“La bomba a Varese: ultimatum per la ferrovia Milano-Nord?”

La bomba, che ieri mattina ha ucciso il fiorista Vittorio Brusa, 43 anni, e ferito la moglie, Augusta Comi, di 41, era destinata forse ad un attentato all’Azienda Ferroviaria. Dopo numerose ipotesi, gl’inquirenti stanno infatti vagliando attentamente una traccia che di ora in ora sembra farsi più sicura: ieri sera il procuratore della Repubblica di Varese, dottor Cioffi, ha interrogato il capostazione delle Ferrovie Nord Milano Mario Galli, 47 anni. Tra le maglie del segreto istruttorio qualcosa è trapela to: poco tempo fa alla direzione milanese delle Ferrovie Nord sarebbe giunta una lettera minatoria, un vero e proprio tentativo d’estorsione. La missiva avrebbe avuto press’a poco questo tenore: «O versate 150 milioni o contro la ferrovia verrà iniziata una serie d’attentati».

Non si conosce ancora quale fantomatico gruppo abbia firmato questa lettera; pare anche che il segnale convenuto per stabilire se la direzione delle ferrovie era disposta a pagare fosse stata la dislocazione di alcune bandierine rosse sui convogli viaggianti. Accertato questo particolare, si potrebbe spiegare il tragico fatto di ieri mattina. L’uomo, o gli uomini, che trasportavano la batteria, preparata per esplodere, probabilmente sono stati disturbati dall’arrivo di qualche auto e hanno abbandonato l’ordigno a pochi metri dalla massicciata della ferrovia, non sapendo che in quel preciso punto il mattino successivo un ambulante avrebbe montato la propria bancarella. Ma come spiegare il fatto che l’ordigno è stato deposto già in grado di esplodere? Probabilmente gli attentatori devono aver pensato che la potenza della bomba, posta a pochi metri dalla massicciata della ferrovia, se non proprio a distruggere convogli o binari avrebbe potuto servire come avvertimento.
Come si è detto, non s; hanno altri particolari poiché il massimo riserbo è calato sulle indagini. Frattanto stamane, presso l’obitorio dell’ospedale di Circolo di Varese il professor Bossi ha eseguito l’autopsia sul cadavere di Vittorio Brusa. Oltre alle terribili amputazioni subite in seguito alla deflagrazione, il Brusa aveva il corpo crivellato da schegge metalliche. Il perito ha recuperato alcuni reperti di polvere, che serviranno per stabilire la natura dell’esplosivo ed ha chiesto quaranta giorni per stendere un rapporto completo. Le condizioni della moglie del Brusa, Augusta Comi, sono migliorate. Fra quaranta giorni potrà lasciare l’ospedale. E’ assistita dal figlio, Aurelio, di 17 anni. Domattina alle 9,30 la salma di Vittorio Brusa verrà tumulata. Ancora oggi è continuato sul luogo della sciagura il pellegrinaggio di cittadini. Qualcuno ha deposto un mazzo di fiori nel punto in cui il Brusa è caduto, dilaniato dallo scoppio. A Varese c’è un testimone che ancora oggi accende i ceri per grazia ricevuta. E’ Enrico Aimar, 36 anni, un tecnico della Sip che abita nel quartiere di Bobbiate.
La «bomba – batteria» che ha dilaniato il Brusa, tra l’altro suo carissimo amico, poteva essergli fatale. Il caso e la fortuna l’hanno salvato da una morte certa. Sembra infatti che l’Aimar sia stato l’ultima persona a notare la batteria ancora integra ai piedi dell’albero, vicino alla massicciata della ferrovia. L’ha anche toccata, senza spostarla però, ha persino tentato di svitare i tappi del serbatoio. Visto inutile ogni sforzo, ha abbandonato l’idea pensando che la batteria fosse fuori uso. 

La Stampa 30.3.1974

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