Riscontri sul “documento Azzi” – terza parte

– SULLA CASSETTA CON ESPLOSIVO RINVENUTA SULL’APPENNINO LIGURE APRILE 1973, LA PROVOCAZIONE IN DANNO DI FELTRINELLI E I TIMERS DI PIAZZA FONTANA:

Nel paragrafo B) del documento Azzi, si legge che egli sarebbe stato invitato dal “Colonnello” (uno dei militari con cui il gruppo era in contatto) ad accettare un trasferimento a Casale Monferrato, (la caserma da cui provenivano anche i detonatori), al fine di entrare in contatto in quella zona con elementi proletari che potessero servire a conoscere esattamente certe “locazioni” vicine a Feltrinelli.
Nelle righe successive del paragrafo B) e al paragrafo C) si parla poi della “cassetta”, indicata fra virgolette e sottolineata nel documento certamente per l’importanza dell’argomento.
Tale “cassetta” sarebbe stata preparata dal “Colonnello” a La Spezia con materiale da lui fornito e la decisione di farla ritrovare era stata comunicata ad Azzi da Giancarlo Rognoni il quale lo aveva poi inviato dal “Colonnello”.
In un primo momento il gruppo pensava di far ritrovare, insieme alla famosa “cassetta”, i tagliandi delle borse collegate alla strage di piazza Fontana, ma poi il progetto era stato accantonato poiché sarebbe stato esagerato. I “tagliandi” sarebbero stati consegnati a Rognoni e sarebbero attualmente nelle mani di Ferri : così si legge nel paragrafo C) del documento. Si tratta della cassetta trovata sull’appennino ligure subito dopo l’attentato fallito di Azzi (paragrafo B).
Questi sono i dati riportati nel documento relativamente ai due episodi ed è opportuno subito segnalare che le due vicende – il progetto relativo ad una “locazione” di Feltrinelli e quello di far rinvenire i “tagliandi” insieme alla “cassetta” – sono di estrema importanza in quanto entrambe riguardano la disponibilità dei timers da parte del gruppo milanese in un momento successivo alla strage di piazza Fontana ed entrambe si ricollegano quindi a circostanze che erano già emerse nel corso dei dibattimenti a carico di FREDA, VENTURA, FACHINI e DELLE CHIAIE, ma che purtroppo erano state sottovalutate o non credute e che trovano invece in questo documento, risalente al 1974, e nei riscontri operati da quest’Ufficio, una sorprendente anche se forse tardiva conferma.

Con le vicende concernenti la progettata provocazione in danno di Feltrinelli e la disponibilità dei timers dopo la strage, da parte di uomini legati alla cellula veneta, si entra effettivamente nel cuore degli elementi decisivi che erano stati posti a carico del gruppo veneto e che purtroppo, per mancanza in passato di altri riscontri, non erano stati correttamente valorizzati. Esaminiamo separatamente le due questioni che sono comunque collegate sul piano logico e temporale. Sin dai primi interrogatori, resi dopo la loro scelta di collaborazione, IZZO e CALORE (vedi rispettivamente int. al PM di Firenze, 18.1.1984, vol. 10, fasc. 2, f. 21 e al PM di Milano, 3.2.1987, vol. 10. fasc. 1, f.4) avevano parlato del progetto del gruppo La Fenice, d’intesa con Massimiliano Fachini all’epoca ancora libero, di collocare parte dei timers usati il 12.12.1969 in una villa di proprietà di Giangiacomo Feltrinelli al fine di farli ritrovare dai Carabinieri e di riportare quindi le indagini e orientare nuovamente l’opinione pubblica sulla “pista rossa” per la strage di Piazza Fontana.
Sergio Calore aveva appreso di questo progetto – che era poi stato abbandonato per circostanze imprecisate – direttamente da Nico Azzi, mentre Angelo Izzo ne aveva avuto notizia, sempre in carcere, da Edgardo Bonazzi il quale lo aveva appreso anch’egli da Nico Azzi.

Tale episodio – confermato anche nel corso della presente istruttoria (cfr. int. Izzo, 22.1.1991, f.2 e Calore, int. 15.2.1991 f.2) – costituisce la prova decisiva del fatto che il gruppo veneto di O.N. disponesse dei timers ancora dopo gli attentati e costituisce quindi la prova della falsità della tesi difensiva di Franco Freda secondo cui egli li aveva sì acquistati prima della strage, ma solo per consegnarli ad un fantomatico cap. HAMID dei Servizi Segreti algerini.
Il pur sintetico accenno contenuto nel paragrafo B) del documento si riferisce certamente a tale progetto. Infatti con l’espressione “locazioni” (dovuta all’italiano piuttosto difficoltoso con cui si esprime il redattore del documento che aveva dovuto rapidamente appuntare quanto gli veniva confidato, senza essere prima bene a conoscenza di tali argomenti), ci si riferisce certamente ad una proprietà, un terreno o una villa di cui disponeva all’epoca la famiglia di Giangiacomo Feltrinelli a Casale Monferrato. Con il trasferimento in tale località Nico Azzi avrebbe potuto, con una certa facilità, sfruttando rapporti amichevoli che egli poteva allacciare anche con ambienti di sinistra in una zona ove non era conosciuto, entrare in possesso di notizie che potevano rendere più agevole l’esecuzione del progetto. L’indicazione Casale Monferrato contenuta nel documento è del tutto pertinente.
Infatti, come risulta dal rapporto della DIGOS di Milano in data 25.7.1994 la famiglia di Giangiacomo Feltrinelli (morto nel marzo del 1972 a Segrate) era proprietaria all’epoca a Villadeati nel Monferrato, in provincia di Alessandria, di un castello con annessi vasti terreni e probabilmente disponeva di un’altra costruzione simile a Odalengo Grande, sempre nel Monferrato (vedi vol. 8, fasc. 1, f.360/2).
Ma vi è di più. Edgardo BONAZZI, iscritto al M.S.I. di Parma nonché condannato per l’omicidio avvenuto nel 1972 del giovane di sinistra Mariano Lupo e a lungo detenuto con Nico Azzi e molti altri elementi di destra, aveva assunto, nel corso delle istruttorie precedenti, un atteggiamento di chiusura totale, rifiutandosi di confermare le numerose notizie di cui, secondo Calore ed Izzo, egli era in possesso.
Nel corso della presente istruttoria, egli si è infine risolto a rivelare molte delle circostanze che aveva appreso in carcere, essendosi reso conto delle strumentalizzazioni e degli inquinamenti cui gli esponenti di O.N. si erano prestati e del conseguente venir meno nei loro confronti, proprio per questa ragione, dei doveri di solidarietà militante ed ideologica.
In data 15.3.1992, Edgardo Bonazzi, dopo aver riferito di aver appreso da Nico Azzi che il gruppo La Fenice era in contatto con i Servizi, ha raccontato:
“Nico AZZI mi disse anche che alla fase operativa dell’attentato al treno Torino-Roma era presente anche un altro militante che era riuscito a rimanere al di fuori dalle indagini. Certamente il significato dell’attentato era far ricadere la responsabilità dell’attentato sui gruppi di sinistra. Mi accennò ad una cassetta con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare a tal fine, ma in merito non sono in grado di ricordare altro. Ricordo invece con maggiore precisione il progetto di cui mi parlò AZZI di far mettere per poi far ritrovare in una villa di proprietà di Feltrinelli gli stessi timers che erano stato usati dal gruppo veneto di FREDA per gli attentati del 12.12.1969. Ovviamente anche questa era un’attività di provocazione nei confronti della sinistra perché avrebbe creato una pista di sinistra nelle indagini per la strage di Piazza Fontana. Questo progetto, come mi disse AZZI, fallì all’ultimo momento a causa di una perquisizione o di un altro inconveniente che ne rese impossibile l’esecuzione. Questa confidenza di AZZI risale al 1974 o 1975 e cioè quando eravamo a Volterra o a Campobasso dove essendo isolati, parlavamo molto. Ricordo che di questo progetto AZZI parlò anche con GIANNETTINI A Nuoro. Ricordo che in seguito, nel 1978, parlai di questa confidenza di AZZI ad Angelo IZZO che credo l’abbia riferita all’Autorità Giudiziaria.
Sempre con riferimento ai timers, posso aggiungere che CONCUTELLI, con cui non subito ma a partire dalla fine del 1980 ho avuto un buon rapporto anche sul piano umano, mi disse che FREDA, in carcere a Trani alla fine del 1978, gli aveva proposto di farlo passare per il Capitano HAMID al fine di sgravarsi della responsabilità della detenzione dei timers.
CONCUTELLI aveva rifiutato tale proposta anche perché avrebbe screditato la sua figura politica di combattente rivoluzionario a cui teneva molto. CONCUTELLI mi disse che proprio dinanzi a questa proposta si era convinto della colpevolezza del gruppo FREDA e aveva allentato i rapporti con FREDA stesso che inizialmente erano stati buoni”.
Edgardo BONAZZI è stato anche in grado di spiegare in modo assai convincente la ragione delle confidenze che Azzi aveva fatto a lui e ad altri detenuti di destra nel corso delle comuni detenzioni a Volterra, Campobasso, all’Asinara e a Nuoro a partire dal 1976. Infatti, secondo il testimone, “Azzi era abbastanza portato a confidarsi soprattutto perché in questo modo voleva recuperare la sua immagine di militante determinato e con grossa esperienza, nonostante la chiamata in correità che aveva fatto a Rognoni dopo il fallito attentato sul treno.
Giustificava questo suo ultimo comportamento con il fatto che comunque Rognoni aveva abbandonato al loro destino De Min e Marzorati lasciandoli arrestare.” (cfr. dep. cit. f.2).
In sostanza Nico Azzi, che pur aveva chiamato in correità solo Rognoni non rivelando dopo l’arresto le altre responsabilità a livello più alto, proprio ricordando ai camerati le notevoli capacità operative e strategiche di cui aveva dato prova in passato egli stesso ed il suo gruppo, intendeva in tal modo essere nuovamente accettato senza diffidenze nell’ambiente dei detenuti della destra eversiva.
L’indicazione contenuta nel documento circa il progetto in danno di Giangiacomo Feltrinelli, espressa in tempi non sospetti e di molto precedenti la collaborazione di Calore ed Izzo, e la conferma acquisita tramite la testimonianza di Edgardo Bonazzi, sono quindi la prova conclusiva della verità di quanto avevano ribadito anche in aula i due pentiti e cioè il fatto che il gruppo veneto di O.N. disponesse, dei timers, dopo la strage, timers consegnati poi in parte ai milanesi per attuare il loro progetto a Casale Monferrato. Tale prova, sul piano logico/indiziario sarebbe stata certamente idonea, se Izzo e Calore fossero stati giustamente valorizzati dalla Corte, a pervenire unitamente agli altri elementi di accusa all’affermazione della responsabilità del gruppo veneto e di A.N. per l’operazione del 12 dicembre quantomeno nell’ultimo dibattimento che vedeva quali imputati Fachini e Delle Chiaie ed aveva visto in aula le testimonianze di Izzo e Calore purtroppo ed inspiegabilmente non creduti. Passiamo ad esaminare e ricostruire il secondo episodio, strettamente connesso al primo.
Il fallito tentativo in danno di Feltrinelli che doveva essere effettuato nel Monferrato è probabilmente collocabile dopo la morte dell’editore e quindi nella seconda metà del 1972,in quanto dopo la morte violenta di Feltrinelli sul traliccio di Segrate, il rinvenimento dei timers in una sua proprietà avrebbe avuto la massima risonanza e sarebbe stato più credibile.
Venuto meno questo progetto il gruppo milanese aveva ideato un secondo tentativo di depistaggio. Gli stessi timers sarebbero stati collocati insieme ad una cassetta contenente esplosivo in una località dell’Appennino Ligure e tale materiale sarebbe stato fatto ritrovare subito dopo l’attentato del 7.4.1973.
Poichè tale attentato, tramite le telefonate di rivendicazione, sarebbe stato attribuito ai gruppi più incontrollati dell’estrema sinistra (in particolare l’area vicina al gruppo XXII ottobre ed ai G.A.P. di Genova, già legati a Feltrinelli), tale rinvenimento avrebbe moltiplicato la sensazione di un piano terroristico globale dell’estrema sinistra ed avrebbe ottenuto proprio l’effetto voluto dai militanti de La Fenice.
Il progetto era stato poi abbandonato perché ritenuto troppo rischioso (cfr. paragrafo C) del documento). La “cassetta”, pur senza i timers, era stata comunque ritrovata sull’Appennino Ligure (cfr. paragrafo B) del documento). Si osservi che nel paragrafo C) del documento, con un termine impreciso, si parla dei “tagliandi” di Piazza Fontana.

Si tratta appunto di una imprecisione poiché con il termine tagliandi o tagliandini che compare nella verbalizzazione anche di alcuni atti istruttori non recenti (cfr. int. Izzo al P.M. di Firenze, 6.1.1984, f.2, vol. 10, fasc. 2; int. Sergio Latini sempre al P.M. di Firenze, 3.1.1984, f.5, vol.8, fasc.1, f.117) si intende fare sicuramente riferimento al quadrante o mascherina segnatempo applicata sui timers utilizzati il 12.12.1969. Tale quadrante si era staccato dal timer che si trovava insieme all’esplosivo nella borsa che conteneva l’ordigno deposto alla BNL di Milano, ordigno che non era esploso. Rimasto sul fondo della borsa al momento del primo convulso intervento, il quadrante era così sfuggito all’improvvida distruzione di tutto l’ordigno che era stato fatto brillare dagli artificieri della Questura di Milano cancellando così una importante prova materiale.
Grazie al quadrante era stato possibile tuttavia risalire alla ditta di Bologna che commercializzava tali timers muniti di quadrante e provare che l’acquisto era stato effettuato alcuni mesi prima da Franco Freda.
Anche in relazione alla “cassetta” i riscontri effettuati sull’episodio riferito nel documento hanno avuto esito eccezionalmente positivo. Infatti Edgardo Bonazzi nella testimonianza che poc’anzi si è riportata (cfr. f. 3) ha confermato che Nico Azzi gli aveva accennato ad una “cassetta” con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare dopo l’attentato al treno per contribuirne a far ricadere la responsabilità sui gruppi di estrema sinistra.
Ma non è stato solo acquisito un riscontro testimoniale. Infatti è stato possibile accertare che la famosa “cassetta” era stata effettivamente ed ugualmente ritrovata sull’Appennino Ligure nell’aprile del 1973 e nonostante fossero trascorsi pochi giorni dall’attentato di Nico Azzi, avvenuto in una zona non distante, la proprietà dell’esplosivo era stata attribuita dalla Polizia ai gruppi già vicini a Feltrinelli!
La “cassetta” era stata infatti rinvenuta in data 21 aprile 1973 in un casolare abbandonato in località Riolo di Mezzo, sull’Appenino Ligure nell’entroterra genovese (vedi nota DIGOS Milano in data 29.3.1991 ed allegati, vol. 8, fasc.1, ff. 2 e seguenti). In realtà la cassetta ed il suo contenuto erano stati scoperti alcuni giorni prima. Un giovane di Venezia, Roberto Vergombello si trovava nell’aprile del 1973 ospite per una breve vacanza di un amico di Genova, Ettore Tagliavini. Insieme a questi aveva fatto una gita in motocicletta visitando alcuni villaggi abbandonati dell’entroterra Ligure raggiungibili solo per strade sterrate. In un casolare abbandonato i due avevano notato la cassetta di legno contenente i candelotti di dinamite che il Vergombello aveva subito riconosciuto come tali e maneggiato con attenzione avendo da poco terminato il servizio militare presso il Battaglione “Lagunari” di Venezia.
Al momento tuttavia i due amici non avevano pensato di denunziare quanto scoperto alla polizia. Alcuni giorni dopo il rientro a Venezia, Vergombello aveva letto sui giornali dell’uccisione dell’Agente Marino a Milano ed aveva mentalmente associato i due fatti (raramente una intuizione si è dimostrata in seguito così pertinente) ed aveva deciso di informare la polizia di quanto scoperto recandosi presso la Questura di Venezia (cfr. verbale s.i.t. Vergombello, in questa istruttoria, 21.3.1994 vol. 8, fasc.1, f.85/7). La Questura di Venezia che all’epoca aveva raccolto la segnalazione di Vergombello pur senza redigere uno specifico verbale, aveva avvisato la Questura di Genova, e personale dell’Ufficio Politico di tale Questura aveva rinvenuto nel pomeriggio del 21 aprile, il materiale nel casolare. Si noti che la data della scoperta della “cassetta” corrisponde esattamente ai giorni immediatamente successivi al 7 aprile 1973, giorno del fallito attentato di Nico Azzi avvenuto a non molti chilometri di distanza. Infatti Vergombello ha ricordato che l’escursione sull’Appennino Ligure, era avvenuta pochi giorni prima del momento in cui era apparsa sul giornale la notizia dell’uccisione dell’Agente Marino a Milano durante gli scontri del 12 aprile 1973.
Quindi, intorno al 7 aprile 1973 la cassetta era stata già depositata nel casolare. Come emerge dal verbale di sequestro, dai rilievi fotografici dell’epoca (vol. 8, fasc. 1, ff. 75 e seguenti) e dalla perizia disposta allora dal P.M. di Genova la cassetta di legno (che portava impresso il marchio di una fabbrica di esplosivi) conteneva 228 candelotti di dinamite e accanto ad essa vi erano ben 456 detonatori ed una notevole quantità di miccia a lenta combustione e di miccia detonante.
Ma, come già accennato, ciò che più interessa per la presente istruttoria, sono le valutazioni contenute nel rapporto in data 23.4.1973 della Questura di Genova. Infatti in tale rapporto, immediatamente successivo al ritrovamento del materiale, si rileva, certamente in buona fede che la zona intorno a Riolo di Mezzo e cioè il tratto di Appennino fra Bargagli e Torriglia era sempre stato indicato come luogo di nascondiglio di materiale esplodente ed erano stati fatti numerosi sopralluoghi soprattutto durante le indagini, seguite alla morte di Feltrinelli, sui componenti della banda GAP di Genova già legata all’editore. (vedi nota DIGOS Milano 23.4.1991, vol.8 fasc.1 f.34).
Effettivamente la zona di Riolo di Mezzo era una fra quelle segnate con una crocetta nella cartina topografica rinvenuta nel furgone abbandonato nei pressi del traliccio di Segrate in occasione della morte di Giangiacomo Feltrinelli e tale zona era stata quindi oggetto delle attenzioni della Procura di Milano che aveva sollecitato perlustrazioni e controlli (cfr. nota citata, Digos Milano).

La Questura di Genova era quindi giunta alla conclusione che il materiale rinvenuto appartenesse a gruppi come i GAP o la banda XXII ottobre e cioè all’estrema sinistra. Si noti che tale cartina rinvenuta a Segrate era stata ampiamente pubblicizzata sulla stampa e quindi non era stato difficile collocare la cassetta nel punto giusto. La Procura di Milano, che stava indagando sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, aveva addirittura richiesto ai colleghi di Genova, copia degli atti e, pur non essendo poi emersa alcuna analogia fra l’esplosivo di Riolo di Mezzo e l’esplosivo rinvenuto nel corso delle indagini relative al gruppo Feltrinelli (vol. 8, fasc. 1, f. 69), non solo la Questura di Genova ma anche i giornali avevano collegato quanto rinvenuto nel casolare sull’Appennino alle attività dei gruppi dell’estrema sinistra. In sostanza la provocazione ideata dal gruppo La Fenice in danno di Giangiacomo Feltrinelli e dei gruppi di estrema sinistra, rivelata dal documento Azzi e confermata dalle confidenze di Azzi a Bonazzi, per un evento casuale era autonomamente e parzialmente riuscita, anche se l’arresto in flagranza di Nico Azzi (che aveva reso impossibile il collegamento fra l’attentato al treno e la “cassetta”) e gli esiti disastrosi e controproducenti per la destra della manifestazione di Milano del 12 aprile, ne avevano grandemente ridimensionata la potenzialità offensiva e non era stato possibile dare all’opinione pubblica l’immagine di un piano terroristico globale ordito dall’estrema sinistra.

Infine, non è stato possibile identificare, per la scarsità dei dati disponibili, il “Colonnello” di La Spezia che sarebbe stato in contatto con Giancarlo Rognoni ed avrebbe fornito il materiale esplosivo necessario per l’approntamento della “cassetta”. Tuttavia dagli atti istruttori del G.I. di Padova dr. Tamburino ed anche dalla testimonianza resa nel corso della presente istruttoria da Roberto CAVALLARO emerge che La Spezia era uno dei punti di forza della congiura della Rosa dei Venti in quanto molti militari di stanza in tale città avevano aderito al progetto di golpe e proprio per tale ragione l’avv. De Marchi, responsabile del gruppo genovese, sovente si recava a La Spezia per incontri con i militari relativi alla messa a punto del progetto (cfr. dep. Cavallaro, 30.10.1991, f.2). E’quindi del tutto plausibile che l’esplosivo ed il restante materiale necessario per confezionare la “cassetta” siano stati forniti a Rognoni e ad Azzi da un Ufficiale aderente al progetto della Rosa dei Venti ed in servizio a La Spezia.

Si noti, tornando per un momento all’argomento dei timers, che le indicazioni, sempre convergenti, relative a tali congegni, percorrono tutte le fasi processuali di piazza Fontana, anche con riferimento ad avvenimenti successivi al 1973, quasi a dimostrare la loro centralità nella vicenda della strage e degli altri attentati contemporanei di cui costituiscono la prima e più importante prova materiale.
La disponibilità dei timers equivale infatti alla prova della responsabilità per i cinque attentati in cui sono stati usati o quantomeno alla prova della vicinanza a coloro che li avevano eseguiti. Nel 1982 Salvatore FRANCIA, prima nell’ambito di un rapporto confidenziale con personale del SISDE e poi in una formale testimonianza resa in data 8.5.1982 al G.I. di Catanzaro (titolare dell’ultima istruttoria nei confronti di Delle Chiaie e Fachini), aveva fornito sulla questione dei timers alcuni particolari interessanti che si sarebbero poi collegati perfettamente alle dichiarazioni di Calore ed Izzo. Egli aveva infatti appreso da Marco POZZAN, durante la comune detenzione nel 1977 nel carcere di Carabanchel, che questi, durante una visita a casa di Delle Chiaie a Madrid, aveva potuto esaminare di nascosto una lettera dall’Italia, inviata probabilmente da Cristano De Eccher a Mario Ricci (allora latitante in Spagna ed uomo di fiducia di Delle Chiaie) ove si riferiva che Franco Freda era “sotto controllo” e Pozzan aveva compreso che tale controllo si realizzava tramite la disponibilità dei timers, occultati in un primo momento da De Eccher su richiesta di Freda e poi ceduti da De Eccher ad A.N. Perfino un imputato certamente non pentito come Marco Pozzan, dinanzi alla testimonianza di Salvatore Francia, aveva dovuto ammettere che le circostanze riferite da quest’ultimo corrispondevano a verità e che effettivamente De Eccher aveva reso possibile in tal modo il controllo di Franco Freda, allora detenuto, da parte di Stefano Delle Chiaie (cfr. int. Pozzan al G.I. di Catanzaro, 13.5.1982, vol. 27, fasc. 2 e ordinanza di rinvio a giudizio dello stesso G.I. nei confronti di Delle Chiaie e Fachini, depositata in data 30.7.1986, ff. 205 – 208).
Salvatore Francia e Marco Pozzan hanno confermato tali deposizioni e ripercorso tale vicenda anche nel corso della presente istruttoria (cfr. rispettivamente dep. in data 26.11.1993 e 8.10.1992).
In sostanza la disponibilità dei timers da parte di Stefano Delle Chiaie, ottenuta grazie a De Eccher, timers che potevano ricomparire in circostanze tali da costituire la prova decisiva nei confronti di Freda durante il dibattimento facendo naufragare la favola del cap. Hamid, costituiva un efficace deterrente per i componenti del gruppo veneto detenuti. Deterrente soprattutto dal rendere ai giudici, anche in caso di cedimento e di difficoltà, dichiarazioni pericolose per i complici e soprattutto per quelli di A.N. che erano stati compartecipi dell’operazione del 12 dicembre 1969.

Le testimonianze di Calore, Izzo, Francia, Pozzan e i nuovi elementi costituiti dal documento Azzi e dalla testimonianza di Edgardo Bonazzi si saldano quindi nella ricostruzione della detenzione e del percorso dei timers che potevano essere usati per una provocazione nei confronti dell’estrema sinistra ma che nello stesso tempo costituivano un’arma di pressione e di ricatto nei confronti di Freda da parte di chi di tali congegni avesse o potesse avere la disponibilità.

Concludendo, l’acquisto, l’utilizzo ed il percorso dei timers dimostrano ancora una volta di essere, anche alla luce dei nuovi sviluppi connessi al progetto di provocazione in danno di Feltrinelli ed alla questione della “cassetta”, la chiave di volta della vicenda processuale di Piazza Fontana. I nuovi elementi acquisiti consentono di ritenere ormai certe le seguenti circostanze:
– La detenzione dei timers, dopo la strage e quindi la falsità dell'”alibi” di Franco Freda costruito tramite la figura inventata del col. Hamid.
– L’internità del gruppo La Fenice, cui erano stati consegnati i timers o parte di essi, alla strategia stragista quantomeno in una fase successiva agli attentati del 12 dicembre .
– L’esistenza di più progetti di depistaggio volti a far ritornare l’attenzione, proprio tramite il ritrovamento dei timers in circostanze di luogo riconducibili all’estrema sinistra, su una falsa pista “rossa” o “anarchica” per la strage di piazza Fontana.

Tali progetti di depistaggio sono collocabili fra la fine del 1972 e la primavera del 1973, e cioè nei mesi precedenti e poi in concomitanza con l’attentato al treno del 7 aprile 1973. Non si dimentichi che in quel momento la situazione processuale degli imputati della cellula veneta attraversava una fase cruciale perchè il parziale cedimento di Ventura e le sue semi-confessioni, iniziate proprio nel marzo 1973 (fra l’altro Guido Lorenzon e Tullio Fabris avevano già testimoniato di aver visto un timer nelle mani di Giovanni Ventura) rischiavano di provocare il tracollo dell’intera linea difensiva e di portare gli inquirenti, con un effetto a domino, sino al disvelamento delle più alte responsabilità e coperture.
Purtroppo una più completa ricostruzione della vicenda dei timers e la conferma della attendibilità delle iniziali dichiarazioni di Calore e Izzo, sono giunte solo ora e cioè troppo tardi, in relazione quantomeno alla posizione degli imputati della cellula veneta e di A.N. già assolti in via definitiva. Tuttavia tali squarci di verità storica non sono, su altri piani ed anche in relazione ad altri imputati, inutili ed è comunque significativo che abbiano trovato la loro sede naturale in atti istruttori e in carte processuali.

– SUI CONTATTI CON EX ELEMENTI DELL’O.A.S. QUALI ISTRUTTORI NELL’USO DI ESPLOSIVI:
In merito al ruolo di istruttori svolto da ex elementi dell’O.A.S., precursori in Algeria delle tecniche della guerra non ortodossa ed esperti nell’uso degli esplosivi, sono stati raccolti una pluralità di riscontri. VINCENZO VINCIGUERRA in uno dei suoi primi interrogatori dinanzi a questo Ufficio (int. 6.6.1991), ha spiegato che la presenza di elementi dell’O.A.S. in qualità di istruttori, sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista pratico, gli era ben nota e che ne avevano usufruito sia Ordine Nuovo sia Avanguardia Nazionale.
D’altronde la struttura di Ordine Nuovo aveva cercato, almeno tendenzialmente, di mutuare la struttura in cellule di cinque persone che era stata realizzata dall’O.A.S. durante la guerra d’Algeria (cfr. sul punto il capitolo 6). Sempre in merito ai rapporti con elementi francesi, Vinciguerra ha anche ricordato che esisteva e probabilmente esiste ancora in Francia una struttura di destra, formata prevalentemente da ex elementi dell’O.A.S., denominata “LA CATENA”.

Tale struttura si articola in una rete di appoggi logistici che interessa tutto il territorio francese e alla quale aderiscono albergatori, ristoratori, poliziotti e persone con ruoli sociali diversi in grado di ospitare e provvedere a tutti i bisogni di una persona che voglia attraversare il territorio francese senza lasciare alcuna traccia. Uno dei responsabili di tale struttura, secondo Vinciguerra, è JEAN JACQUES SUSINI, ex dirigente dell’O.A.S. A titolo di esempio, Vinciguerra ha ricordato che quando Sandro Saccucci era stato arrestato a Bajonne, in Francia, nell’estate del 1976 in quanto ricercato per i fatti di Sezze Romano e munito di un documento falso mal contraffatto, era stato rilasciato dalla Polizia francese a seguito dell’intervento, fra gli altri, di Jacques Susini senza che la notizia del suo arresto fosse nemmeno comunicata alla magistratura francese (cfr. int. citato, f.2). MARCO AFFATIGATO ha poi specificamente parlato (deposiz. 29.4.1992, f.2) di contatti, riferitigli da Clemente Graziani, fra Nico Azzi ed elementi dell’O.A.S. con la finalità sia di costituire un possibile punto di appoggio in Francia per fuoriusciti italiani sia per disporre di un supporto tecnico per l’esecuzione di attentati in Italia in perfetta sintonia con quanto indicato al punto E) del documento.

L’apporto di elementi dell’O.A.S. in qualità di tecnici e di istruttori doveva effettivamente essere assai diffuso e di antica data in quanto, sul versante di Avanguardia Nazionale, PAOLO PECORIELLO ha parlato di un corso sull’uso degli esplosivi, e in particolare del plastico, tenutosi a Roma nel 1966 in una sede di A.N. in Via Michele Amari, corso tenuto da un certo JEAN, ex ufficiale dell’O.A.S., e a cui lo stesso Pecoriello aveva partecipato insieme ad altri militanti (cfr. deposiz. ai G.I. di Milano e Bologna, 17.12.1991, f.1 e al G.I. di Milano, 25.5.1992, f.2). Anche ANGELO IZZO, risoltosi dopo la sua dissennata fuga dell’agosto 1993 a raccontare per intero la sua esperienza politico-eversiva precedente al suo arresto per i fatti del Circeo, ha parlato di un analogo corso tenutosi nell’autunno del 1973 in un appartamento di Roma sotto la supervisione di Enzo Maria Dantini (cfr. int. 31.1.1994, f.12).
Anche tale corso sull’uso degli esplosivi e sull’utilizzo delle sveglie RUHLA come timers era tenuto da un istruttore francese ed erano presenti, oltre a Izzo, numerosi elementi di Avanguardia Nazionale e di Lotta di Popolo, gruppo capeggiato dal Dantini.

E’ molto probabile che tali istruttori francesi fossero inviati a Roma dalla struttura di GUERIN SERAC, nella quale fra i tecnici nell’uso degli esplosivi era presente ad esempio JEAN DENIS RAINGEARD de la BLETIERE, conosciuto come si vedrà anche da Vinciguerra a Madrid.
Infine, anche Carmine DOMINICI, elemento operativo di spicco di A.N. a Reggio Calabria, ha ricordato che un ex legionario francese di nome JEAN era presente nell’ambiente di A.N. nei primi anni ’70 e teneva lezioni per militanti a Roma e a Reggio Calabria sull’uso degli esplosivi (cfr. dep. Dominici, 29.9.1994, ff.1-2, e 3.1.1995, f.2).
Tali circostanze non sono prive di importanza perché i corsi di addestramento per i militanti di A.N. risultano essersi svolti anche negli anni precedenti agli attentati del 12 dicembre 1969 e con ogni probabilità l’agenzia di Guerin Serac, collegata in Italia a Stefano Delle Chiaie e a Ordine Nuovo, in tale operazione ha volto un ruolo ispiratore e di supervisione.

– SUI CONTATTI CON I MILITARI PER LA FORNITURA DI ARMI, ESPLOSIVI E BOMBE A MANO:
In proposito può innanzitutto farsi integrale richiamo al capitolo 16, ove si parla della costante disponibilità e dello scambio fra i gruppi di Milano e di Roma di un notevole numero di bombe a mano SRCM procurate soprattutto nelle caserme di Livorno e di Pisa grazie alla complicità di ufficiali e sottufficiali dei paracadutisti che simpatizzavano per i gruppi eversivi di destra (cfr. sul punto, deposiz. Affatigato, 29.4.1992, f.2). Il militante soprannominato LUPO ed impiegato alle Poste di cui si fa cenno al paragrafo F) del documento quale elemento di collegamento con le caserme dei paracadutisti in Toscana è identificabile in MAURO MANETTI, impiegato in un Ufficio Postale di Marina di Pisa e giudicato nel processo contro il gruppo toscano di O.N. per partecipazione a banda armata (cfr.vol.8, fasc.3).
Marco Affatigato (cfr. deposiz. citata, f.2) lo ha infatti indicato come il militante incaricato di procurare a custodire stabilmente le armi per il gruppo ed il processo a carico di Manetti si è concluso con una dichiarazione di non doversi procedere per prescrizione che, leggendo la motivazione, equivale ad una dichiarazione di colpevolezza.
Inoltre anche Paolo PECORIELLO ha parlato dell’impiegato alle poste Mauro Manetti come il custode della struttura logistica di O.N. in Toscana della quale facevano parte anche le bombe a mano SRCM provenienti dalla caserma dei Paracadutisti di Livorno (cfr. dep. Pecoriello 17.12.1991, f.3).
Si ricordi inoltre che le saponette di tritolo da 500 grammi ciascuna, una delle quali usata da Nico Azzi per l’attentato al treno e l’altra identica rinvenuta nel garage di Pietro Battiston alla fine del 1973, sono, secondo l’accertamento tecnico affidato al dr. Luciano Cavenago del Gabinetto di Polizia Scientifica di Roma (cfr. vol.8, fasc.1, ff.312 e ss.), cariche esplosive per forma e tipologia prive di usi civili e invece comunemente usate dall’artiglieria e dal Genio per l’impiego bellico e l’addestramento. Anche tale circostanza conferma l’approvvigionamento di materiale esplosivo dalle caserme da parte del gruppo La Fenice e in generale da parte delle cellule di Ordine Nuovo. Della specifica posizione del colonnello MICHELE SANTORO, indicato al paragrafo G) quale fornitore di tale esplosivo al gruppo, si parlerà diffusamente nel capitolo dedicato al ruolo da lui svolto in quegli anni.

– SUI FINANZIAMENTI AL GRUPPO:
In ragione del lungo tempo trascorso non è stato possibile acquisire riscontri documentali dei finanziamenti ricevuti dal gruppo La Fenice dall’estero e in particolare dalla Svizzera e dalla Germania. Tuttavia si ricordi che, secondo quanto è emerso nell’istruttoria padovana sulla Rosa dei Venti, l’avv. GIANCARLO DE MARCHI, legato a Giancarlo Rognoni, aveva costituito a Losanna, insieme ad un altro genovese (l’industriale del caffè Giacomo Tubino) e ad un americano non identificato, una società finanziaria che doveva servire per il finanziamento della cospirazione e aveva sede in una villa ove si tenevano anche riunioni.

D’altronde, TORQUATO NICOLI (in un primo momento aderente alla congiura e poi, a seguito dell’intervento del capitano Labruna, informatore e collaboratore del S.I.D. e infine testimone dinanzi all’A.G.) ha ribadito che La Fenice, sul piano finanziario, era in effetti una creatura dell’ambiente genovese, definito nell’istruttoria “la Ditta genovese” (cfr. deposiz. 29.3.1991, f.2).
Per quanto concerne i finanziamenti locali, e cioè del mondo industriale soprattutto lombardo, di cui pure si parla nel documento, l’ex corridore ciclista FIORENZO MAGNI, indicato al paragrafo G) quale finanziatore dei gruppi neofascisti, ha riconosciuto, seppure nell’ambito di una testimonianza assai reticente, di avere fornito alcuni contributi al Movimento Sociale Italiano e di essere stato in rapporto con l’onorevole Servello, come ancora indicato appunto nel documento (cfr. deposiz. 4.11.1991).
FELICE FEDELI, all’epoca ragioniere presso la concessionaria Lancia di Monza di proprietà di Fiorenzo Magni (concessionaria oggetto anche di un attentato dinamitardo ad opera di estremisti di sinistra), ha aggiunto che il suo datore di lavoro era in rapporti amichevoli non solo con l’on. Servello, ma anche con l’onorevole Pisanò e cioè l’altro parlamentare missino nominato nel documento in relazione all’appoggio politico fornito da Fiorenzo Magni (cfr. deposiz. 25.10.1991). Anche su tali aspetti, pur minori, il contenuto del documento Azzi è stato quindi confermato da significativi elementi di riscontro.

– SULLE POSSIBILITA’ DI ESPATRIO IN GRECIA:
Non vi è dubbio, come indicato nel paragrafo H) del documento, che il gruppo La Fenice godesse di una linea preferenziale, certamente tramite l’appoggio di camerati del meridione, per la fuga in Grecia di militanti che si trovassero in difficoltà. Infatti CESARE FERRI, come risulta dall’ordinanza del G.I. di Brescia nell’istruttoria bis sulla strage di Piazza della Loggia (cfr. vol. 12, fasc. 13), lasciando l’Italia nel 1974 si era rifugiato a lungo in Grecia (cfr. sul punto anche int. Vinciguerra al G.I. di Brescia, 6.5.1985 f.5). Così aveva fatto anche PIETRO BATTISTON, altro “bombardiere” del gruppo La Fenice, quando alla fine del 1973 una partita di esplosivo era stata rinvenuta dalla Polizia nel garage SANREMO di proprietà di suo padre (cfr. sul punto deposiz. in data 9.1.1993 di GIORGIO COZI, ordinovista di Roma, anch’egli rifugiato in Grecia insieme a Graziani e Massagrande).
Pietro Battiston è in seguito fuggito in Venezuela senza più far ritorno in Italia e in tale Paese, nella seconda metà degli anni ’80, ha incontrato CARLO DIGILIO (cfr. deposiz. Maurizio Gavagnin in data 10.12.1993, e int. Digilio in data 29.1.1994, f.2) a riprova della stabilità e della circolarità dei rapporti che hanno sempre legato i pochi ma fidati militanti delle cellule di Ordine Nuovo.

– SULLA FUGA DI EDGARDO BONAZZI DOPO L’OMICIDIO DI MARIANO LUPO:
Edgardo Bonazzi, insieme ad altri tre militanti dell’ala dura del M.S.I. di Parma vicina ad Ordine Nuovo, si era reso responsabile, nell’agosto del 1972, dell’omicidio con una coltellata, durante uno scontro con elementi di sinistra, del giovane operaio aderente a Lotta Continua, Mariano Lupo. Secondo il racconto di Bonazzi (cfr. deposiz. 15.3.1994, f.5) i quattro responsabili – oltre a Bonazzi, RINGOZZI, SAPORITO e FERRARI – fuggendo da Parma in quanto ormai individuati, dopo una breve tappa a Perugia avevano raggiunto Roma. A Roma, Ferrari aveva preso contatto con Pino Rauti recandosi personalmente alla redazione de “Il Tempo” ove Rauti lavorava come caporedattore. L’aiuto richiesto non era stato però fornito nei termini in cui il gruppetto sperava. Bonazzi, la cui posizione era più grave, si era costituito quindi a Roma, Ferrari era tornato a Parma venendo anch’egli poi arrestato, e solo Ringozzi e Saporito avevano proseguito per Torre Annunziata, vicinissimo a Napoli e luogo di origine di Saporito.
A Torre Annunziata, però, i due erano stati arrestati in quanto erano stati “venduti” da camerati che avevano finto di ospitarli ed aiutarli. Il racconto di Edgardi Bonazzi concorda nelle sue linee essenziali con quanto riportato al paragrafo H) del documento, ove si fa cenno al comportamento ambiguo di Pino Rauti nei confronti dei camerati in fuga e al tradimento da parte dei camerati della zona di Napoli, fra cui probabilmente il Ruggeri, che secondo il documento avevano ricevuto l’ordine “dall’alto” di abbandonare i fuggiaschi. Tutti gli elementi di riscontro sembrano quindi inserirsi nei singoli punti del documento Azzi ed accostarsi fra loro come in un gioco ad incastro, rendendo man mano più leggibili i contorni del disegno eversivo.

Sentenza ordinanza G.I. Salvini