Bomba esplode nel mercato di Varese. Ucciso un fioraio: mafia o terrorismo?

Varese, 28 marzo. Mercato ortofrutticolo di piazzale Maspero, ore 7,45: i primi ambulanti montano i loro banchetti, operai e impiegati pendolari si affrettano verso la stazione. Un boato improvviso, seguito da grida di dolore. La gente fugge terrorizzata: in un angolo della piazza, delimitato dallo steccato della ferrovia e da un vespasiano, si vedono balenare delle fiamme. Un uomo è a terra sventrato, ai piedi di un tiglio, una donna si contorce sull’asfalto, coperta di sangue. Per Vittorio Brusa, 43 anni, fioraio ambulante, non c’è più nulla da fare: l’esplosione lo ha dilaniato orribilmente. La moglie, Augusta Comi, 41 anni, ha un femore spezzato, le schegge l’hanno crivellata in tutto il corpo. Il loro furgoncino, parcheggiato a pochi passi, è tutto sforacchiato. Pezzi di metallo sono stati scaraventati sulle rotaie della stazione, lontana più di cento metri. I soccorritori si trovano davanti a uno spettacolo agghiacciante; c’è sangue dappertutto: una donna si sente male, alcuni uomini si allontanano di corsa, sconvolti dalla nausea. Arriva la polizia. Dapprima nessuno riesce a rendersi conto di ciò che è accaduto. Poi si trovano i frammenti di una batteria d’auto; gli specialisti della squadra scientifica li esaminano con cura.

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Non c’è più dubbio: si tratta di una bomba. La notizia che c’è stato un attentato al mercato ortofrutticolo fa il giro della città. La folla si accalca sempre più numerosa in piazzale Maspero: ira, sgomento, paura serpeggiano fra la gente. Chi è stato? Perché? All’ospedale viene interrogata la moglie del Brusa: è sotto choc, piange, si lamenta. Ricorda quell’attimo terribile: «Ho visto una grande fiammata, mio marito è andato a pezzi. Lo so che è morto: il suo sangue mi è schizzato addosso ». Le chiedono se il marito aveva dei nemici, se era in lite con qualcuno, se aveva ricevuto minacce, se era coinvolto in qualche fatto politico. La risposta è sempre identica. No nessun nemico, nessuna gelosia, nessun interesse politico. Anche il figlio Attilio, di 16 anni, ripete le stesse cose. Lo hanno accompagnato all’ospedale pochi minuti dopo l’attentato. Gli hanno detto che suo padre è morto. Sente i lamenti della madre provenire dalla sala operatoria dove medici e infermieri si affannano per rimediare allo scempio provocato dall’esplosione. Si guarda intorno smarrito, cerca un viso amico fra tanti volti anonimi, fra i poliziotti in divisa che non sanno che cosa dirgli per rincuorarlo. Viene accertato, intanto, che la bomba era stata posta ai piedi del tiglio fin dalla sera prima. Un giovane, Vincenzo Rocca, aveva visto «una forma scura, un grosso pacco» ieri sera verso le 23. Altre persone, fra cui uno spazzino, avevano notato l’involto stamane all’alba. Nessuno se n’era preoccupato: è facile trovare cassette abbandonate in un luogo dove si fa il mercato. Secondo gli esperti di balistica, dovrebbe trattarsi di una bomba «a strappo»: un ordigno che esplode quando qualcuno cerca di sollevarlo.

E’ ciò che aveva fatto la vittima. Lo ha detto la moglie ai funzionari: «Accanto alla pianta, mettiamo di solito le “corbeilles” dei fiori. Vittorio voleva spostare quella cosa perché ingombrava: si è chinato, l’ha presa fra le mani…». Non è ancora stato stabilito di che esplosivo si tratti: l’indagine è affidata al perito balistico Teonesto Cervi, lo stesso che aveva compiuto gli accertamenti dopo l’attentato di piazza Fontana, a Milano. Si tratta senz’altro di esplosivo ad alto potenziale: schegge di metallo sono finite centinaia di metri dal luogo dello scoppio. Una ha perforato la giacca di un altro ambulante. Federico Scarpelli, cinquanta metri più lontano. «Sono vivo per miracolo», dice mostrando l’indumento squarciato. Sui motivi dell’attentato per ora si fanno soltanto delle ipotesi. Il procuratore della Repubblica Cioffi afferma che «potrebbe trattarsi anche di un atto terroristico fine a se stesso». Il questore Vittoria, pur non escludendo il movente politico, ritiene che possa trattarsi di «una vendetta mafiosa». In entrambi i casi, tuttavia, Vittorio Brusa non era la vittima designata. La bomba era destinata a seminare il panico, mietere vittime innocenti, ma non era indirizzata verso qualcuno in particolare. Si torna a parlare di antiche rivalità fra gli ambulanti del mercato di piazzale Maspero e altri che ne sono stati esclusi.

Di un tentativo mafioso per instaurare un «racket» stroncato sul nascere sette anni fa, quando il mercato venne trasferito in questa località da piazza della Repubblica. Ma questa ipotesi non convince nessuno. Si parla anche di una vendetta maturata nello squallido mondo degli omosessuali: quell’angolo della piazza, accanto al vespasiano, la notte diventa il punto di ritrovo di ambigui personaggi. Forse la bomba era destinata a uno di loro. Ma sembra poco probabile. Maggior credito viene dato alla possibilità, come ha detto il procuratore della Repubblica, che si tratti di un atto di terrorismo. Forse è una coincidenza, ma proprio stamane a Catanzaro sì è iniziato il processo Valpreda. E ieri sera, a Monza, due giovani estremisti di destra sono stati sorpresi e arrestati mentre stavano piazzando una bomba a orologeria nell’ufficio di un concessionario d’auto. Piazzale Maspero si trova a ridosso della stazione delle Ferrovie Nord Milano, vicino alla sede di alcuni partiti politici e sindacati. Oggi era giornata di mercato: chi ha messo la bomba voleva sicuramente seminare il panico fra la gente che avrebbe affollato la piazza, provocando il maggior numero possibile di vittime. Così come vuole un’assurda e tragica strategia del terrore. Per questo, oggi a Varese, la popolazione ha paura.

Francesco Fornari – La Stampa 29.3.1974