Riscontri sul “documento Azzi” – seconda parte

– SULL’ATTENTATO ALLA SCUOLA SLOVENA DI TRIESTE, RIONE SAN GIOVANNI, DEL 27.4.1974

LA SCOPERTA DEL TENTATIVO DI DEPISTAGGIO OPERATA DAL GENERALE MALETTI:

L’attentato alla Scuola Slava di cui si fa cenno al paragrafo A) del documento e che sarebbe stato organizzato da Giancarlo Rognoni essendo venuto a mancare Carlo Cicuttini, fuggito in Spagna, si identifica certamente nell’episodio avvenuto la sera del 27.4.1974 in danno della Scuola Slovena sita nel rione San Giovanni a Trieste. Un ordigno costituito da almeno due chili di esplosivo posti all’interno di un contenitore di lamiera era stato collocato nei pressi dell’atrio e aveva provocato, anche nell’adiacente palestra, i gravi danni descritti nel rapporto della Questura di Trieste in data 26.5.1974 (cfr. vol.1, fasc.11, ff.144 e ss). La responsabilità dei gruppi di estrema destra in relazione a tale episodio ben difficilmente poteva essere messa in discussione sin dalle prime indagini. Infatti lo stesso edificio era stato oggetto di un altro attentato nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1969 (anche se in tale occasione l’ordigno, che poteva cagionare gravissime conseguenze, non era esploso), attentato che era stato rivendicato con un volantino che conteneva slogans contro il Maresciallo Tito e inneggiava all'”Istria italiana” (cfr. vol.8, fasc.5). Per l’episodio del 1969 erano stati indiziati Delfo ZORZI e Martino SICILIANO, indicati dall’ordinovista triestino Gabriele Forziati, che era rimasto disgustato dall’episodio, quali autori materiali dell’attentato (cfr.deposiz. Forziati 20.2.1973, vol.8, fasc.5, f.84). I due militanti di Ordine Nuovo di Mestre e Venezia erano stati tuttavia prosciolti in quanto non era stato possibile acquisire ulteriori elementi di prova a loro carico.
Anche l’attentato dell’aprile 1974, che aveva suscitato in città notevoli proteste e preoccupazioni, poteva dirsi certamente “firmato” in quanto preceduto da manifestazioni anti-slave promosse dall’estrema destra ed in quanto proprio pochi giorni prima, il 18 aprile, l’onorevole Almirante aveva tenuto a Trieste un comizio caratterizzato da toni violenti contro la minoranza Slovena della zona. Vincenzo VINCIGUERRA, sentito sul punto da questo Ufficio, ha confermato la matrice ordinovista dell’episodio, avvenuto quando peraltro anch’egli si trovava già in Spagna (cfr. int. 16.4.1991, f.3 e 13.1.1992, f.4).
Egli comunque, in sintonia con la linea di condotta da lui scelta in relazione a molte circostanze, non ha voluto indicare responsabilità individuali, limitandosi a precisare che l’affermazione della responsabilità di Ordine Nuovo si basava su notizie direttamente apprese nel suo ambiente in un contesto di piena affidabilità. Anche il collegamento dell’attentato con la realtà milanese indicato nel documento ha trovato piena conferma.
Infatti Luigi FALICA, ordinovista di Bologna inizialmente indiziato ingiustamente per l’attentato del 27 aprile 1974 in quanto in quel periodo si trovava a Trieste per altre ragioni, ha raccontato di avere saputo, in occasione di suoi successivi contatti con l’ambiente milanese, che autori dell’attentato alla Scuola Slovena erano stati D’INTINO e VIVIRITO e cioè due delle persone presenti il mese successivo al campo di Pian del Rascino ove era stato ucciso Giancarlo Esposti (deposiz. Falica 24.2.1994, f.3). Pur non facendo parte del gruppo La Fenice, D’Intino e Vivirito erano all’epoca in contatto a Milano con Giancarlo Rognoni oltre che con Esposti e Fumagalli e quindi facevano parte del ristretto ambiente milanese che poteva essere utilizzato in un’altra sede per un attentato del genere. L’indicazione fornita da Falica appare pienamente attendibile in quanto la presenza di D’Intino e di Vivirito è stata segnalata a Trieste il 2.5.1974 e cioè pochissimi giorni dopo l’attentato alla Scuola Slovena (cfr. vol.19, fasc.16). Risulta così pienamente confermato quanto accennato al paragrafo A) del documento Azzi e cioè che l’attentato di Trieste era stato quasi certamente ideato e deciso a Milano da Giancarlo Rognoni e che i militanti milanesi, con l’appoggio di elementi locali, avevano materialmente portato a termine l’azione.
Non a caso, del resto, nel paragrafo I) del documento, ove sono riportate le direttive scaturite dalla riunione di Treviso del 1971, presieduta dall’On. Pino RAUTI, si legge che, per ragioni di sicurezza, gli attentati in Lombardia dovevano essere commessi da militanti non lombardi, e in occasione di ogni attentato i militanti di Milano dovevano tutti procurarsi un alibi credibile.
E’ quindi del tutto ragionevole che, in ossequio a tali direttive l’attentato di Trieste, sia stato commesso da milanesi, così come reciprocamente l’attentato all’Università Cattolica a Milano, avvenuto un mese dopo la riunione di Treviso, sia stato commesso dal mestrino Martino SICILIANO, il quale, come i milanesi, aveva così operato in trasferta. Non vi sarebbe altro da aggiungere se, in occasione dell’accesso del 16.2.1991 all’archivio del SISMI di Forte Braschi, quest’Ufficio non avesse chiesto in visione il fascicolo relativo all’attentato di Trieste del 27.4.1974. Dall’esame di tale fascicolo, poi acquisito in copia (vedi Vol. A fasc. 1) è emerso un’altra sconcertante e quasi spudorato tentativo di depistaggio ideato dal Direttore del Reparto D Generale MALETTI. Infatti in data 2.5.1974 il Centro C.S. di Trieste aveva inviato al Capo del Reparto D una nota informativa nell’ambito della quale si segnalava che le indagini degli inquirenti in relazione all’attentato alla Scuola Slovena erano prevalentemente orientate verso gli ambienti dei gruppi extraparlamentari di estrema destra anche tenendo presente che la stessa scuola era stata oggetto nell’ottobre del 1969 di un analogo attentato di chiara marca fascista.
Nella stessa nota informativa, tuttavia, pur ricordando che il comizio tenuto dall’On. Almirante a Trieste il 18 aprile, era stato comunemente interpretato come una minaccia nei confronti della minoranza slovena di quella città, si suggeriva, affermazione già questa assai grave, che forse le responsabilità potevano essere cercate anche altrove in quanto l’attentato praticamente “era servito solo ad alimentare la propaganda antifascista” (vedi vol. A fasc.1 f.41).
Graffato a tale nota era rimasto nel fascicolo un appunto manoscritto del Generale MALETTI, vergato su carta intestata del Reparto D, e indirizzato in data 5 maggio al colonnello GENOVESI, allora capo del Raggruppamento Centri C.S. di Roma.
Tale appunto (che è riprodotto quale allegato 1 alla presente ordinanza) rappresenta, come già si è accennato, un tentativo di depistaggio quasi spudorato che va ben oltre le affermazioni contenute nella nota del Centro C.S. di Trieste e che si collega all’avversione quasi maniacale che il generale MALETTI nutriva per le forze di sinistra. Nell’appunto, infatti, il generale MALETTI scrive che, a parte le considerazioni del Centro C.S. di Trieste, anche una sua fonte personale ( quale ? ) afferma che la responsabilità dell’attentato è da cercare a sinistra trattandosi di un gesto provocatorio, cui altri forse avrebbero fatto seguito, per creare difficoltà al Governo e screditare la destra. Il generale MALETTI aggiunge quindi di riferire in questo senso al Capo Servizio, parafrasando la nota di Trieste e suggerendo di stilare una comunicazione in tal senso per il Ministero degli Interni. L’appunto del generale MALETTI non richiede quasi commento. Troppo nota, anche per i non esperti di cose politiche, era la campagna condotta nella zona di Trieste contro la minoranza slovena (punteggiata da atti di teppismo e di violenza) perché chiunque potesse in buona fede attribuire un attentato così politicamente caratterizzato ai gruppi di sinistra e cercare di indirizzare in tal senso le indagini.
Lo stesso Vincenzo VINCIGUERRA, fonte certamente non interessata, nel confermare la matrice ordinovista dell’attentato, ha osservato che “L’attentato in danno della Scuola Slovena non poteva in alcun modo essere confuso in buona fede come un episodio attribuibile alla sinistra locale” (cfr. int. 13.1.1992 f. 4). Ci si trova quindi dinanzi ad un piccolo ma significativo tentativo di depistaggio che dimostra come, ai livelli più alti dei Servizi di Sicurezza, il perseguimento di una certa linea politica mediante attività di inquinamento fosse attuato in modo organico ogni qualvolta se ne presentasse anche la più modesta occasione. Più che di “deviazione” del Servizio sembra meglio confacersi a tali comportamenti il termine di “attività organica” dello stesso, concertata ai più alti livelli.

– SULLA PARTECIPAZIONE DI UFFICIALI DEL S.I.D. E DI MILITANTI ROMANI DI ORDINE NUOVO ALLA PREPARAZIONE DELL’ATTENTATO AL TRENO TORINO-ROMA:

E’ importante ricordare subito che l’attentato del 7.4.1973 al treno Torino-Roma, qualificato come strage (art.285 c.p.) seppur mancata dalla Corte d’Assise di Genova, è un episodio non secondario della strategia della tensione benché sia stato quasi dimenticato grazie al fatto che l’errore tecnico commesso da Nico Azzi ha impedito che l’elenco delle vittime delle stragi si allungasse ulteriormente.
Infatti, in un momento cruciale come la primavera del 1973 in cui i giudici milanesi stavano approfondendo le indagini sul gruppo di FREDA e VENTURA, la progettata rivendicazione di sinistra dell’attentato avrebbe dato un colpo di freno al lavoro svolto dal dr. ALESSANDRINI e dal dr. D’AMBROSIO mettendo in dubbio la credibilità della “pista nera” che essi stavano giustamente seguendo e riportando l’attenzione sulla “pista rossa”, in particolare sui gruppi anarchici e sui gruppi, quale il “22 ottobre” di Genova, ispirati dalle tesi, pur deliranti, di Feltrinelli.
Esattamente il G.I. di Genova, dr. Giovanni Grillo, al termine di un’istruttoria che pur non era riuscita ad andare oltre l’individuazione dei tre autori materiali della strage e del suo organizzatore, Giancarlo Rognoni, pur con uno stile un po’ aulico aveva scritto:
“La prospettiva d’azione era quella di creare uno stato di tensione nel Paese: e a ciò sarebbe riuscita in maniera egregia l’eccidio ferroviario che, falsamente attribuito all’opposta fazione secondo una raffinata tecnica di lotta ormai collaudata dalla storia, avrebbe sconvolto  l’opinione pubblica e cagionato universale esecrazione in una intensità proporzionale all’entità del delitto senza precedenti. Lo sconquasso per la compagine statuale sarebbe stato certamente enorme, se rapportato a quello ancora vigente a distanza di anni per il minore eccidio di Piazza Fontana a Milano; la pacifica convivenza del popolo e la stessa sovranità dello Stato… ne sarebbero uscite ben scosse e la sicurezza interna messa a dura prova dallo scatenarsi di rappresaglie e dall’apparizione dei salvatori di turno che minacciano o cercano di ricorrere alla maniera forte per fornire al cittadino la restaurazione dell’ordine sconvolto”.
Il Giudice Istruttore si riferiva agli esiti della perizia che aveva evidenziato come dall’attentato sarebbe conseguita una catastrofe soprattutto se l’ordigno fosse esploso in una delle tante gallerie che costellano il tratto Genova – La Spezia e al fatto che, secondo le dichiarazioni degli imputati, l’attentato sarebbe stato rivendicato a nome del gruppo di ispirazione feltrinelliana “22 ottobre” di cui alcuni aderenti erano in quel momento sotto processo dinanzi alla Corte d’Assise di Genova.

Si ricordi, e la coincidenza non può essere casuale, che proprio poche settimane prima, il 17 marzo 1973, dinanzi ai due giudici milanesi era iniziata la lunga e pur ambigua semiconfessione di GIOVANNI VENTURA il quale aveva ammesso di avere partecipato con gli altri esponenti del gruppo Freda ad alcuni degli attentati precedenti a quelli del 12 dicembre 1969 e, pur sostenendo di essersi tenuto in seguito in disparte e di avere seguito lo sviluppo degli avvenimenti solo come osservatore per conto di un servizio segreto, aveva comunque fornito importanti spunti investigativi per risalire alla responsabilità della cellula di Padova anche per gli attentati più gravi.
Se Giovanni Ventura fosse definitivamente crollato sotto l’incalzare dell’attività investigativa degli inquirenti, come si temeva negli ambienti di Ordine Nuovo e del S.I.D. del generale Maletti (che avevano offerto a Ventura una facile evasione dal carcere di Monza da questi rifiutata), certamente l’intera operazione del 12 dicembre 1969 sarebbe venuta alla luce e l’intero castello sarebbe franato consentendo di risalire anche alle più alte responsabilità. Per queste ragioni i retroscena dell’attentato del 7 aprile 1973 accennati nel documento Azzi sono di eccezionale rilievo poiché giustamente inquadrano l’attentato non come un’iniziativa di un manipolo di fanatici, ma come un vero e proprio piano articolato, collegato al depistamento delle indagini su Piazza Fontana e ordito anche da elementi del S.I.D. e da elementi romani della Direzione di Ordine Nuovo che avrebbero partecipato alle riunioni preparatorie tenutesi a Milano.  I riferimenti che i paragrafi C) ed E) del documento AZZI contengono in relazione alle fasi preparatorie dell’attentato del 7 aprile 1973 sono sostanzialmente tre tutti di grande importanza sotto il profilo della non occasionalità e della portata strategica dell’operazione.
Il primo riferimento riguarda due riunioni che si sarebbero tenute una a Lione e una a Parigi il 27 febbraio, poche settimane prima dell’attentato. Nella riunione di Lione, che appare essere stata di carattere generale, sarebbero stati discussi i criteri con cui dovevano essere scelti i militanti incaricati di compiere gli attentati ( paragrafo E ) e sarebbero stati presenti, in qualità di istruttore ex elementi dell’O.A.S.. Alla riunione di Parigi del 27 febbraio (cui avrebbero partecipato ROGNONI AZZI e DE MIN), più prossima all’attentato e di carattere più specifico, sarebbe poi emersa la scelta di compiere attentati ai treni al fine di determinare una tensione interna con ripercussioni anche internazionali.
Dagli accertamenti esperiti tramite la Digos di Milano (cfr. vol. 8, fasc. 1, f. 132) è emerso che effettivamente fra l’1 e il 2 aprile 1972 si era tenuta a Lione una riunione organizzata dal NUOVO ORDINE EUROPEO, di cui era segretario lo svizzero Gaston AMAUDRUZ (il rappresentante per l’Italia era l’On. Pino RAUTI, nota cit. pag. 199) con la presenza di esponenti dei vari gruppi di Ordine Nuovo francesi, italiani, spagnoli, inglesi e tedeschi. A tale riunione erano stati invitati anche i camerati del circolo DRIEU LA ROCHELLE di Tivoli animato dal prof. Paolo SIGNORELLI, i quali tuttavia non avevano potuto partecipare personalmente e si erano limitati ad inviare una comunicazione scritta (cfr. dep. Sergio CALORE al P.M. di Milano 3.2.1987 f.6 vol. 10, fasc.1).
Anche Giancarlo Rognoni era del resto in contatto con Gaston AMAUDRUZ. I due, infatti, si erano incontrati anche a Losanna quando Rognoni era ormai latitante dopo l’attentato al treno e prima che egli proseguisse la sua fuga in Spagna (cfr. dep. Pietro Benvenuto al G.I. di Bologna, 26.2.1986, vol. 10, fasc. 6, f. 82).
E’ quindi assai probabile che Giancarlo Rognoni abbia partecipato personalmente al convegno di Lione o vi abbia mandato qualche suo inviato e che in tale sede il suo gruppo abbia partecipato alla discussione sulla strategia del programma terroristico che stava per iniziare.
Il carattere decisamente radicale del convegno (durante il quale era stato approvato un documento in cui si richiedeva la liberazione del gerarca nazista Rudolf Hess) fa ritenere del resto del tutto probabile che, a margine dello stesso, siano state discusse le modalità con cui compiere attentati ed i criteri di scelta delle persone cui dovevano essere affidati.
Della riunione di Parigi del 27 febbraio non vi è traccia ufficiale ma è probabile che, visto il taglio più specificamente operativo della riunione stessa in cui sarebbe stato deciso di compiere attentati ai treni, l’incontro abbia avuto carattere più ristretto e certo non pubblico. Del resto la presenza di Nico AZZI a Parigi, al fine di stringere una alleanza operativa con i camerati francesi è stata segnalata anche da Marco AFFATIGATO (cfr. dep. 29.4.1992 f. 2 – 3).
Il secondo riferimento alle fasi preparatorie dell’attentato al treno Torino – Roma probabilmente riguarda una riunione che sarebbe avvenuta a Milano dopo l’incontro di Parigi del 27 febbraio e quindi in un momento assai prossimo alla fase operativa. A tale riunione avrebbero partecipato Nico AZZI, Giancarlo ROGNONI, Cesare FERRI (protagonista in quei giorni dell’attentato alla sede del P.S.I. di Crescenzago avvenuto il 1° marzo 1973) e due persone che AZZI avrebbe definito al suo interlocutore “molto importanti” in quanto facenti parte del SID.
L’affermazione può apparire sin troppo inquietante, ma diventa subito più ragionevole se si pone l’attenzione alle complessive risultanze istruttorie e alle dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA, sia quelle iniziali sia quelle più recenti, che ha indicato Ordine Nuovo come una struttura completamente controllata negli anni ’70 dai Servizi di Sicurezza sotto il profilo delle coperture, del “controllo senza repressione” e anche della collusione operativa.
Del resto lo scenario che emerge da questa e dalle precedenti istruttorie, è effettivamente quello di una organizzazione “sotto tutela” dai suoi più alti vertici sino ai semplici militanti delle varie cellule. L’On. Pino RAUTI, dirigente ideologico di Ordine Nuovo, sin dagli anni ’60, aveva importanti legami con ambienti militari (cfr. sul punto fra gli altri GUBBINI, dep. 24.1.1994 f.1.). A Padova Giovanni VENTURA era, sin dagli anni precedenti la strage di Piazza FONTANA, in contatto con il S.I.D. e la fuga di POZZAN in Spagna, come quella di GIANNETTINI (elemento di collegamento fra la cellula di Padova e il S.I.D.) era stata direttamente portata a termine da uomini del Servizio accompagnandolo a Madrid con documenti falsi appositamente preparati.

A Venezia, Delfo ZORZI era certamente in contatto anche con il Ministero dell’Interno e con l’Ufficio Affari Riservati (cfr. int. Vinciguerra 3.3.1992, ff. 2 – 3) mentre Carlo DIGILIO, come ampiamente si vedrà, controllava addirittura i gruppi di Padova e di Venezia per conto di Servizi Segreti stranieri che, a quanto sembra, nulla ha fatto per impedire le attività eversive in preparazione di cui pur era stata debitamente messa al corrente dal suo informatore. Sempre a Padova, il Centro C.S., nei primi anni ’70, disponeva di un altro stabile informatore all’interno di Ordine Nuovo, e cioè Gianni CASALINI che aveva il nome in codice TURCO (fonte “opportunamente” chiusa dal generale MALETTI allorché CASALINI rischiava di diventare un teste d’accusa contro il gruppo FREDA) e a Venezia, nella seconda metà degli anni ’70, il Centro C.S. della città aveva anch’esso nel gruppo di O.N. uno stabile informatore, Giampietro MONTAVOCI dal nome in codice MAMBO (cfr. vol.30, fasc.9).
Dalle testimonianze del cap. LABRUNA è poi emerso che, mentre erano in corso nel 1973 le indagini dei giudici milanesi sul gruppo di FREDA e VENTURA, il generale Maletti, tramite lo stesso LABRUNA, era in contatto con Massimiliano FACHINI e cioè il “superstite” del gruppo FREDA (cfr. dep. LABRUNA ai G.I. di Milano e Bologna in data 9.10.1992). Le collusioni e le sintonie fra le due strutture non si fermano a Padova e Venezia.
La fuga di Augusto CAUCHI, ordinovista toscano coinvolto in numerosi attentati e rimasto latitante in Spagna e Argentina sino al 1993, era stata possibile prima grazie all’aiuto di un maresciallo dei CC. di Arezzo e poi addirittura grazie al Capocentro del S.I.D. di Firenze, colonnello Federico MANNUCCI BENINCASA, il quale aveva omesso di avvertire la Polizia Giudiziaria del luogo ove CAUCHI poteva essere rintracciato a Milano prima che questi riparasse all’estero (cfr. requisitoria del P.M. di Bologna nell’istruttoria bis sulla strage dell’Italicus pagg. 12 e 61).
Del resto Vincenzo VINCIGUERRA ha raccontato episodi e progetti non meno inquietanti sul piano operativo quali la collocazione da parte di Cesare FERRI di esplosivo in una cabina elettrica insieme ad un Capitano dei carabinieri (vedi int. 16.4.1991 f.2; l’episodio è stato confermato nell’intervista rilasciata all’Espresso da Stefano DELLE CHIAIE in data 26.12.1982 vedi vol.11 fasc. 6 f. 29) e l’organizzazione di attacchi simulati da parte degli uomini del MAR alle caserme dei carabinieri in Valtellina.
In occasione di tali attacchi, i militari, pur reagendo al fuoco, avrebbero dovuto sparare senza colpire nessuno al fine di non smascherare i responsabili dell’azione e non far venir meno l’effetto destabilizzante e la risposta autoritaria cui era finalizzato tale progetto (cfr. int. Vinciguerra 6.6.1991 f. 1).
Il quadro del reciproco aiuto e delle sintonie operative negli anni ’70 fra Ordine Nuovo e Apparati dello Stato (meglio dovrebbe dirsi degli Stati del Patto Atlantico vista l’infiltrazione e il controllo operato da Servizi stranieri su O.N. tramite Carlo DIGILIO), in nome dei comuni valori della difesa della civiltà occidentale dal comunismo, è quindi un quadro organico e dall’intera istruttoria emerge, come si vedrà, che anche il gruppo La Fenice non ne era certo escluso.
In merito ai rapporti fra il gruppo milanese e il S.I.D. è stata acquisita una specifica testimonianza che conferma la piena attendibilità di quanto accennato nel documento AZZI. Infatti Graziano GUBBINI, molto legato in carcere al milanese Fabrizio ZANI, aveva appreso da questi alcune confidenze di Nico AZZI secondo cui il gruppo LA FENICE era legato al S.I.D. e ad alcuni degli attentati commessi da AZZI e dal suo gruppo era presente personalmente un ufficiale dei Carabinieri (cfr. dep. GUBBINI A.G. di Milano e Bologna 24.1.1994). AZZI non aveva specificato a ZANI se ciò fosse accaduto anche in occasione dell’attentato al treno, ma ZANI aveva espresso comunque a GUBBINI il timore che AZZI se messo alle strette, si risolvesse a parlare rendendo così noti all’A.G. retroscena di enorme gravità che sinora nelle varie istruttorie non erano mai emerse.
Sia il quadro complessivo dell’istruttoria che ha focalizzato le complicità di cui godeva Ordine Nuovo sia tale specifica testimonianza rendono quindi del tutto attendibile l’intervento di soggetti legati al S.I.D. nelle fasi preparatorie dell’attentato del 7 aprile 1973.
Ovviamente non è possibile sapere se si trattasse di militari in servizio presso il S.I.D. o di collaboratori di tale struttura (quale era il giornalista Guido GIANNETTINI incaricato dal S.I.D. di mantenere i contatti con la cellula di Padova) ma è certo che la progettazione di un episodio come quello del 7 aprile 1973 non poteva non interessare i settori più inquinati del S.I.D. dell’epoca proprio per le finalità che tale attentato si prefiggeva e che sono state poc’anzi esposte. Infatti, come ha ricordato anche Sergio CALORE (cfr. int. al P.M. di Milano in data 3.2.1987, vol. 10, fasc. 1, f. 4), l’attentato al treno Torino-Roma doveva depistare le indagini condotte dai giudici di Milano sulla strage di Piazza Fontana e metterli in difficoltà quanto meno dinanzi all’opinione pubblica, far tornare la pressione delle autorità di Polizia e dell’A.G. sui gruppi legati alle ideologie di Feltrinelli in quanto sicuri responsabili di una strage, venire concretamente in aiuto dei detenuti del gruppo FREDA ed impedire soprattutto un completo cedimento di Giovanni VENTURA.
Tutti questi obiettivi erano in perfetta sintonia con la linea del S.I.D. in quei mesi che aveva appena procurato l’espatrio di Marco POZZAN e Guido GIANNETTINI e stava preparando, proprio all’inizio del 1973, il progetto di evasione di Giovanni VENTURA, “favore” che peraltro questi avrebbe poi rifiutato forse nel timore di essere successivamente eliminato.

Sul piano politico generale i frutti della strage sul treno del 7 aprile 1973 sarebbero stati inoltre raccolti in occasione della grande manifestazione della Maggioranza Silenziosa a Milano già fissata per il 12.4.1973, quando, dopo la strage “rossa”, la piazza di destra avrebbe chiesto con forza una risposta autoritaria e la proclamazione dello stato di emergenza contro la sovversione. Tale programma era poi miseramente fallito grazie all’errore tecnico di Nico AZZI e al suo arresto in flagranza che non lasciava dubbi sulla paternità dell’attentato. Il terzo riferimento relativo alla fase preparatoria dell’attentato riguarda le ore appena precedenti lo stesso e cioè la riunione svoltasi alla birreria tedesca Wienervald nei pressi della galleria Vittorio Emanuele la sera del 6.4.1973. Secondo il paragrafo C) del documento, i timers (più esattamente i detonatori) da usarsi nell’attentato provenivano dalla caserma di Casale Monferrato ed i particolari dell’azione del 7 aprile erano stati discussialla Birreria tedesca nei pressi della galleria Vittorio Emanuele, presenti ROGNONI, AZZI, DE MIN, MARZORATI, la moglie di ROGNONI, una ragazza legata a Nico AZZI ed altre tre persone venute da Roma di cui l’interlocutore di AZZI non era riuscito a conoscere i nomi, e sperava di venirne a conoscenza nel corso di un secondo incontro con la fonte che però evidentemente non ha avuto luogo.
Infatti il redattore dell’appunto nel paragrafo C) ha posto fra parentesi, facendo capire così che si tratta di una sua nota, le seguenti parole: “non si è ancora arrivati a conoscerne i nomi ma si spera di conoscerli presto”.

La riunione del 6 aprile 1973 e la sua connessione con la messa a punto degli ultimi dettagli del piano che sarebbe scattato la mattina dopo sono due circostanze storicamente certe. Alla luce degli atti dell’istruttoria di Genova, per ammissione di quasi tutti gli imputati e testimoni erano presenti quella sera i quattro esponenti de LAFENICE poi condannati (fra cui Mauro MARZORATI che si era recato all’incontro con la borsa già contenente l’esplosivo, cfr. int. A.G. di Milano 22.7.1992 f.3), Piero BATTISTON, Mauro MELI la moglie di ROGNONI Anna CAVAGNOLI, Cinzia DI LORENZO, forse qualche altra ragazza del gruppo e certamente qualche altra persona.
Durante la cena i milanesi che dovevano agire la mattina dopo si erano, almeno “ufficialmente” appartati (ma è possibile che si tratti di una versione edulcorata al fine di non aggravare la posizione degli altri presenti) per prendere gli ultimi accordi. Alcuni imputati e testimoni (cfr. dep. Piero BATTISTON al G.I. di Genova 26.5.1973, vol.7, fasc.1, f.20; Francesco DE MIN al G.I. di Milano int. 11.11.1991, f.2) hanno infatti ammesso che erano presenti “altre persone”, ma nessuno per evidenti ragioni di reticenza e di solidarietà ha voluto o potuto indicarne i nomi e la provenienza. Dal tenore complessivo delle dichiarazioni, sembra però di comprendere che gli “altri presenti”, oltre Mauro MELI, fossero effettivamente meno conosciuti almeno da alcuni dei milanesi e provenissero quindi da altre città.
E’ del tutto verosimile, proprio in ragione di tali reticenze, che gli altri presenti fossero dirigenti romani di Ordine Nuovo venuti appositamente a Milano con un compito di supervisione dell’importante operazione che sarebbe scattata l’indomani. Il pensiero corre immediatamente alle dichiarazioni di Sergio CALORE il quale ha affermato di aver saputo da AZZI che alla riunione in Birreria, fra i non milanesi, oltre a Mauro MELI era presente il prof. Paolo SIGNORELLI (cfr. int. Calore al P.M. di Milano 3.2.1987 f.5).
L’affermazione di Nico AZZI è in perfetta sintonia con la testimonianza di Giorgio MUGGIANI il quale ha dichiarato di aver ricevuto da Cristina MERICO la confidenza che “SIGNORELLI veniva a Milano prima di ogni attentato” (cfr. dep. MUGGIANI 23.4.1991 f.1). Assai significativamente del resto il prof. SIGNORELLI era presente, anche per sua stessa ammissione (cfr. int. 13.10.1994, f.2) in qualità di relatore, al convegno del Centro Studi Europa tenutosi poche settimane prima a Genova e a margine del quale Azzi, Marzorati e De Min avevano acquistato presso un grande magazzino COIN del centro di Genova, la sveglia che sarebbe servita per attivare il congegno confezionato per l’attentato del 7.4.1973 (cfr. dep. Pietro BENVENUTO, ordinovista di Genova e aderente al C.S.E., al G.I. di Bologna, 26.2.1986, vol.10, fasc.6, f.79).
Sempre secondo la testimonianza di Piero BENVENUTO del resto al termine del convegno, SIGNORELLI, ROGNONI e gli altri milanesi si erano allontanati insieme per andare a cenare, circostanza questa che evidenzia la familiarità dei rapporti fra l'”ideologo” romano e i componenti il gruppo LA FENICE (cfr. dep. BENVENUTO sempre al G.I. di Bologna 17.3.1986 vol.10, fasc.6, f.16).
La presenza di uno o più “supervisori” appartenenti alla struttura centrale di Roma è del resto del tutto logica in una organizzazione strutturata in modo gerarchico come Ordine Nuovo ed è del tutto ragionevole che fra di essi vi fosse il prof. SIGNORELLI, il quale anche in ragione del suo riconosciuto carisma, era la persona più idonea a dare ai milanesi l’approvazione politica dell’attentato che essi si accingevano a compiere.
Infatti Vincenzo VINCIGUERRA, profondo conoscitore dei meccanismi interni a Ordine Nuovo, organizzazione in cui aveva militato sin da giovanissimo, in merito all’attentato al treno del 7.4.1973 ha sottolineato che “un episodio del genere si colloca in una strategia tesa a provocare la proclamazione dello stato di emergenza da parte di coloro che già detenevano il potere e che non potevano restare indifferenti dinanzi al clima di insicurezza e di paura che attentati come questi provocavano nella popolazione. E’ questa la logica di tutte le stragi e del terrorismo in genere” e soprattutto ha aggiunto che “sulla base della mia esperienza, posso affermare che attentati di portata strategica, capaci di avere pesantissime ripercussioni sul piano politico e su quello dell’ordine pubblico non potevano essere decisi da un semplice capogruppo locale come all’epoca era ROGNONI (cfr. int. VINCIGUERRA, 16.4.1991 f.3).

E’ il superiore gerarchico di ROGNONI, capogruppo locale per Milano, era, per ammissione dello stesso ROGNONI (cfr. int. al G.I. di Bologna, 21.10.1985, vol.10, fasc.6, f.60) appunto il prof. Paolo SIGNORELLI. Anche Marco AFFATIGATO, del resto, durante la comune latitanza a Londra con Clemente GRAZIANI (uno dei capi di Ordine Nuovo e quindi fonte estremamente attendibile), aveva appreso da questi che “l’attentato al treno vicino a Genova a seguito del quale era stato arrestato AZZI faceva parte della strategia di Signorelli in quanto quest’ultimo era un superiore gerarchico di Giancarlo ROGNONI (cfr. dep. Affatigato, 29.4.1992 f.3).
Secondo AFFATIGATO, Clemente GRAZIANI, il quale era stato uno dei pochi capi di Ordine Nuovo a dissociarsi decisamente dalla strategia delle stragi (di cui lo stesso Graziani individuava FREDA come iniziatore e SIGNORELLI come continuatore), si era espresso in tal senso sulla base di cognizioni concrete di cui disponeva che tuttavia non aveva voluto approfondire con il suo interlocutore.
Anche Edgardo BONAZZI ha riferito inoltre di aver appreso in carcere da Nico AZZI che SIGNORELLI (come elemento sovraordinato a Giancarlo ROGNONI e con il quale frequentemente egli si incontrava) era sicuramente informato del progetto dell’attentato al treno (cfr. dep. Bonazzi 15.3.1994 f.3).
Anche in relazione alla riunione tenuta la sera del 6.4.1973 alla Birreria Wienervald, le notizie contenute nel documento AZZI risultano quindi pienamente attendibili alla luce delle complessive risultanze istruttorie, risultanze che lambiscono o piuttosto toccano il prof. Paolo SIGNORELLI in merito ad una sua corresponsabilità nell’ideazione e nell’approvazione della mancata strage sul treno Torino – Roma.

Sentenza ordinanza G.I. Salvini 1995

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