Vincenzo Vinciguerra su giudici e “pentiti”

Corrado Carnevale, che nella sua veste di presidente della sezione della Cassazione che ha sancito il beneficio concesso a Freda e colleghi, l’assoluzione per insufficienza di prove dall’accusa di aver concorso all’attentato del 12 dicembre 1969, sostenendo fra l’altro, che le mie dichiarazioni erano frutto di una ricerca di “benefici di legge”, non è solo ispirato nella sua sordida calunnia dalla ragion di stato, ma anche dalla filosofia di vita che impera in questa società, quella di Pulcinella. E Pulcinella, si sa, è un buffone di buon senso, che non crede agli ideali e ai sacrifici degli uomini per gli ideali; i giudici di Cassazione, come Corrado Carnevale, nemmeno.
Prescindendo dal giudizio morale sul fenomeno del “pentitismo”, che non può non essere di condanna e di riprovazione, rimane da dire che proprio le dimensioni assunte da questo fenomeno hanno ottenuto il risultato, imprevisto dai legislatori, di fornire al potere giudiziario gli elementi per mettere sotto accusa il potere politico, insieme agli organismi di sicurezza. E’ indubbiamente vero che molti di coloro che si sono “pentiti”, a destra come a sinistra, hanno infiorato le loro dichiarazioni con menzogne, talora grottesche, facilmente individuabili se lo si fosse voluto; ma è altrettanto vero che diversi “pentiti” hanno fatto affermazioni di cui nessuno è riuscito a dimostrare la falsità.
L’esempio di Paolo Aleandri e delle sue dichiarazioni sui rapporti fra Gelli e Paolo Signorelli, che hanno fornito lo spaccato autentico di un mondo politico che da un lato incitava gli elementi più sprovveduti ad “attaccare” il regime – non lo stato -, dall’altro intrallazzava e prendeva ordini da figure come Gelli che del regime sono rappresentative e non di altro, è significativo del pericolo che lo stato ha corso dando via libera alla legislazione premiale sui “pentiti”.
E’ altrettanto significativo che i settori statali maggiormente esposti al rischio del “pentimento” abbiano deciso di arginare il fenomeno utilizzando tre armi: la stampa, la Cassazione e la “dissociazione”.
Con la prima hanno lanciato una campagna tesa al discredito assoluto e indiscriminato dei “pentiti”, al fine di togliere ogni credibilità anche a coloro che, forse pochi ma importanti, la verità la dicevano, sia pure per ricevere il “premio” e non certo per ragioni di coscienza e di amore di giustizia. Obiettivo facile da raggiungere e facilmente, infatti, raggiunto, visto che i “delatori” non hanno mai incontrato – né possono incontrare – simpatia alcuna.
Tanto più scoperta è stata questa manova, quando si sono utilizzati gli esibizionismi squallidi di “pentiti” per reati comuni tipo Pasquale Barra e Gianni Melluso, per estendere il naturale fastidio che questi figuri provocavano a “pentiti” politici come Aleandri; così che, alla fine, le disavventure di un Tortora sono divenute, nell’opinione pubblica, comuni a tutti coloro che erano accusati da “pentiti”, come Licio Gelli e Paolo Signorelli. Questo era esattamente quanto lo stato delle stragi si proponeva.
Di sancire sul piano giudiziario il risultato raggiunto dalla campagna di stampa sull’equazione, accusato dai “pentiti”, calunniato innocente, se ne è incaricato il dott. Corrado Carnevale, presidente della prima sezione della Corte di cassazione, normalmente chiamata ad esaminare tutte le sentenze che riguardano processi di mafia e terrorismo. Anche qui l’evidenza della strumentalizzazione di un “giustizia giusta” appare lampante, nei suoi fini di difesa della menzogna di stato e degli uomini che per lo stato sono intoccabili, da Palermo a Roma.
Plateale in questo senso è stato il comportamento di questa poco limpida figura di magistrato, che per togliere credibilità alle mie affermazioni sulla responsabilità del gruppo padovano del SID nella strage di Piazza Fontana, null’altro ha trovato di meglio da dire, ignorando volontariamente l’evidenza degli atti processuali a sua disposizione, che presentarle come il frutto di una ricerca di “benefici”, vale a dire presentandomi come “pentito”, unico modo questo per neutralizzare la portata e gli effetti delle mie dichiarazioni.
Dopo la stampa e Carnevale, lo stato ha offerto un’alternativa a quanti volevano uscire dal carcere, imboccando la strada della “collaborazione” con la giustizia, inventando la “dissociazione”. Cioè un “pentimento” politico, morale e giudiziario che non richiedeva però una chiamata di correità per altri, ma si limitava alla confessione di quanto personalmente commesso. In cambio, i “premi” offerti dalla legislazione erano proporzionalmente maggiori di quelli concessi ai “pentiti”, mentre sul piano “morale” partiva la solita campagna di stampa tesa ad esaltare questi “bravi ragazzi” che senza tradire i loro compagni riconoscevano i loro errori e la “superiorità dello stato democratico”.
La farsa, perché di farsa si trattava, era completa. Con la “dissociazione” lo stato ha ottenuto quella vittoria politica che il “pentitismo”, proprio per le sue connotazioni pesantemente negative sul piano morale, non poteva dargli; ed ha ottenuto di porre un argine definitivo al dilagare del “pentitismo” politico con tutte le incognite che esso presentava per un regime dalla verità, in qualunque modo raggiunta, ha tutto da perdere.
Una prova inedita è fornita dal fatto che, ad esempio, un “pentito” avrebbe consegnato ai magistrati anche la pistola, debitamente conservata, con la quale è stato ucciso Mino Pecorelli; un “dissociato” non l’avrebbe fatto: e forse non lo ha fatto.”

Estratto dal libro “Ergastolo per la libertà”