenda Moro, negli anni ’80, l’Italia cambi e al “tintinnare delle sciabole” subentri il “tintinnare degli zecchini”.

MALETTI. Ne so troppo poco per formulare ipotesi sul treno 904 o su Bologna. Su Ustica posso forse fare una ipotesi: penso ad un attentato libico di stile gheddafiano contro paesi occidentali variamente amici e legati agli Usa, come più tardi avvenne nei casi di Lockerbie e del Ciad. L’attentato all’aereo esploso e caduto nel Ciad fu una vendetta contro la Francia per la sua politica in quella regione; quello di Lockerbie fu una vendetta contro gli Usa per le azioni di guerra aerea condotte contro la Libia. Ustica forse fu un avvertimento libico all’Itaha.

MANCA. Allora lei, tra il missile e la bomba, è per l’ipotesi bomba?

MALETTI. Sì, sono per l’ipotesi bomba.

(Voce fuori microfono). Ma nessuno ha rivendicato Ustica.

MALETTI. Questo non sarebbe un elemento di contraddizione, perché il terrorismo libico non ha mai fatto rivendicazioni.

PRESIDENTE. Ringrazio ancora il generale ed i presenti e dichiaro conclusa l’audizione.

La seduta termina alle ore 19,30.

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Gianadelio Maletti – audizione commissione stragi 03.03.1997 – seconda parte

PALOMBO. Sarò brevissimo. Innanzitutto sento il dovere di ringraziarla, signor generale, per questa sua presenza, che servirà senz’altro ad aiutarci in questo lavoro delicato, importante ed anche gravoso.

Molte delle domande che volevo rivolgerle hanno già avuto una risposta. Mi limiterò pertanto a rivolgerle solo pochi quesiti per chiarire meglio alcuni punti già toccati in questa sede, ma a mio avviso non approfonditi nel modo dovuto. Inizierò con due domande molto semplici. Nel corso dell’audizione, ha affermato che vi erano dissidi fra lei ed il generale Miceli ed ha tenuto a sottolineare che tali dissidi erano causati – sono sue testuali parole – da atteggiamenti dettati dall’autorità politica. Vorrei che lei cortesemente chiarisse meglio quali sono questi atteggiamenti dettati dall’autorità politica.

MALETTI. Un atteggiamento che il generale Miceli prese prontamente nei confronti delle autorità politiche fu quello di soggezione, non nel senso che dovesse ribellarsi all’autorità politica, ma nel senso che dovesse far valere le esigenze informative e quindi difensive rispetto ad altre esigenze, o per lo meno dovesse esporle pienamente all’autorità politica, anzichè accettare piuttosto timidamente alcune direttive date dall’autorità politica stessa. Mi riferisco, per esempio, alla fornitura alla Libia di determinati materiali e manuali addestrativi, alla restituzione al mondo islamico dei terroristi palestinesi arrestati e agli ondeggiamenti che c’erano nel Servizio per quanto riguardava la politica nei confronti delle varie eversioni. Con il generale Miceli non ho praticamente mai avuto dei contrasti acuti, ma si è instaurata una diffidenza reciproca tra di noi. Questa è la sostanza dei nostri rapporti ed il Servizio purtroppo ne ha sofferto.

PALOMBO. Ma questi atteggiamenti del generale Miceli di sottomissione – definiamola così – all’autorità politica, nel senso che lei ha spiegato, erano autonomi oppure lui era governato in questi atteggiamenti da qualcuno ben individuato?

MALETTI. Lei mi ripropone il tema già affrontato dal senatore De Luca Athos. Vogliamo dire chi erano i superiori del generale Miceli? Possiamo elencarli nominativamente: il ministro della difesa Tanassi, che poi è stato condannato per la questione degli aerei da trasporto Lockheed, il ministro della difesa Andreotti, il ministro degli esteri Moro (del quale il generale Miceli era particolarmente amico), il presidente della Repubblica Leone (al quale invece non era molto legato) e il ministro Colombo (che il generale Miceli non amava particolarmente, ma per conto terzi, perché non credo che avesse alcuna ostilità personale contro di lui). Se il generale Miceli obbediva a direttive politiche, queste gli venivano dai Ministri che ho citato adesso.

PALOMBO. Lei ha asserito di aver appreso dell’esistenza di Gladio nel 1971 e di conoscere quasi tutto di essa. L’organizzazione Gladio, come hanno detto anche il Presidente ed altri illustri colleghi che mi hanno preceduto, va inquadrata nel contesto politico dell’epoca e negli equilibri precari tra il mondo occidentale ed il mondo comunista. Il suo Servizio all’epoca ha mai svolto accertamenti sulla cosiddetta Gladio rossa? Avete mai svolto indagini sui giovani della sinistra che, numerosi, seguivano corsi di guerriglia a Cuba, in paesi africani a regime comunista e nel paesi dell’Est europeo? Se avete svolto indagini, a chi avete riferito e quali sono state le risultanze delle stesse?

MALETTI. Il termine Gladio rossa è a me noto solo da tempi recentissimi, cioè da quando si è parlato della Gladio non rossa. Cosa è venuto a nostra conoscenza dell’addestramento, della preparazione di guerriglieri? Innanzitutto più che di guerriglieri comunisti si trattava di terroristi, che venivano addestrati in Libano e nelle brigate del lavoro a Cuba, o che trovavano rifugio e addestramento in Cecoslovacchia. Di tutti questi argomenti il Servizio – almeno il reparto D – ha dato regolare notizia ai quattro indirizzi fondamentali, cioè al caposervizio, al Ministro della difesa, al Ministro dell’interno e al capo di Stato Maggiore della difesa. La documentazione di queste memorie informative dovrebbe tuttora esistere negli archivi del Servizio.

PRESIDENTE. Mi scuso per l’intromissione. Con riferimento a questa attività informativa che avete svolto, c’era niente che riconducesse tutto ciò di cui ha parlato al Pci di quegli anni?

MALETTI. No, non c’era nulla che riconducesse direttamente al Pci di quegli anni, tranne l’invio di questi giovani a Cuba, che però andavano nelle brigate di lavoro. Noi sospettavamo, ma non ne abbiamo avuto prova, che oltre alla costruzione della realtà socialista a Cuba ci fossero anche delle forme addestrative militari.

PRESIDENTE. Ma nel complesso, anche per il contatto che lei ha avuto con Boldrini, aveva l’impressione che il Pci di quegli anni fosse ormai solidamente interno al sistema democratico, e che semmai si preoccupasse di sovvertimenti e di pronunciamenti militari o che ci potesse essere una qualche contiguità con quello che fu poi il terrorismo di sinistra?

MALETTI. Per qualche tempo noi sospettammo che il terrorismo di sinistra fosse, se non alimentato, protetto dal Partito comunista italiano, anche perché sapevamo che il Partito comunista cecoslovacco, ossia il governo cecoslovacco, proteggeva i terroristi italiani che là emigravano. La stessa cosa avveniva in Germania orientale e quindi pensavamo ad una collusione tra i due partiti. Con il passare del tempo e con la maggiore conoscenza della diversità di quelle che poi sono diventate le Brigate rosse e altri movimenti terroristici o eversivi di sinistra, i nostri dubbi sono stati – come ho detto prima – che ci fosse effettivamente un’eversione di sinistra o che, invece, gli operatori di questa eversione non fossero al di fuori della categorizzazione politica nazionale.

PALOMBO. Si dice che lei previde, centrandoli, i risultati delle elezioni regionali del 1975 con un grosso margine di approssimazione e con largo anticipo rispetto allo stesso Pecchioli, che era il potente Ministro del governo ombra del Partito comunista italiano. Gradirei conoscere quali erano i suoi rapporti con l’onorevole Pecchioli e se lei era a conoscenza del fatto che Pecchíoli praticamente era il capo della cosiddetta Gladio rossa.

MALETTI. Non so se sono riuscito a prevedere il risultato delle elezioni del 1975. Può darsi che l’abbia fatto, non lo so. E’ stata una previsione certamente suggeritami da esperti che lavoravano nel mio Servizio, alle mie dipendenze. Non ho mai conosciuto personalmente l’onorevole Pecchioli. L’unica personalità del Partito comunista che ho incontrato è stato Boldrini, una volta a Roma ed una volta a Ravenna.

PALOMBO. Il Presidente per due volte ha toccato un punto molto importante, cioè il fatto che lei ha preannunciato con due anni di anticipo la svolta sanguinosa delle brigate rosse e ne ha avvertito tempestivamente il Ministro, il quale per ricompensa poi lo allontanò dal Servizio. Anche nel libro scritto dal professor De Lutiis si afferma chiaramente che Maletti, secondo quanto dice Iannuzzi, informò prima a voce e poi per iscritto il Ministro dell’interno; subito dopo aver fatto questa segnalazione, però, il generale fu richiamato dalla Svizzera e destituito in poche ore. Secondo quanto lei ci ha detto, lei aveva ricevuto ampie assicurazioni dal ministro Forlani che sarebbe rimasto al suo posto. Dopo poco tempo, però, fu convocato da Forlani, che le comunicò di essere stato sollevato dall’incarico. Lei ci ha detto di essere rimasto sorpreso e colpito da questo fatto, posso ben capirlo. Le giustificazioni di Forlani, a suo dire, ed io sono d’accordo con lei, le apparvero puerili ed inconsistenti. Le disse che il capo di Stato Maggiore dell’esercito aveva dovuto sollevarla dall’incarico per una questione di avvicendamento o per ricoprire un posto importante: sono veramente giustificazioni puerili. A distanza di anni, quali sono le sue valutazioni su questo episodio? Perché e per conto di chi lei fu rimosso? E chi manovrò, se le cose stanno come ha detto Forlani, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito? A queste due specifiche domande mi consenta, signor generale, di aggiungerne un’altra. Il personaggio Labruna, che se non vado errato era capitano dei carabinieri, appare molto inquietante. Aveva un’autonomia, a mio avviso, troppo ampia per il grado che rivestiva, ma si è mosso sempre in modo molto disinvolto, con grande autonomia, senza quasi – oserei dire – controllo alcuno. Che cosa pensa, sul piano personale, del capitano Labruna e del suo modo di investigare a trecentosessanta gradi? Da chi era pilotato e protetto quest’ufficiale?

MALETTI. Mentre ero in missione all’estero, il ministro Forlani mi fece comunicare che dovevo rientrare d’urgenza per prendere il comando di divisione. Il ministro Forlani stesso, poco prima della mia partenza per questa missione, mi aveva detto, quando mi ero presentato a lui per chiedergli se ci fossero trasferimenti in vista, di non preoccuparmi perché sarei rimasto ancora per qualche tempo. Come mai questa improvvisa decisione? Non certo su richiesta del Capo di Stato maggiore dell’esercito. Non certo per sua decisione e non certo per decisione o richiesta dell’ammiraglio Casardi. Penso che la decisione sia stata presa da Forlani per incarico di un altro grosso dirigente della Democrazia cristiana, uomo di grande potere in quel momento.

(Voce fuori microfono). Può dire il nome?

MALETTI. Posso supporlo. E’ il secondo di quelli elencati da lei.

(Voce fuori microfono). Andreotti?

MALETTI. Sì.

PRESIDENTE. Mi scuso per l’intromissione. Anche dall’audizione di oggi traspare una sua grossa fierezza nazionale. Lei esclude che possa essere stata anche un’influenza americana che abbia determinato la decisione di Andreotti e poi di Forlani? Non ritiene, cioè, che lei in quel momento, proprio per questo suo atteggiamento di non subalternità, non fosse gradito?

MALETTI. Mi scusi, senatore. Non ho capito se dall’audizione di oggi appare o meno la mia fierezza nazionale.

PRESIDENTE. Appare.

MALETTI. Grazie. No, non lo escludo affatto.

PALOMBO. Un’ultima domanda, signor generale. Mi consenta di andare, affettuosamente, sul piano personale, etico, quello di uomini che hanno vestito l’uniforme. Pur apprezzando il lavoro svolto dalla magistratura, che è stato un lavoro molto impegnativo per cercare di far luce su episodi che hanno condizionato la vita politica e l’ordine nel nostro paese, ho avuto modo di vedere, leggendo documenti, che lei è stato accusato di reticenza da qualche magistrato. Lei ha già detto di non essere reticente, ma mi consenta di toccare ancora questo punto, mentre altri hanno scaricato e stanno scaricando sulle sue spalle, signor generale, tutto ciò che è accaduto in Italia negli anni Settanta. Questa mattina, mentre ci salutavamo e parlavamo, lei mi ha detto: “è come un albero di frutta; quest’albero è stato scosso e sono caduti tutti, sono morti tutti, sono rimasto solo io l’unico frutto attaccato a quest’albero”. E’ una similitudine che lascia pensare molto. Ormai, quindi, lei è il responsabile un po’ di tutto, da quello che si vede, si sente e si legge. Però, signor generale, si ha la sensazione che lei stia accettando con troppa rassegnazione questa situazione. Mi consenta di dirglielo, perché lo faccio affettuosamente. In Italia ci sono fior di criminali che girano indisturbati, mentre lei è costretto a vivere lontano dalla sua patria. A questo proposito concordo con il collega De Luca, che apprezzo molto anche se ideologicamente siamo un po’ lontani; del resto più volte è capitato, parlando con colleghi che sono ideologicamente lontani, di avere le stesse idee su certi argomenti e questo è un segnale estremamente positivo. Signor generale, mi permetto sommessamente di invitarla a scuotersi e ad agevolarci in questo nostro lavoro. Lei non deve vivere più così, anche se sicuramente qui è circondato dall’affetto dei suoi cari. Noi non siamo qui – come è già stato detto – per individuare le sue responsabilità (lei è stato un servitore dello Stato, che ha subìto certe situazioni) ma solo e unicamente per far luce su episodi sui quali è giunta l’ora di stendere una volta per tutte un velo. Quindi (come diceva il senatore De Luca, con cui concordo pienamente), sottolineo: signor generale, questa è un’occasione unica per darci la possibilità di rientrare in Italia con qualcosa di concreto. Io me lo auguro di cuore: lei ha già fatto molto, ma se può fare qualcosa di più, generale, la prego, questo è il momento, l’occasione unica per chiarirci certe cose. Lei è un gentiluomo, una persona per bene e capirà – scusi questo sfogo, che potrà anche essere impertinente – ma lei mi può capire. Io vorrei proprio che la Commissione tornasse con qualcosa di concreto, perché è ora veramente di chiudere queste vicende per guardare al futuro e far sì che questo paese possa andare avanti.

MALETTI. La ringrazio molto, senatore. Io vorrei tanto far ritornare in Italia la Commissione con qualcosa di concreto. Se posso aggiungere qualcosa di più (questa è una mia impressione, non ho dati documentali, non ho elementi di appoggio a questa ipotesi), è questo: in quel periodo – si tratta degli anni 70, 73, 74 – la sudditanza italiana ai servizi americani era quasi assoluta. Il capo del servizio americano a Roma, il cui nome non ricordo (era il predecessore di Stone), si recò un giorno presso il Capo del servizio italiano, generale Miceli, e senza troppi riguardi gli fece una sfuriata a distanza di ascolto dal collaboratori di Miceli stesso nell’ufficio accanto. Il servizio italiano era in condizioni tali da non poter assolutamente reagire.

PRESIDENTE. Lei non crede possibile, signor generale, che verso la fine degli anni 60 si sia sviluppata una sinergia tra interessi americani e interessi politici interni, e che questa sinergia sia stata il contesto in cui è stata elaborata una strategia per contenere il pericolo di una svolta politica interna? Questa ricostruzione è una ricostruzione verosimile e credibile di quello che è avvenuto?

MALETTI. Senatore, sì, credo che sia una ricostruzione quanto mai credibile.

PRESIDENTE. Su questo punto, ho già espresso all’inizio le mie valutazioni sulla condanna che lei ha avuto per il fascicolo Mi.Fo.Biali e, quindi, non le ripeto; sono mie considerazioni personali, che non impegnano la Commissione e delle quali mi assumo personalmente la responsabilità.

Le pongo una domanda: il successivo accanimento giudiziario nei suoi confronti tende, in fondo, a responsabilizzarla non di ciò che è avvenuto, ma del fatto che ci sono stati ostacoli all’accertamento di ciò che è avvenuto. E’ assolutamente inverosimile che in lei, in quel momento, ancora una volta sia potuto prevalere un senso dell’interesse nazionale, e cioè l’idea che se quella verità fosse stata scoperta, gli effetti politici, nel quadro politico interno, sarebbero stati più forti e il successo del Pci alle elezioni del 1975 sarebbe stato ancora maggiore di quello da lei previsto?

MALETTI. Lei sostiene che io avrei dovuto, per sentimento nazionale, svelare subito quelle che, secondo me, erano le responsabilità di più alto livello?

PRESIDENTE. No, sostengo l’opposto, cioè che una sua valutazione dell’interesse nazionale l’ha spinta a non svelare tali responsabilità, per evitare il riflesso negativo politico che si sarebbe determinato in Italia.

MALETTI. No, non è stato questo il motivo. Il motivo è che allora, come ora, io rimanevo, come rimango, sul piano della ipotesi, un’ipotesi che definirei molto valida ma che anche allora, sia pure con tutti gli sforzi del reparto D, non potevo convalidare con documenti e con fatti. La mia sensazione era che un addetto militare americano – come ho già precisato – fosse inviato in una specie di viaggio di propaganda nel settore del quinto corpo d’armata per contattare giovani ufficiali di quelle divisioni e tastarne il polso politico con varie scuse di visite alle unità alle quali, d’altra parte, era autorizzato. Questo ambasciatore americano, cioè l’ambasciatore che inviava in giro l’addetto militare, aveva una certa notorietà per una sua interferenza politica nel paese di provenienza, cioè la Thailandia, se non mi sbaglio.

PRESIDENTE. La ringrazio di queste sue valutazioni e informazioni molto interessanti.

Poi, nel 1974 e nel 1975 il quadro internazionale cambia: cade il regime di Salazar, cade il regime dei colonnelli. A quel punto lei lancia l’allarme sul possibile rincrudimento delle BR. E’ probabile che, in quel momento, anche questo non sia stato gradito, perché la strategia che nasceva nel periodo successivo era quella di offrire tale soluzione stabilizzante a un terrorismo di sinistra che non si voleva combattere fino in fondo? Perché lei ci ha detto che contemporaneamente, invece, il Servizio riceve input politici precisi sul darsi da fare sull’eversione di destra.

MALETTI. L’ipotesi che lei formula, senatore, è accettabile anzi, direi che è quasi certo che all’epoca le segnalazioni su un’eversione extra parlamentare di sinistra, su un terrorismo di sinistra non fossero particolarmente gradite a livello politico. Direi che questo non sia stato negato dal generale Miceli. Più in alto, anche nel contatto avuto con il Ministro dell’interno, la mia sensazione era che non ci fosse un orecchio pronto ad accogliere questi dati. E trovai la stessa sensazione in Federico Umberto D’Amato, col quale discussi brevemente del terrorismo delle brigate rosse.

PALOMBO. Io ho concluso le mie domande, signor generale. Le faccio tanti auguri, e se le venisse in mente ancora qualcosa, in Italia sarà sempre molto gradita una sua letterina inviata al Presidente. Auguri per lei e famiglia.

MANCA. Come ufficiale in ausiliaria, vorrei, da una parte, esprimere tutta la gratitudine nei riguardi del generale Maletti per l’animus che l’ha spinta ad accettare questo incontro; dall’altra parte, non vorrei esagerare perché tale mio sentimento non fosse interpretato come una difesa di categoria. Quindi, generale, mi consenta di considerarmi, a fianco degli altri, una persona che le serba gratitudine per tutto quello che sta facendo e dicendo per noi. Ovviamente, come tutti quelli che parlano alla fine, mi trovo in difficoltà perché alcune domande che avevo preparato sono state superate da altri interventi. Allora interpreto queste piccole domande come una serie di considerazioni che io esprimo; vorrei inoltre sapere se lei le condivide. Per mie conoscenze personali, molti ufficiali, e direi anche altri rappresentanti della società italiana i cui nomi sono stati trovati nella P2, sono legati a circostanze che solo la pubblicistica poi ha montato. A questo proposito, per dar corpo a queste mie supposizioni, le faccio una prima domanda, anche se forse immagino la sua risposta. Lei ha mai conosciuto il professor Fabrizio Tresca, che era il primo aiuto di Valdoni, un personaggio molto intelligente, particolarmente inserito nella società e molto amico anche di generali, anzi di ammiragli, quindi amico della Marina?

MALETTI. No, non ho mai conosciuto il dottor Tresca.

MANCA. Ho posto questa domanda perché, secondo elementi a mia disposizione, molti personaggi si son trovati coinvolti in quest’elenco a loro insaputa, solo perché avevano aderito ad una cena offerta da questo professore a titolo di amicizia.Adesso vorrei porre invece la domanda clou di questa conversazione, cioè la profondità dell’azione della Cia in Italia. Ormai è stato detto tutto. Come lei ha già riferito, conosceva bene Stone, conosceva bene tutti gli altri; ma lei, aldilà di queste cellule che potremmo definire in un certo modo impazzite e periferiche, crede veramente che la Cia, nei suoi vertici perlomeno italiani, fosse arrivata al punto prima di incoraggiare, anzi prima di controllare, e poi di incoraggiare e quindi, al limite, di supportare una loro partecipazione diretta all’atto terroristico?

MALETTI. lo farei una distinzione tra Cia e Cia. La Cia di Roma era indubbiamente una base informativa che forniva alla Cia di Washington, di Langley, gli elementi necessari per preparare un’azione successiva in Italia. Probabilmente la Cia di Roma non si occupava di queste cose, se non sotto il profilo logistico-informativo e la Cia americana, la Cia di Langley, provvedeva all’invio e all’eventuale impiego di suo personale o di personale reclutato da suoi agenti.

MANCA. Risulta, dagli atti che ho letto, dalla ricca documentazione fornita presso la Commissione stragi, che il gruppo eversivo “La Fenice”, filiale milanese di Ordine nuovo, veniva approvvigionato di armi da fonti militari. Ora io, come militare, ho subito drizzato le orecchie. Si parla di Imperia, di Cuneo e soprattutto di Casale Monferrato ed anche di ufficiali che rifornivano di armi ufficiali e paracadutisti di Livorno, ufficiali del Veneto e soprattutto della Folgore. Tutto questo, secondo me, non poteva essere all’oscuro dei Servizi. Cosa può dirci a questo proposito?

MALETTI. Il controllo delle armi nelle armerie reggimentali – parlo per esperienza diretta di comandante di reggimento dell’esercito – era strettissimo, molto rigoroso e ogni scomparsa di armi costituiva un grosso grattacapo per i comandanti responsabili.Il possibile furto d’armi o trafugamento d’armi – se ci fosse stato – avrebbe dovuto avvenire non da depositi di armi reggimentali, ma da depositi di armi che contenevano dotazioni di mobilitazione. Dubito molto che da questi depositi siano state trafugate delle armi; ancora di più dubito che armi da guerra siano state fornite da ufficiali di qualsiasi grado o di unità paracadutisti, meccanizzate o corazzate, a estremisti, non solo per motivi etici ma anche proprio per i frequenti controlli delle armerie stesse e i rigorosi controlli che venivano effettuati a tutti i

MANCA. Soffermiamoci ancora per pochi minuti sul settore militare e, quindi, militari e azioni eversive, ma poniamo l’attenzione sul generale Miceli, che ho personalmente conosciuto e di cui conservo anche un buon ricordo; però, proprio perché il generale Miceli non c’è più, vorrei che si spendesse una parola, non dico a sua difesa, ma per chiarire meglio i contorni di un ufficiale, di un generale preposto a questi alti livelli. Quindi, aldilà di una acquiescenza nei confronti di ciò che viene ordinato ad un ufficiale, di ciò che gli viene detto dal politico e che – mi consenta – è molto più esteso di quanto non si pensi, proprio perché i cromosomi dei militari italiani li inducono a non pensare mai ed è fuori del loro costume ribellarsi al politico (anche in buona fede e non perché siano ribelli), aldilà dì questo, lei crede che Miceli abbia fatto dei “passi falsi” per suoi scopi o strategie personali, oppure solo perché lui apparteneva alla categoria dei generali per i quali andava fatto tutto ciò che veniva detto dal Ministro della difesa?

MALETTI. Ho conosciuto il generale Miceli molto prima che fosse Capo del servizio, quando era mio compagno di corso alla scuola di guerra negli anni 1952-55. Il generale Miceli era un uomo d’onore, non c’è dubbio. Credo che non avrebbe mai fatto qualcosa per interesse personale; certamente aveva delle idee politiche fortemente di destra, ma – ripeto – quello che aveva in mente era tutt’altro che un avanzamento personale o un arricchimento, un’acquisizione di potere. Credo che lo facesse in un senso piuttosto ingenuo e anche per un ideale; lo conoscevo abbastanza bene e potrei dire che per certe cose era ingenuo.

MANCA. Per finire, vorrei utilizzare un’immagine calcistica. Signor generale, quando siamo venuti qui, io ho espresso delle ipotesi sul suo comportamento e sul suo atteggiamento: risponderà o non risponderà, approfondirà o no? Allora, ritornando all’immagine calcistica, si usa “1” per indicare la vittoria della squadra di casa, “X” per il pareggio e “2” per indicare la vittoria della squadra in trasferta; a mio avviso, conformemente alla domanda che mi ponevo (risponderà o no?), in questo caso, il risultato è “1”, cioè ha vinto la squadra di casa. Grazie.

CAROTTI. Generale Maletti, innanzi tutto mi associo telegraficamente al ringraziamento per la sua disponibilità e anche per la lucidità e per la resistenza fisica con la quale si è sottoposto a questa raffica di domande che io cercherò di concentrare su alcuni punti che, secondo me, meritano un ulteriore approfondimento.

Lei ha esordito stamattina, proprio all’inizio della sua dichiarazione spontanea, dicendo che non ha mai subìto direttive politiche ma ha subìto direttive esclusivamente dal suo capo servizio, all’epoca il generale Miceli. A proposito di un rapporto che lei avrebbe commissionato all’allora – credo – tenente colonnello Romagnoli, ha parlato di una parte di contenuto che poi sarebbe quella che non ha avuto un seguito di conoscenza da parte degli organi istituzionali e dell’opinione pubblica; ha fatto poi riferimento ad un contenuto esplosivo (cerco di rubarle i termini perché ho appuntato le frasi che mi hanno particolarmente colpito). Lei riferisce la esplosività oltre che allo stesso generale Miceli anche ad altri nominativi che, secondo lei, erano di contorno, non assistiti da tracce probatorie di una certa consistenza, tanto che lei decise di bypassare il suo caposervizio dal quale riceveva direttive e, per la prima volta, assume delle iniziative politiche (con la lettera minuscola) e si reca dall’allora senatore Andreotti. Dopo di che, si decide di soprassedere sulla divulgazione, istituzionalizzazione e canalizzazione di quei nominativi perché avrebbero prodotto un effetto indotto di attentato alla credibilità delle istituzioni, soprattutto in un momento in cui tutta quanta l’elaborazione era da lei definita incompleta, incontrollata e non matura per una valutazione da parte della magistratura. Volevo chiederle: di fronte a questa che comunque era una traccia investigativa, successivamente è stato effettuato un controllo per verificare se le cose siano maturate, se il sospetto iniziale era destituito di fondamento, oppure ci si è fermati all’osservazione che lei ha fatto? E se si decise di abbandonare completamente la pista, da chi fu deciso, dai politici o dai vertici militari?

MALETTI. La pista non fu abbandonata e furono proseguiti gli accertamenti, tenendo conto però del fatto che la documentazione era stata consegnata alla magistratura già nel mese di agosto del 1974, se non mi sbaglio. Questo aveva ovviamente bloccato una parte delle nostre possibilità di indagine perché la magistratura aveva cominciato a esaminare il caso e, naturalmente, c’erano state delle indiscrezioni che avevano, ritengo, allertato altri personaggi che non erano stati inclusi nella lista finale. Dai successivi accertamenti non emerse che alcuni di questi generali, che erano stati esclusi, avessero avuto una parte attiva nelle forme di complotto antiistituzionali. Su uno solo di questi si erano avuti elementi non molto chiari e io ne parlai anche in quella prima e unica circostanza al ministro Andreotti. Su questo, tuttavia, gli accertamenti non poterono essere compiuti perché il personaggio stesso era, in quel momento, al comando di una unità.

CAROTTI. A completamento di quello che le chiedevo prima, lei diceva che, sostanzialmente, si è compiuto un accertamento, tenendo però conto che vi era già un’indagine giudiziaria attivata dalla parte di documentazione inviata. Mi perdoni, vorrei capire meglio: se la parte inviata alla magistratura era proprio quella che escludeva i nominativi sui quali dovevate eventualmente fare voi dei controlli, come pensavate che la magistratura potesse colmare quello che non era in grado di colmare, dal momento che non ne era a conoscenza?

MALETTI. Infatti non pensavamo che la magistratura potesse colmare quelle lacune: speravamo di colmarle noi. Ma il fatto che la magistratura avesse cominciato a lavorare su una gamma di nomi, pur escludendo quelli che noi avevamo depennato, aveva messo in allarme l’intera organizzazione, quindi i risultati delle successive indagini non furono certamente molto validi.

PRESIDENTE. Ma lei conferma alla Commissione quello che ha dichiarato al pubblico ministero Cardella, cioè che ebbe l’impressione che l’indagine venisse condotta dall’allora sostituto procuratore Vitalone con grande superficialità?

MALETTI. Confermo.

CAROTTI. Passiamo ad un altro argomento. A proposito del suo colloquio con il capitano Labruna, lei afferma di aver avuto la necessità – mi pare di ricordare sollecitata dallo stesso capitano Labruna – di uno o più incontri nel corso dei quali si sarebbe concordata una linea – che non voglio nemmeno definire di difesa – o comunque di deposizione che fosse non confliggente. Sempre tenendo conto dell’ottica con la quale le rivolgo questa domanda, un’ottica non processuale ma conforme all’indagine che la nostra Commissione compie, le chiedo: quali erano i punti che, eventualmente non concordati, avrebbero potuto determinare dei problemi per l’intera istituzione da lei rappresentata?

MALETTI. In realtà, non è che i problemi non concordati potessero arrecare danno all’intera istituzione, ma potevano arrecare danno alla linea difensiva del capitano Labruna, che rappresentava, poi, la mia linea difensiva. In sostanza, tutto verteva sulla questione di Pozzan, sulla quale ho già riferito precedentemente, parlando anche di come il Pozzan sia stato spedito all’estero con la speranza di utilizzazione successiva; non so se devo ripeterlo.

CAROTTI. Quindi, sostanzialmente, si trattava soltanto di una necessità di tipo processuale?

MALETTI. Era puramente una necessità di tipo processuale.

CAROTTI. Grazie. A proposito della chiusura della fonte Casalini, stamattina lei ha affermato che, ad un certo punto, si ritenne di non attivare più tale fonte perché “sapeva di bruciato”. Le chiedo: questa espressione implica la deduzione che la sua attivazione avrebbe comportato dei rischi e, eventualmente, che tipo di rischi e quale effetto poteva ricadere sulla istituzione?

MALETTI. Il fatto che una fonte venga interrogata dalla giustizia su fatti attinenti l’attività informativa o che possono interessare il servizio, suggerisce al servizio di interrompere prontamente i rapporti con tale fonte, anche per evitare che altre fonti, informate o allarmate dall’arresto di un altro informatore, prontamente pubblicizzato dalla stampa – vedasi il caso Giannettini – si congelino e smettano di collaborare con il servizio. Questo, tra l’altro, è proprio ciò che è avvenuto con tutta la grossa vicenda pubblicistica che è seguita all’arresto di Giannettini.

CAROTTI. Subito dopo la disattivazione della fonte Casalini, lei ha detto che fu attivata l’arma dei carabinieri nella sua qualifica di polizia giudiziaria, in contestualità cronologica ad un’inchiesta giudiziaria che si era aperta. Ci fu un raccordo tra l’inchiesta giudiziaria, che aveva comunque necessità di una polizia giudiziaria, oppure ci furono due strade parallele, tenendo conto soprattutto della fine che fece il rapporto redatto dai carabinieri?

MALETTI. Adesso non ho una precisa visione di quello che avvenne allora, ma ritengo che il centro di controspionaggio di Padova abbia contribuito all’informazione all’autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. La ricostruzione è stata che l’informativa fu fatta ed è poi che l’informativa non si rintraccia presso la divisione Pastrengo a Milano.

MALETTI. L’informativa fu fatta e non si trova, ma la domanda può anche essere questa: venne informata degli elementi contenuti nella informativa l’autorità giudiziaria di Padova? A questa domanda io non sono in grado di rispondere.

PRESIDENTE. Il problema è che poi certe ipotesi giudiziarle nascono da carenze documentali. Le dichiarazioni testimoniano che non ne fu fatta una copia presso l’ente originatore e poi non si è ritrovato l’originale presso l’organo cui sarebbe arrivata.

CAROTTI. A proposito della decisione che fu presa di proteggere sino in fondo la posizione di Giannettini, lei ha fatto riferimento ad una pressione che proveniva dal servizio segreto spagnolo. Le posso chiedere qual era l’interesse che aveva il servizio segreto spagnolo, nella concreta fattispecie, a far sì che proteggesse Giannettini?

MALETTI. L’interesse che il servizio segreto spagnolo poteva avere nel proteggere Giannettini era, molto probabilmente, quello di fare un favore al servizio italiano. Quale profitto avrebbe potuto trarne in seguito? Probabilmente informazioni su altri gruppi eversivi o su sovversivi spagnoli viventi in Italia. Comunque, fino a quando io fui al servizio, questa richiesta non ci pervenne.

CAROTTI. Un’ultima domanda e poi le ultime due di considerazione un po’ più generali. Lei ha definito il processo ai palestinesi un processo per modo di dire, inserendolo in un contesto di conflitto di vedute tra lei e il generale Miceli, contesto che vedeva sostanzialmente lei privilegiare il servizio segreto israeliano e viceversa. La sua affermazione trae origine da una conoscenza di rapporti e di pressioni sulla magistratura?

MALETTI. Non so se lei ricorda che in sede giudiziaria i quattro o cinque palestinesi che erano stati arrestati vennero prosciolti perché era mancato l’atto e non si poteva condannarli per l’intenzione di lanciare un missile SA7 contro un aereo israeliano in atterraggio a Roma. Io non sono un giudice ma questo mi sembra veramente farsesco e tale da far pensare che ci fosse stato un chiaro intervento dell’autorità politica, anche perché – e ritorno ai contatti servizio arabo-colonnello Jalloud con il servizio italiano e anche con il ministro Andreotti – esistevano grossi interessi con la Libia e, inoltre, l’atto di remissione del peccato dei palestinesi poteva portare ad una forma di armistizio nell’aggressione palestinese nel confronti di obiettivi italiani. E’ quasi indubbio che ci sia stato l’intervento politico a quel livello ma, in questo caso, credo che sia stato più un intervento di Moro che non di Andreotti.

CAROTTI. A proposito dell’esistenza di una formazione paramilitare, il cui nome lei conoscerà successivamente ma che comunque le era nota fin dal 1971 – mi riferisco a Gladio – la circostanza per la verità ancora non accertata che ci sia stata una partecipazione a livello di invio di istruttori nel campo che veniva utilizzato da parte dei gladiatori e la consistenza numerica di costoro che, ad oggi, non supera i 622 nominativi, non faceva pensare all’ufficio da lei (Eretto che la sua vocazione istituzionale sfiorava il risibile nel momento in cui doveva essere destinata a respingere un massiccio Intervento invasivo da parte delle forze dell’Est? Se sì, sono state fatte delle indagini più accurate per vedere quale fosse la vera natura e quali fossero i veri obiettivi?

MALETTI. Io non conoscevo all’epoca la consistenza numerica dell’organizzazione Stay behind, quindi non potevo considerare risibile il numero di questi uomini che dovevano opporsi in funzione di guerriglia all’invasione. Chiaramente non ho svolto nessuna indagine perché non si potevano svolgere indagini e non era nemmeno mio compito svolgere indagini sull’attività di un’altra branca del Servizio che, oltretutto, a quell’epoca conoscevo non perfettamente, come è stato affermato prima, ma molto sommariamente.

PRESIDENTE. Su questo punto ho avuto conforto nella risposta che lei ha dato ad una precedente domanda, cioè che i 622 gladiatori, diluiti nell’arco di vita di Stay behind, rappresentano un numero sostanzialmente risibile e non verosimile. Nella proposta di relazione – che lei mi dimostra di aver letto con attenzione – ho posto un’alternativa: o Gladio era pensata in funzione della possibilità di attivare strutture esterne simili ad essa, oppure non ci è mai stata detta la verità sul numero dei gladiatori, sui reali componenti e sulle reali personalità dei gladiatori. Vorrei una sua valutazione su questo punto.

MALETTI. Penso che entrambe le ipotesi possano convivere.

CAROTTI. Lei ha fatto riferimento ad un unico colloquio che ha avuto con il parlamentare Boldrini del Partito comunista italiano e mi pare sia stato chiarito che il contenuto fosse relativo alla preoccupazione che venìva presentata da Boldrini circa la possibilità di un pronunciamento che avesse una matrice e un’origine di destra. Successivamente, a fronte di altre domande poste da altri commissari, lei accennava ad una linea di indagine che avrebbe anche percorso e ipotizzato un coinvolgimento di terrorismo di sinistra, io non ho ben capito come tale coinvolgimento potesse non andare in controtendenza rispetto alla fondamentale affermazione che lei ha fatto da ultimo, relativa cioè ad una sudditanza italiana – all’epoca – ai servizi segreti statunitensi. Come ultima domanda le chiedo se sia possibile avere un chiarimento più generale, tenendo conto di quelli che lei considera come dati acquisiti cioè che, dalle indagini da lei effettuate, il Partito comunista non ha mostrato un coinvolgimento né diretto, né di protezione sulle cellule terroristiche, che la preoccupazione ufficiale del Partito comunista fosse quella di evitare di subire un pronunciamento militare, e che l’espressione del servizio segreto statunitense tutto potesse produrre meno che un pronunciamento militare favorito dall’estrema sinistra.

MALETTI. Non ho afferrato questa sua ultima domanda. Le dispiacerebbe ripeterla?

CAROTTI. Lei poco fa ha affermato che, sostanzialmente, il nodo centrale di lettura, cioè la chiave interpretativa, la lente di ingrandimento, va vista in una profonda sudditanza dell’epoca dei servizi segreti italiani rispetto al servizi segreti statunitensi, nei confronti dei quali lei, addirittura, poneva una distinzione tra quelli ubicati geograficamente in Italia e gli altri ubicati negli Stati Uniti e che potevano avere o, comunque, giocare un ruolo più o meno indiretto, in qualche forma, che condizionasse l’istituzione italiana. Le chiedo: secondo lei, secondo la sua valutazione e secondo anche la sua valutazione attuale, questa ipotesi è assolutamente confliggente rispetto ad una possibilità di utilizzare in qualunque modo delle cellule eversive terroristiche di sinistra oppure no?

MALETTI. No, io non credo che sia in aperto conflitto con questa eventualità. Penso che da parte di qualsiasi Servizio, quello americano in modo particolare che ha una storia in merito, si possa utilizzare qualunque elemento da cui trarre profitto. Se il terrorismo di destra non è sufficiente, perché non utilizzare quello di sinistra? Quindi, a titolo di ipotesi, direi che può essere una possibilità; non c’è conflitto tra le due cose.

CAROTTI. Mi viene in mente un’altra domanda a valle della sua risposta. Lei, quindi, ipotizza che ci sia stata un’idea di possibile coordinamento da parte dei servizi segreti statunitensi, dell’estremismo di destra e di quello di sinistra?

MALETTI. Io penso che più che un coordinamento dell’estremismo di sinistra, ci sia stato uno sfruttamento dell’estremismo di sinistra. Se coordinamento c’è stato – è, ripeto, un “se”, ma per me abbastanza valido – questo è stato nei confronti dell’estremismo di destra e non di quello di sinistra.

PRESIDENTE. Mi permetto di sottolineare che questa è l’impostazione e la linea centrale della proposta di relazione su cui stiamo discutendo e cioè che, soprattutto dal 1974 in poi, nei confronti del terrorismo di sinistra c’è stata piuttosto una logica di non contrasto, quindi una valutazione di tipo utilitaristico più che di eterodirezione. Diverso, invece, con riferimento soprattutto all’antefatto del periodo 1969-74, il rapporto con il terrorismo di destra. Lei conferma che questa analisi sia credibile?

MALETTI. Sì, senatore, confermo.

CAROTTI. Generale, la ringrazio. Non ho altre domande.

GRIMALDI. Generale, io non ho vestito la divisa come altri miei colleghi, però ho indossato la toga di magistrato per molti anni, e qualcuno dice che è peggiore. Non le faccio delle domande, stia tranquillo, anche perché se questo colloquio si svolgesse in una sede giudiziaria, avrebbe sicuramente altro svolgimento ed altro esito.Devo, purtroppo, dire con molta franchezza che le sue risposte sono assolutamente insoddisfacenti. D’altra parte non mi facevo illusioni e questo colloquio conferma il mio scetticismo iniziale. Lei converrà che le sue risposte sono state vaghe, improntate ad un “non so, non ricordo, non mi risulta, è probabile”. Posso convenire che lei è stato preciso su alcuni particolari, mentre relativamente ad altri le sue risposte sono state assolutamente improntate sul fatto che il trascorrere degli anni non le permetteva di compiere una ricostruzione. Sembra che l’unico dato emerso con molta chiarezza – ma d’altra parte questo era già scontato – sia questo conflitto che lei aveva con il suo superiore, generale Miceli, capo del Servizio, oltre che i rapporti politici improntati anch’essi su una sorta di contrasto tra l’allora onorevole Andreotti e l’onorevole Moro. C’è un fatto sul quale dovremmo convenire: lei era a capo di un reparto D, un ufficio strategicamente importante nei servizi, non era certo un ufficio di poco conto; quindi, lei doveva certamente essere, perlomeno, a conoscenza di quello che avveniva anche in altri settori del Servizio, perché non si trattava di un ufficio che passava solamente delle carte. Lei ha affermato precedentemente che i Servizi erano, in un certo senso, subalterni ai politici e ai servizi di altri paesi. Generale, questa non è una novità perché l’esempio da lei presentato di un uomo politico fotografato con un giovane nudo era noto a tutta l’Italia e tutta l’Italia rideva di questo, come del fatto che la moglie di un importante uomo politico avesse delle relazioni addirittura con degli autisti. Ma i servizi non si potevano servire di queste notizie, generale, perché qui non siamo in America; in America, il candidato alla Presidenza che ha una “scappatella” con una segretaria ci rimette la candidatura, mentre in Italia, fortunatamente, non siamo mai arrivati a questo livello.

Però c’è altro, generale. A partire dagli anni ’60, in questo paese c’è stata una strategia complessa che è andata avanti attraverso una serie di fatti e di episodi che vanno dai rapporti con i Servizi stranieri alla subalternità a questi Servizi stranieri, alla creazione di Servizi paralleli, alle organizzazioni paramilitari, che si chiamavano Stay behínd o Gladio -dal simbolo che poi presero – al gruppi eterodiretti ed allo stesso fatto che tali gruppi venivano manovrati in una complessa strategia. Ma tutta questa strategia tendeva ad un obiettivo soltanto e non ce ne erano altri. C’era un unico obiettivo che era quello di bloccare in Italia il processo della democrazia. Generale, dico processo della democrazia perché il fatto che i comunisti potessero prendere il potere attraverso la via democratica è democrazia. Io posso anche capire l’attenzione che potevano avere i Servizi americani o altri Servizi – quelli che lei definiva Servizi amici erano i Servizi spagnoli alla dipendenza di un regime fascista – nel controllare i movimenti, anche di sinistra; qui però siamo andati oltre perché non c’è stato soltanto un controllo, ma c’è stata addirittura una interferenza pesante in tutta la vita dello Stato, con una complicità che andava dai vertici militari, o dai vertici dei Servizi, al potere politico. Questa commistione non è soltanto sfociata in un colpo di Stato abortito, qual era quello del comandante Borghese, che è stata poi poca cosa, ma c’era di più, c’era una strategia che faceva capo a quella P2 nei confronti della quale lei si è dichiarato estraneo, una strategia, quella di Gelli, molto articolata perché stranamente la ritroviamo anche più tardi, negli anni ’90, riprodotta in altre forze politiche. Ma la strategia di Gelli tendeva ad occupare tutti i gangli vitali della vita di questo paese, dalle Forze armate fino alla magistratura. Tutto questo era eversione dell’ordine costituzionale.

Generale, lei ha affermato che è stato motivato da un sentimento patriottico. Ma tale sentimento patriottico, per lei che è stato un soldato, non la spingeva allora a denunciare tutto questo, e, se era a conoscenza di fatti, perché in quel momento – a parte i contrasti con Miceli – lei non ha fatto qualcosa di più, o altri non hanno fatto di più? I Servizi certamente non avevano alcun obbligo di riferire alla magistratura, non avevano questo diretto rapporto, ma dovevano servire, perlomeno in teoria, per la difesa dell’ordine democratico. Invece, questi stessi Servizi sono stati complici dell’eversione. Lei ha convenuto con l’ipotesi conclusiva del senatore Pellegrino, ma negli anni ’70 gli studenti gridavano nelle piazze le cose che oggi vengono scritte; noi abbiamo fatto manifestazioni per gridare alla strage di Stato, per gridare contro l’ingerenza di questi Servizi, e per tutte queste cose. lo farei torto ora alla sua intelligenza e alla sua professionalità, che qui è apparsa di altissimo livello, se ritenessi che lei non era a conoscenza di questi fatti. Posso capire che lei non aveva a disposizione le prove, ma qui non servono soltanto prove, ma servono anche fatti. Ma se lei, ancora oggi, afferma che non può dire certe cose a questa Commissione – che non ha più compiti di ricercare responsabilità individuali o colpevoli individuali, o cose di questo genere, ma il compito di svolgere non una ricostruzione storica, la ricostruzione di quel periodo e delle stragi che si sono verificate – mi perdoni generale, da questa sua audizione dovremmo trarre una conclusione veramente sconfortante.

MALETTI. Onorevole, mi dispiace che lei sia sconfortato dalla mia deposizione, meglio: della mia audizione. Lei sostiene che lo avrei dovuto fare qualcosa, individualmente, o con la collaborazione dei miei dipendenti o di qualche mio superiore e, in poche parole, avrei dovuto smascherare e svelare una situazione che si stava delineando – ma che non si era completamente delineata davanti ai miei occhi – e che neanche oggi posso definire completamente svelata da ulteriori acquisizioni di elementi probanti. Mi dispiace di non essere stato all’altezza, e mi dispiace anche, in definitiva, di avere offerto la mia collaborazione a questa Commissione, considerando che è di così poco conto.

GRIMALDI. Generale Maletti, non dico che la sua deposizione sia di poco conto, anzi; dico che, però, in quel periodo qui non c’erano soltanto delle ipotesi, ma si sono verificati dei fatti molto gravi: vi sono state stragi, che sono state consumate, vi sono stati morti. Quelle stragi puntualizzavano sempre nella vita di questo paese degli accadimenti politici: o c’era una coincidenza con un’elezione o c’era una coincidenza con un referendum. Parlo del 1974, parlo del 1969 e di altre cose. Ora tutti non potevano essere all’oscuro di tutto questo. Mi sembra che lei segua una logica – mi scuso, non vorrei usare un termine dispregiativo – un po’ militare, quella cioè di aver eseguito degli ordini e delle indicazioni e di essersi fermato lì. Questo non è possibile, perché un servitore dello Stato se è a conoscenza di fatti ha il dovere di rappresentarli, ha il dovere, proprio per la sua funzione istituzionale, di fare qualcosa di più. Mi pare, invece, che lei si trinceri dietro il fatto che non erano provate queste ipotesi, che erano soltanto vaghe e che non si realizzavano; in quel momento il suo ufficio – le farei un torto se pensassi questo – o era fatto di incapaci, che non erano assolutamente a conoscenza di niente, e tutto passava sotto i vostri occhi o si svolgeva altrove – oppure quest’ufficio è stato, perlomeno, inerte.

MALETTI. Onorevole, lei ha detto che questa non è una sede giudiziaria e quindi non si accusa nessuno, ma lei mi sta accusando di incapacità e di inerzia o, addirittura, di negligenza e fa praticamente un processo al generale Maletti, capo del reparto “D” più di ventitrè anni fa. Le notizie che ho raccolto, che non potevano ancora chiamarsi vere e proprie informazioni, sono state utilizzate, per quanto mi era possibile, da me e nei confronti dei miei superiori, con quella che lei chiama logica militare e che era il mio dovere di seguire. come avrei potuto svolgere un’azione autonoma, non so andando a denunciare, non so a chi, non so quale fatto criminoso che fosse avvenuto alla presenza di altre decine di organi tra giudiziari e di pubblica sicurezza? Il servizio aveva – come ho detto all’inizio di questa riunione – ben poche forze, ben pochi uomini e non dico che non fossero sufficienti a fare delle indagini, ma erano certamente a malapena adeguati a fare quello che abbiamo fatto. Ho passato le informazioni a chi le dovevo passare; non ho potuto cavalcare il cavallo di Orlando contro quelli che individuavo potessero essere i veri nemici dello Stato. Questi fatti sono avvenuti molti anni fa e sono stati già giudicati – purtroppo – in sede giudiziaria.

PRESIDENTE. Io nelle mie valutazioni non concordo pienamente con quella dell’onorevole Grimaldi, che ha, però, ragione quando dice che molte delle cose che abbiamo detto oggi, si dicevano nelle piazze negli anni Settanta. Ha ragione, però, riterrei che sia importantissimo che il Parlamento possa fondare una propria valutazione su un uomo che ha avuto un incarico di responsabilità – qual è quella che lei ha avuto. Mi sembra ancora importante in un paese come l’Italia il fatto che un magistrato venga a dire ad una commissione parlamentare che la Cia probabilmente ha dato un appoggio, addirittura operativo, all’ordinovismo veneto: nessun giornale di grande informazione ne parla se non “II Manifesto”. Ho l’impressione che una situazione di subalternità come retaggio culturale permanga nel paese. Forse, però, Grimaldi le ha posto intelligentemente un problema, che capisco che sia stato in quegli anni drammatico: fino a che punto il valore di fedeltà alla Costituzione e il valore di fedeltà all’atlantismo erano compatibili.

MALETTI. Lei mi pone una domanda che per me ha una sola risposta. I due valori per me convergevano: il valore di fedeltà alla Costituzione e il valore di fedeltà ad una scelta fatta dal Parlamento, di alleanza dell’Italia in un complesso di nazioni.

PRESIDENTE. In questa convergenza un successo elettorale del Pci e, quindi, una presa di potere democratica, voluta dal popolo italiano, da parte del Partito comunista avrebbe creato dei grossi problemi?

MALETTI. Senatore, io non voglio esprimere giudizi di carattere politico sulla vittoria del Partito comunista o sulla sconfitta di altri partiti, ma penso che la realtà atlantica fosse stata finalmente accettata anche dal Partito comunista. Non trovo, quindi, che ci fosse una divergenza tra le due cose, tra l’ascesa del Partito comunista e la necessità per l’Italia di aderire ad una antica richiesta del Partito comunista di non entrare nel Patto Atlantico, richiesta oramai superata dagli eventi.

PRESIDENTE. Storicamente però c’è un fatto: il segretario del Pci, l’onorevole Berlinguer, intorno alla metà degli anni Settanta, ha addirittura paura di un successo elettorale. L’accordo Berlinguer-Moro nasce proprio dalla logica di poter conciliare con i valori dell’atlantismo questo passaggio graduale dell’Italia ad una democrazia pienamente compiuta; cioè penso che il fattore K sia stato qualche cosa che abbia fortemente influenzato tutte le istituzioni italiane. Voglio dire – se Grimaldi me lo consente – anche parte della magistratura.

GRIMALDI. Sono d’accordo. La conciliabilità del Patto Atlantico, che era stato votato dal nostro Parlamento, era ammissibile, ma qui siamo ben al di là. Qui non viene contestata, se non politicamente (perché lo abbiamo sempre fatto, perlomeno la sinistra lo ha sempre fatto) la necessità del Patto Atlantico. Permane ancora oggi il Patto Atlantico, quando non ci sarebbe più bisogno. Però, qui mi riferivo ad organizzazioni che erano certamente illegali, organizzazioni paramilitari che erano certamente illegali, gruppi eversivi che venivano tollerati e di questi gruppi non si denunciava tutta l’attività, che era certamente di cospirazione. Ora è certo che qui non stiamo a rifare processi, se gli stessi magistrati non sono riusciti a farli, però oggi si potrebbero denunciare – o perlomeno si potrebbero affermare in questa Commissione – quelle responsabilità politiche, che per orientare, per così dire, tutta la politica di questo paese in una sola direzione, avevano permesso, avevano tollerato – se non favorito addirittura – le stragi.

LEONE. Naturalmente anch’io la volevo ringraziare, quanto meno per la disponibilità. Dico quanto meno perché in cuor nostro forse -dobbiamo dirlo – ci aspettavamo qualcosa di più. Non vuole essere una critica e la prego di credermi, perché non siamo qui a farle un processo o a colpevolizzarla; nella maniera più assoluta, anzi. Anche perché, secondo me, bisogna distinguere quello che è stato da quello che lei comunque poteva dirci (se lo sapeva e lei dice che non lo sa), perché un convincimento comune, o quasi, ritengo che sia questo: sul suo spirito di appartenenza, sulla sua fedeltà alla costituzione non ci piove, nessuno ha mai messo in dubbio questo dato. Il fatto della sua correttezza di venire a riferire su personaggi – non supportati questi riferimenti da dati, da prove – conferma ancor di più questo convincimento. Nessuno parla, io almeno non parlerei, di reticenza nei suoi confronti, perché un conto è la reticenza, un conto è il silenzio. Deve ammettere che quello che ci ha detto oggi, con riferimento ad alcune circostanze, è il risultato di grossissima memoria da parte sua; ricorda persino quanti whisky ha potuto bere – non mi ricordo con chi, con Boldrini, due whisky? -, mentre poi non ricorda altre cose che possono essere ben più importanti. Mi sembra, altresì, strano che lei in sostanza viene a dirci che non aveva una grossa autonomia all’interno del Servizio, essendo il capo il generale Miceli, e che poi – in contrasto per quanto riguarda il famoso “malloppone” – lei scavalca per andare direttamente da Andreotti. Sto usando i suoi stessi termini. Quindi c’è qualcosa che ci deve permettere di ritenere che non quadri. Allora, lasciamo quello che è stato. Ritengo che il nostro lavoro poteva essere molto più proficuo, se si andasse al di là delle minuzie, al di là delle domande quasi investigative. Una sollecitazione in questo senso è necessaria, perché non si spiega l’idea di un servizio “deviato” solo e soltanto con i pettegolezzi, visto quello che è accaduto. Non si concilia una confusione in ordine all’utilità dello stragismo, se ciò è stato utile per la sinistra o per la destra; le sue ultime affermazioni mi sembra che siano – quanto meno – se non contradditttorie, almeno insoddisfacenti.

Capisco benissimo quando lei dice “anche nel momento in cui avessi avuto sentore di determinate situazioni a chi le andavo a denunziare”. Nessuno le dice a chi poteva denunziarle, naturalmente è passato tanto tempo. Allora io torno a ripetere che non voglio fare domande; volevo semplicemente sollecitarla, anche perché mi è sembrato che lei fosse indirizzato in questo senso, quanto meno da oggi pomeriggio. La sollecitazione era questa: cioè scontata la sua non responsabilità – mi associo anche a quello che ha detto il presidente Pellegrino in ordine a quella sua condanna pesantissima – lei può essere stato il capro espiatorio, “la vittima”? Non per spirito di rivalsa o di vendetta crede di poterci dare chiarimenti o lumi anche su avvenimenti e cose non provate? Qui non stiamo in una sede giudiziaria, lei non ci deve portare le prove, però un convincimento se l’è fatto, una opinione ce la può anche dare su tutto quello che le è stato chiesto oggi. Allora diciamo che il metodo può essere questo: potrebbe riferirci le sue opinioni su determinati avvenimenti, anche se non supportati da prove; ma basta questo, noi non siamo un’Inquisizione, non siamo un’autorità giudiziaria, si tenta solo di ricostruire un momento della nostra storia. A questo punto, se lei ritiene che ci possono essere state delle responsabilità politiche, ancorchè non supportate da prove, secondo una sua opinione, per quello che lei ha vissuto e orecchiato, ce le riferisca.

MALETTI. Io non so cosa dovrei riferire oltre a quello che ho già detto. Potrei fare forse alcuni nomi, citando un episodio, in particolare, sulle attività affidate dall’ambasciatore Usa all’addetto militare. Nel primi anni ’70, l’addetto militare, John Clavio, un italo-americano, avvicinò il colonnello dei Bersaglieri Riccardo Bisognero, nella zona di Pordenone, con lo scopo di sondare gli orientamenti politici dei militari di stanza nel nord-est. Una volta che mi recai in quelle regioni per contattare i CS locali, parlai con Bisognero del rischio rappresentato da Clavio. Bisognero rispose che era “robetta” e che, comunque, alla questione avrebbe pensato lui. E’ certo che gli ufficiali vennero contattati, ma non è detto che abbiano dato risposta positiva ai contatti. Questi riguardarono, come poi appresi, pure il Reggimento Carri.

LEONE. Cosa ci sa dire dell’archivio ritrovato presso il Ministero dell’interno, alcuni mesi fa, a Roma, in un deposito sulla circonvallazione Appia?

MALETTI. Non so nulla, solo ciò che ho letto dai giornali.

TASSONE. Cosa ci può dire del controllo politico sui Servizi negli anni passati, prima della riforma del 1977? Signor generale, lei ritiene che fosse adeguato o debole? C’era la teorica possibilità, per i politici, di prendere le redini dei Servizi?

MALETTI. C’era una doppia dipendenza del Servizio: una nei confronti del Ministero, l’altra nei confronti del Capo di Stato maggiore della difesa. Per quanto concerne la gestione interna, godevamo di libertà di bilancio, di fondi cospicui e di piena libertà nella assunzione del personale. La mancanza di controlli politici era voluta. Ciò per evitare in radice l’assunzione di responsabilità che avrebbero potuto risultare spinose o imbarazzanti.

Gianadelio Maletti – audizione commissione stragi 03.03.1997 – prima parte

CORSINI. La ringraziamo per la disponibilità a questo incontro e vorrei procedere ad una serie di domande in ordine ad ambiti, fasi e vicende tra loro differenziate. La prima, per tornare al tema di Gladio, immagino che lei ormai abbia avuto modo, attraverso la stampa italiana, di apprendere alcuni o i nominativi dei cosiddetti gladiatori, che nella loro consistenza ufficiale, ammontano a seicentoventidue unità. Lei ne ha conosciuto personalmente qualcuno? Io potrei farle un elenco di alcuni nominativi per valutare se lei è in grado di fornire qualche indicazione su questi personaggi, sulla loro possibile appartenenza o una loro possibile gravitazione verso l’organizzazione Gladio. Alcuni sono nominativi molto noti, altri invece di secondaria rilevanza; per esempio Gianfranco Bertoli, Gianni Nardi, Sandro Saccucci, Vincenzo Vinciguerra, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Massimiliano Fachini, Stefano Delle Chiale, Aldo Semerari, Paolo Signorelli, Amos Spiazzi, Ivano Boccaccio, Marco Morin, Manlio Portolan, Enzo Maria Dantini; sono personaggi che peraltro ricorrono nelle cronache e nelle vicende che attengono a progetti eversivi. Secondo lei sono in qualche misura riconducibili a Gladio, lei ha notizie circa questi personaggi? Allorchè lei occupava il suo incarico ha avuto modo di condurre indagini su di loro, di fare verifiche?

MALETTI. Sì, su una parte di questi individui che lei ha citato ho avuto modo di fare o meglio di far fare degli accertamenti; venivano in parte contattati da elementi dei centri di controspionaggio, ma queste indagini non hanno mai avuto a che fare con la loro appartenenza eventuale a Gladio. Escluderci che Spiazzi sia stato membro di Gladio perché era un ufficiale in servizio permanente e non penso fosse ammessa la partecipazione di ufficiali in servizio permanente effettivo a Gladio. Degli altri, sapendo che una buona parte dei cosiddetti gladiatori – da quanto ho letto recentemente – erano persone senza precedenti sia politici che penali di rilievo, credo che nessuno di questi che lei ha citato abbia mai appartenuto a Gladio, ma non è una certezza.

CORSINI. Mi permetto di fare altri nomi, questi senza dubbio molto noti: per esempio Marco Affatigato, Enzo Erra, Valerio Fioravanti, Mario Tuti; anche su questi le è capitato di fare degli accertamenti, di ricevere rilievi, verbali al di là del fatto che possano essere o meno riconducibili – ammesso che a lei risulti – a Gladio; ha avuto modo di fare delle ricerche su queste persone?

MALETTI. Su tre di queste persone da lei citate sì, senza dubbio sono stati fatti degli accertamenti – ripeto – dal centri di C.S.; sulla quarta persona – Enzo Erra è un giornalista mi pare – sulla quarta persona, nessun accertamento è stato fatto.

PRESIDENTE. Per un chiarimento: purtroppo non abbiamo la trascrizione, in tempo reale, delle risposte che lei ha dato alle domande precedenti. Però, se ricordo bene, lei ha ritenuto, come è vero o per lo meno come è fortemente verosimile, che una frangia dell’eversione di destra fosse in qualche modo utilizzata e contattata da reti clandestine, in funzione anticomunista. Se lei esclude che ciò avvenisse attraverso Gladio, avveniva allora attraverso altre reti o si trattava di un contatto informale che non presupponeva l’appartenenza ad una struttura comunque formalizzata?

MALETTI. Ritengo che non fosse un contatto di strutture formalizzate, ma un contatto occasionale da parte di altri organi che si potevano valere di queste frange estremiste per scopi informativi.

PRESIDENTE. E questo basterebbe a giustificare la preoccupazione che poi si è avuta, nel tenerle comunque coperte o nell’impedire che le indagini giudiziarie andassero in quelle direzioni.

MALETTI. No, non direi che lo giustifichi; comunque io non credo di aver mai ordinato, come capo del reparto D del Sid, di bloccare eventuali indagini che venivano svolte a carico di elementi come quelli citati poco fa. La protezione data a Giannettini e gli aiuti dati a Pozzan rientrano in un altro ordine di idee.

PRESIDENTE. Non mi riferivo a lei, mi riferivo a quest’altro ordine di idee che traspariva da sue risposte precedenti.

MALETTI. Questo secondo ordine di coperture, di protezioni poteva indubbiamente essere dato per altri scopi da altri organi. Poteva; qui mi sbilancio a dire che è possibile che questo altro organo fosse l’ufficio Affari Riservati.

CORSINI. Sulla base delle sue conoscenze, che siano dirette o indirette, le persone che adesso le dirò erano in possesso di notizie su Gladio, e se sì a quale livello di conoscenze e attraverso quali canali? Sto parlando di due personaggi con i quali lei ha avuto rapporti, è stato in contatto per ragioni diverse: Licio Gelli e Carmine Pecorelli. Questi due personaggi hanno mai avuto occasione di parlarle dell’argomento, magari anche in forma del tutto indiretta? E a questo proposito, sulla base delle risultanze attuali di cui disponiamo su Gladio, lei può o riesce ad interpretare possibili accenni oscuri o trasversali che, al tempo, Gelli o Pecorelli potessero averle fatto?

MALETTI. No, direi di non poter citare alcun riferimento (non credo che ciò mi sia mai stato fatto) sia pure in maniera trasversale da parte di Gelli o Pecorelli ad azioni collegate all’esistenza di Gladio o all’esistenza stessa di questa organizzazione. Però devo dire – e questa è un’ipotesi – che sia Gelli che Pecorelli potevano essere a conoscenza di cos’era Gladio e di quali erano i suoi compiti.

CORSINI. Passerei adesso invece ad un altro personaggio e ad un altro problema. Lei ha avuto alle sue dipendenze Ambrogio Viviani, ora generale in congedo. come certamente saprà, o almeno in parte, Viviani si è distinto per una serie di dichiarazioni più o meno clamorose su vicende attinenti Gelli ma anche su altri eventi significativi: dichiarazioni rese in un libro e poi un’infinità di testimonianze alle autorità giudiziarie, interviste, trasmissioni televisive e così via. Lei è in grado, ammesso che ne sia a conoscenza, di esprimere commenti e valutazioni su questo aspetto e sulla caratterizzazione, in modo particolare, del generale Viviani?

MALETTI. Non ho seguito l’attività televisiva, pubblicistica e non ho letto il libro che lei dice che Viviani ha pubblicato o scritto. Per quanto riguarda il generale Viviani io ho avuto alle dipendenze come tenente colonnello capo della sezione controspionaggio subito dopo il tenente colonnello lucci e devo dire che l’ho molto preferito al tenente colonnello Iucci come capacità, serietà e come impegno e anche come lealtà. Il tenente colonnello Viviani, (ora credo generale di brigata o di divisione nella riserva) era anche ambizioso e quindi posso riferire questa sua produzione verbale, letteraria, scritta ad un desiderio di emergere.

(Voce fuori mícrofono).

MALETTI. Sì, si tratta dello stesso Iucci che poi è diventato comandante generale dell’Arma dei carabinieri.

CORSINI. Viviani afferma, nonostante in un primo tempo avesse negato questo fatto, di aver effettivamente aderito alla loggia massonica P2, ma di averlo fatto su sollecitazione del generale Santovito per svolgervi occultamente attività informativa. Sostanzialmente sarebbe stato un infiltrato. Dice anche che in un’epoca precedente, verso il 1972, e quindi in coincidenza con il periodo della sua direzione al reparto D, aveva svolto indagini su Gelli in relazione ai suoi contatti con elementi libici o ad altri comportamenti illeciti o sospetti. Lei ci può riferire qualche notizia in proposito? E ancora: lei ha conosciuto l’ammiraglio Martini e quale genere di rapporti ha avuto con lui? Può affermare che il Martini a quell’epoca, e cioè nei momenti in cui lei dirigeva il reparto D, fosse a conoscenza di Gladio e della sua attività? Le risulta che lo stesso Martini abbia mai conosciuto, a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo, Licio Gelli? Ovvero sa di appartenenze massoniche in genere del Martini? E infine, è in grado di fornire ulteriori dati o informazioni che possano rivelarsi utili per definire a fini specifici alcuni aspetti dell’attività di Martini?

MALETTI. Non so se Viviani sia entrato nella loggia P2 su sollecitazione di Santovito, comunque se lo dichiara lui … Non so neppure – non credo che la cosa risponda del tutto a realtà – se Viviani abbia condotto un’indagine specifica su Gelli, in connessione con sue relazioni con il Servizio libico o con i libici in generale. So tuttavia che Viviani fu incaricato di preparare una bozza di regolamento per le truppe paracadutistiche libiche nel 1972, su richiesta del generale Miceli. Per quanto riguarda la sua attività nei confronti di Gelli, mi sembra strano perché non sarebbe spettato a lui bensì al colonnello Genovesi dei carabinieri che dirigeva la prima sezione “sicurezza interna” del reparto D. Se Viviani ha fatto questa indagine la deve aver fatta traendo informazioni dalla prima sezione di Genovesi e senza informare me del particolare filone di interesse che lo conduceva a sovrapporsi in un certo senso a Genovesi. I miei rapporti con l’ammiraglio Martini sono stati contrassegnati da alti e bassi: non abbiamo avuto reciproche simpatie spiccate. L’uomo è molto efficiente, molto capace, certamente si è interessato di Gladio, ne conosceva l’esistenza anche perché le attività di Gladio rientravano nell’ambito di competenza, se non erro, del suo reparto, cioè il reparto R.S. a meno che non si trattasse di altro ufficio. Scusi c’è dell’altro?

CORSINI. Vorrei insistere un attimo su Martini perché in occasione del suo interrogatorio a Venezia lei afferma, a proposito dell’ammiraglio Martini: “I miei rapporti con Martini sono stati sempre piuttosto freddi; l’ho conosciuto nel 1971 quando giunsi al reparto D e mi risulta che aveva un rapporto privilegiato con Vito Miceli”. Ritiene di poter aggiungere altri elementi o particolari sul conto di Martini? Per esempio le risultano suoi collegamenti con personalità politiche oppure sue appartenenze o connessioni con centri occulti di potere?

MALETTI. Non so se Martini avesse dei rapporti privilegiati con autorità politiche. Credo, tuttavia, che abbia visitato più di una volta uomini politici di spicco, non per motivi di interesse personale o politico ma, più che altro, in preparazione di queste personalità politiche (vedi il Ministro della difesa o il Ministro degli esteri) a riunioni ad alto livello Nato, in quanto Martini si interessava della cosiddetta minaccia, cioè della possibilità di attacco sovietico o del blocco orientale all’Italia. collegamenti con centri occulti? No, a parte la sua conoscenza di Gladio.

CORSINI. Martini ha ricoperto l’incarico di direttore del Sismi per un periodo molto lungo, forse il più lungo di tutta la storia dell’organismo, anche se avrebbe dovuto essere collocato in congedo da diversi anni. Può fare qualche collegamento su questo dato? E per quanto a lei è noto, si sono verificati ancora casi di così prolungato trattenimento in servizio in incarichi direttivi di così alto livello? Ritiene pertanto che in questa situazione, che ha avuto poi un ulteriore seguito con la sua nomina a consulente particolare del Presidente del Consiglio dell’epoca cioè l’onorevole Amato, esistono, come dire, elementi di anormalità: c’è una qualche anomalia in questa vicenda di un servizio così prolungato a questo livello?

MALETTI. Sì, indubbiamente questo lungo periodo nel Servizio in un incarico di vertice è anomalo. Qui formulo semplicemente un’opinione personale e cioè che è molto probabile che l’ammiraglio Martini abbia riscosso la fiducia di personalità politiche con le quali aveva un rapporto privilegiato: potrebbe darsi che fosse il Ministro della difesa o il Presidente del Consiglio dell’epoca. Martini era, per usare un termine che si adatta anche al suo tipo di forza armata, un navigatore, in poche parole conosceva quali rotte battere.

PRESIDENTE. Le risultava di un rapporto privilegiato tra Martini e Cossiga?

MALETTI. Credo esistesse un rapporto privilegiato tra Martini e Cossiga che datava dal tempo in cui Martini era comandante dell’incrociatore Vittorio Veneto, se non sbaglio.

CORSINI. Per quanto a lei risulti noto nel periodo della sua permanenza in servizio, l’ammiraglio Martini si interessava alla struttura Gladio? Ha mai avuto occasione di parlargliene?

MALETTI. No, non ho mai avuto occasione di parlarne con Martini, ma so che si interessava della struttura di Gladio.

CORSINI. Cosa significa che si interessava? Faceva indagini, aveva rapporti diretti?

MALETTI. Si trattava, ritengo, di un rapporto di comando, di responsabilità nei confronti della struttura.

CORSINI. E ancora a proposito di Martini, è risultato che Licio Gelli nel corso di una sua testimonianza come parte lesa in un processo per diffamazione ha affermato di essere in rapporti, come dire, di solidarietà e di amicizia con Martini. Le risulta qualcosa in proposito?

MALETTI. No, è la prima volta che lo sento dire.

CORSINI. Passerei ora ad altri due problemi. Il primo riguardante Pecorelli, il secondo la strage di Peteano. Può riferire, anche magari entrando nel dettaglio, la storia della sua vicenda con il giornalista Pecorelli? Perché risulta che, in un certo periodo, Pecorelli le ha dimostrato una rigorosa avversione attraverso una ripetuta serie di forti attacchi a lei ed al suo operato pubblicati dall’agenzia O.P. Viceversa in un momento successivo la situazione pare mutare e tra lei e Pecorelli si instaura un rapporto, come dire, normale, all’apparenza più fluido. Sarebbe quindi utile una sua illustrazione circa tali aspetti.

MALETTI. Quando giunsi al Sid nel 1971 Pecorelli era veramente guardato come la pecora nera dal Servizio, almeno da una parte del Servizio cioè dal reparto D il cui precedente direttore Gasca Queirazza mi aveva messo in guardia contro contatti con Pecorelli. Mi aveva anche detto che Pecorelli era in stretto contatto con l’entourage Miceli ed in particolare con il tenente colonnello Cosimo Pace che era un elemento alle dirette dipendenze del generale Miceli. Pecorelli incominciò ad attaccarmi quasi immediatamente dopo la mia assunzione di tale incarico affibbiandomi vari soprannomi più o meno ironici, sgradevoli, facendomi capire tra le righe che mi minacciava, ed era quasi ricattatorio. Gli esperti di Pecorelli (perché c’era anche una categoria di esperti al Sid su questo genere di signori) mi hanno fatto capire che Pecorelli voleva essere impiegato come era già stato impiegato da qualche mio predecessore (non da quello immediatamente prima di me) e quindi avrebbe gradito anche essere pagato per le sue prestazioni. L’antipatia di Pecorelli, ritengo interessata, si prolungò fino al 1976 circa. In quell’anno, poco dopo il mio rilascio dal carcere di Catanzaro, il generale Mino, comandante generale dell’Arma dei carabinieri con il quale ero in rapporti di amicizia ed a breve distanza “geografica” (abitavamo quasi nello stesso quartiere), mi chiese se avessi per caso voluto fare la conoscenza di Pecorelli perché, a suo parere, questa specie di guerriglia che si era instaurata tra di noi era nociva. A me certamente non fruttava, così come neanche a Pecorelli. Allora io dissi incontriamolo senz’altro e ci incontrammo a casa del generale Mino. Pecorelli fu particolarmente cordiale con me e mi disse semplicemente: “guardi io non ho mai creduto alla sua colpevolezza, però le devo dire francamente che la considero un fesso”. Il che mi ha fatto molto onore perché essere considerato fesso da Pecorelli voleva dire per lo meno non essere considerato un disonesto. Pecorelli venne a trovarmi tre, quattro e anche più volte a casa, mi invitò una volta a cena a casa sua con mia moglie; fu sempre cordiale nei miei confronti senza peraltro chiedermi notizie che potessero ricondurre al Sid. I suoi incontri erano più che altro incontri di sfogo; si lamentava di terribili mal di testa, qualche volta cadeva addormentato sul sofà di casa mia, con mia sorpresa, perché si era imbottito di pillole contro l’emicrania. Quando Pecorelli venne assassinato nel 1979, io lo seppi dal capitano Labruna che mi telefonò verso le otto o le nove di sera e mi disse appunto che Pecorelli era stato trovato ucciso accanto al suo ufficio. Non ho avuto altri rapporti con Pecorelli tranne quel suo strano rapporto quasi di pentimento nei miei confronti.

CORSINI. A lei risulta che altri esponenti appartenenti al Sid fossero in contatto con Pecorelli? E le risulta in particolare se Pecorelli conoscesse Martini, Lombardo, Romagnoli?

MALETTI. Sono convinto che Pecorelli conoscesse il vertice del Sid nella persona del generale Miceli con il quale si era incontrato più volte fin da prima del mio arrivo al Sid. conosceva il colonnello Pace e certamente conosceva il colonnello o capitano di vascello, commissario di marina Castaldo e altri personaggi del gruppo di palazzo Baracchini. Non so se conoscesse Mart.ini ma sinceramente non credo lo conoscesse. Conosceva un certo numero di ufficiali dei centri di controspionaggio sia all’epoca del mio periodo di comando, sia in precedenza.

CORSINI. Lei ha avuto alle sue dipendenze il colonnello Demetrio Cogliandro. Può dirci tutto quanto ritiene utile su questo personaggio, sempre naturalmente in riferimento ai temi di cui stiamo discutendo? E lei, soprattutto, è in grado di descrivere il ruolo avuto nella vicenda Mi.Fo.Biali? E anche per quanto riguarda quest’ufficiale, è al corrente di una sua conoscenza con Gelli e di eventuali sue partecipazioni massoniche? Inoltre, cosa può dire delle eventuali relazioni esistenti con Pecorelli, con Viviani, con Lombardo, con Romagnoli?

MALETTI. Ignoro se Cogliandro avesse relazioni con Ivan Matteo Lombardo; certamente ne aveva con Pecorelli, probabilmente con Gelli.

Per quanto riguarda la figura di Cogliandro, egli è succeduto al colonnello Caciuttolo dei carabinieri, nel comando dei centri di controspionaggio di Roma nel tardo 1971. Era stato prima segretario del reparto D; è stato sostituito in questo incarico dal colonnello Viezzer. Quando Caciuttolo venne sostituito – mi correggo – non da Cogliandro ma dal colonnello Marzollo, chiesi a Cogliandro se volesse a suo tempo sostituire Marzollo che non mi andava molto bene per i suoi agganci diretti con il capo servizio. Ccogliandro accettò volentieri, credo che all’epoca comandasse il gruppo di Bolzano. Tempo dopo fui ben lieto di averlo come comandante del gruppo centri di controspionaggio di Roma. Era un ottimo ufficiale, molto capace, molto silenzioso, ottimo lavoratore, dava anche buoni consigli, era, insomma, un ufficiale dei carabinieri, a mio parere, tra i migliori che avessi conosciuto. Comandò molto bene il raggruppamento centri e io lo lasciai in quell’incarico quando a mia volta lasciai il Servizio.

CORSINI. E sulla vicenda Mi.Fo.Biali?

MALETTI. Per quanto riguarda la vicenda Mi.Fo.Biali essa richiede una spiegazione un po’ lunga; Cogliandro, attraverso quali canali adesso non ricordo precisamente, venne a conoscenza dei contatti di Foligni con altri personaggi e mi chiese se avesse potuto (se io lo volessi autorizzare) a procedere alla intercettazione di Foligni. Io dissi di sì, l’ammiraglio Casardi approvò e Cogliandro effettuò l’intercettazione di Foligni. L’intercettazione era irregolare; non intendevamo farla approvare dalla magistratura sempre per il motivo della permeabilità della magistratura e della possibilità che, soprattutto nel Palazzo di giustizia di Roma, ci potessero essere delle fuoriuscite di notizie che potessero danneggiare l’operazione. Il prodotto di tale operazione fu il fascicolo che poi venne battezzato Mi.Fo.Biali, dal quale risultarono queste varie attività di Giudice, di Foligni e di altri. Questo fascicolo venne da me portato all’ammiraglio Casardi il quale mi disse di conservarlo e di parlarne con l’onorevole Andreotti, al quale io andai a riferirne infatti quando era oramai, se non sbaglio, Ministro del bilancio nel 1975. Il ministro Andreotti disse che la cosa indubbiamente era molto delicata e di tenere in sospeso la trasmissione alla magistratura di questa documentazione. Il fatto poi non ebbe seguito perché io passai la documentazione al capitano Labruna il quale a sua volta la passò a qualcun altro, motivo per cui sono stato condannato a quattordici anni di prigione.

PRESIDENTE. Il fascicolo però si era arricchito di tutto quello che riguardava i traffici di alti ufficiali della Guardia di finanza.

MALETTI. Certo, ho citato il generale Giudice, ma ce ne erano anche altri coinvolti, Lo Prete, per esempio, e così via.

CORSINI. Lei questa mattina diceva di non aver acquisito conoscenze o fatto indagini sulla vicenda di piazza della Loggia. Ha mai conosciuto l’allora capitano ed ora generale Delfino?

MALETTI. No, direi di non aver mai conosciuto il generale Delfino.

CORSINI. Ha mai sentito dire o le risulta per conoscenza diretta che avesse rapporti con i servizi segreti italiani o con i servizi segreti statunitensi?

MALETTI. Ripeto, non avendolo conosciuto, non ho neanche notizie circa suoi rapporti con i servizi italiani o stranieri.

CORSINI. Lei si è fatto una sua idea personale delle ragioni per le quali in carcere a Novara Tuti e Concutelli uccidono Ermanno Buzzi?

MALETTI. No, la risposta è negativa.

CORSINI. Quindi non ha conoscenze o non ha seguito le vicende che riguardano la strage di piazza della Loggia o fasi successive?

MALETTI. Assolutamente no, non ho seguito quelle vicende.

CORSINI. E’ in grado di fornire qualche elemento di conoscenza circa la strage di Peteano?

MALETTI. Sulla strage di Peteano vi sono state varie relazioni da parte del centro Trieste che sono _state acquisite agli atti ed il cui contenuto completo adesso mi sfugge. Si sono fatte svariate ipotesi; si è parlato, se non mi sbaglio non vorrei fare confusione, di armi rinvenute che appartenevano a Gladio, ma, ripeto, non vorrei fare confusione circa storie e fatti che ricordo confusamente. Molto di più su Peteano non posso dire.

PRESIDENTE. Secondo Vinciguerra, cioè il reo confesso di Peteano, viene attribuito al capitano Labruna, sulla falsa presupposizione che Vinciguerra fosse legato a Massimiliano Fachini, di aver detto a Massimiliano Fachini, dopo l’episodio di Ronchi dei Legionari e dopo la strage di Peteano, testualmente: “ora basta fare fesserie”, che se fosse un fatto riscontrato sarebbe indubbiamente di notevolissima importanza perché lascerebbe presupporre che fino a quel momento le fesserie non dico che erano approvate, ma, per lo meno, non risultavano sgradite. Lei può dirci nulla circa tutto ciò?

MALETTI. Faccio riferimento alla pagina 179 della bozza di relazione. Escludo che al mio livello si conoscessero i nomi dei colpevoli. Labruna certamente non mi disse mai di aver incontrato Vinciguerra, nome allora per me relativamente meno significativo, o di aver invitato Fachini a smettere di fare fesserie. Si fece strada in me, troppo tardi, cioè dopo il dibattimento di Catanzaro, il dubbio che Labruna avesse intrattenuto suoi personali rapporti con eversori di destra a mia insaputa. Una prima dichiarazione di Ventura al processo di Catanzaro mi parve particolarmente significativa. Ventura dichiarò che per qualche tempo aveva svolto “operatività informativa” (sono le sue parole) per il Sid. Ora, a me questo non era mal risultato, ma, ripeto, tenendo presente anche certi suggerimenti datimi più tardi dal colonnello Viezzer e da Cogliandro dopo che aveva lasciato il Sid: “non si fidi, Labruna fa un brutto gioco” mi venne il dubbio che Labruna, Ventura ed altri si fossero incontrati a mia insaputa.

CORSINI. Vorrei porre un’ultima domanda. Tornando a Gladio, la sua conoscenza di tale organizzazione com’era articolata? Lei, per esempio, era a conoscenza delle attività pregresse dell’organizzazione Osoppo?

MALETTI. Ne sono venuto a conoscenza con interesse dalla lettura di questa bozza. Sapevo dell’esistenza di un’organizzazione Osoppo ma non ne conoscevo né la struttura, né i compiti per quanto potessi immaginarli.

CORSINI. Lei ricorda la vicenda del ritrovamento del deposito di Aurisina?

MALETTI. Si tratta di quel deposito che venne attribuito, se non erro, dapprima all’eversione di sinistra e poi si scoprì essere un deposito di armi di Gladio?

CORSINI. Sì.

MALETTI. Ricordo che c’è stata la scoperta di un deposito.

CORSINI. E lei ha mai avuto modo di conoscere il generale dei carabinieri Gianbattista Palumbo?

MALETTI. No, non ho mai conosciuto personalmente il generale Palumbo.

CORSINI. Se non ha conosciuto Palumbo non credo allora di poterle rivolgere altre domande che pensavo di poterle fare.

DE LUCA Athos. Buona sera. A questo punto dell’audizione farò qualche piccola premessa per vedere se l’idea che mi sono fatto, e credo che molti altri colleghi si sono fatta, sul motivo per cui siamo qui con lei oggi, può coincidere con una sua aspirazione. E’ evidente che noi non siamo qui, generale, per farle un processo, ma animati da un convincimento che, visti gli anni che sono trascorsi da quelle vicende, visto che abbiamo riscontrato nella Commissione, e quindi nel Parlamento, una volontà di far luce su quegli anni a fronte di oggettivi buchi neri in quella storia. Riteniamo che ci sono le condizioni politiche per rendere al paese un po’ giustizia di quel periodo storico. Le rivolgo una domanda che deve prendere non come una domanda polemica né impertinente, ma sincera: quando le è stato chiesto di svolgere quest’audizione con la Commissione stragi lei era libero di dire sì o no, nessuno l’avrebbe obbligata. Qual è il motivo che l’ha spinta ad accettare l’invito che le è stato fatto?

MALETTI. Il motivo è, lo posso dire, patriottico (non è più di moda questo termine) cioè di contribuire a conoscere la verità attraverso molte fumisterie che erano state fatte attorno ad alcuni episodi dei quali forse io ho più chiaramente conoscenza.

DE LUCA Athos. Sarei tentato, generale, di farle ancora qualche domanda. A questo punto, se lei è sincero quando ci dice queste cose, e non ho motivo di dubitarne, sarei tentato di lasciarle il microfono e di metterle a disposizione un po’ di tempo perché, visto che i nostri obiettivi sono comuni, ci dica lei quali sono le cose che noi dovremmo conoscere senza che noi le facciamo tutte le domandine: per aiutarci – lei dice per motivi patriottici e noi possiamo anche condividere quest’accezione – per la Repubblica italiana, per i cittadini, per le vittime delle stragi. Non sono comunque motivi personali quelli per cui siamo qui, pur tuttavia vorrei dirle che la Commissione stragi nel dibattito che ha avuto intendeva ed intende – ed ha chiesto una proroga di qualche mese – procedere alle indagini senza pregiudizi, senza appiattirsi sugli esiti delle indagini giudiziarie e senza neppure preconcetti, anche se qualche intervento dei colleghi è stato più colorito dal punto di vista di parte, però senza nemmeno acquisire dei luoghi comuni che ci sono stati in questi anni. Lei non crede che questa opportunità che viviamo assieme, lei da una parte e noi da quest’altra parte, sia un’opportunità unica nel suo genere e che quindi il prosieguo di quest’audizione può svolgersi in un clima di maggiore franchezza. Lei un momento fa ha detto: mi sto sbilanciando. Ecco mi riferivo appunto al fatto che lei si possa un po’ sbilanciare di fronte alla Commissione stragi della Repubblica italiana che è riunita per ascoltarla.

PRESIDENTE. Il collega De Luca Athos anticipa una domanda che io le avrei voluto fare alla fine. Lei ha parlato – gliene do atto – di aver accettato di fare questa audizione per un valore patriottico e noi non avevamo nessuna maniera di costringerla. Penso che la Commissione sia, nel suo insieme, animata da un valore democratico; al di là dell’uno o dell’altro lessico, penso che i due termini coincidano e che i valori siano sempre quelli. Mi riaggancio quindi a quello che diceva il collega De Luca, noi abbiamo registrato una serie di sue puntuali rettifiche a quelle parti di tutte queste vicende che la riguardavano personalmente. Abbiamo anche registrato una serie di spunti interessanti che indubbiamente abbiamo il dovere di approfondire: però ciò a cui De Luca la sollecita (ed io faccio mia la sua sollecitazione) è una sua valutazione d’insieme: che cos’è che non abbiamo capito, quali sono i difetti della nostra conoscenza, dove quest’ipotesi di relazione – che non impegna la commissione nel suo insieme ma soltanto me, al livello delle conoscenze che avevo un anno e mezzo fa – le sembra carente? In disparte le sue posizioni personali su cui già ha puntualmente replicato e impegnandoci anche su quelle ad una serie di verifiche.

MALETTI. Mi chiedete di fare una sintesi di un argomento che conosco solo settorialmente, che non ho più approfondito negli ultimi venti anni e sulle cui caratteristiche essenziali credo di aver già fornito fino ad ora, in questa lunga seduta, in sede di risposta alle domande, con le mie affermazioni e dichiarazioni, una esauriente risposta. In che cosa è mancata la proposta di relazione? Per me non è mancato assolutamente niente. Se potessi fare una osservazione – e mi permetto di farla – la proposta forse ha dato troppo peso alla pubblicistica e si è lasciata influenzare da alcuni giudizi dell’autorità giudiziaria.

(Voce fuorí mícrofono). Se fa una valutazione di questo tipo, perché non ci dice dove abbiamo sbagliato?

(Altra voce). Lasciamolo parlare, ci sta dicendo proprio questo.

MALETTI. Parlo per esempio di una accentuazione della colpevolezza di Maletti – mi dispiace di tornare su un fatto personale – e di una accettazione, invece, quasi acritica del discorso di altre persone, che hanno potuto parlare perché io non ero là per difendermi. Il mio timore è che ci sia stata una linea di mira in una certa direzione nei confronti soprattutto dei militari e molto meno nei confronti dei politici, che a mio giudizio sono i veri responsabili di questa situazione.(Voce fuori mícrofono). Non lo sapevo, mi fa piacere di aver battuto il tasto giusto.

Queste deviazioni dei Servizi – chiamiamola pure strategia della tensione – indubbiamente ci sono state, ma non ci sarebbero state in un paese politicamente sano. Il nostro paese non era politicamente sano. I Servizi venivano usati per schedare, per – diciamolo pure – ricattare; di quei circa 100.000 fascicoli, forse un po’ meno, che sono stati bruciati, molti riguardavano beghe personali, “corna” di uomini politici, di cardinali, di professionisti e così via. Ora, in un clima del genere, un Servizio che con il generale De Lorenzo si era già orientato a un impiego politico più che ad un impiego professionale, di intelligence, non ha fatto che scendere lungo una china di adesione alla domanda politica, di resa alle pretese di alcuni uomini politici. Non è per un caso, per esempio, che poco dopo l’arrivo al Servizio fui convocato dal mio caposervizio, il quale mi chiese se potevamo far pubblicare delle fotografie, nelle quali si vedeva un noto ed importante personaggio democristiano in costume da bagno sul terrazzo della sua casa (credo in un quartiere alto di Roma) accanto ad un efebo, in carne e ossa. La domanda fu questa: “possiamo far pubblicare questa fotografia?”. Risposi al generale che quella fotografia era chiaramente un collage. Sono state appiccicate insieme due fotografie: un signore che sta facendo un bagno di sole in terrazzo e un giovanotto nudo o seminudo che gli sta di fronte in piedi. Altro caso. Sempre nel 1971-1972, l’onorevole……omissis….. andò in crociera a Corfú, insieme alla consorte e ad un gruppo di deputati e senatori democristiani. Il Servizio incaricò un ufficiale, il capitano Maroni, di seguirli e possibilmente di sorprendere una delle signore che erano a bordo in atteggiamento lascivo o per lo meno compromettente.

Questo era il Servizio nel 1971, quando i due episodi si sono verificati a breve distanza di tempo l’uno dall’altro. Mi dispiace parlarne qui perché sono pettegolezzi. Ne parlo a una Commissione di signori parlamentari e ritengo che sia mio dovere dire che il Servizio non era un vero servizio informazioni all’epoca: era un servizio di pettegolezzi, purtroppo abbandonato a se stesso, senza un appoggio politico, senza un avallo politico, lasciato andare per i fatti suoi e, qualora avesse sbagliato, colpito duramente per questa sua autonomia e queste sue iniziative. Quello che è mancato nella cosiddetta strategia dell’eversione, è stata una guida politica che dicesse di fare una cosa piuttosto che un’altra, che c’era una Costituzione da rispettare e un’eversione da combattere. Tutto questo è mancato. In sostanza, il lavoro del capo del reparto D è stato per lungo tempo quello che alla scuola di guerra si chiama “lavoro di badilante”, cioè un lavoro semplicemente di firma di documenti, lettura frettolosa di informazioni, invio frettoloso di richieste, senza una direttiva e senza un vero orientamento professionale.

A proposito di questo, vorrei aggiungere ancora una osservazione, riferendomi anche all’ultima parte della vostra bozza di lavoro, che – se il senatore mi permette – approvo pienamente. Direi che tutte quelle raccomandazioni che la Commissione intende fare sono giustissime, ma ce ne manca una. A mio parere il capo del Servizio non deve essere un estraneo ai servizi di sicurezza del paese, deve avere nel suo passato un’esperienza di polizia, d’arma o di servizio informazioni. Quindi non deve essere un povero generale di brigata (dico “povero” nel senso della capacità informativa e della capacità direttiva di un servizio informativo), prelevato dal centro alti studi militari e gettato lì a fare il direttore di un servizio difficilissimo, come quello del reparto D. Il reparto RS è un altro discorso; il reparto D è un lavoro da carabinieri. Il Sismi nel suo complesso deve essere, a mio giudizio, diretto da un ufficiale dei carabinieri, che sappia cosa è l’indagine o la ricerca informativa.

PRESIDENTE. Però, generale, questa non è una Commissione sulla storia dei Servizi. Noi siamo una Commissione sulle stragi e sulla mancata individuazione dei responsabili di esse. Nella proposta di relazione, a me sembrava che noi non avessimo elementi obiettivi che ci consentissero di individuare responsabilità istituzionali nell’eziologia delle stragi, cioè che ci fossero oggi elementi che ci consentano di dire con certezza che le stragi siano state ordinate, e che invece erano evidenti le responsabilità istituzionali per il fatto che i responsabili delle stragi non erano stati individuati. Le chiedo se questo è avvenuto e, in caso affermativo, se è avvenuto per un input politico o comunque per la volontà di acquisire meriti presso il potere politico, per cui c’era un potere politico che non aveva un interesse vero affinchè si facessero giustizia e verità sulle stragi.

MALETTI. Credo che per qualche tempo, nel corso della mia direzione del reparto D, il potere politico non avesse alcun interesse a giungere a fondo nella effettuazione delle indagini. Da un certo punto in poi, ritengo dal 1974 in poi, essendo cambiate le circostanze, essendo cambiato il vento, questo orientamento è mutato. Il potere politico si è interessato molto più attivamente delle vicende del Servizio, scaricando anche su di esso delle responsabilità che non aveva, ma imponendo al Servizio quello che prima non era mai stato imposto in modo preciso e organico, cioè la collaborazione con gli organi giudiziari.

DE LUCA Athos. Generale, per un momento ho pensato che la nostra audizione voltasse pagina. Ho apprezzato anche un suo giudizio in cui lei parla delle responsabilità dei politici. In effetti, una delle domande secondo me centrali, che la Commissione si pone e che avevo anche preparato, è proprio questa: le inchieste giudiziarie non hanno mai varcato la soglia dei vertici militari; perché non sono mai emersi riferimenti a quelli politici? Lei ritiene che i politici fossero estranei alla vicenda? Nel caso di una compromissione di esponenti politici di primo piano, lei chi indicherebbe? Mi permetto di insistere, generale, sulla unicità di questa occasione che viviamo insieme, che in questo momento politico del nostro paese, per una serie di circostanze secondo me favorevoli, potrebbe essere un’occasione da non perdere, proprio perché lei si è riferito appunto al senso patriottico (altri hanno parlato della democrazia nel nostro paese). Quindi ci vuole aiutare a superare la soglia dei vertici militari? Non le chiediamo di riferirci sull’attività dei Servizi, che pure può essere utile per indicare il degrado a cui erano arrivati, dal momento che si occupavano come un paparazzo qualsiasi di andare a indagare nella vita privata, nei pettegolezzi e così via, ma di darci indicazioni sulle responsabilità politiche, anche se abbiamo una dose di deduzione. In questo senso, le ripeto letteralmente queste due righe: “nel caso di una compromissione di esponenti politici di primo piano, lei chi indicherebbe?”.

MALETTI. E io le chiedo, senatore, perché devo indicare, non sapendolo con certezza, i nomi di persone che abbiano possibilmente una compromissione politica. Di queste vicende ne sa probabilmente più lei, dopo mesi o anni di commissione, di quanto ne sappia io. Potrei indicare persone, fare nomi. Lei vuole che faccia il nome di Andreotti, di Gui o di Rumor? Non lo posso fare, anche se li cito adesso a titolo di esempio. Non posso fare questi nomi perché non ho la certezza dell’informazione. Guardi che io non sono reticente, le sto dicendo tutto quello che so. Quello che non so non glielo posso onestamente dare come mia cognizione sicura. Posso solo formulare delle ipotesi, ma le mie ipotesi hanno più o meno lo stesso valore di quelle formulate da chiunque altro, tenendo anche presente che non ho avuto contatti con personalità politiche, se non con Andreotti – in due o tre casi – e con Forlani.

PRESIDENTE. Ci ha confermato quella importante notizia del suo colloquio con Gui sulla possibile involuzione negativa delle Brigate rosse. Naturalmente questo è un fatto rilevante per la Commissione, perché rende ancora più singolare il fatto che, negli anni immediatamente successivi, sia stato smantellato sia il nucleo antiterrorismo di Santillo sia quello di Dalla Chiesa.

MALETTI. Giustissimo, avevo dimenticato Gui nell’elenco dei personaggi politici che ho conosciuto. Allora potrei anche includere il ministro dell’interno Restivo.

DE LUCA Athos. Signor generale, poco fa lei ci ha riferito di un incontro con Andreotti anche quando quest’ultimo non era più Ministro dell’interno, ma – lei riferiva – quando era Ministro del bilancio. La domanda è questa: perché lei intratteneva ancora dei rapporti con l’onorevole Andreotti, nonostante questi non fosse più a capo di quel Dicastero?

MALETTI. La decisione di mandarmi da Andreotti per riferire sull’operazione Mi.Fo.Biali fu presa dall’ammiraglio Casardi, in rispetto della precedente esperienza come Ministro della difesa dell’onorevole Andreotti e – immagino – anche per il coinvolgimento di personalità democristiane nella vicenda Mi.Fo.Biali.

DE LUCA Athos. Signor generale, da alcune inchieste giudiziarie, in particolare quella dei dottori Roberti e Dini, è emerso che lei aveva inviato presso la base di Capo Marrargiu un gruppo di persone ad addestrarsi. Di chi si trattava e perché ha fatto questa scelta?

MALETTI. Come ho detto precedentemente, mandai a Capo Marrargiu credo quattro sottufficiali dei carabinieri, tra cui il maresciallo Esposito, per addestramento alla difesa e al pronto intervento in caso di necessità, da parte dei centri di controspionaggio, di un intervento antiterroristico.

DE LUCA Athos. Cosa sa della vicenda dello scioglimento del comando designato della terza armata e della morte in rapida successione dei suoi due comandanti, generale Ciglieri e generale Rubino?

MALETTI. Lo scioglimento del comando terza armata credo che non abbia avuto alcun significato politico. Il comando, che tra l’altro era “designato” terza armata, era pleonastico. In effetti, era una sorta di supercomando, senza alcuna responsabilità di controllo operativo o addirittura addestrativo sui corpi d’armata, che avrebbero dovuto da esso dipendere in caso di guerra, quando il titolo “designato” fosse stato tolto.

Per quanto riguarda la morte in rapida successione dei due generali, uno dei quali – Ciglieri – conoscevo personalmente, credo sia noto che Ciglieri rimase ucciso in un incidente automobilistico, all’alba di un certo giorno, mentre tornava a grandissima velocità verso il suo comando. Invece non ho idea di come sia morto il generale Rubino e perché. Questa domanda mi è stata fatta anche dal dottor Casson, al quale ho dato la stessa risposta: non credo che ci sia stato un motivo politico o qualche cosa di sospetto nella morte di Ciglieri, che pare fosse semiaddormentato al volante e andò a sbattere contro un albero. Conoscevo anche il generale Rubino ma non so come sia avvenuto il suo decesso.

DE LUCA Athos. Il generale Viviani dichiara che la vicenda del comando designato della terza armata sarebbe narrata in forma di romanzo dal giornalista inglese Morris West, nel libro “La salamandra”. Se ha avuto occasione di leggerlo e sa qualcosa della vicenda, le sembra che il riferimento sia pertinente? In quel libro si parla di formazioni paramilitari nell’orbita dei comandi dell’esercito, che ricordano molto da vicino i Nuclei per la difesa dello Stato, sui quali, quando il libro venne pubblicato nel 1976, si sapeva poco o nulla. Ritiene che si tratti di una somiglianza casuale?

MALETTI. Non ho letto il volume che lei cita, quindi non posso esprimere un giudizio in merito.

DE LUCA Athos. Grazie, generale. A proposito di Gladio, è stato possibile notare che quasi tutte le persone coinvolte nella struttura, compreso uno dei suoi comandanti, pur ammettendo la propria partecipazione, non ricordavano affatto che essa si chiamasse in quel modo e parlavano semplicemente di Stay beliind. come spiega questa strana censura sul nome?

MALETTI. Senatore De Luca, io stesso sono rimasto sorpreso nel leggere sui giornali il nome di Gladio, l’ho detto anche prima. Non sapevo che questo nome fosse stato attribuito all’organizzazione speciale Stay behInd. Non mi rendo conto del motivo di questo segreto sull’organizzazione Gladio e se effettivamente sia mai stata chiamata così in maniera ufficiale.

DE LUCA Athos. Le sembra veritiera la stima di 622 gladiatori complessivi in circa 35 anni?

MALETTI. No, non mi sembra veritiera. Trovo che 622 gladiatori sono meno di un battaglione. Anche se ripartiti in nuclei operativi di 7-10 uomini per piccole azioni partigiane di disturbo, di interruzione di linee di comunicazione, sono decisamente troppo pochi per poter costituire una reale minaccia, un reale ostacolo ad una armata di forze di invasione.

DE LUCA Athos. Torno brevemente su, un punto su cui lei si è già espresso, però vorrei ricordarle una circostanza. La domanda che avevo formulato era questa: vorremmo sapere qualcosa di più sulla ormai famosa velina Serpieri, che già il 17 dicembre 1969 indicava nel responsabile dell’Aginter Press il mandante della strage e nel gruppo di Delle Chiaie gli esecutori. A suo avviso si trattò di un depistaggio? Nel caso affermativo, di che depistaggio si trattò, totale o parziale? A questo proposito, volevo ricordare anche l’incontro del maresciallo Gaetano Tanzilli, che lavorava al centro CS3 di Roma con Stefano Serpieri. Anche questa circostanza non può aiutarci a sapere qualcosa di più da lei su questa famosa velina?

MALETTI. No, purtroppo anche questa circostanza non mi chiarisce molto le idee e non aiuta la mia memoria.

DE LUCA Athos. Lei ricorda il famoso rapporto Kotakis, pubblicato dall’Observer il 7 dicembre 1969? E’ noto che tale rapporto venne ritenuto non autentico, anche se alcuni testimoni interrogati per rogatoria internazionale ne confermarono l’autenticità. Lasciando da parte la questione dell’autenticità, resterebbe comunque la probabilità che esso sia veritiero: spesso accade che documenti apocrifi contengano racconti veri. A questo proposito, lei cosa pensa? In particolare, chi pensa potesse essere il misterioso signor P2

MALETTI. Non so cosa sia questo rapporto Kotakis, o non mi ricordo. Nel 1969 non mi interessavo delle vicende del Servizio, non ho certamente letto l’Observer e non le posso dare quindi una risposta in merito.

DE LUCA Athos. Ha mai avuto elementi che collegassero la strage di Milano all’attività degli agenti dei colonnelli greci, e quali?

MALETTI. No. Ho avuto qualche dubbio sulla possibilità di addestramento di elementi eversivi italiani da parte dei colonnelli greci. Ma escluderci una partecipazione diretta del Servizio greco, o di eversori greci agli ordini di quel Servizio, alla strage di piazza Fontana.

DE LUCA Athos. Sa qualcosa sui contatti tra l’onorevole Pacciardi e il regime greco dell’epoca?

PRESIDENTE. Questa domanda potrebbe collegarsi anche a quella precedente su Matteo Lombardo.

MALETTI. Non mi risulta niente in proposito.

DE LUCA Athos. Era al corrente dei rapporti tra l’allora colonnello Adriano Maggi Braschi e i gruppi della destra eversiva? Cosa sa sulle attività del nucleo per la guerra non ortodossa del Sifar?

MALETTI. Il colonnello Maggi Braschi non l’ho mai conosciuto. Quando esisteva il nucleo per la guerra non ortodossa del Sifar, non ero membro del Servizio e ritengo che quando sono entrato nel Servizio il nucleo non esistesse più, perché non l’ho mai sentito citare in quell’epoca.

DE LUCA Athos. Generale, ho terminato le mie domande e la ringrazio delle sue risposte. Dal momento che ci sono ancora dei colleghi che devono intervenire, mi auguro che lei abbia modo, anche attraverso altri spunti che vi saranno, di fornire a questa Commissione elementi più precisi sulle responsabilità politiche di quegli anni. Lei è troppo esperto e troppo professionalmente preparato per non riuscire, anche attraverso le domande che le vengono poste, a fornire alla Commissione questi elementi. Concludo dicendo che sono persuaso effettivamente, generale, che questa occasione che la Commissione stragi le offre non debba essere sprecata, perché lei è stato al centro di queste vicende in un momento cruciale della nostra democrazia, assumendo una carica di grande responsabilità.

MALETTI. Senatore, le posso rispondere che lo sto facendo del mio meglio. Quindi mi creda, non posso dare di più. Non so dare risposta a queste domande che continuano ad essermi riproposte, se ho conosciuto Maggi Braschi, se la velina XY mi è passata davanti… può darsi, ma se vi dico che non me lo ricordo è così. Quindi non crediate che adesso manchi di parola nei confronti vostri e miei, nel senso che mi ritiro dopo aver detto che voglio collaborare. Se lei ha l’impressione che non collabori, allora è inutile sentirmi. Se invece la mia collaborazione può essere ancora valida, accettatela per quella che è, perché non nascondo niente. Non posso dire alcune cose perché punterei il dito contro persone che potrebbero anche essere innocenti.