Le dichiarazioni di Cecilia Amadio, madre di Gianni Nardi

Una chiave di lettura molto significativa di quanto accaduto a Pian del Rascino l’ha fornita Cecilia AMADIO, madre di Gianni NARDI, quest’ultimo in strettissimi rapporti di amicizia con Giancarlo ESPOSTI. Vi erano stretti rapporti anche tra le due rispettive famiglie, e in particolare tra l’AMADIO e la madre di ESPOSTI, quest’ultima deceduta ne 1996.
In sintesi la AMADIO ha riferito di aver appreso dalla madre di ESPOSTI, in un periodo di poco posteriore rispetto ai fatti del 30 maggio 74, che un ufficiale dei Carabinieri, che in un secondo tempo le era stato indicato dalla donna come DELFINO, aveva invitato il medesimo ESPOSTI a rifugiarsi in montagna, perché era in pericolo, e solo così avrebbe potuto proteggerlo. In realtà si sarebbe trattato di un piano collegato alla strage di piazza della Loggia.
Infatti, dopo l’eccidio, era stato elaborato ad arte, per incolparlo, un identikit che ritraeva un presunto responsabile della strage, che corrispondeva all’identikit di Giancarlo ESPOSTI, che tuttavia lo ritraeva rasato con i baffetti, laddove quest’ultimo si era fatto crescere nel frattempo la barba, mandando a monte il piano di DELFINO.
A questo punto i Carabinieri si erano recati sul posto e, per mano del maresciallo FILIPPI, Giancarlo ESPOSTI era stato ucciso.

La testimonianza della AMADIO è stata sottoposta in udienza a rigoroso controllo, sia per la sua rilevanza, sia al fine di distinguere eventuali sovrapposizioni tra quanto effettivamente appreso dalla madre di ESPOSTI e quanto oggetto delle sue personali valutazioni. Peraltro l’11 gennaio 1996 la teste era stata escussa dai Carabinieri davanti a quali: aveva escluso di aver appreso da ESPOSTI di suoi rapporti con i Carabinieri; aveva dichiarato di aver appreso da sua madre che Giancarlo, con la quale aveva un buon rapporto, che il figlio “era stato “ammazzato, in quanto aveva ricevuto il colpo di grazia da tale Maresciallo FILIPPI” ; che la madre di ESPOSTI le aveva riferito di aver appreso dal marito che il figlio, “poco prima di morire, gli aveva detto che i Carabinieri lo avevano tradito”; che escludeva di aver mai sentito il nome di DELFINO.

L’AMADIO è stata molto chiara e precisa:
ESPOSTI raccontava tutto alla madre e le confidenze di quest’ultima erano avvenute in un periodo in cui la AMADIO andava a consolarla, e cioè nei giorni successivi alla morte. Quando poi era emerso sui giornali che DELFINO aveva trovato il colpevole,
ecco che la madre di ESPOSTI le aveva precisato: “Ecco, è questo l’Ufficiale che ha fatto lo scherzo”. Ha confermato in ogni caso che il nome di DELFINO le venne fatto dalla madre di ESPOSTI nell’ambito dei colloqui avvenuti immediatamente dopo la sua morte. Il nome di DELFINO le venne fatto esplicitamente.
Quando venne interrogata dai Carabinieri l’11 gennaio 1996, occasione in cui non parlò di DELFINO, al momento non si era ricordata del nome. Poi ci aveva pensato. Ha parlato anche di un commento di questo successivo ricordo con i suoi
familiari: “Ma l’ho detto anche ai miei: <Mi ha domandato se conoscevo DELFINO…> e poi dico: <Orca bestia, il nome l’ho sentito io dalla mamma, proprio di questo…>”.
Il fatto dell’identikit sui giornali somigliante alle sembianze di ESPOSTI è stato oggetto non solo di sue valutazioni, a anche di un commento di sua madre: “Ecco! Ha fatto l’dentikit di mio figlio senza barba!”
Leggiamo alcune frasi di alcuni dei passi più significativi:
“La mamma mi ha raccontato una cosa abbastanza grave, che un ufficiale dei Carabinieri dice:< Vai su in montagna che io ti proteggo, perché sei in pericolo…se vuole il nome glielo dico pure…DELFINO…secondo la mamma…io c’ho creduto…era tutto un piano di questo signore che aveva architettato per preparare la strage di Brescia….Il testimone…aveva fatto l’identikit di colui che aveva messo la bomba nel cestino ed era l’identikit del povero Giancarlo ESPOSTI, viso pulito…ad un certo momento i Carabinieri arrivano là in montagna ed ammazzano il povero Giancarlo ESPOSTI che nel frattempo…si era fatto crescere la barba così. Quindi, il piano di DELFINO è andato a monte, perché quello aveva fatto l’identikit senza barba e dopo due giorni questo aveva la barba così e così il piano di DELFINO fallisce…io l’ho consolata… e lei mi ha detto: <Guarda, per me è stata una cosa tramata da questo DELFINO che vuole fare carriera…il figlio gli raccontava tutto…è un ufficiale dei Carabinieri…<mi ha detto di stare sicuro>…ed invece l’ha mandato là per mandare il Maresciallo FILIPPI ad ammazzarlo… aveva preparato il piano per incolpare lui per la strage… e’ l’identikit che aveva fatto il suo subalterno…io ho fatto il nome di DELFINO, perché do più chiarimenti, però coincide con quello che ho detto io, che DELFINO gli ha promesso una protezione a questo ragazzo…l’ho detto allora .L’ho detto allora con meno dettagli, ma poi ho saputo che questo ufficiale che ci dava, che gli dava garanzia…si chiamava DELFINO. Eh adesso ci aggiungo un DELFINO…  La mamma ha detto che era DELFINO, perché DELFINO è quello che ha fatto l’inghippo…mi è venuto in mente poi, mi è venuto in mente poi, perché dopo…dopo me ne ha parlato ancora con la madre e lei ha tirato fuori anche il nome
di DELFINO…Mi ha detto: <L’Ufficiale dei Carabinieri gli ha promesso la protezione…Non ti preoccupare, stai lì e stai sicuro> e faceva parte tutto di un piano, perchè lo manda su, poi arrivano i Carabinieri e lo vanno ad ammazzare…”.
A testimonianza della AMADIO appare senz’altro attendibile, sia per la lucidità della sua esposizione, che per il rigore logico con il quale h spiegato le parziali discordanze rispetto alla precedente esposizione.
La AMADIO non è certamente un teste compiacente: in occasione dei primi contatti con il R.O.S. manifestò scarsa disponibilità con riferimento agli accertamenti tecnici solleciti per definire ogni questione sulla presunta esistenza in vita del figlio Gianni
NARDI. Le esperienze di quest’ultimo, indagato dell’omicidio CALBRESI, e ache quanto emerso dalla vicenda processuale che ha avuto al centro MICHITTU, la individuano come una teste che non ha un atteggiamento collaborativo con l’A.G..
Le sue dichiarazioni del 96 sostanzialmente non divergono da quelle attuali, perché anche allora rese l’idea di avere appreso circostanze che deponevano per l’omicidio di ESPOSTI ad opera dei Carabinieri e dei Servizi. Peraltro, la circostanza che la madre
di ESPOSTI sia deceduta nel ’96, rende impossibili inquinamenti riferibili agli anni successivi.
Le dichiarazioni degli ufficiali di P.G. che si trovavano a Pian del Rascino si presentarono subito controverse e tra di loro poco compatibili, così come tutto il quadro di insieme. E’ sorprendente il numero degli intervenuti e dei reparti complessivamente coinvolti. Si tratta di circostanze che già da sole non fanno pensare ad un’azione improvvisata.

E’ difficile parlare di conflitto a fuoco in una situazione in cui, arresisi immediatamente DANIELETTI e D’INTINO, ESPOSTI è stato fronteggiato da un drappello di uomini armati, che lo hanno aggredito da tutte le direzioni. Dalle prime versioni emerge che ESPOSTI aveva le mani in tasca quando si è udito il primo colpo che avrebbe attinto la gomma della LAND ROVER. Se così è, la sparatoria c’è stata, ma si è trattato di una provocazione, di uno stimolo affinché si difendesse con le armi mentre i suoi due compagni erano fuori causa. Nessuno dei proiettili è stato ritenuto da ESPOSTI a dimostrazione della breve distanza dalla quale sono stati esplosi i colpi, anche se non a bruciapelo. Vi è il famoso colpo mortale alla tempia, che è quello che effettivamente richiama l’idea dell’esecuzione. Vi è il mistero che il numero di colpi che attinge ESPOSTI supera di un’unità quello dei colpi che sarebbero stati sparati unicamente dalle armi di FILIPPI e di MUFFINI (2 colpi di moschetto 91). Chi altri, o quale altra arma ha sparato?

Forse il fucile fuori ordinanza di FILIPPI, stranamente e incredibilmente portato appresso, e che doveva essere portato dall’armaiolo. (circostanza emersa soltanto in occasione del secondo interrogatorio) . E perché FILIPPI avrebbe consegnato la sua carabina alla guardia DE VILLA, se si trattava di un’arma non in grado di funzionare e fuori ordinanza? Si aggiunga che emerge che una delle quattro pistole nella disponibilità del gruppo,un Beretta Cal.9, che secondo DANIELETTI (p.30 ud.30.6.2009) era stata regalata ad ESPOSTI da un ufficiale dei Carabinieri, è scomparsa. Nel verbale di sopralluogo (fld.52 MAR f.125 e segg.) si dice che ESPOSTI impugna la pistola con la mano sinistra, laddove le foto ritraggono ESPOSTI dalla cui mano destra sporge il calcio della Bowning. Non si dimentichi, poi, altra circostanza misteriosa, che il Presidente del Tribunale di Brescia VENDITTI sostituì dai corpi di reato la pistola di ESPOSTI con un’altra identica pistola. Fu un atto sconsiderato di un collezionista, o appassionato di cimeli, o qualcosa di diverso e più complesso? Probabilmente non lo sapremo mai.
Tutto il quadro che si ricava, comunque, rende quanto mai probabile che si sia trattato di una sorta di esecuzione pilotata. Lo scarso contributo apportato da DANIELETTI e D’INTINO può ben essere spiegato dal trattamento subito dai predetti subito dopo l’arresto, ancora a Pian del Rascino.

Memoria Pm processo strage di Brescia