Il “documento Azzi” – premessa giudice Salvini

Il documento trasmesso da Renzo Rossellini alla commissione di controinformazione di Milano si compone, oltre alla lettera di accompagnamento, di 5 fogli, fotocopie su carta chimica di un originale dattiloscritto con una macchina per scrivere meccanica, e si presenta quindi con una veste formale del tutto consona all’epoca degli episodi che sono oggetto della narrazione. Solo all’inizio del documento vi è un’annotazione manoscritta concernente l’indirizzo di AZZI e indicato esattamente come Via Fratelli Ruffini n°1 a Milano.
Il documento è diviso in 9 paragrafi contrassegnati con le lettere da A) ad I). Anche una sommaria lettura del documento consente facilmente di avere un’idea precisa di colui che lo ha redatto e delle funzioni che rivestiva. Infatti il gergo burocratico e lo stile dei vari paragrafi si riferiscono in modo inequivocabile alle modalità di esposizione tipiche di un appartenente ai Corpi di polizia degli anni ’70, probabilmente un sottufficiale della Polizia di Stato che ha avuto modo di entrare forse brevemente in contatto con Nico Azzi durante un momento di cedimento o di sconforto di questi. L’appunto appare redatto da un sottufficiale che aveva una discreta conoscenza dell’attività eversiva dell’estrema destra, ma non una conoscenza specifica delle persone che ruotavano intorno ad Azzi e dell’ambiente milanese.

Infatti, probabilmente anche a causa del poco tempo in cui deve essersi svolto il dialogo e quindi della difficoltà di memorizzare il racconto del giovane, alcuni nomi risultano trascritti in modo erroneo anche se tale da consentire facilmente di individuare i soggetti cui si riferiscono. In particolare, Davide PETRINI, primo detentore insieme ad Azzi delle SRCM usate nella manifestazione del 12.4.1973 e soprannominato Cucciolo, viene indicato come Curtolo; MARZORATI è indicato come Masorati; l’on. PISANO’ è trasformato in Spanò.

Altri errori e alcune modalità di linguaggio sono poi, come si è detto, tipiche del linguaggio e della cultura di colui che riceveva le confidenze. Ad esempio, la sigla del sindacato C.G.I.L. viene trascritta, foneticamente, C.G.L.; la città di Rovereto è indicata erroneamente in Alto Adige. In merito all’identità della fonte diretta delle notizie riportate nel documento, possono essere formulate due ipotesi. La prima ipotesi è ovviamente che la fonte delle notizie sia lo stesso Nico Azzi in un contesto che così può essere ricostruito. Forse durante una traduzione da un carcere all’altro o in una pausa di qualche attività processuale, un sottufficiale può aver avuto la possibilità di dialogare con il giovane e di raccoglierne lo sfogo e può aver trasfuso quanto raccolto dalla voce di Azzi in un appunto affrettato e che non è stato possibile perfezionare e completare in quanto l’occasione non si era più ripresentata.

Le 5 pagine dattiloscritte sarebbero quindi frutto di questo colloquio rimasto nella forma di un appunto interno che, per ragioni sconosciute e nonostante la ricchezza delle notizie contenute non è stato protocollato e ufficializzato né trasmesso alle Autorità inquirenti per gli approfondimenti che in quella fase sarebbero stati utilissimi. Certamente può essere stato un momento di apertura del giovane Azzi molto breve a cui l’interlocutore non era preparato, circostanza questa che può aver provocato talune imprecisioni nella successiva stesura dell’appunto. Le notizie più precise e dettagliate dei primi paragrafi sembrano infatti, con il progredire del racconto, diventare più sfumate e meno precise, quasi riflettessero il progressivo richiudersi del detenuto dopo un primo momento di grande sfogo e cedimento. Anche il momento in cui possono essere state raccolte le notizie può ipotizzarsi con una certa facilità.

L’ultimo episodio in senso cronologico di cui si parla nel documento è l’attentato alla Scuola Slovena di Trieste, avvenuto alla fine di aprile del 1974, episodio in merito al quale Azzi ha certamente acquisito alcune notizie in carcere. Tutti gli altri episodi sono precedenti e riguardano invece direttamente l’esperienza personale politica ed eversiva dell’appartenente al gruppo La Fenice.

Bisogna tenere presente che il 25 giugno 1974 AZZI è stato condannato alla pena di oltre 20 anni di reclusione dalla Corte d’Assise di Genova per il reato di strage e a pene analoghe erano stati condannati i suoi complici DE MIN e MARZORATI e a 23 anni il latitante ROGNONI. E’ quindi probabile, anche tenendo presente appunto il limite cronologico degli episodi narrati, che le notizie siano state raccolte all’inizio dell’estate del 1974, subito dopo la condanna di Azzi in primo grado, condanna che deve avere gettato gli imputati in un notevole sconforto sia per la severità delle pene – poi ridotte in appello – sia perché essi soli erano stato condannati per un reato gravissimo, mentre Giancarlo Rognoni era latitante e nessun altro elemento della destra eversiva era stato sino a quel momento detenuto e tratto a giudizio per fatti così gravi. Questa può essere stata l’origine del documento Azzi. E’ tuttavia formulabile un’altra ipotesi in merito alle modalità con cui le notizie sono giunte all’ignoto sottufficiale, ipotesi che comporta la presenza nella vicenda di un quarto personaggio, oltre ad Azzi, Rossellini e all’appartenente alla Polizia materiale redattore del documento.
E’ infatti possibile che Nico Azzi, quando era libero o nel corso della sua detenzione, si confidasse imprudentemente con un camerata del gruppo milanese o con un altro detenuto dell’area di destra, non sapendo che questi fosse un confidente stabile od occasionale di qualche struttura di Polizia. Tale persona, dopo avere raccolto le imprudenti confidenze di Azzi, le avrebbe passate a colui con il quale era in contatto. Nico Azzi, presentatosi spontaneamente a questo Ufficio il 10.2.1995 quando gli atti processuali erano già stati depositati, ha reso un secondo interrogatorio dopo quello in data 18.10.1991 nel corso del quale aveva affermato di non essere la fonte del documento, ma di non poter formulare alcuna ipotesi in merito alla sua origine. Nico Azzi ha sostenuto la seconda ipotesi e cioè che il ruolo di fonte o confidente della Polizia o di un altro Apparato dello Stato era stato svolto non da lui, ma da un altro dei camerati del gruppo La Fenice o da persona comunque vicina a tale gruppo.
Infatti, Nico Azzi ha dichiarato:
“……intendo ribadire che non sono io l’autore di tale documento e che non ho mai svolto il ruolo di informatore in nessuna forma dei Carabinieri, del S.I.D. o di altri Apparati dello Stato. Il documento contiene una serie di notizie in parte vere e in parte deformate e non corrispondenti alla realtà e quindi ho ragione di ritenere che esso provenga da qualche militante che era vicino a noi e che ho difficoltà a identificare, anche se talune circostanze contenute nel documento stesso restringono la rosa delle possibili persone… Voglio innanzitutto premettere che più volte nel documento si parla di un Capitano con cui io sarei stato in contatto durante il servizio militare per la fornitura di armi e di esplosivi.
Queste indicazioni ovviamente dipingono la mia persona come militante in contatto con Apparati dello Stato, ma non è così e posso spiegare come questa notizia sia stata riportata nel documento. Vi fu una riunione al Centro Studi Europa di Genova e cioè esattamente quella a cui noi partecipammo qualche settimana prima dell’attentato dell’aprile del 1973.
Era una conferenza con vari relatori, fra cui Paolo SIGNORELLI. Eravamo presenti noi milanesi, persone di Genova come Mauro MELI, e altri militanti di varie zone d’Italia. Io allora avevo già finito il servizio militare e avevo occultato, in una località isolata e in una zona impervia in Liguria, tre contenitori con esplosivi e bombe a mano che avevo personalmente trafugato dalla caserma dove avevo svolto il servizio militare. Tornando al convegno di Genova, mi trovai nella situazione di recuperare un certo numero di bombe a mano da portare a Milano, e che furono poi quelle usate per la manifestazione, nonchè qualche panetto di tritolo e i detonatori in vista dell’attentato del 7 aprile.
Così, per non rendere noti a tutti i miei spostamenti, dissi ai camerati di maggior fiducia che erano presenti che andavo da un Capitano nativo del mio stesso paese per salutarlo. Evidentemente, quindi, questa circostanza fu sentita e ricordata da uno dei presenti e poi riferita nel documento credendo che questo Capitano esistesse.
Colui che ha fornito queste notizie potrebbe quindi essere molto probabilmente una delle persone presenti quel giorno a Genova. Non sono comunque in grado di identificarlo. Posso solo dire che quel giorno a Genova dei milanesi oltre alle quattro persone poi condannate per l’attentato del 7 aprile, c’erano sicuramente BATTISTON, ZAFFONI, Cinzia DI LORENZO e forse qualche altro”.

In sostanza Nico Azzi, desideroso di togliersi di dosso i panni di “informatore” che gli sono attribuibili a seguito del rinvenimento del documento, ha sostenuto che il vero informatore deve ricercarsi fra i camerati presenti allorchè egli aveva inventato i contatti con un inesistente ufficiale dell’Esercito (di cui si parla al paragrafo d) del documento), come lui nativo della provincia di Mantova, al fine di giustificare durante la riunione di Genova – evidentemente troppo “allargata” e non limitata ai militanti “operativi” – il suo allontanamento per recarsi a recuperare parte dell’esplosivo e delle bombe a mano sotterrate nell’entroterra ligure. Se l’indicazione dell’esistenza dei contatti con il “Capitano” – del tutto falsa, secondo il racconto di Nico Azzi – è stata riportata nel documento, il vero “informatore” non poteva essere che uno dei camerati presenti quel giorno.
La versione di Nico Azzi tende evidentemente non solo a mantenere la figura dell’ex luogotenente di Giancarlo Rognoni all’interno di quella del vero “soldato politico”, rivoluzionario ed alieno da qualsiasi contatto con Apparati statali, ma anche, indirettamente, ad escludere rapporti organici dell’intero gruppo La Fenice con tali Apparati in quanto tali rapporti sarebbero stati coltivati solo da un camerata di minor spicco. Il racconto di Nico Azzi non è di per sè inverosimile, ma incontra un grave limite. Egli infatti non ha fornito elementi utili ad identificare colui che fra i camerati sarebbe stato il vero informatore, elementi che sulla base del taglio delle notizie contenute nel documento non dovrebbero sfuggire a Nico Azzi, dal momento che egli è un perfetto conoscitore di quel ristretto ambiente.
Inoltre Azzi si è rifiutato di indicare quali fra le notizie contenute nel dattiloscritto e fornite dall’ignoto informatore siano vere e quali siano inesatte. Egli infatti, pur affermando che nel documento sono riportate sia notizie vere sia notizie non vere, come quella relativa al Capitano dell’Esercito, e pur sostenendo di avere reso un nuovo interrogatorio in un’ottica di chiarimento della propria esperienza politica, a suo dire “rivoluzionaria” e mai inquinata da rapporti con Apparati statali, si è rifiutato di dire a quale categoria appartenga ciascuno dei dati presenti nel documento o perlomeno a quale appartengano i più importanti di essi. Nonostante l’assenza di conseguenze penali attuali e nonostante l’apparente volontà di distaccarsi da quelle strumentalizzazioni e inquinamenti che se non hanno toccato Nico Azzi personalmente hanno toccato certamente l’area in cui operava, egli si è infatti rifiutato di spiegare se i contatti con collaboratori del S.I.D. durante la preparazione dell’attentato del 7.4.1973, il progetto di collocare i timers di Piazza Fontana in una proprietà di Feltrinelli, i continui rapporti con militari per l’acquisizione di armi ed esplosivi e così via – e cioè tutti gli elementi di maggior rilievo riportati nel documento – appartengano alla categoria delle notizie vere o a quella delle notizie non vere, ad esempio perché travisate dall’informatore.

Tali circostanze pongono evidentemente in dubbio la credibilità della versione di Nico Azzi e portano ad affermare che una reale volontà di ricostruzione storica della propria esperienza politica e una reale volontà di “dissociazione” dalle passate disponibilità a farsi strumentalizzare, che ha contrassegnato l’area di estrema destra, sono ancora lontane in molti ex militanti di tale area. Essendo prospettabili entrambe le ipotesi, il documento, nel corso dell’ordinanza, per motivi di comodità sarà denominato “documento Azzi”, indipendentemente dal fatto che Azzi sia stato la fonte diretta delle notizie all’estensore del documento o che, in alternativa, un altro camerata milanese abbia utilizzato e trasmesso a personale della Polizia le confidenze ricevute in vari momenti dallo stesso Azzi.

Sentenza ordinanza piazza Fontana giudice Salvini 1995

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