“Buzzi strangolato in carcere a Novara dai neofascisti Tuti e Concutelli”

Supercarcere di Novara, secondo capitolo della ferocia. Ieri hanno ammazzato un altro detenuto. Ermanno Buzzi. Dicono che ad ucciderlo siano stati due camerati. Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. neofascisti «che contano»: «Se voi ci mandate il topo, dovete sapere che noi siamo i gatti», ha detto Concutelli senza fornire altre spiegazioni. Ha aggiunto con tono eccitato Mario Tuti. il «geometra della morte»: -E’ un’esecuzione nazional-rivoluzionaria. Mi dichiaro prigioniero politico». «Accetto di parlare — dice poi al magistrato —, ma non riconosco l’autorità dello Stato». Vittima di questo nuovo, crudele capitolo Ermanno Buzzi. 42 anni, bresciano, unico condannato all’ergastolo per la bomba che alle 10.12 del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia, a Brescia, provocò un massacro tra la folla che partecipava ad una manifestazione sindacale: otto morti e centotre feriti. Il processo di appello si celebrerà fra poche settimane. Le 9.40 di ieri, supercarcere di via Sforzesca, cortile per il passeggio numero 3: si vive un nuovo, tragico capitolo della storia tormentata di questa prigione, ancora morti, ventiquattro giorni dopo le uccisioni e la decapitazione volute da Renato Vallanzasca e Cesare Chiti. Ancora una vendetta forse perché il camerata Buzzi era sospettato di essere un confidente o come dicono in carcere, – un canarino», o perché in passato i rapporti tra l’uomo e i suoi assassini presunti prima all’Asinara e poi a Badu ‘e Carros erano divenuti pessimi. C’è un’inchiesta della magistratura condotta dai sostituti procuratori Luciano Lamberti e Corrado Canfora che forse stabilirà con certezza le responsabilità dell’omicidio, ma difficilmente potrà chiarirne i motivi. L’esecuzione è rapida. Il cortile, chiuso da mura alte sei metri, è lungo una ventina di passi e largo quindici. Da una parte c’è il tavolo da ping pong. in fondo, dall’altra, lo stanzino del gabinetto. Nello spazio centrale sovente i detenuti giocano a palla. Guardie sorvegliano dall’alto di un camminamento, ma un angolo, a sinistra, rimane «in ombra»: pochi centimetri quadrati che non si riescono a scorgere neppure dallo spioncino del cancello. Da oggi i detenuti lo chiamano «il triangolo della morte». Tutto appare normale, tranquillo. Buzzi, maglione nocciola, pantaloni scuri e scarpe da tennis, cerca di attaccar discorso con gli altri. Viene chiamato in quell’angolo «cieco». Gli assassini gli sono accanto. Uno lo blocca davanti, gli caccia una mano sulla bocca, un altro gli passa attorno al collo un laccio formato dalle stringhe annodate delle scarpe da tennis. La stretta è formidabile, l’uomo annaspa, tenta disperatamente di liberarsi, poi cade prono. Un detenuto bussa al cancello e indifferente dice alla guardia che apre lo spioncino: « Venitelo a prendere: cen’è uno». L’uomo non temeva di essere ammazzato. Appariva tranquillo, anche se era malato, afflitto da una seria pancreatite: forse ignorava che nel braccio al quale lo avevano assegnato, quando era giunto alle 16 di sabato proveniente da Brescia, c’erano Tuti, Concutelli, altri venti «fasci» dal passato più o meno noto. Domenica era rimasto in cella, occupato a sistemare le sue cose: i quadri che dipinge, la macchina per scrivere.

La Stampa 14.04.1981

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