Valutazioni sulla collocazione della bomba sull’Italicus – sentenza appello 1986

Tanto premesso, va evidenziato come la Polizia, in concomitanza con le indagini sulla cosiddetta pista Sgrò abbia avanzato fin dall’inizio la supposi­zione che l’ordigno sia stato messo sul treno a Roma. Si veda al riguardo il rapporto della Polizia ferroviaria in data 23 agosto 1974, in cui, partendo dal rilievo che l’ordigno era stato collocato con ogni probabilità “sotto un sedile allungabile del se­condo compartimento, in un vano nel quale sono alloggiati i tubi a serpentina per il riscaldamento”, se ne deduce “che l’operazione debba essere portata a compimento nella stazione di Roma Tiburtina, dove il convoglio trovavasi in sosta al 3° binario fin dalle ore 14.30′ del 3 agosto” (cfr. Vol.I, fasc.1, fol.124-125).


I periti, che hanno svolto le loro indagini nei mesi immediatamente successivi alla strage, quando avevano vasta eco gli eventi scaturiti dalle rivela­zioni dello Sgrò, sono giunti ad analoghi risultati argomentando dalla estrema sensibilità del congegno ad orologeria descritto in narrativa sub 1°); dalla conseguente pericolosità dell’attivazione dell’ordi­gno col treno in movimento o comunque in precarie condizioni di stabilità nonché, come già la polizia, dalla presunta sede di collocazione dell’ordigno stesso (cfr. fol.53 e 54 della relazione peritale).
Deve ritenersi che alla stregua di siffatte ar­gomentazioni non sia affatto provata la collocazione della bomba a Roma. In primo luogo va evidenziato come gli stessi periti si siano limitati a prospettare una loro sup­posizione. Nelle conclusioni invero si dice che l’ordigno esplodente era stato “presumibilmente col­locato ed attivato…. all’atto della formazione del treno o precedentemente” (cfr. relazione peritale, fol.59). Resta da chiedersi se la supposizione sia fondata.

Esaminando partitamente gli argomenti addotti va rilevato che la sensibilità del congegno ad orologe­ria in funzione del maggiore o minore stringimento della vite su cui ruotava la piastrina mobile, e quindi della maggiore o minore frizione della pia­strina stessa sul presspan, è un dato indiscutibile che giova solo a far ritenere pericoloso – e quindi improbabile – che l’ordigno sia stato attivato col treno in movimento o comunque da una persona in con dizioni di precario equilibrio.
Basta però considerare come il treno, dopo la partenza da Roma, sia stato in sosta per 4′ a Chiu­si e per 19′ a Firenze perché appaia evidente come l’argomento de quo non postuli affatto che l’ordi­gno sia stato attivato a Roma. Ciò anche in considerazione del fatto che l’inserimento di una pila ed il puntamento di una sveglia sono operazioni semplicissime, che possono essere compiute da chiunque in tempi molto più brevi rispetto a quelli della sosta a Chiusi ed a Firenze. Pel resto, se in perizia di dice, sulla base dei suddetti rilievi, che l’ordigno dovrebbe rite­nersi collocato “prima della partenza del convoglio dalla stazione di Roma Tiburtina, in luogo ove non era ancora possibile accedere al pubblico, ad esempio laddove il treno è stato formato prima del suo arrivo ai binario di partenza”, (cfr. perizia, fol. 54 è chiaro che i periti hanno tenuto conto essenzialmente – al di là della sensibilità del conge­gno ad orologeria, che richiedeva soltanto il treno fermo – delle modalità di collocazione dell’ordigno nel vano sottostante il sedile di uno scompartimento di prima classe (cifr. Perizia fol.50 ed allegati 5, 16 e 17 alla perizia stessa).

Come bene è emerso al dibattimento (cfr. sub. 40 della narrativa) i periti, per collocare una valigetta 24 ore a loro giudizio idonea a contene­re l’ordigno e quindi usata a mò di esemplificazione, hanno provveduto a sollevare il sedile, così come del resto emerge chiaramente dal richiamato allegato n.17, che mostra la valigetta in sito nel vano immediatamente sottostante al sedile, col se­dile stesso sollevato. Si vedano al riguardo i chiarimenti forniti dal perito Nicola Antenucci (Vol.32, fol.3043 e segg.) il quale, nel confermare il sollevamento del sedile, ha indicato in circa un minuto il tempo ne­cessario, esprimendo l’avviso che detta operazione sia di difficile esecuzione in una stazione e su di un treno normalmente frequentato da viaggiatori. Dal suo canto il col.Spampinato, nel conferma­re che per il sollevamento del sedile non è necessario alcun attrezzo, ha precisato che in sede di sopralluogo l’operazione fu fatta “abbastanza rapida­mente, in meno di 5 minuti” (Vol.32, fol.3119).

Senonché – come si è posto in rilievo al richiamato punto 40° della narrativa – col supplemento di perizia disposto al dibattimento si è stabilito non solo che il sollevamento del sedile non è necessario, una anche che l’inserimento di un contenitore delle dimensioni di una valigetta 24 ore nel vano compreso fra il fondo del sedile e la serpentina del riscal­damento (quello stesso di cui alle richiamate foto n. 16 e 17 degli allegati alla relazione peritale) può essere eseguito nel tempo di dieci – undici secondi, partendo dal più vicino ingresso del vagone. Se quindi brevissimi, dell’ordine dei pochi se­condi, sono i tempi occorrenti per inserire le pile, puntare la sveglia e collocare il contenitore dell’ordigno nel vano sottostante il sedile identificato dai periti,deve concludersi che tutti gli argomenti ad­dotti a dimostrazione della tesi del collocamento a Roma sono sostanzialmente erronei.

Come si è evidenziato in narrativa, l’ing.Anto­nucci al dibattimento ha espressamente ammesso che, nonostante il diverso avviso del collegio peritale, non poteva escludersi l’ipotesi che la bomba fosse stata posta sul treno a Firenze (cfr. Vol.32, fol. 3046 retro).

Questa ammissione dà la misura di come i peri­ti, in un momento dell’istruttoria in cui si dava praticamente per sicuro che la bomba fosse stata messa sul convoglio e innescata a Roma, abbiano inteso sostanzialmente esprimere un giudizio di compatibilità con questa ipotesi, senza avere argomen­ti seri per escludere quella della collocazione e dell’innesco durante la sosta alla stazione di Firenze. Cosi come in sostanza si fa nel richiamato rap­porto della Polizia ferroviaria, adducendo apoditticamente l’argomento delle modalità di collocamento della bomba. Ciò posto, ritiene il Collegio che l’ipotesi della collocazione a Firenze sia di gran lunga pre­feribile. In tal senso va tenuto conto di come l’involucro contenente l’ordigno, collocato nel vano anzi descritto, potesse essere visto da chi si fosse sdraiato sui sedili di fronte.
Ove si consideri come un siffatto comportamen­to sia pressocchè normale durante lunghi viaggi notturni sempre che in uno scompartimento di prima si abbiano tre posti affiancati liberi, è necessi­tato concludere che, se l’esplosione fosse stata programmata a più di 4 ore dalla partenza del tre­no, vi sarebbero state notevoli probabilità che l’ordigno venisse scoperto in tempo e disattivato. Ne certo va trascurato che nel tratto Roma- Firenze il sedile usato per occultare la bomba si sarebbe trovato nel senso di marcia del treno, si che una brusca frenata – sempre ipotizzabile – avrebbe fatto spostare in avanti il contenitore, aumen­tando di conseguenza il rischio che venisse scoperto. Laddove collocando la bomba a Firenze quest’ultimo rischio sarebbe stato completamente evitato, per l’inversione del senso di marcia che vi si compie, mentre quello della scoperta occasionale da parte di una persona sdraiata sui sedili si sarebbe ridotto in ragione del minor tempo intercorrente fra il collocamento dell’ordigno ed il momento previsto per l’esplosione.

Nello stesso senso deve considerarsi come da Roma sarebbe stato illusorio e praticamente impossibile scegliere un obiettivo sulla base dell’orario. Questo infatti non sempre viene osservato dai treni a lungo percorso, specie nei primi giorni d’agosto, quando numerose persone si spostano per raggiungere i luoghi di villeggiatura ed il traffico ferrovia­rio è particolarmente intenso. Cosi come del resto avvenne proprio quella sera: ritardo in partenza, via via aumentato da Chiusi in poi. D’altra parte solo la scelta di un obiettivo ben preciso potrebbe dar ragione a uno scoppio programmato a più di 4 ore ed a molte centinaia di chilo metri dalla stazione di partenza, dando un senso ai molteplici rischi di fallimento dell’attentato. Onde in definitiva deve ritenersi che se scelta di un obiettivo vi fu – e non si vede come possa pensarsi diversamente, dato che in tal caso sarebbe stato logico far esplodere la bomba a brevissima distanza dalla stazione di partenza, minimizzando i rischi di scoperta dell’ordigno – questo non venne di certo collocato ed innescato a Roma, ma nella stazione di sosta più vicina al luogo programmato per l’esplosione – cioè a Firenze.

Solo a Firenze infatti poteva conoscersi con esattezza il ritardo e con buona approssimazione l’orario in cui il treno sarebbe ripartito. Attivando quindi l’ordigno durante la sosta a Firenze, naturalmente in tempo per scendere dal convoglio senza destare sospetti, l’attentatore avrebbe avuto modo di scegliere con notevole accuratezza l’obiettivo, tenendo conto dei tempi di percorrenza nella tratta Firenze-Bologna, coperta dall’Italicus senza ferma­te intermedie. Al riguardo è significativo notare che il tre no arrivò a Firenze alle 0.17′ e che l’esplosione si verificò alle ore 1.16.30” circa, ossia quasi esattamente un’ora dopo l’arrivo alla stazione di S.Maria Novella.
E’ logico desumerne che l’attentatore, a co­noscenza dell’orario effettivo d’arrivo, abbia puntato il congegno ad un’ora, per far esplodere la bomba nel bel mezzo della lunga galleria trans-appenninica. Così come sarebbe puntualmente avvenuto se il treno non avesse recuperato 3 minuti di ri­tardo. Nella sentenza impugnata si svolgono analoghe considerazioni per quanto attiene all’attivazione della bomba. Si ritiene per altro verosimile che l’attentatore non sia salito alla stazione di Firenze: l’avrebbe fatto a Roma ed a Chiusi, avrebbe at­tivato la bomba in un luogo appartato, verosimilmente in una toilette, nell’imminenza dell’arrivo a Firenze, dopo di che, sistemato l’ordigno, sarebbe sceso mischiandosi agli altri viaggiatori.
Tutto ciò è soltanto congetturale. In realtà l’ipotesi del C.I., il quale, partendo dal dato che la teste Lascialfari vide giungere a Firenze la vettura tedesca di poi esplosa con uno sportello aperto, ne ha dedotto che l’attentatore avrebbe potuto salire sul treno in corsa, collocare la bomba e scendere con i viaggiatori in arrivo a Firenze, non convince sotto molteplici aspetti. In primo luogo è tutt’altro che infrequente che un treno si arresti con vino sportello aperto.
Avviene invero che nel lento ingresso in stazione qualche viaggiatore frettoloso apra lo spor­tello prima che il treno si fermi, a volte scen­dendo imprudentemente, a volte aspettando che il convoglio si arresti o comunque riduca, quasi a zero la velocità. Altre volte accade che il personale di scor­ta apra qualche sportello anticipatamente, per smontare in corrispondenza di un punto ben deterrai nato del marciapiede.
Il dato riferito dalla teste Lascialfari, va­lorizzato per la successiva esplosione proprio a bordo di quella vettura, è quindi di per se usuale quanto banale, non comunque tale da postulare che qualcuno sia salito in corsa sul treno. D’altra parte non va trascurato che se la di­scesa anticipata è tutt’altro che infrequente, non altrettanto può dirsi per la salita, tranne i casi di eccezionale affollamento in cui si può salire in corsa nella speranza di assicurarsi un posto.
Nella circostanza l’Italicus era affollato, specialmente nella sezione diretta a Calalzo, ma non al di là della norma. Risulta che a Firenze era atteso da circa 150 persone, ma di certo non si verificò nulla di eccezionale nella fase di salita dei viaggia­tori. Una persona quindi che fosse salita in corsa movendo dalla parte iniziale del marciapiede sarebbe stata quasi di certo notata.

In ogni caso le notevoli probabilità che ciò avvenisse avrebbero indotto ogni ipotetico attenta­tore ad evitare di salire sul treno in siffatto mo­do. Né certo si possono fare diverse considerazioni ipotizzando che l’attentatore fosse sul marciapiede di servizio.
A parte il rilievo – in sé decisivo ed assorbente – che lo sportello visto aperto dalla teste Lascialfari era dalla parte in uso ai viaggiatori è ovvio che sul marciapiede di servizio, sgom­bro di persone non autorizzate, la rincorsa di uno sconosciuto sarebbe stata facilmente notata sia da chi fosse sul treno – si pensi a coloro che nella imminenza dell’arrivo sono normalmente incolonnati nei corridoi in attesa di scendere — sia dalle per­sone autorizzate che sono di norma sul marciapiede di servizio accingendosi ad iniziare le usuali operazioni di rifornimento, di verifica e di manovra, fi­nalizzate queste ultime all’inversione del senso di marcia (spostamento delle luci terminali di coda, sgancio del locomotore in testa ed aggancio di un nuovo locomotore).
Né certo va trascurato che all’arrivo a Firen­ze la vettura tedesca di poi esplosa era la quint’ultima verso la coda del treno. Si arrestò quindi verso la fine del marciapiede, ove si trovava la teste Lascialfari, la quale, se qualcuno fosse salito in corsa sul treno nello spazio di un centinaio di me­tri circa fra la sua posizione ed il termine del marciapiede medesimo, quasi certamente l’avrebbe vi­sto e notato. Ma anche sotto alto profilo l’ipotesi prospet­tata nell’ordinanza di rinvio a giudizio, ripresa ed approfondita dai patroni di parte civile, si pre­senta in termini di pressoché assoluta inverosimi­glianza.
Se è vero infatti che chi alla stazione di Firenze salga dall’inizio di un marciapiede sulla penultima vettura di un treno in arrivo dispone, prima dell’arresto, di un tempo ben maggiore degli 11 secondi circa necessari per la collocazione dell’ordigno, è altrettanto vero che costui, appena salito, si trova di fronte i viaggiatori che sul ballatoio e lungo il corridoio sono in attesa di scendere. Il suo comportamento è per costoro assolutamente anomalo, così come anomalo sarebbe il vederlo en­trare in uno scompartimento per uscirne dopo pochi secondi.
Chi volesse lasciare una bomba su un convoglio ferroviario mai e poi mai si comporterebbe in un siffatto modo, che come si è visto implica un elevato rischio di essere notato dalle persone in attesa sul marciapiede – sia quello normale che quello di servizio – e la quasi assoluta certezza di essere notato sul treno dai viaggiatori in procinto di scendere. La Corte quindi, anche riconoscendo che in realtà è possibile salire su un treno in corsa avendo una mano impegnata (con quella libera prima si apre lo sportello, poi ci si regge per aiutarsi nel la salita), ritiene del tutto inverosimile l’ipotesi prospettata dal G.I. nei termini di cui innanzi. Non è però su questa base che possa accreditar si l’ipotesi dell’attentatore salito a Roma od a Chiusi.
Nella sentenza impugnata, partendo da una critica superficiale ma Sostanzialmente accettabile dell’ipotesi della salita in corsa, si giunge a suo porre che l’attentatore possa essere salito a Roma od a Chiusi senza minimamente chiedersi se non sia almeno altrettanto verosimile che possa essere sa­lito a Firenze.
Come si è evidenziato in narrativa, quella notte la sosta a Firenze fu di 19′ (dalle 0.17′ al­le 0.36′), durante i quali un ipotetico attentatore avrebbe avuto tutto il tempo di attivare l’ordigno all’arrivo del treno (appartatosi ad esempio in una toilette), attendere che si esaurisse il movimento dei viaggiatori in discesa ed in salita sul treno stesso, salire quindi sul convoglio disponendo an­cora di una decina di minuti almeno per trovare uno scompartimento libero e collocare l’ordigno.

Potrebbe obiettarsi che uno scompartimento li­bero avrebbe potuto non esserci. Lo stesso poteva però avvenire anche imbarcandosi a Roma – ed a for­tiori a Chiusi – o salendo in corsa a Firenze. L’ipotesi più probabile, ove si voglia ricostruire alla luce della logica il comportamento di un ipotetico terrorista, è che costui disponesse di aggiornate informazioni sull’affollamento delle diverse sezio­ni del treno, e che quindi sapesse che con ogni probabilità nella sezione diretta a Monaco di Baviera vi sarebbe stato uno scompartimento di prima libero.
Ove non vi fosse stato, avrebbe disattivato l’ordi­gno e rinviato semplicemente ad un altro giorno lo attentato. Deve quindi dissentirsi dai primi giudici nel­la conclusione secondo cui il collocamento della bomba – in quanto attuato in un momento precedente all’arrivo del treno alla stazione di Firenze – si porrebbe in contrasto con l’ipotesi accusatoria. Nell’impugnata sentenza si afferma l’ascrivibilità della strage all’estrema destra eversiva sul la base di accertate analogie con fatti precedenti, sicuramente attribuibili al terrorismo neofascista. Quest’avviso, debolmente motivato, ha ricevu­to in sede di rinnovazione parziale del dibattimento sostanziose conferme ed importanti arricchimenti.

Sentenza appello Italicus pag 272-285