Riscontri sul “documento Azzi” – prima parte

Nel corso dell’istruttoria sono stati effettuati, in una prima fase dal Pubblico Ministero e in seguito dal Giudice Istruttore, tutti i riscontri necessari e possibili, compatibilmente con il tempo trascorso, al fine di valutare l’attendibilità delle notizie contenute nel documento Azzi. In alcuni casi riscontri conclusivi non sono stati possibili per la scarsità dei dati di riferimento contenuti nel documento. Ad esempio non è stato possibile, per mancanza di dati sufficienti, pervenire all’identificazione dei vari ufficiali dell’Esercito che nel documento sono indicati in contatto con il gruppo La Fenice e che erano disponibili a fornire armi ed esplosivi dalle caserme.
Nella prima parte del documento si accenna anche a due magistrati che sarebbero stati disponibili a fornire notizie al gruppo circa l’andamento delle indagini. Anche in questo caso non è stato possibile, per le medesime ragioni, identificare tali soggetti, ma la notizia in sè non deve stupire posto che ad esempio, con riferimento al M.A.R., Gaetano ORLANDO ha parlato più volte dell’esistenza di “coperture giudiziarie” che fra l’altro avevano consentito il trasferimento del primo processo contro il gruppo a Lucca e favorito in qualche modo la conclusione dello stesso con assoluzioni o irrogazione, al più, di pene irrisorie.
Del resto, Gaetano ORLANDO ha parlato anche di un magistrato di Monza, da tempo deceduto, presente alle riunioni a Milano di ITALIA UNITA insieme allo stesso Orlando e a Fumagalli ed un magistrato del Canton Ticino (di cui non ha voluto indicare il nome) il quale si era adoperato per favorire la fuga dello stesso Orlando verso il Belgio, Paese da cui egli avrebbe poi raggiunto la Spagna. Non è stato inoltre individuato l’attentato al tritolo alla sede del P.C.I. di Abbiategrasso (di cui si parla al paragrago G) del documento), ma è possibile che tale episodio nell’appunto sia stato scambiato con l’analogo attentato commesso in quel periodo in danno della Sezione “Campeggi” del P.C.I. di Vigevano, attentato probabilmente compiuto da Giancarlo ESPOSTI. In altri casi nessun tipo di riscontro è stato reso possibile dall’enorme periodo di tempo trascorso. Ci riferiamo soprattutto alle notizie contenute nel documento circa i finanziamenti provenienti dall’estero al gruppo nonché all’esistenza di un deposito di armi ed esplosivi in una agenzia di Abbiategrasso e alla provenienza di parte di tale materiale dall’Alto Adige. Non è stato ovviamente neppure possibile verificare se partite di esplosivo viaggiassero occultate in camion di commercianti di frutta provenienti dal meridione, ma in relazione a tale circostanza vi è però da rilevare che una lettera anonima pervenuta all’A.G. di Milano durante l’istruttoria relativa all’uccisione dell’agente Antonio Marino indicava proprio in camion carichi di frutta provenienti dal Sud uno dei sistemi con cui gli estremisti di destra milanesi erano riforniti di esplosivo. Comunque nella grande maggioranza dei casi le notizie contenute nell’appunto sono state positivamente confermate. In alcuni casi il riscontro è stato acquisito tramite accenni o frammenti di dichiarazioni, magari trascurate, già presenti in precedenti istruttorie o tramite rapporti di p.g. recuperati nelle varie Questure e contenenti talvolta notizie in sintonia con i fatti contenuti nel documento e che all’epoca non era stato nemmeno possibile collegare alle attività eversive dell’estrema destra. In altri casi, anche con riferimento, a notizie di notevole importanza contenute nel documento, quali la vicenda dei timers, nuovi e decisivi riscontri sono stati acquisiti tramite le dichiarazioni di persone che sono state sentite per la prima volta o per la prima volta in questa istruttoria hanno deciso di collaborare. E’ giunto quindi il momento di esporre, nel modo più completo possibile gli elementi di riscontro che corroborano i singoli episodi e le singole circostanze, segnalando che per quanto concerne il traffico di bombe a mano SRCM dalle caserme di cui si parla al paragrafo F) del documento può comunque farsi anche riferimento al capitolo 16) della presente ordinanza, ove si tratta dello scambio di ordigni di tal genere fra i gruppi di Roma e di Milano. E’ importante sottolineare che alcune delle circostanze positivamente verificate consentono di penetrare più a fondo nel segreto della strage di Piazza Fontana e degli avvenimenti immediatamente successivi e ad essa collegati. Ci riferiamo alla disponibilità dei timers usati per la strage da parte del gruppo milanese dopo la strage stessa, timers che avrebbero dovuto essere usati per una operazione di depistaggio e di inquinamento in danno di Giangiacomo Feltrinelli. Tale operazione avrebbe dovuto, nel 1973, mettere in difficoltà le indagini sulla pista nera iniziate dai giudici di Treviso e proseguite da quelli di Milano e riportare l’attenzione dell’opinione pubblica e dell’Autorità Giudiziaria su false piste “rosse” o “anarchiche”. Ecco quindi i riscontri raccolti sui singoli punti del documento Azzi:

– SULL’ATTENTATO ALLA COOP ITALIA DI BOLLATE DEL 1°.3.1973:
L’attentato in danno di una Cooperativa di cui si parla nel paragrafo A) del documento è sicuramente identificabile nell’episodio avvenuto all’alba del 1° marzo 1973 alla COOP ITALIA di via Silvio Pellico 60 a Bollate. Ignoti avevano collocato sotto tre autocarri parcheggiati all’interno del cortile, altrettanti ordigni, costituiti complessivamente da 34 candelotti di esplosivo, collegati fra loro da una miccia con detonatore. Forse a causa dell’intervento di un dipendente della COOP che aveva notato uno degli attentatori o forse a causa di un errore tecnico, le tre cariche non erano state attivate ed il materiale esplosivo era stato sequestrato dai Carabinieri della Stazione di Bollate, subito intervenuti (vedi vol. 8, fasc. 1, ff. 318 e seguenti). Alla COOP ITALIA erano all’epoca iscritti soprattutto lavoratori di orientamento socialista o comunista e quindi tale fallito attentato, che poteva avere conseguenze molto gravi, non costituiva un’azione mimetizzata o diversiva da attribuirsi ad avversari politici, ma un attacco diretto contro le forze di sinistra della zona. Nel documento si accenna ad un tentativo di coinvolgimento nell’attentato di Carlo FUMAGALLI, da parte del gruppo LA FENICE, tentativo che non sarebbe riuscito per il rifiuto di Fumagalli di partecipare all’attentato. Tale circostanza ha avuto piena conferma.
Infatti Carlo Fumagalli, sentito in merito a tale episodio in data 5.4.1991, non ha avuto difficoltà a rievocare la vicenda:
“Per quanto concerne il fatto di cui si accenna nel documento… ricordo effettivamente che ci fu una proposta di attentato in danno di una COOP, cioè una cooperativa rossa. Questo attentato mi fu proposto dal D’INTINO una volta quando venne nella mia carrozzeria di via Folli; mi chiese di partecipare con i miei uomini e di fornire anche l’esplosivo. L’obiettivo era nel milanese ma non mi ricordo dove. D’Intino, e forse Vivirito parlavano come proponenti di questo progetto di ROGNONI e del gruppo La Fenice. Io mi rifiutai di collaborare perché un attentato del genere, per le ragioni che ho spiegato nella recente deposizione, non era assolutamente nella mia ottica e non faceva parte della mia visione della lotta politica. Questa proposta di D’Intino avvenne nel 1973, non ricordo esattamente il mese. In sostanza quanto accennato nel documento e cioè che io avrei tentato di bloccare l’episodio è esatto”.

Quanto riferito da Nico AZZI al suo ignoto interlocutore sull’attentato alla Coop corrisponde quindi a verità. Si noti che nel documento si fa cenno a Mario DI GIOVANNI come una delle persone cui poteva essere affidata l’esecuzione dell’attentato prima che Carlo Fumagalli opponesse il suo rifiuto e che quindi Giancarlo Rognoni affidasse l’incarico ad Azzi e De Min. All’epoca Mario Di Giovanni era un giovane militante di A.N., molto legato ad Alessandro D’Intino che a sua volta era in stretti rapporti con Carlo Fumagalli cui D’Intino aveva presentato la proposta di Giancarlo Rognoni. E’ quindi del tutto logico che nel momento in cui ancora si confidava in un appoggio di Carlo Fumagalli per l’esecuzione dell’attentato, Mario Di Giovanni potesse essere individuato da Giancarlo Rognoni come una delle persone che sarebbero state incaricate dell’azione. Venuto meno l’appoggio di Fumagalli e dei giovani di A.N. a lui vicini, solo a componenti de La Fenice quali De Min ed Azzi poteva ormai essere affidato, come si legge nel documento, un compito del genere. Giancarlo Rognoni, Nico Azzi e Francesco De Min, hanno negato di aver organizzato o partecipato materialmente al fallito attentato (cfr. rispettivamente int. in data 9.10.1991, 18.10.1991 e 11.11.1991). Francesco DE MIN si è tuttavia lasciato sfuggire un’osservazione importante, affermando di aver sentito parlare in carcere di tale attentato (egli era stato effettivamente arrestato poco più di un mese dopo, per l’attentato al treno del 7.4.1973), e che in carcere i militanti di A.N. attribuivano tale episodio al gruppo di Rognoni e viceversa (11.11.1991 f.1).
Tale pur reticente accenno se da un lato colloca con certezza l’esecuzione dell’attentato nel ristretto ambiente delle persone gravitanti all’epoca intorno a Rognoni e Fumagalli (supporto logistico quest’ultimo, di A.N. a Milano) d’altro lato rispecchia fedelmente parte della “trattativa” che vi era stata prima dell’attentato stesso, proposto da Rognoni, tramite i giovani di A.N., a Carlo Fumagalli e poi, a causa del rifiuto di questi, eseguito dal gruppo La Fenice. Quindi la fase preparatoria dell’attentato è stata rievocata, seppur in modo parzialmente distorto, proprio dall’imprudente accenno del De Min che ha riferito almeno una parte di verità, e cioè l'”accusa” da parte degli elementi di A.N. a quelli del gruppo La Fenice di aver voluto comunque compiere l’attentato il cui progetto non era stato accolto dagli avanguardisti. Ovviamente De Min si è ben guardato dall’aggiungere che l'”accusa” degli avanguardisti era vera e che il tentativo da parte dei detenuti appartenenti a La Fenice, di ribaltarla era certamente solo un modo di creare un pò di utile confusione sul travagliato episodio. Del resto anche Mauro MARZORATI, che non sembra aver avuto parte nell’episodio di Bollate, ha accennato a qualcosa di analogo, affermando di aver sentito parlare di tale attentato, che ricordava essere fallito, in carcere nel contesto delle persone con cui era detenuto, pur non potendo o non volendo dire chi gliene avesse parlato (int. Marzorati 22.7.1991 f.4).
Anche tale pur timido accenno di Marzorati riporta evidentemente l’esecuzione dell’attentato di Bollate al ristretto ambiente di persone con cui nei mesi precedenti aveva condiviso la militanza ed in seguito condiviso la detenzione. Ma un’altra circostanza ricollega l’attentato alla Coop di Bollate al gruppo La Fenice. In data 13.12.1973, personale della Questura di Milano rinveniva, all’interno di un’autovettura parcheggiata nel garage San Remo sito nel centro di Milano e di proprietà, così come l’autovettura, di Pio BATTISTON, un piccolo arsenale: 58 candelotti di esplosivo da mina, una saponetta di tritolo, altre quattro cilindretti di tritolo, tre pezzi di miccia una pistola ed alcune cartucce (vedi vol. 19., fasc. 6). Pio Battiston è il padre di Pietro BATTISTON, componente il gruppo La Fenice il quale all’epoca lavorava anch’egli nell’autorimessa. Nonostante tale grave ed evidente situazione probatoria nessuno veniva, alla conclusione della vicenda, ritenuto responsabile della detenzione dell’esplosivo. Pio Battiston infatti, il quale aveva dichiarato al Pubblico Ministero in data 17.12.1973 che probabilmente l’esplosivo apparteneva al figlio ed ai suoi “amici” veniva prosciolto in istruttoria e Pietro Battiston, che subito dopo la perquisizione era riuscito a rendersi latitante (e non era più rientrato in Italia) nonostante la chiarezza degli elementi a suo carico veniva fortunosamente e singolarmente assolto in dibattimento per insufficienza di prove. Si osservi, incidentalmente, che durante la perquisizione operata nell’appartamento di Pietro Battiston dopo che questi si era allontanato venivano rinvenute tre tessere di partito di un iscritto al P.C.I. di Siena probabilmente destinate ad essere fatte ritrovare in occasione di qualche attentato o altra situazione illecita “mimetizzata” e cioè da attribuirsi agli avversari politici come già era stata intenzione di Martino SICILIANO in relazione all’attentato all’Università cattolica (cfr. cap. 15).
In merito a tale “infortunio” del collegio giudicante, Biagio PITARRESI ha dichiarato che l’esplosivo effettivamente apparteneva a Pietro Battiston e al gruppo La Fenice, ma che Giancarlo Rognoni, prima del processo, gli aveva confidato che per il camerata “non ci sarebbero stati problemi” profezia che si è puntualmente avverata (cfr. dep. Pitarresi 10.11.1992 f. 2). Significativamente Biagio Pitarresi ha aggiunto di aver avuto la netta sensazione in quegli anni che Giancarlo Rognoni avesse dei contatti più in alto che gli consentivano di “usare” dei giovani mantenendo comunque una copertura tale da muoversi con una certa sicurezza.
E’ comunque pressochè certo che, a partire dalla primavera del 1973, Pietro Battiston (definito da Graziano Gubbini uno dei “bombardieri” del gruppo La Fenice dep. 24.1.1994 f. 2 – e probabilmente non estraneo all’attentato sul treno, del 7.4.1973), sia divenuto, dopo l’arresto di Azzi e la fuga all’estero di Rognoni, il custode ed il responsabile della dotazione logistica del gruppo. L’esame del materiale sequestrato soprattutto rende evidente il collegamento del deposito rinvenuto nel garage di Battiston sia con l’attentato alla Coop di Bollate sia con l’attentato al treno Torino-Roma.
Infatti i candelotti di esplosivo rinvenuto a Bollate e quelli rinvenuti nel garage di Battiston sono assolutamente identici trattandosi in entrambi i casi di cilindretti di esplosivo da mina da 100 grammi ciascuno, marca S.I.P.E. NITREX cava extra. Parimente sono identiche le due saponette di tritolo da 500 grammi, provenienti da un deposito militare, una delle quali maneggiata da Nico Azzi nella toilette del treno Torino-Roma e l’altra sequestrata nel garage di Battiston. Tali elementi inducono ad una amara riflessione sulla sottovalutazione anche sul piano giudiziario dell’attività all’epoca di personaggi come Rognoni, Azzi e Battiston (assolto quest’ultimo senza un minimo di approfondimento) nei cui confronti già dagli anni ’70 dovevano essere elevate serie imputazioni associative ed ai quali doveva essere contestata la disponibilità della dotazione logistica del gruppo nella sua globalità.
La conferma conclusiva della riconducibilità dell’attentato alla COOP di Bollate al gruppo di Giancarlo Rognoni e Nico Azzi è giunta grazie alla testimonianza di Edgardo BONAZZI che in carcere aveva ricevuto numerose e precise confidenze dallo stesso Azzi (cfr. dep. 7.10.1994, f.3):
“……Sempre per quanto concerne il gruppo La Fenice, Azzi mi parlò di vari attentati che lui e gli altri avevano commesso. Mi è rimasto impresso nella memoria solo un episodio che doveva essere abbastanza grosso e che era stato in danno di una Cooperativa e c’erano di mezzo dei camion che erano stati minati tutti insieme tramite congegni collegati fra loro da miccia detonante. Azzi aggiunse che l’attentato era fallito perché qualcosa non era andato bene, ma non saprei dire altro”.
Gli elementi di riscontro ora esposti confermano comunque in modo definitivo la responsabilità degli indiziati per l’attentato di Bollate del 1° marzo 1973. Nonostante tale certezza si impone comunque nei confronti di Rognoni Azzi e De Min una dichiarazione di non doversi procedere in quanto i reati di cui al capo 4 connessi all’attentato di Bollate sono ormai estinti per prescrizione.

Sentenza ordinanza G.I. Salvini 1995