Il conflitto di Pian del Rascino Sentenza ordinanza processo Mar 28.04.1976

La notizia del conflitto a fuoco verificatasi il 30 maggio 1974 a Pian di Rascino venne comunicata all’autorità giudiziaria di Rieti con fonogramma pervenuto alle ore 12 dello stesso giorno. I fatti sono riferiti dettagliatamente nel rapporto giudiziario n0185/9 in data 7 giugno 1974 dal comandante della compagnia CC di Cittaducale (cfr.f.140 e segg.vol.1). In detto rapporto si precisa:

a) che nella serata del 29 maggio il brigadiere Carmine Muffini, comandante della stazione CC di Flamignano riferì al rapportante di aver avuto notizia dalle guardie forestali del posto che nell’altopiano di Rascino “era stato notato un anormale movimento di una autovettura e di una moto targate Milano ed inoltre erano stati notati anche due giovani di cui uno armato di arma lunga da fuoco”;
b) che pertanto, per il giorno successivo era stato predisposto un rastrellamento della zona da parte di due pattuglie, l’una formata dal maresciallo Antonio Filippi, comandante del gruppo radiomobile di Cittaducale e composta dai carabinieri Alessandro Iagnemma e Bruno D’Angelo; l’altra formata dal brigadiere Muffini, dal carabiniere Pietro Mancini e dalle due guardie forestali di Fiamignano;

c) che le suddette pattuglie, riunitesi in Rascino alle ore 6,30, iniziarono il rastrellamento di un’ampia zona montana fino a giungere ai margini di una fascia boscosa, al cui limitare venivano notate un’autovettura ed una tenda di tipo militare completamente mimetizzate;
d) che la tenda veniva circondata ed i militari Filippi e Muffini invitarono gli eventuali occupanti ad uscirne per essere identificati, cosa che veniva eseguita da un giovane il quale, dopo essersi affacciato all’apertura della tenda ed essere stato invitato ad esibire i documenti di identificazione, vi rientrava per riuscirne seguito da altri due giovani il primo dei quali recava dei documenti in mano e faceva l’atto di esibirli mentre il secondo rimaneva accovacciato sulla soglia;
e) che invitato quest’ultimo a portarsi accanto agli altri due, invece di ottemperarvi, si dirigeva verso I’autovettura, mentre il maresciallo Filippi, guardando all’interno della tenda, vi notava armi e munizioni;

f) che a questo punto il Filippi avvertiva i militari ingiungendo a tutti e tre i giovani di mettersi con le spalle alla vettura;
g) che pressoché contemporaneamente il terzo giovane estraeva una pistola facendo fuoco nei confronti del Carabiniere Mancini che gli si era buttato addosso: in aiuto a quest’ultimo accorreva il Carabiniere Iagnemma, nei cui confronti il giovane, riuscito nel frattempo a liberarsi del Mancini, esplodeva altri due colpi di pistola;
h) che mentre il feritore tentava di rialzarsi il Maresciallo Filippi ed il brigadiere Muffini facevano a loro volta fuoco su di lui riuscendo ad abbatterlo.
Terminato il conflitto e constatata la morte dello sconosciuto, il Carabiniere Iagnemma veniva trasportato all’ospedale di Rieti dalle due guardie forestali che durante l’episodio si erano mantenute ad una certa distanza ed altrettanto avveniva per il Mancini ugualmente ferito.
Gli stessi fatti vengono riferiti anche nel rapporto datato 1 giugno 1974 del Comando Guardie Forestali di Fiamignano. In esso viene confermato che la notizia relativa alla presenza in zona di Rascino dei veicoli e delle persone sospette era stata fornita nel pomeriggio del 29 da un confidente alle guardie De Angelis e De Villa le quali ne informavano il Comandante dei CC. di Fiamignano che, telefonicamente provvedeva, alla presenza stessa degli informatori, ad avvertire il comando della Compagnia di Cittaducale. Da qui l’operazione di servizio concordata per il primo mattino del 30 maggio, conclusasi nel modo anzidetto. L’unica precisazione contenuta in tale rapporto concerne la dinamica dell’episodio terminale. Affermano infatti i verbalizzanti che il maresciallo Filippi, usciti i tre giovani dalla tenda, chiese il permesso di guardare nell’interno e resosi conto di quanto vi era contenuto “con un gesto d’intesa lasciava chiaramente capire al resto della pattuglia di mantenersi pronta a qualsiasi evenienza”.
A questo punto il brigadiere forestale De Angelis si avvedeva che il terzo giovane cercava di retrocedere per avvicinarsi alla Land Rover vicino alla quale si trovava il carabiniere Mancini. Se ne avvedeva anche quest’ultimo e, nell’intento di immobilizzare il giovane, ingaggiava con lo stesso una violenta colluttazione: era durante il corso di questo “corpo a corpo” che il giovane estraeva la pistola sparando prima contro il Mancini e quindi contro lo Iagnemma. Tutti i fatti suddetti sono stati confermati da Filippi e Mancini, interrogati il 3 giugno 1974 dal sostituto Procuratore della Repubblica di Rieti. Dalle suddette deposizioni si apprende comunque specificamente che ad aprire il fuoco contro Esposti furono i suddetti militari, quando lo stesso, terminata la colluttazione con Mancini ( e dopo aver sparato anche a Iagnemma) si rialzò in piedi offrendosi come bersaglio: a questo punto Mancini esplodeva contro di lui due colpi di moschetto e Filippi vari colpi di pistola “finché non lo vide cadere definitivamente a terra”.
Ulteriori particolari si apprendono dalle dichiarazioni del brigadiere forestale De Angelis (cfr.deposizione in data 19 novembre 1974 al Giudice Istruttore) il quale precisa:
1) che coloro che il pomeriggio del 29 maggio lo avevano informato della presenza degli insoliti campeggiatori furono tali Blasi Enzo e Morelli Itala, persone di Grottaferrata che avevano in affitto un casolare nella zona (in ispecie gli riferirono di aver conosciuto dei giovani in possesso di armi che avevano usato per una sorta di tiro al bersaglio in loro presenza e gli consegnarono quattro bossoli appartenenti ad armi lunghe e corte, circostanza confermata il 22.11.1974 al Giudice Istruttore dal Blasi );
2) che l’Esposti incominciò a sparare all’impazzata prima di essere stato raggiunto dal carabiniere Mancini. Quest’ultimo dichiara a sua volta ( cfr. deposizione in data 19.11.1974) che era appostato accanto alla Land Rover e che l’Esposti, diversamente dagli altri due giovani, si diresse versa il veicolo, forse neppure notando la sua presenza: a questo punto egli mosse alcuni passi verso il giovane il quale però, estratta una pistola dal giubbotto, esplose un colpo nella sua direzione raggiungendolo all’addome. Mancini allora,  abbandonato il mitra che aveva in mano, balzò addosso all’Esposti ed iniziò un corpo a corpo nel corso del quale fu colpito una seconda volta al gomito destro.
La stessa dinamica ê riferita da Iagnemma (cfr.deposizione 26.11.1974) il quale riferisce i fatti nei medesimi termini, del Mancini , aggiungendo che durante la colluttazione fra il collega ed Esposti egli si avvicinò ai due con il mitra in pugno senza peraltro usarIo, temendo di colpire il Mancini, ma che quando si trovava a tre o quattro metri di distanza, venne a sua volta colpito all’addome. Alessandro D’lntino ed Alessandro Danieletti non hanno in sostanza fornito elementi diversi rispetto a quelli riferiti dai militari operanti.
Il primo (cfr. interrogatorio in data 4 giugno 1974) ha dichiarato che mentre stava ancora dormendo, furono svegliati da una voce che chiedeva i documenti. Uscì per primo Danieletti il quale rientrò subito dicendo che c’erano i Carabinieri. Esposti diede la sua patente falsa a Danieletti il quale tornò fuori dalla tenda. Egli lo seguì dopo essersi infilata la pistola dietro la schiena. Entrambi consegnarono i documenti ai Carabinieri e precisamente al brigadiere armato di moschetto. Poco discosto c’era il maresciallo con un fucile a tracolla ed una pistola al fianco. Fra la tenda e la Land Rover vide altri due Carabinieri armati di mitra e sullo sfondo vicina ad una campagnola, due guardie forestali. Esposti si affacciò per ultimo all’uscita della tenda, rimase un attimo accoccolato sui talloni, quindi si alzò e lentamente si avviò risalendo il leggero pendio e  dirigendosi verso la Land Rover ed il luogo dove vi erano i due Carabinieri col mitra.

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In quel momento il maresciallo diede un’occhiata all’interno della tenda e quindi urlò di far mettere tutti contro la camionetta. In concomitanza qualcuno gridò “Tutti a terra”. E vi fu una serie di colpi d’arma da fuoco all’inizio dei quali udì un fortissimo sibilo come di aria compressa. Già sentendo le urla egli, comunque, si era buttato a terra e non ebbe la possibilità di seguire le fasi del conflitto: ebbe solo alla fine la visione di Esposti che cedeva all’indietro impugnando ancora con la mano destra la pistola all’altezza del capo. Analoghe, nella sostanza, le dichiarazioni di Danieletti ( cfr. interrogatorio 1 giugno,1974): precisa comunque l’imputato che mentre stava per tornare alla tenda per cercare anche i suoi documenti sentì dei colpi d’arma da fuoco e con la coda dell’ occhio vide l’Esposti che lottava avvinghiato ad un carabiniere. Subito dopo si gettò a terra, sentì altri colpi e vide il maresciallo che cominciava a sparare con la sua pistola. Terminato il conflitto a fuoco il maresciallo gli intimò di accostarsi carponi a D’Intino e disse al brigadiere di tenerli sotto tiro; quindi entrambi, a mani alzate, furono condotti verso la radura dove era situata la jeep dei carabinieri. I rilievi tecnici, il verbale di ispezione dei luoghi compiuto dal P.M.e la relativa documentazione fotografica, sono contenuti nel volume 39° degli atti dell’Autorità Giudiziaria di Rieti. La perizia necroscopica condotta sul corpo di Giancarlo Esposti ( cfr. sempre volume 39°) ha accertato che la morte “E’ stata causata da ferita transfossa del cranio con ampio sfacelo necrotico emorragico del tessuto nervoso e fratture craniche multiple”. Sul cadavere furono inoltre riscontrate ferite trapassanti del torace e dell’addome con lacerazione del lobo polmonare superiore di sinistra e del fegato con emotorace sinistro ed emoperitoneo di modesta entità”. II perito infine ha accertato che i numerosi colpi che raggiunsero l’Esposti ( tutti trapassanti) furono esplosi da diverse direzioni da parte di “armi da fuoco tipo fucile per la lesione cranica e di armi da fuoco tipo, pistola di medio calibro per le altre ferite”. Per quanto concerne la distanza di esplosione “stante il carattere dei probabili forami d’entrata, la negatività degli esami isto-chimici sui forami stessi, l’assenza di fenomeni di abbruciamento o di affumicatura in corrispondenza, dei forami repertati sugli indumenti, si può escludere che gli stessi siano stati sparati a bruciapelo od a breve distanza ( trenta-cinquanta cm.), ma trattandosi di colpi tutti quanti trapassanti ( non sono stati infatti rinvenuti proiettili neI corpo di Esposti) e con forami cutanei, dotati, per lo più, di orletto contusivo, è verosimile ritenere che i colpi siano stati esplosi a distanza di pochi metri”. Per quanto concerne le lesioni subite dal carabiniere Iagnemma Alessandro, il perito ( cfr. elaborato in vol. XXIII Faldone D/3) ha accertato:
– che la parte lesa fu raggiunta da un colpo d’arma da fuoco trapassante in regione toraco-addominale interessante lo stomaco, il colon ed il fegato;
–  che la malattia era ancora in atto a 620 giorni dal ferimento;
– che probabile la sussistenza di postumi di natura permanente vi fu pericolo di vita;
– che il colpo fu esploso da una distanza compresa fra 80 centimetri e 5 metri (con probabilità metri tre) con direzione sinistra-destra lievemente dall’alto in basso, a ferito eretto.
In ordine a Mancini Pietro:
– che la parte lesa fu raggiunta da due colpi trapassati : il primo interessante l’addome con duplice lesione del colon e del fegato, il secondo l’avambraccio-braccio destro con frattura dell’epicondilo;
– che la durata della malattia fu di giorni 216;
– che sono residuati postumi di natura permanente, ma non vi fu pericolo di vita;
– che il colpo trapassante l’addome fu esploso da una distanza di circa tre metri dall’alto in basso, a ferito eretto, mentre quello che raggiunse il braccio destro fu sparato da una distanza tra i 60 e i 100 cm, dal basso verso l’alto mentre il ferito stava sovrastando il feritore.
Deve ancora precisarsi che (cfr.perizia balistica disposta dall’A.G. di Rieti) un proiettile raggiunse la ruota di scorta della Land Rover di Giancarlo Esposti. Tutto ciò premesso ritiene questo giudice istruttore doveroso (anche se ciò non forma direttamente oggetto dell’indagine processuale, ma esistendo agli atti – cfr. f.214 e seguenti in volume terzo atti A.G. Rieti – una esplicita istanza del padre di Esposti e dello stesso difensore del D’Intino) puntualizzare l’episodio non solo in relazione alle responsabilità di Alessandro D’Intino ed Alessandro Danieletti, che figurano imputati di concorso in tentato omicidio nei confronti dei carabinieri Mancini e Iagnemma, ma anche per quanto concerne la morte di Giancarlo Esposti.

esposti

A questo proposito deve rilevarsi che le ipotesi formulate sia in sede di pubblica informazione, sia in ambita strettamente processuale (cfr.  come verrà, evidenziato più oltre le dichiarazioni di Luciano Benardelli e quelle di D’lntino che ha affermato “di aver avuto la impressione in sede di sopralluogo del P.M. che il cadavere di Esposti giacesse in un luogo un pò spostato rispetto a quello in cui lo vide cadere e cioè più in basso verso il bosco e soprattutto in posizione diversa, bocconi e non supina”) non paiono trovare un adeguato riscontro nelle obiettive risultanze del procedimento. Deve infatti considerarsi:
1) che l’operazione che consentì di intercettare il gruppo Esposti partì da informazioni raccolte da componenti del Corpo forestale dello Stato i quali parteciparono direttamente all’operazione stessa;
2) che subito dopo il conflitto a fuoco le forze dell’ordine non sapevano ancora chi fossero gli antagonisti, come dimostra il primo concitato colloquio fra il maresciallo comandante la pattuglia e Alessandro D’lntino, secondo quanto da quest’ultimo ferito (“Siete delle Brigate Rosse?”, “No, no siamo fascisti !”);
3) che il conflitto a fuoco ebbe inizio per l’imprevista reazione di Giancarlo Esposti il quale sparò ai carabinieri Mancini e Iagnemma in circostanze che le rispettive perizie medico-legali hanno perfettamente identificato in quelle riferite dagli interessati (Mancini venne colpito all’addome mentre si avvicinava ad Esposti e al braccio durante la colluttazione, Iagnemma all’addome mentre accorreva a sua volta);
4) che anche il colpo che raggiunse la ruota di scorta della Land Rover (e che provocò il caratteristico sibilo di aria compressa riferito da D’Intino) fu esploso da Giancarlo Esposti, presumibilmente durante la lotta col Mancini;
5) che il fatto che Giancarlo Esposti sia stato raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco provenienti da diverse direzioni e che risultano averIo colpito in varie parti del corpo collima con quanto dichiarato dal brigadiere Muffini che ha dichiarato di aver esploso contro Esposti due colpi di moschetto e dal maresciallo Filippi che ha affermato di aver sparato finché non vide l’Esposti cadere definitivamente;
6) che le diverso angolazioni delle ferite riscontrate sul cadavere di Giancarlo Esposti (cfr. perizia necroscopica) possono essere spiegate col fatto che la vittima venne fatta oggetto dei colpi dal momento in cui, dopo la colluttazione coi carabinieri “si stava rialzando offrendosi come bersagli” a quello in cui “cadde definitivamente a terra”;
7) che la posizione parzialmente bocconi del cadavere può egualmente spiegarsi col fatto che Esposti venne colpito mentre si trovava su un leggero pendio (cfr .dichiarazioni D’Intino e Danieletti e angolazione del colpo esploso da Esposti contro Mancini ) per cui il corpo, anche se caduto all’indietro, può aver assunto, per forza dinamica propria, la diversa posizione riscontrata da D’Intino (che, appunto, ebbe l’impressione di trovarlo, oltre che parzialmente bocconi, anche un pò più in basso).  Questa, quantomeno, la ricostruzione dei fatti che appare giustificata dagli atti processuali.

Il conflitto di Pian del Rascino Sentenza ordinanza processo Mar 28.041976  pag 320-327

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